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Cronaca

Ultima ora: Chico Forti esce dal carcere negli Usa

Dopo anni di battaglie legali Chico Forti tornerà presto in Italia. Oggi, in attesa del trasferimento, ha ufficialmente lasciato il carcere dove era detenuto.

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    Chico Forti, il 65enne imprenditore trentino condannato all’ergastolo negli Stati Uniti per l’omicidio di Dale Pike, ha lasciato il carcere di Miami e si trova attualmente trattenuto dall’Agenzia statunitense per l’immigrazione in attesa del trasferimento in Italia. Il rientro nel suo paese d’origine è previsto entro due o tre settimane.

    Forti è stato detenuto negli Stati Uniti per 24 anni e si è sempre dichiarato innocente. Recentemente ha siglato un accordo con il giudice federale statunitense per scontare il resto della pena in Italia. L’autorizzazione al trasferimento è stata annunciata dalla premier Giorgia Meloni durante una visita a Washington. Secondo fonti vicine a Forti, la media di attesa per la consegna è di 4-5 mesi dopo la sentenza di riconoscimento italiana, ma si spera che nel suo caso il processo sia più rapido.

    Nella scheda del Florida Department of Correction, alla data di inizio custodia del 7 luglio 2000, è stata aggiunta quella di ieri come data del rilascio. Nel frattempo, Forti è trattenuto dall’Immigration and Customs Enforcement.

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      Politica

      Vannacci, bufera. Matilde Siracusano: «Mi ha spogliata, lo denuncio». E attacca: «Che cosa vile, siamo arrivati troppo in basso»

      La sottosegretaria di Forza Italia reagisce all’immagine manipolata e rilanciata sui social dal leader di Futuro Nazionale: sotto la giacca scompare il top e compare una profonda scollatura. «Non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale». Poi annuncia gli avvocati e stronca l’ipotesi di un’alleanza futura: «Sarebbe un problema serio».

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        «Mi ha spogliata, lo denuncio». Matilde Siracusano non ha nessuna intenzione di lasciar correre dopo la fotografia manipolata e rilanciata sui social da Roberto Vannacci alla vigilia delle elezioni suppletive di Reggio Calabria. Nell’immagine la sottosegretaria di Forza Italia appare seduta a tavola insieme al candidato del centrodestra Fabio Roscioli e a Claudio Lotito, ma qualcuno ha alterato il suo abbigliamento rispetto alla fotografia originale: sotto la giacca il top scompare e lascia il posto a una scollatura molto più profonda.

        La sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento, compagna del presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto, reagisce duramente. Siracusano parla di un gesto «vile», annuncia di avere già coinvolto i propri avvocati e trasforma l’episodio in un caso che va molto oltre una fotografia farlocca pubblicata sui social. L’immagine compare infatti nel pieno di una campagna elettorale e la manipolazione interviene direttamente sul suo corpo e sul modo nel quale appare vestita.

        «Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale», attacca Siracusano. E sulla decisione di rivolgersi alla magistratura non mostra esitazioni: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati».

        Vannacci rilancia la foto modificata: sotto la giacca di Siracusano scompare il top

        Il caso nasce da un post di Vannacci in vista delle elezioni suppletive per la Camera a Reggio Calabria del 27 e 28 settembre. L’ex generale invita i cittadini ad andare a votare e accompagna il messaggio con una fotografia nella quale compaiono Matilde Siracusano, Fabio Roscioli e Claudio Lotito.

        Il problema emerge confrontando quello scatto con l’immagine originale. Qualcuno ha modificato artificialmente l’abbigliamento di Siracusano: nella nuova versione la sottosegretaria mostra una scollatura molto più profonda e non indossa più il top che compare invece nella fotografia autentica. La manipolazione scatena immediatamente una bufera politica e Siracusano spiega che chi ha realizzato il contenuto ha preso lo scatto originale dal suo profilo personale Instagram.

        La sottosegretaria non conosce personalmente Vannacci e racconta di averlo soltanto incrociato indirettamente attraverso le sue apparizioni pubbliche: «No. Per nulla. È capitato forse di incrociarne le gesta o le provocazioni in qualche talk politico. Ma non l’ho mai conosciuto».

