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Pucci “sceglie” Corona contro Mediaset: il video virale, l’uscita pubblica e la serata evento 2026 che ora rischia di saltare

Dopo il caos pre-Sanremo, si riaccende un’altra miccia: Pucci, volto storico Mediaset, viene ripreso mentre prende posizione a favore di Fabrizio Corona nel suo scontro con il Biscione. Sullo sfondo, vecchie amicizie di casa Cologno e un rapporto che, secondo i retroscena, si sarebbe raffreddato dal 2021.

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    Da alcune ore gira in rete un video che, per chi lavora di televisione, vale più di dieci comunicati stampa: pochi secondi, una frase secca, e l’effetto domino è servito. Nel filmato, Andrea Pucci – il comico finito dentro l’ultimo caso pre-Sanremo – viene ripreso mentre prende posizione su un tema che, a Mediaset, non è esattamente un argomento da bar. Al contrario: è il tipo di questione che, quando entra in scena, fa scattare il riflesso condizionato di chi deve proteggere marchio, palinsesti e rapporti interni.

    Con Corona senza sé e senza ma

    Il punto è la frase. La clip mostra Pucci “dichiarare apertamente di schierarsi dalla parte di Fabrizio Corona nell’ambito della “personale guerra” che l’ex re dei paparazzi sembrerebbe aver scatenato contro Mediaset e alcuni dei suoi volti più noti.” E poi, il virgolettato che sta accendendo la miccia: “Questa volta do ragione a Corona”. Non è un’osservazione neutra, non è un mezzo sorriso, non è l’ambiguità comoda del “non entro nel merito”. È un posizionamento. E, detto “a margine di un suo spettacolo in teatro”, suona come una presa di distanza pubblica “all’azienda per la quale lavora da 30 anni”.

    Per Mediaset è un problema

    Qui nasce quello che, in un’azienda, non chiamano polemica ma “problema”: perché l’uscita non riguarda un tema astratto, riguarda uno scontro diretto con il gruppo che ti ha dato spazio, microfoni e prime serate. E infatti, secondo quanto anticipato da Grazia Sambruna, l’effetto più concreto potrebbe essere uno: “Un incidente diplomatico che rischia, come anticipato da Grazia Sambruna, di far saltare la serata evento di cui il comico avrebbe dovuto essere protagonista.”

    Serata che – dettaglio non irrilevante – era già stata messa in bacheca ai piani alti. “La serata era prevista — come annunciato da Pier Silvio Berlusconi in persona in occasione della presentazione degli ultimi palinsesti Mediaset — per la primavera del 2026.” Traduzione: non un’idea lanciata al vento, ma un titolo di progetto con data e cornice. Proprio per questo, un video virale che ti vede “voltare le spalle” all’azienda è il genere di cosa che non passa liscia. In tv puoi anche essere trasgressivo, ma devi esserlo nei confini del contratto non scritto: quello per cui lo show è show, e la casa è casa.

    Dentro questa storia, poi, c’è un altro livello. Quello dei rapporti personali e delle vecchie protezioni. “Pucci, per gli addetti ai lavori, non è solo un comico cui è capitato di lavorare per Mediaset. Si tratta di un attore che, fino al 2020 almeno, è rimasto sotto l’ala protettiva di uno dei pezzi grossi di Cologno Monzese: il direttore delle risorse artistiche Giorgio Restelli.” E qui il racconto si fa più preciso: “Cene, viaggi, serate mondane condivise con le rispettive compagne: sono tantissime le occasioni che i due hanno vissuto negli anni, tanto che lo stesso Pucci, condividendo su Instagram alcune foto scattate con il manager, lo definiva un “fratello”.”

