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Matilda De Angelis, tra libertà, “palle” e un po’ di terapia: “Recitare mi libera da ogni vergogna”

L’attrice 29enne non ha peli sulla lingua: dal nudo come “terapia” ai progetti scelti “per egoismo”. In un mondo di pressioni, la De Angelis tiene duro, anche se ogni tanto pensa a mollare i social.

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    Matilda De Angelis, 29 anni, carismatica e affermata a livello internazionale, è una di quelle attrici che non passa inosservata, non solo per il talento. Interprete dalla carriera fulminante, Matilda è diventata famosa non solo in Italia, ma anche all’estero, interpretando ruoli intensi e audaci come in The Undoing, dove ha recitato al fianco di Nicole Kidman e Hugh Grant, e più recentemente in Citadel: Diana, il successo mondiale che l’ha portata sotto i riflettori. Ma oggi, ciò che la porta a fare parlare di sé non sono tanto le sue performance cinematografiche, quanto il rapporto disinvolto che ha col suo corpo e con la libertà di esprimersi.

    “Sono a mio agio con l’usare tutta me stessa nel lavoro,” racconta con una naturalezza che lascia a bocca aperta. Quando si parla di scene di nudo, Matilda non ha dubbi: “Recitare mi dà la libertà di non vergognarmi, è terapeutico,” afferma. Una sicurezza conquistata con fatica, che la vede serena nell’utilizzare anche il nudo come espressione artistica: “C’è uno scollamento tra chi sono io e chi sono quando recito,” continua. Il set per lei è un luogo protetto, dove la vergogna sembra non esistere, uno spazio che le consente di esplorare sfaccettature di sé stessa e dare vita a personaggi complessi e sfidanti.

    Ma la strada per arrivare a questa sicurezza non è stata semplice. “Ho dovuto lavorare su me stessa, anche in terapia,” racconta, riferendosi alle pressioni continue che il mondo dello spettacolo le ha rovesciato addosso. D’altronde, come lei stessa ammette, la vita sotto i riflettori può essere spietata, e le critiche, in un ambiente così esigente, non mancano mai. “Ho sempre dovuto lavorare per ingrossarmi le spalle… e, se posso dirlo, anche le palle!” aggiunge con una risata, rivelando un lato ironico e combattivo che ha imparato a sfruttare per mantenere la sua serenità.

    Parlando di sé, Matilda ammette che ogni progetto lo sceglie con una punta di “egoismo”: “Scelgo i progetti pensando ai cavoli miei,” afferma, senza mezzi termini. Per lei, ogni ruolo rappresenta un’opportunità di crescita, ma è lei stessa a decidere cosa fa davvero per lei. “Non voglio rimanere intrappolata in ruoli comodi o di routine, preferisco rischiare.” Così, tra scene di nudo, ruoli complessi e battute sul set, l’attrice si è costruita una carriera solida che, al di là di qualsiasi critica, le ha permesso di esprimere un’identità autentica e libera.

    E a proposito di critiche, Matilda ha dovuto affrontare anche quelle legate alla sua immagine. Non ha mai nascosto di aver sofferto di acne, e sui social ne aveva parlato apertamente per sensibilizzare i suoi fan. Ma l’ondata di hater non si è fatta attendere: molti l’hanno attaccata proprio su questo aspetto, rendendo il suo rapporto con i social ancora più complicato. “L’acne mi ha fatto dannare e soffrire,” racconta, ma oggi è convinta che parlarne sia stata la scelta giusta. Tuttavia, la vicenda ha contribuito a prendere una decisione importante: ridurre la sua presenza online. “Meglio confrontarsi con le persone nel mondo reale. Non voglio essere alla mercé di tutti e farmi avvelenare la vita,” confessa.

    Nel mondo delle stelle, dove ogni dettaglio è esaminato al microscopio, Matilda De Angelis ha trovato il suo equilibrio. Si è costruita una corazza, tra uno scatto d’ira verso i social e un’invidiabile nonchalance sul set. E, nel frattempo, continua a scegliere ruoli che la rispecchiano e la rappresentano, senza filtri. Chi la conosce bene sa che Matilda non è il tipo che si nasconde dietro un’immagine perfetta: è autentica, diretta e, soprattutto, totalmente libera.

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      Personaggi

      Rachael Cavalli e la scelta del hard dopo quattro figli: “Sul primo set ho capito che era la mia vocazione”

      Arrivata a Los Angeles per inseguire la recitazione mainstream, Rachael Cavalli spiega perché ha scelto definitivamente il mondo hard: “Mi sono sentita subito nel posto giusto”.

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        Non sempre Hollywood porta dove si immaginava di arrivare. Lo racconta senza filtri Rachael Cavalli, che ha spiegato come il suo ingresso nell’industria pornografica sia nato quasi per necessità economica, trasformandosi poi in una scelta definitiva e consapevole.