        Proprio per questo, racconta, la modifica della fotografia l’ha lasciata inizialmente incredula, prima di provocare una reazione durissima.

        Siracusano furiosa: «Che cosa vile, non pensavo si potesse arrivare così in basso»

        La prima reazione della sottosegretaria non lascia spazio a interpretazioni: «Che cosa vile».

        Siracusano chiarisce anche il significato che attribuisce alla parola: «Ma nel senso più pieno e anche etimologico: cosa povera, che non vale nulla. È assurdo doversi occupare, e nel 2026, di questi mezzucci usati contro gli avversari… Davvero non pensavo si potesse arrivare a un livello così basso per fare campagna elettorale».

        A irritarla particolarmente è il fatto che la manipolazione non riguardi una posizione politica, una dichiarazione o una scelta compiuta nell’esercizio del proprio incarico, ma direttamente il suo corpo. Siracusano lo dice esplicitamente: «Spogliare con un software la compagna del presidente della Regione e trasformarla in uno strumento di propaganda è una cosa che trovo peraltro ridicola, oltre che profondamente grave».

        La sottosegretaria aveva già definito l’episodio un «vero e proprio schifo che va arginato», spiegando di conoscere bene gli attacchi sessisti ma di considerare quanto accaduto qualcosa di diverso proprio per il modo in cui qualcuno ha manipolato una sua fotografia reale e l’ha inserita nella propaganda politica.

        «Sono senza parole. Anzi, qualcuna in siciliano ce l’avrei»

        C’è poi un passaggio nel quale Siracusano lascia capire molto chiaramente quale sarebbe stata la sua reazione se non ricoprisse un incarico istituzionale.

        «Vorrei dire che sono senza parole. In realtà qualche parola ce l’avrei. In siciliano, della mia terra. Molto chiara e netta», racconta. Poi aggiunge: «Ma poiché io rappresento l’istituzione, e ho il dovere di contenere sia l’irritazione sia la pena, per ora diciamo che si muoveranno i miei avvocati. Comunque è un attacco scadente che qualifica pienamente chi lo ha fatto».

        Siracusano ha dunque già coinvolto i legali e annuncia di voler procedere contro Vannacci, sostenendo che la pubblicazione dell’immagine abbia superato il confine della normale polemica politica.

        Alla domanda se intenda denunciarlo risponde senza esitazione: «Certo. Ne ho già parlato con i miei avvocati. Quello che ha fatto è reato. Non si può consentirlo a nessuno, figuriamoci a qualcuno che chiede, anzi minaccia, di andare in Parlamento».

        Questa resta naturalmente la valutazione espressa dalla sottosegretaria. Qualora Siracusano formalizzi la denuncia, spetterà alla magistratura stabilire l’eventuale rilevanza penale della condotta.

        Non è la prima polemica di Vannacci per immagini manipolate

        Il caso Siracusano arriva inoltre a poco più di due mesi da un’altra durissima polemica provocata da contenuti artificiali comparsi sui social di Vannacci. A luglio un video raffigurava l’ex generale nelle vesti di un imperatore romano mentre alcuni avversari politici, tra i quali Elly Schlein, Giuseppe Conte, Romano Prodi e Laura Boldrini, comparivano legati nell’arena all’interno di una rappresentazione violenta. Il filmato provocò numerose reazioni politiche e anche Giorgia Meloni prese pubblicamente le distanze da quelle immagini.

        Questa volta cambia il meccanismo: non compare una scena completamente immaginaria, ma una fotografia reale nella quale qualcuno ha alterato l’abbigliamento di una sottosegretaria.

        Proprio questo elemento occupa il centro della reazione di Siracusano, che contesta l’uso della propria immagine e del proprio corpo come strumenti per un messaggio politico.

        Tajani e Forza Italia contro Vannacci

        La vicenda provoca una reazione immediata anche dentro Forza Italia. Antonio Tajani esprime solidarietà a Siracusano e definisce l’attacco «volgare e inaccettabile», collegandolo, nella propria valutazione politica, alla mancanza di contenuti di chi lo ha ideato.