    È il classico tipo di legame che in televisione conta più del curriculum: un rapporto stretto, visibile, quasi esibito. E infatti arrivano anche gli esempi concreti: “Addirittura, all’epoca della partenza di Big Show, lo spettacolo di Pucci in onda su Italia1 nel 2017, il comico ottenne la possibilità di sponsorizzare il suo programma al Grande Fratello (all’epoca condotto da Ilary Blasi) e ad accompagnarlo nel suo viaggio verso la casa romana di Cinecittà fu proprio Restelli.” È la fotografia di un’epoca in cui Pucci, più che un semplice volto, era un investimento sostenuto e accompagnato.

    Poi, però, qualcosa cambia. E nel testo la domanda arriva come una porta socchiusa che fa entrare aria fredda: “Ma di questo rapporto tanto esibito, a un certo punto, si perdono le tracce.” Non è solo una sensazione: “Restelli sparisce dalle foto private condivise da Pucci sul suo profilo e lo stesso accade con Priscilla Prado, moglie brasiliana di Pucci, che smette improvvisamente di pubblicare su Instagram le foto della sua amicizia con Sara Testa, compagna di Restelli.” E dunque: “Che cosa è accaduto tra i due a partire dal 2021?” Domanda legittima, perché in questo ambiente la sparizione dalle foto non è gossip: spesso è un comunicato non firmato.

    E qui il pezzo aggancia il nodo più delicato, quello che rende la clip non solo “un’uscita” ma un segnale potenzialmente interno: “È a causa di questo rapporto e della possibile crisi che avrebbe allontanato Pucci dal manager che il comico ha pubblicamente dato ragione a Corona (che ha parlato anche del direttore Restelli) contro Mediaset?” È una dinamica che, se vera, avrebbe il sapore della resa dei conti travestita da battuta.

    Nel frattempo, l’eco della “guerra” citata nel testo continua ad allungare ombre: “Nel corso di una delle puntate di Falsissimo durante le quali Corona si è scagliato contro Mediaset, è stato lo stesso Fabrizio a fare apertamente il nome di Restelli […] descritto da Corona come un tombeur de femmes.” Il passaggio è riportato così, con l’ellissi, e basta per far capire perché in azienda l’argomento venga maneggiato con le pinze: perché quando entrano in gioco nomi e ruoli, la faccenda non è più “comicità”.

    Infine c’è “una nota di colore relativa a Restelli” che, anche qui, ha il compito di far capire quanto il nome sia circolato, e in quali contesti: “il suo nome compare all’interno di un articolo pubblicato da Dagospia nel 2024.” E ancora: “Il sito di Roberto D’Agostino aveva annunciato che proprio il direttore sarebbe stato convocato dagli avvocati di Francesco Totti nell’ambito del processo per la separazione da Ilary Blasi.” Con la chiosa: “Restelli non sarebbe mai andato in tribunale, limitandosi a far pervenire una dichiarazione nella quale spiegava che il rapporto con Blasi sarebbe stato unicamente di natura professionale.”

    Morale (che non è una morale): a volte non serve una denuncia, non serve una smentita, non serve nemmeno una conferenza stampa. Basta un video che gira “da diverse ore”, una frase come “Questa volta do ragione a Corona”, e la televisione torna quella che è sempre stata: un posto in cui ogni parola pesa, soprattutto quando la pronunci contro casa tua. Se poi “la serata evento” salterà davvero, lo diranno i prossimi giorni. Ma una cosa è già chiara: questo non è più un caso da social. È una grana da palinsesto.

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      Úrsula Corberó diventa mamma: fiocco a Barcellona per la “Tokyo” de La Casa di Carta e Chino Darín

      Úrsula Corberó, celebre per il ruolo di Tokyo ne La Casa di Carta, è diventata mamma. L’attrice ha partorito a Barcellona insieme al compagno Chino Darín. Un lieto evento per una coppia molto unita, lontana dai riflettori ma amatissima dal pubblico.