        L’attrice ha raccontato di essere arrivata a Los Angeles con un obiettivo completamente diverso: lavorare nella recitazione mainstream. “In realtà sono venuta a Los Angeles per fare recitazione mainstream”, ha spiegato. L’idea iniziale era utilizzare il settore per adulti soltanto come soluzione temporanea per mantenersi.

        Ma le cose sono andate diversamente.

        “Nel cinema tradizionale condizioni pessime”

        Secondo il racconto di Rachael Cavalli, il mondo della recitazione tradizionale si sarebbe rivelato molto più duro e precario di quanto immaginasse.

        “Pensavo che sarei passata al settore per adulti solo per un breve periodo per tirare avanti”, ha raccontato. Poi però la delusione verso l’industria mainstream: “Era davvero terribile. Sul set a volte mi offrivano solo 150-200 dollari. C’erano condizioni molto pessime sia sul set che fuori”.

        Una descrizione che ribalta completamente l’immaginario glamour spesso associato ai primi passi nel cinema hollywoodiano.

        La proposta arrivata su Twitter

        La svolta sarebbe arrivata in modo semplicissimo: un contatto diretto sui social. “Qualcuno mi ha contattata su Twitter chiedendomi se stessi pensando di fare porno”, ha raccontato.

        E la risposta, a quanto pare, fu immediata: “Assolutamente”.

        Da lì il primo set e la sensazione che le avrebbe cambiato completamente prospettiva. “Anche sul mio primo set ho provato la sensazione: questo è il posto dove devo stare”.

        “Ho trovato la mia vera vocazione”

        La frase più forte del racconto arriva proprio alla fine: “Ho sentito di aver trovato la mia vera vocazione”.

        Una dichiarazione che racconta molto di come, negli ultimi anni, alcune figure dell’industria per adulti abbiano iniziato a descrivere il proprio lavoro non più soltanto come necessità economica o scelta estrema, ma come percorso professionale consapevole e identitario.

        Nel caso di Rachael Cavalli, il racconto assume anche un peso particolare perché arriva dopo la maternità e dopo una vita già molto distante dall’immagine stereotipata della giovane aspirante attrice appena arrivata a Los Angeles.

        E forse è proprio questo che colpisce di più: il modo diretto e quasi sereno con cui descrive una decisione che, ancora oggi, continua inevitabilmente a dividere l’opinione pubblica.

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          Personaggi

          Belén Rodriguez, l’abbraccio della tv dopo il ricovero: Matano, Barale e Barbara De Rossi contro odio e vergogna

          Alberto Matano, Barbara De Rossi, Paola Barale, Serena Bortone e Luisella Costamagna hanno parlato pubblicamente delle fragilità di Belén Rodriguez e del tema della depressione. Intanto Cecilia pubblica una frase che sembra dedicata alla sorella.

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            La notizia del ricovero di Belen Rodriguez ha colpito profondamente il mondo dello spettacolo e la televisione italiana. E dopo ore di commenti feroci e polemiche social, da molti programmi è arrivata finalmente una reazione completamente diversa: umana.

            A parlarne apertamente è stato Alberto Matano durante La Vita in Diretta. “Mandiamo un grande abbraccio a Belén, che si possa riprendere presto. Ci fa piacere che sia tornata a casa”, ha detto il conduttore. Poi una riflessione importante: “Mi stupisce che lei non abbia fatto mistero delle sue fragilità”.

            Una frase che racconta bene il nodo centrale di tutta questa vicenda: il coraggio, rarissimo nel mondo dello spettacolo, di mostrare anche la parte più fragile di sé.

            Barbara De Rossi: “La depressione si cura”

            Tra gli ospiti della trasmissione è intervenuta anche Barbara De Rossi, che ha scelto di parlare direttamente della propria esperienza personale.

            “La depressione è una cosa che si cura, bisogna parlarne senza vergogna e senza problemi. Io stessa ne ho sofferto”, ha dichiarato l’attrice.

            Parole importanti perché pronunciate senza retorica e senza quel tono paternalistico che spesso accompagna il tema della salute mentale in televisione.

            Paola Barale e Serena Bortone vicine a Belén

            D’accordo anche Paola Barale, che però ha sottolineato come non tutti abbiano voglia o capacità di esporsi pubblicamente quando attraversano momenti difficili.

            Molto affettuoso anche il messaggio di Serena Bortone: “Voglio mandare un abbraccio a Belén e dirle che l’aspetto a Rai Radio2”.

            Un invito semplice ma pieno di vicinanza umana.

            Luisella Costamagna contro gli haters

            Più duro invece l’intervento di Luisella Costamagna, che ha puntato il dito sia contro gli haters sia contro il giornalista di Vanity Fair che tempo fa aveva intervistato Belén nonostante, secondo molti, apparisse già in evidente difficoltà.