        Anche altri esponenti politici intervengono sulla vicenda. Le critiche non riguardano soltanto l’effetto della fotografia, ma il principio che porta con sé: modificare artificialmente il corpo e l’abbigliamento di una persona reale per trasformarne l’immagine in materiale di propaganda.

        Siracusano, dal canto suo, sottolinea di non essere neppure candidata alle suppletive di Reggio Calabria e considera quindi ancora più grave il fatto che qualcuno l’abbia trasformata nel bersaglio visivo della campagna.

        Siracusano chiude anche all’alleanza: «Con Vannacci sarebbe un problema serio»

        Ma la vicenda potrebbe lasciare conseguenze che vanno ben oltre la denuncia annunciata. A Siracusano viene posta anche una domanda tutta politica: che cosa accadrebbe se, in futuro, il centrodestra al quale appartiene Forza Italia decidesse di stringere un’alleanza con Vannacci?

        La risposta è altrettanto netta: «Beh. Sarebbe un problema serio».

        La sottosegretaria precisa immediatamente che il giudizio non nasce soltanto dalla fotografia che la riguarda: «E naturalmente non solo per quest’ultimo, comunque emblematico episodio. Io avevo già espresso, anche prima di questa caduta, tutte le mie perplessità sull’ipotesi di un’alleanza con Vannacci…».

        La fotografia manipolata rischia così di diventare qualcosa di più di un incidente social nel pieno della campagna per le suppletive. Siracusano annuncia un’azione legale e contemporaneamente mette sul tavolo una questione politica destinata a pesare anche in futuro, quella dei rapporti tra il centrodestra e il movimento di Vannacci.

        Il punto di rottura, almeno nelle parole della sottosegretaria, nasce proprio da ciò che compare in quella fotografia: qualcuno ha preso l’immagine reale di una donna, ne ha modificato artificialmente il corpo e l’abbigliamento e l’ha trasformata in uno strumento di comunicazione politica. Siracusano non intende liquidare tutto come una provocazione di cattivo gusto e ha già annunciato di essersi rivolta ai propri legali.

        La battaglia nata sui social potrebbe quindi spostarsi in un’aula giudiziaria, mentre sul piano politico resta aperta una frattura che Siracusano descrive senza ambiguità quando parla della possibilità di ritrovarsi un giorno alleata con Vannacci: «Sarebbe un problema serio».

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          Cronaca Nera

          Garlasco, Milo Infante esplode contro Bruzzone e Stefania Cappa: «Ho affrontato persone più pericolose di loro. Portatemi in tribunale»

          È guerra aperta dopo la denuncia annunciata dalla legale di Stefania Cappa e le parole della criminologa. Il conduttore non arretra: «La vivo come un’intimidazione, come a dire: hai parlato troppo». Poi l’affondo durissimo contro l’ex amica: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

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            Attorno al delitto di Garlasco ormai infuria una seconda guerra, parallela alla nuova inchiesta sull’omicidio di Chiara Poggi. Denunce, querele, documenti riservati, audio, accuse reciproche e minacce di azioni legali hanno trascinato giornalisti, avvocati e criminologi dentro uno scontro che diventa ogni giorno più feroce. Adesso Milo Infante alza ulteriormente il livello e risponde senza diplomazia a Stefania Cappa e Roberta Bruzzone.

            Il conduttore ha replicato frontalmente alla denuncia per ricettazione presentata da Stefania Cappa dopo la diffusione televisiva di un atto giudiziario e alle parole di Roberta Bruzzone, che ha annunciato di voler valutare iniziative legali contro di lui. Infante non cerca una tregua e pronuncia una frase destinata inevitabilmente a incendiare ancora di più la battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

            Non solo. Il giornalista parla apertamente di «intimidazione», rivendica il proprio lavoro e sfida chi minaccia di trascinarlo davanti a un giudice a passare dalle parole ai fatti. Nel mirino finisce soprattutto Bruzzone, con la quale fino a poco tempo fa vantava un rapporto professionale e personale strettissimo.