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        Úrsula Corberó è diventata mamma. L’attrice spagnola, resa celebre in tutto il mondo per il ruolo di Tokyo nella serie cult La Casa di Carta, ha dato alla luce il suo primo figlio a Barcellona, insieme al compagno Chino Darín. Una notizia che ha fatto rapidamente il giro dei media spagnoli e dei fan internazionali, da sempre molto legati alla coppia.

        Il parto è avvenuto nella città catalana, dove i due vivono parte dell’anno. Nessuna messa in scena da copertina, nessun annuncio roboante: la coppia ha sempre scelto una comunicazione misurata, lontana dall’eccesso social che spesso accompagna i grandi nomi dello spettacolo.

        Dalla Tokyo ribelle alla maternità

        Per milioni di spettatori, Úrsula Corberó resterà sempre Tokyo, la voce narrante e l’anima ribelle della banda nella serie che ha conquistato Netflix e trasformato una produzione spagnola in fenomeno globale. Ma nella vita privata l’attrice ha sempre mantenuto un profilo diverso, più riservato, concentrato sul lavoro e sugli affetti.

        La maternità segna un passaggio importante anche simbolicamente: dalla figura iconica e impulsiva della serie a una nuova fase personale, più intima e protetta.

        Una coppia solida e discreta

        Úrsula Corberó e Chino Darín stanno insieme da anni e sono considerati una delle coppie più solide del panorama cinematografico ispano-argentino. Lui, attore argentino, ha costruito una carriera parallela tra cinema e televisione, mantenendo però una forte identità artistica autonoma rispetto alla fama internazionale della compagna.

        I due hanno sempre difeso la loro privacy, concedendo poco spazio al gossip e privilegiando apparizioni pubbliche legate a eventi professionali. Anche l’arrivo del primo figlio si inserisce in questa linea: un evento felice, vissuto con discrezione.

        Nuovo capitolo, lontano dai riflettori

        Per Úrsula Corberó si apre ora un nuovo capitolo personale, mentre la sua carriera internazionale continua tra progetti cinematografici e collaborazioni importanti. L’immagine di Tokyo con la tuta rossa e la maschera di Dalí resta iconica, ma oggi a Barcellona c’è un’altra storia che comincia.

        E stavolta non c’è una rapina da pianificare, ma una famiglia che cresce.

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          “Due grandi progetti” e l’ombra di un partito: Corona rilancia “Falsissimo” e fa crescere le voci di una discesa in campo

          Annuncia nuove puntate e parla di “progetti” per essere “liberi dagli attacchi”. Intanto, tra scontri, censure e numeri social, l’ipotesi politica riprende quota. Lui esclude la candidatura, non l’idea di “un partito o di un movimento”. Sullo sfondo: il caso Signorini, i rapporti con i Berlusconi e l’ipotesi di un “battitore libero” capace di intercettare l’astensione.

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            Fabrizio Corona torna a fare ciò che gli riesce meglio: occupare la scena. Questa volta con una mossa doppia, che tiene insieme contenuto e messaggio, piattaforma e ambizione. Da un lato, il ritorno operativo di “Falsissimo” su YouTube e l’annuncio di un nuovo episodio. Dall’altro, un’espressione che sembra fatta apposta per alimentare il chiacchiericcio politico: “due nuovi grandi progetti”. E soprattutto una promessa che suona come un teaser da campagna elettorale, anche se non lo è (ancora): “stiamo lavorando a due nuovi grandi progetti che ci possano rendere liberi dagli attacchi di qualsiasi potere”.

            Sta davvero per candidarsi?

            Il punto, in questa fase, non è tanto capire se Corona stia davvero per candidarsi, quanto osservare come stia costruendo l’idea che potrebbe farlo. Perché lui stesso, nelle scorse settimane, ha tagliato corto sull’ipotesi della candidatura, ma ha lasciato aperta la porta alla cosa più grossa e più lunga: la creazione di un contenitore. A Cronache Maceratesi, l’1 febbraio, ha messo la frase che oggi torna a circolare come un gancio: “un partito o di un movimento, sto decidendo”. Nessuna data ufficiale, nessun programma, nessuna struttura dichiarata. Però un nome già pronto, perfetto per diventare etichetta, slogan, brand: “Falsissimo”.