            Una critica che riapre inevitabilmente il tema dei limiti tra informazione, spettacolo e sfruttamento mediatico della fragilità.

            Il messaggio di Cecilia Rodríguez

            Nel frattempo anche Cecilia Rodriguez sembra aver voluto mandare un segnale alla sorella attraverso i social. Una sua storia Instagram con la frase “Abbi cura di ciò che si prende cura di te” è stata interpretata da molti come un messaggio silenzioso ma chiarissimo rivolto proprio a Belén.

            E forse, dentro tutta questa vicenda, è proprio questo il punto più importante: ricordarsi che dietro il personaggio pubblico esiste una persona vera. Con paure, fragilità e momenti di crollo che non dovrebbero mai diventare spettacolo.

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              Personaggi

              Belén, la vergogna siamo noi: dietro quei commenti c’è un Paese che non ha capito nulla della salute mentale

              La vicenda di Belén Rodríguez e le reazioni feroci online raccontano una verità inquietante: in Italia la salute mentale viene ancora derisa, soprattutto se a soffrire è una persona famosa e di successo.

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                Lo dico sinceramente: leggere certi commenti su Belén Rodríguez mi ha fatto schifo. Non indignazione social da due minuti, non la solita rabbia usa e getta che dura il tempo di una story. Schifo vero. Quello che ti resta addosso quando ti rendi conto che, dietro le campagne sulla salute mentale, dietro gli hashtag pieni di cuoricini e dietro le frasi motivazionali condivise sui social, esiste ancora un Paese che davanti alla fragilità ride. Peggio: gode.

                Mercoledì mattina una donna di 41 anni ha urlato aiuto dalla finestra di casa sua. I vicini hanno chiamato il 112. Sono arrivate le volanti, l’ambulanza, i vigili del fuoco. Per ore quella donna non è riuscita ad aprire la porta. Era agitata, confusa, in evidente difficoltà. Poi è stata accompagnata al Policlinico.

                Quella donna si chiama Belen Rodriguez. E improvvisamente, per una parte di questo Paese, la sofferenza è diventata una barzelletta.

                Se sei famosa, allora non hai diritto a stare male

                Perché è famosa, perché è bella. , perché è ricca. Perché è Belén.

                Ho letto commenti disgustosi. Gente che parlava di “sceneggiata”, di “ricerca di attenzione”, di “rottamazione”. Persone convinte che il dolore mentale abbia bisogno di una patente di autenticità. E quella patente, evidentemente, non viene concessa a chi ha successo.

                È questa la verità più orrenda che emerge da tutta questa storia: noi accettiamo la fragilità solo quando ci fa comodo. Solo quando la persona che soffre corrisponde all’immagine che consideriamo “degna” di compassione. Se sei povero, sfortunato, invisibile, allora il tuo dolore ci commuove. Se invece sei famoso, bello e hai soldi, allora no. Allora devi essere per forza un manipolatore, un narcisista, uno che “lo fa per visibilità”.

                La salute mentale non è una colpa

                È una forma di violenza culturale gigantesca, eppure ancora normalizzata.

                Nessuno direbbe mai a una persona colpita da un infarto: “Lo fai per attirare l’attenzione”. Nessuno guarderebbe un diabetico dicendo: “Con tutti i soldi che hai, come ti permetti di stare male?”. Eppure con la salute mentale succede continuamente. Ansia, depressione, attacchi di panico, crolli psicologici: tutto viene ridotto a debolezza, capriccio o spettacolo mediatico. Soprattutto se a viverli è qualcuno che il pubblico ha trasformato in personaggio.

                E Belén questa cosa l’aveva detta chiaramente già tempo fa. Aveva raccontato i suoi attacchi di panico, le sue fragilità, la paura di essere derisa proprio a causa della sua esposizione pubblica. E sapete qual è la parte più tragica? Che aveva ragione.

                Perché alla fine è successo esattamente questo.

                Il problema non è Belén. Siamo noi

                Io continuo a pensare che ci sia qualcosa di profondamente malato in una società che pretende empatia a comando ma poi si diverte davanti al crollo emotivo di una donna solo perché quella donna appare in televisione. Come se il successo cancellasse automaticamente il diritto di stare male. Come se soldi e notorietà fossero una specie di vaccino contro la sofferenza.

                Non lo sono. Non lo sono mai stati. La storia dello spettacolo è piena di persone bellissime, famose, idolatrate e profondamente infelici. Da Marilyn Monroe in poi avremmo dovuto impararlo. E invece siamo ancora qui, a misurare il dolore con il conto in banca.

                E allora forse il problema non è Belén. Forse il problema siamo noi.

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