            Infante contro Stefania Cappa: «La vivo come un’intimidazione»

            Il primo fronte riguarda Stefania Cappa, cugina di Chiara Poggi. La vicenda nasce da un atto giudiziario del quale Infante ha mostrato il contenuto durante la trasmissione. Secondo la legale di Cappa, Valeria Francesca Mettica, quel documento non rappresentava un semplice esposto, ma una denuncia-querela relativa a indagini ancora pendenti. Da qui l’iniziativa giudiziaria nei confronti del conduttore per ricettazione.

            Infante ha reagito immediatamente e con toni durissimi: «Fa un po’ effetto che un avvocato contesti a un giornalista un reato molto grave e infamante, che non appartiene alla professione giornalistica».

            Poi ha spiegato ancora più chiaramente come interpreta l’iniziativa: «Vivo questa denuncia come una intimidazione, come a dire: hai parlato troppo».

            Il giornalista contesta soprattutto il tipo di reato che Cappa gli attribuisce e difende la natura giornalistica del proprio lavoro: «La ricettazione non è un reato da contestare ai giornalisti. Ai giornalisti puoi contestare la diffamazione, ma deve essere provata».

            Infante esprime naturalmente la propria posizione difensiva. La denuncia apre un fronte giudiziario sul quale toccherà alla magistratura valutare fatti, documenti e contestazioni.

            Mediaset gli offre tutela, Infante risponde: «Me ne assumo tutta la responsabilità»

            Nella battaglia il conduttore può contare anche sull’appoggio della propria azienda. Infante ha raccontato il colloquio con Mauro Crippa, direttore generale dell’Informazione Mediaset: «Mi ha detto: Milo, non ti preoccupare perché Mediaset c’è, ti tuteleremo con ogni mezzo e in ogni dove».

            Infante, però, ha scelto di affrontare personalmente le conseguenze dell’iniziativa giudiziaria e ha risposto: «Sollevo questa azienda da ogni responsabilità. Mi assumo tutta la responsabilità che i giudici dovessero attribuirmi».

            Il conduttore, dunque, non arretra e non lascia all’azienda il peso della battaglia. Anzi, trasforma la denuncia in una questione personale e professionale, rivendicando apertamente ciò che ha fatto durante la trasmissione.

            Successivamente ha anche scelto chi lo accompagnerà sul terreno giudiziario: sua moglie Sara Venturi, avvocata penalista. «Mi sembra giusto che sia una battaglia di famiglia», ha spiegato Infante, annunciando inoltre di essersi messo a disposizione della Procura di Milano.

            Bruzzone contro Infante, l’amicizia finisce malissimo: «Portami in tribunale»

            Se il confronto con Stefania Cappa nasce attorno a un atto giudiziario, quello con Roberta Bruzzone contiene un ingrediente ulteriore: la fine clamorosa di un rapporto che per anni aveva unito il conduttore e la criminologa.

            Bruzzone frequentava abitualmente i programmi di Infante e tra i due esisteva una forte vicinanza professionale. Negli ultimi mesi, però, le differenti posizioni sulle nuove vicende di Garlasco hanno scavato un solco sempre più profondo, fino a trasformare il dissenso in uno scontro pubblico.

            La criminologa ha annunciato di voler valutare iniziative giudiziarie dopo alcune dichiarazioni del conduttore, sostenendo di poter documentare la propria versione dei fatti.

            Infante ha risposto alzando ulteriormente il tiro: «Mi hanno minacciato persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

            Poi ha lanciato direttamente la sfida: «Se ogni volta che la narrazione non è quella che richiedete c’è il “vediamoci in tribunale”, però vediamoci in tribunale. Non è che si può andare in giro ogni due o tre a dire “ti porto in tribunale, ci vediamo in tribunale”. Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

            A questo punto della vecchia sintonia rimane ben poco. Il caso Garlasco ha trasformato due persone che per anni hanno condiviso studi televisivi, ricostruzioni e dibattiti in protagonisti di una battaglia che potrebbe davvero proseguire davanti ai giudici.