            Caso Signorini

            Il terreno su cui questa suggestione attecchisce è quello, già caldo, degli ultimi mesi: polemiche, scontri, sospensioni social, video rimossi, un’attenzione mediatica che non si spegne neppure quando dovrebbe. Il “caso Alfonso Signorini” e lo scontro con la famiglia Berlusconi hanno fatto da detonatore, e la rimozione di contenuti o la sospensione di profili – comunque la si legga – ha prodotto l’effetto classico della comunicazione contemporanea: ha trasformato una vicenda in racconto identitario. C’è chi lo critica e chi lo esalta, ma intanto i numeri diventano argomento politico prima ancora che mediatico, perché finiscono per essere presentati come “consenso”.

            Serate in discoteca

            A rafforzare questa narrazione contribuisce anche l’altra faccia della macchina Corona: le serate in discoteca, i video che circolano, la costruzione di una comunità che si muove tra intrattenimento e militanza emotiva. Un pubblico giovane, molto digitale, spesso più presente online che ai seggi. Ed è qui che l’ipotesi politica smette di essere folclore e inizia a essere scenario: l’obiettivo, secondo il ragionamento che rimbalza da settimane, non sarebbe tanto pescare nei bacini tradizionali dei partiti, quanto puntare su chi ha smesso di votare, su chi si è chiamato fuori e ora potrebbe rientrare “per protesta” o per appartenenza a un personaggio.

            In questo senso, la frase pronunciata a gennaio fuori dal Tribunale di Milano diventa quasi un manifesto, perché contiene insieme potenza e minaccia, audience e rivalsa: “Faccio 70 milioni di interazioni, più di un partito. Se mi chiudono fondo una lista civica, vinco le elezioni e comando tutti, anche la magistratura”. È un’esagerazione? È una provocazione? È un’iperbole da personaggio? Probabile. Ma è anche, nel suo linguaggio, la dichiarazione che il potere oggi passa per la visibilità e che la visibilità può diventare struttura.

            C’è poi un dettaglio che alimenta ulteriormente le voci: Corona, nei giorni scorsi, ha parlato di una “rivoluzione a metà marzo”, senza entrare nei particolari. Il tipo di frase che, da sola, non dice nulla ma invita tutti a riempire il vuoto. E sui social il vuoto non resta vuoto: viene occupato da ipotesi, ricostruzioni, retroscena, nomi.

            Tra questi nomi torna ciclicamente Mario Adinolfi, che negli ultimi tempi ha difeso Corona e ha parlato di censura. Lo stesso Adinolfi avrebbe evocato un’alleanza immaginifica, quasi da slogan: “Songo un tridente Adinolfi-Vannacci-Corona”. È un’ipotesi che fa rumore perché mette insieme mondi diversi e perché arriva mentre Roberto Vannacci con Futuro Nazionale è già al centro di incastri parlamentari e proiezioni elettorali. Ma, proprio per questo, resta più suggestione che architettura: Corona, per come si muove e per come si racconta, difficilmente accetterebbe un ruolo da comprimario.

            Se davvero il “partito Falsissimo” dovesse prendere forma, sarebbe quindi più plausibile immaginarlo come un progetto personale, cucito su misura, con una logica da piattaforma più che da sezione di partito: un leader che non necessariamente si candida, ma orienta, incendia, trascina, detta l’agenda e sceglie i volti. Un modello che in Italia abbiamo già visto nella genesi di movimenti nati fuori dai palazzi, con la differenza che qui la benzina è la cronaca social, non una rete territoriale.