            De Rensis entra nella guerra: «A volte in tribunale sei stato chiamato»

            Dentro una vicenda già esplosiva entra anche Antonio De Rensis, difensore di Alberto Stasi, che ascolta la sfida lanciata da Infante e piazza una battuta dal significato piuttosto chiaro: «A volte uno può entrare in tribunale pensando di esserci andato, invece è stato chiamato».

            De Rensis compare direttamente anche nell’altro fronte della vicenda. Nell’atto di Stefania Cappa trovano spazio il legale, Alessandro De Giuseppe e l’ex maresciallo dei carabinieri Francesco Marchetto, in relazione all’ipotesi sostenuta nell’esposto di una presunta «regia mediatica» che avrebbe alimentato l’esposizione della famiglia Cappa e sostenuto la tesi dell’innocenza di Alberto Stasi. De Rensis ha respinto pubblicamente gli addebiti.

            Sarà la magistratura a valutare le accuse contenute negli atti e le repliche delle persone coinvolte. Un punto, però, va tenuto fermo: Stefania Cappa non risulta indagata per l’omicidio della cugina Chiara Poggi, nonostante il suo nome abbia occupato uno spazio enorme nel racconto mediatico degli ultimi mesi.

            Garlasco, ormai volano denunce e querele tra i protagonisti della tv

            Il risultato è un caso nel caso. Sul piano giudiziario resta l’omicidio di Chiara Poggi, per il quale Alberto Stasi ha ricevuto una condanna definitiva, mentre la nuova inchiesta della Procura di Pavia ha aperto un altro fronte investigativo.

            Parallelamente, però, giornalisti, criminologi, avvocati e persone coinvolte a vario titolo nella vicenda hanno cominciato a combattersi attraverso denunce, querele, dichiarazioni televisive e annunci di azioni legali. La questione non riguarda più soltanto chi sostiene una determinata ricostruzione del delitto, ma anche chi abbia diffuso determinati documenti, chi abbia pronunciato certe frasi e chi possa dimostrare la propria versione davanti a un giudice.

            Ed è qui che la frase di Infante fotografa meglio di ogni altra il livello raggiunto dalla battaglia: «Sono stato minacciato da persone più pericolose di Roberta Bruzzone e Stefania Cappa».

            Subito dopo arriva la frase che chiude definitivamente qualsiasi possibilità di interpretare il confronto come una semplice schermaglia televisiva: «Portami in tribunale, oppure non farti più vedere».

            Dopo anni di programmi condivisi, interviste e rapporti personali, il nuovo terremoto di Garlasco ha aperto così un’altra frattura. Questa volta non riguarda direttamente le prove raccolte nella villetta di via Pascoli, ma chi racconta il caso, chi contesta quel racconto e chi adesso promette di portare lo scontro dalla televisione direttamente nelle aule di giustizia.

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              Cronaca Nera

              Ricina a Pietracatella, clamorosa frenata sul giallo? Doveva arrivare un nome, invece la Procura ordina 60 giorni di nuovi esami

              Computer e dieci pen-drive tornano al centro dell’inchiesta sulla morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita. Gli specialisti cercheranno eventuali ricerche sulla ricina, chat, messaggi, documenti, fotografie e metadati utili a ricostruire persino le posizioni geografiche. E il dettaglio dei sessanta giorni cambia ancora i tempi del caso.

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              Giallo della ricina a Pietracatella, l'indagine ad una svolta: pronte le prime iscrizioni di indagati tra verbali e test di laboratorio

                Sembrava che il giallo della ricina di Pietracatella fosse ormai arrivato al passaggio che tutti aspettavano: l’iscrizione di almeno un nome nel registro degli indagati per la morte di Antonella Di Ielsi e della figlia Sara Di Vita, avvelenate dopo il Natale 2025. Dopo mesi di audizioni, accertamenti scientifici, verifiche sui rapporti personali e ricostruzioni delle ultime ore trascorse dalle due donne, la sensazione era che il cerchio investigativo si stesse stringendo. Invece arriva una mossa della Procura di Larino che riapre inevitabilmente le domande sullo stato dell’inchiesta.

                Gli inquirenti hanno disposto un nuovo accertamento tecnico irripetibile sui dispositivi informatici sequestrati nell’abitazione di via Risorgimento e agli specialisti hanno affidato un incarico molto ampio. Dovranno cercare eventuali ricerche sulla ricina, analizzare chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note e documenti e scandagliare persino i metadati che potrebbero fornire indicazioni sulle geolocalizzazioni. Un lavoro per il quale sono stati concessi sessanta giorni.

                È davvero una retromarcia? Il provvedimento, da solo, non permette di dirlo. Dimostra però qualcosa di altrettanto significativo: la Procura vuole ancora risposte prima di considerare completo il quadro investigativo e alcune di queste risposte potrebbero trovarsi nella memoria digitale dei dispositivi sequestrati.

                Ricina, si aspettava un indagato ma la Procura torna a scavare nei computer

                L’operazione inizierà il 28 settembre nella Questura di Campobasso, dove gli specialisti della Terza Divisione STAI della Direzione centrale anticrimine lavoreranno sul materiale sequestrato il 31 luglio nella casa della famiglia. Si tratta di un computer desktop Lenovo ThinkCentre e di dieci pen-drive, una quantità considerevole di dati che potrebbe contenere prevalentemente materiale legato all’attività professionale di Gianni Di Vita, commercialista, ma all’interno della quale gli investigatori vogliono cercare qualsiasi elemento collegabile alla tragedia.

                Il primo passaggio consisterà nella realizzazione delle copie forensi dei supporti, in modo da preservare gli originali, seguito dalla creazione di una copia indicizzata sulla quale effettuare le ricerche. Gli specialisti dovranno ricostruire la storia informatica dei dispositivi dalla prima accensione fino all’ultimo utilizzo e verificare se esistano dati pertinenti all’inchiesta.

                La scelta dell’accertamento tecnico irripetibile permette inoltre alle parti interessate di partecipare attraverso avvocati e consulenti, garantendo il contraddittorio durante le operazioni. Ma a rendere particolarmente interessante questo nuovo capitolo non è soltanto la procedura scelta: sono soprattutto le domande formulate dalla Procura.

                Qualcuno aveva cercato informazioni sulla ricina prima delle morti?

                Uno dei quesiti porta direttamente al cuore del mistero. Gli specialisti dovranno verificare se nei dispositivi esistano tracce di navigazione internet relative alla ricina, prestando particolare attenzione a eventuali ricerche riconducibili a Sara Di Vita o alla madre Antonella Di Ielsi.

                La domanda è pesante perché tocca uno dei punti ancora fondamentali dell’inchiesta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e attraverso quale alimento, bevanda o altro veicolo è stata assunta dalle vittime?

                Gli investigatori vogliono verificare se le due donne avessero cercato autonomamente informazioni sulla sostanza, ma anche se all’interno dei dispositivi esistano elementi utili a ricostruire un eventuale approvvigionamento. L’accertamento potrebbe contribuire anche alla valutazione delle diverse ipotesi sulla natura dell’avvelenamento, compresa quella accidentale, che gli investigatori devono verificare o escludere sulla base degli elementi raccolti.

                La ricerca digitale sarà però molto più vasta. Gli specialisti passeranno al setaccio chat, messaggi vocali, profili social, fotografie, note, diari digitali e documenti, cercando anche eventuali annotazioni sugli alimenti consumati dalle vittime nei giorni precedenti all’intossicazione.

                Particolare attenzione verrà dedicata inoltre ai documenti relativi a patologie, disturbi o condizioni fisiche accusati da Antonella e Sara tra il 24 e il 28 dicembre 2025, una finestra temporale cruciale per ricostruire la progressione dell’avvelenamento e capire quando possano essere comparsi i primi sintomi.

                Il dettaglio delle geolocalizzazioni: dove si trovavano nelle ore decisive?

                Tra i quesiti affidati agli specialisti ce n’è uno che potrebbe rivelarsi particolarmente importante: la ricerca di metadati capaci di fornire informazioni sulla posizione geografica.