            Resta, infine, un’altra traccia che mostra come la tentazione politica non sia nuova. Nel 2012 Corona diceva di stimare Matteo Renzi e aggiungeva: “Gli direi che in un futuro mi piacerebbe fare politica. Imparerei da lui perché da tutte le persone c’è da imparare, poi quello che avrei imparato lo userei magari nei miei progetti”. La risposta di Renzi, affidata al portavoce di allora, fu una porta chiusa senza diplomazie: “Nessuno gli chiederà di far politica con noi. Per noi infatti la politica è una cosa seria”.

            Oggi, a distanza di anni, la domanda non è se la politica sia “seria”. La domanda è quanto sia permeabile. E quanto un personaggio capace di produrre rumore, numeri e polarizzazione possa trasformare quel rumore in struttura. Corona intanto torna su YouTube, rilancia “Falsissimo” e parla di “due grandi progetti”. Il resto, per ora, è un’ipotesi che cammina sulle gambe migliori che esistano nel 2026: l’attenzione e la curiosità.

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              “I miei fan? Stupidi”: Fabrizio Corona lo dice in tv. E a questo punto dobbiamo credergli

              In un’intervista alla televisione svizzera, Fabrizio Corona definiva “stupidi” i suoi stessi follower, spiegando che il guadagno nasce dal vendere contenuti a chi lo segue senza spirito critico. Una dichiarazione che oggi suona come una confessione.

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                Che Fabrizio Corona non abbia mai avuto particolare stima del suo pubblico non è una novità. La differenza, questa volta, è che lo ha detto lui. Senza filtri, senza ambiguità, senza nemmeno la solita ironia di copertura. Un anno fa, intervistato dalla televisione svizzera, Corona spiegava con brutalità chirurgica come funziona il suo rapporto con i follower. E il ritratto che ne usciva non era lusinghiero.

                “I numeri li fai guadagnando, vendendo agli stupidi che ti seguono”, diceva. Poi affondava il colpo: “Perché la maggior parte delle persone che seguono questa cosa, la massa, sono tutti stupidi”. Non haters, non critici, non avversari. I suoi. I fan. Quelli che cliccano, pagano, condividono.

                La teoria Corona: massa, numeri, incassi
                Nessuna invettiva emotiva, nessuno scatto d’ira. Al contrario: Corona parlava con la calma di chi sta spiegando un modello di business. Secondo la sua visione, il successo non nasce dal contenuto, ma dal meccanismo. Più la massa è acritica, più è monetizzabile. Più è rumorosa, più produce valore economico.

                Una dichiarazione che ribalta la retorica classica dell’influencer riconoscente al proprio pubblico. Qui non c’è gratitudine, non c’è comunità. C’è un mercato. E dall’altra parte del bancone, parole sue, ci sono “stupidi”.

                Quando la confessione vale più dell’accusa
                La cosa interessante è che non siamo davanti a un’accusa mossa da terzi, né a un’inchiesta, né a una ricostruzione ostile. È una definizione auto-inflitta. Se lo dice Corona, verrebbe da pensare, perché non dovremmo credergli? In fondo è sempre stato il primo a rivendicare lucidità, cinismo, capacità di leggere il sistema mediatico meglio degli altri.

                Il punto, semmai, è un altro: quanti di quelli che oggi lo seguono, lo difendono, lo rilanciano, hanno ascoltato davvero quelle parole? E quanti, ascoltandole, hanno deciso che andava bene lo stesso?

                Il cortocircuito perfetto
                Il paradosso è tutto qui. Corona costruisce consenso dicendo apertamente di disprezzarlo. E il consenso non solo regge, ma cresce. È il cortocircuito definitivo del personaggio: dire la verità più scomoda possibile e scoprire che non cambia nulla. Perché la macchina, una volta avviata, non ha più bisogno di rispetto reciproco.

                Alla fine resta una frase che pesa come un macigno e che oggi, riascoltata, suona meno come una provocazione e più come un manifesto. I fan? Stupidi. Se lo dice lui, forse, conviene smettere di far finta di niente.

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