                Fotografie, documenti e altri file possono conservare informazioni che l’utente normalmente non vede, ma che possono indicare quando un contenuto è stato creato o modificato e, in determinate circostanze, anche dove si trovava il dispositivo. Per gli investigatori significa avere una possibilità ulteriore di ricostruire spostamenti e presenze nei giorni cruciali.

                Se gli accertamenti dovessero consolidare l’ipotesi di un avvelenamento volontario, diventerebbe infatti essenziale stabilire chi avesse accesso all’abitazione, chi vi fosse presente e quali fossero gli spostamenti delle persone coinvolte nelle ore ritenute decisive. I metadati potrebbero quindi essere incrociati con gli altri elementi già raccolti e fornire conferme o smentite alle ricostruzioni effettuate fino a oggi.

                È anche per questo che il nuovo accertamento appare molto più ampio di una semplice ricerca della parola «ricina» dentro un computer. Gli investigatori vogliono ricostruire comunicazioni, ricerche, documenti, movimenti e rapporti che ruotavano attorno alla famiglia nel periodo immediatamente precedente alla tragedia.

                Retromarcia oppure stanno cercando gli ultimi tasselli prima della svolta?

                Parlare oggi di una vera retromarcia investigativa sarebbe prematuro. Il nuovo accertamento non cancella quanto raccolto nei mesi precedenti e non dimostra che la Procura abbia abbandonato eventuali ipotesi maturate durante l’indagine. Certifica però che il quadro probatorio necessita ancora di approfondimenti e che gli inquirenti considerano la componente digitale sufficientemente importante da disporre un accertamento tecnico irripetibile.

                Rimane inoltre un’altra domanda destinata a pesare qualora gli elementi raccolti dovessero portare a escludere definitivamente un’intossicazione accidentale: chi avrebbe materialmente introdotto o somministrato la ricina e avrebbe agito da solo oppure altre persone avrebbero saputo qualcosa?

                È in questa prospettiva che chat, contatti, messaggi, fotografie, ricerche internet e dati di localizzazione potrebbero diventare particolarmente importanti. Non necessariamente perché contengano una prova diretta, ma perché potrebbero consentire agli investigatori di verificare relazioni, presenze e comunicazioni nei momenti cruciali.

                Alle operazioni potranno assistere i legali delle parti e i rispettivi consulenti. Tra le persone offese figura anche Alice Di Vita, la figlia sopravvissuta alla tragedia, insieme al padre e ai familiari delle vittime.

                Sessanta giorni di esami: il giallo della ricina si allunga ancora

                C’è infine un numero che pesa sull’inchiesta: sessanta giorni. È il tempo concesso agli specialisti per completare il lavoro e consegnare le proprie conclusioni. Questo non impedisce naturalmente alla Procura di proseguire parallelamente con altre attività investigative, ma significa che uno degli accertamenti ritenuti importanti potrà protrarsi ancora per settimane.

                Ed è proprio questo a modificare la percezione di un’inchiesta che sembrava avvicinarsi rapidamente a una svolta. Dopo mesi di interrogatori, analisi tossicologiche, sopralluoghi, confronti e verifiche sui rapporti personali della famiglia, gli investigatori tornano a scavare nel luogo nel quale una parte della vita di ciascuno di noi rimane conservata anche quando crediamo di averla cancellata: la memoria digitale.

                La domanda fondamentale, dunque, resta ancora aperta: come è arrivata la ricina nella casa di Pietracatella e chi sapeva della sua presenza?

                Per cercare la risposta gli specialisti proveranno a recuperare praticamente tutto ciò che i dispositivi possono raccontare, dalle ricerche online alle conversazioni, dagli alimenti annotati durante le feste di Natale alle fotografie, fino a quei metadati invisibili all’utente comune che potrebbero permettere di stabilire dove si trovava un dispositivo quando un determinato contenuto è stato creato o modificato.

                Se dentro quel computer o in una delle dieci pen-drive esiste ancora un frammento capace di spiegare che cosa accadde tra Natale e la morte di Antonella Di Ielsi e Sara Di Vita, adesso gli investigatori proveranno a trovarlo.

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