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Davide Bonolis e Sophia Berto: nuovo flirt in arrivo a Ballando con le Stelle? I gossip scaldano la rete!

Il figlio del noto conduttore Paolo Bonolis e la ballerina Sophia Berto stanno facendo parlare di sé. Ma tra le luci della ribalta, è davvero scoccata la scintilla?

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    Il palco di Ballando con le stelle è sempre stato un palcoscenico di emozioni, spettacolo e, a volte, anche di amori nascosti. Quest’anno, però, i riflettori non si sono accesi solo per le esibizioni dei concorrenti, ma anche per le storie d’amore che sembrano germogliare tra un passo di danza e l’altro. Dopo Sonia Bruganelli e il ballerino Angelo Madonia, un nuovo flirt sembra sbocciare tra Davide Bonolis e Sophia Berto.

    A far scatenare le ipotesi su una possibile relazione tra Davide Bonolis, figlio del noto conduttore Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli, e la giovane ballerina Sophia Berto, è stata un’immagine condivisa sui social. Nell’immagine, i due appaiono vicini, e la loro complicità è subito saltata agli occhi dei più attenti. Un’immagine che, seppur innocente, ha fatto sussultare il mondo del gossip.

    Durante una recente puntata di Domenica In, l’opinionista Rossella Erra ha fatto un accenno intrigante: “A Ballando con le stelle c’è un’altra coppia che sta nascendo”, ha dichiarato, aggiungendo un velo di mistero. “Mi accerterò che le situazioni siano sistemate e poi ve lo dirò”,

    Chi è Sophia Berto
    Sophia Berto, ballerina, ha guadagnato il pubblico con le sue performance. In coppia con il campione olimpico Tommaso Marini, Sophia ha brillato durante le gare, ma è stato il suo successo in altri format televisivi come Ballando on the Road e Ballando con te a portarla alla ribalta. Il suo ingresso in Ballando con le stelle è stato un naturale passo in avanti, ma la sua presenza ha anche suscitato l’interesse del pubblico per la sua vita privata, che ora sembra essere al centro delle attenzioni, soprattutto in seguito alle voci che la vedono coinvolta con Davide Bonolis.

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      Chappell Roan e il look dei Grammy che divide: “Non era così scandaloso. Esercitate il libero arbitrio”

      Il vestito sembrava lasciare il seno scoperto, ma in realtà prevedeva copricapezzoli protesici color pelle. La cantante minimizza le accuse e rilancia: libertà di scelta e ironia.

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        Sul red carpet dei Grammy 2026 è bastato un abito per trasformare Chappell Roan nel tema più discusso della serata. Non per una performance o per un discorso, ma per un look definito da alcuni “troppo spinto” e da altri semplicemente coerente con la sua estetica pop, teatrale e provocatoria.

        Al centro della polemica c’è l’impressione, per molti spettatori, che la cantante fosse a petto nudo. Un effetto ottico che ha scatenato commenti, critiche e accuse di voler scioccare a tutti i costi. Roan, però, ha risposto senza toni difensivi: «Secondo me non era nemmeno così scandaloso. Consiglio a tutti di esercitare il proprio libero arbitrio, è davvero divertente». Una replica che ridimensiona la polemica e la riporta sul terreno della scelta personale.

        Le reazioni social e il sostegno delle star
        Come spesso accade, la discussione si è spostata rapidamente sui social. Tra chi parlava di “eccesso gratuito” e chi difendeva il diritto di una popstar di giocare con immagine e sensualità. A schierarsi dalla parte di Roan sono arrivate anche colleghe del mondo dello spettacolo, tra cui Dove Cameron e Dita Von Teese, che hanno apprezzato la sua risposta e il suo approccio libero all’estetica.

        Il dibattito, in fondo, segue un copione già visto: quando una donna usa il proprio corpo come parte del linguaggio artistico, la reazione pubblica si divide sempre tra chi legge emancipazione e chi vede provocazione.

        Come funzionava davvero l’abito
        A chiarire l’aspetto tecnico è stata la truccatrice di Roan, Sasha Glasser, in un’intervista ad Allure. L’effetto “nudo” era costruito con precisione: la cantante indossava copricapezzoli protesici dipinti della stessa tonalità della sua pelle, realizzati dal brand Out of Kit. Nessuna nudità reale, quindi, ma un lavoro di make-up e styling studiato per creare un’illusione visiva.

        Glasser ha anche raccontato che i tatuaggi sul petto e sulla schiena sono stati decisi all’ultimo minuto, tanto che la notte precedente ai Grammy è stata dedicata alla stampa e alla preparazione dei dettagli. Un lavoro artigianale più che una provocazione improvvisata.

        Pop, immagine e libertà di scelta
        Il caso Chappell Roan dice qualcosa di più ampio sul pop contemporaneo: l’immagine è parte integrante del racconto artistico. I red carpet sono palcoscenici tanto quanto il palco vero e proprio, e ogni scelta visiva diventa messaggio.

        Roan, dal canto suo, non sembra intenzionata a cambiare registro. La sua risposta non cerca di placare gli hater, ma di spostare la responsabilità sullo sguardo di chi guarda. In altre parole: scegliere come apparire è suo diritto, scegliere come reagire è diritto degli altri.

        E in mezzo, come sempre, c’è il rumore dei social che amplifica tutto.

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          «Se continuano così Corona diventa Robin Hood»: parla l’avvocato Chiesa

          o storico avvocato di Fabrizio Corona, parla di libertà di parola, diffamazione, censura preventiva e prepara il terreno a uno scontro legale che va ben oltre il destino dell’ex re dei paparazzi.

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            «Se continuano così Fabrizio Corona diventa Robin Hood». La frase non è una provocazione social né una battuta da talk show, ma la sintesi di una strategia difensiva che promette di trasformarsi in uno scontro giudiziario di lunga durata. A pronunciarla è Ivano Chiesa, avvocato che da anni assiste Fabrizio Corona, intervenuto nel podcast Gurulandia per commentare il provvedimento del Tribunale di Milano che ha imposto all’ex agente fotografico il divieto di diffondere contenuti ritenuti diffamatori nei confronti di Alfonso Signorini e ha portato al blocco di due puntate di Falsissimo.

            Secondo Chiesa, quella decisione rappresenta molto più di una misura cautelare su un singolo caso: «È un precedente non solo pericoloso, ma potenzialmente un boomerang per chi l’ha messo in piedi». Il cuore del problema, spiega il legale, non è la natura del format di Corona né il fatto che Falsissimo non sia una testata giornalistica, ma un nodo più profondo e scivoloso: chi decide, prima della pubblicazione, che cosa sia diffamatorio e che cosa no.

            Nel corso dell’intervista, Chiesa richiama direttamente l’articolo 21 della Costituzione e ribadisce un principio che considera non negoziabile: il diritto di cronaca come conseguenza diretta della libertà di parola. «È una delle libertà più importanti, davanti alla quale altri diritti costituzionalmente garantiti cedono il passo», sostiene. Ed è proprio su questo punto che individua la “frattura” introdotta dal provvedimento del giudice, una frattura che rischia di estendersi ben oltre il caso Corona.

            L’avvocato contesta anche l’idea che la questione ruoti attorno alla mancanza di una qualifica giornalistica del progetto: «Se prendo gli stessi contenuti e li affido a una testata, diventano leciti? No. Il giudice dice che si applicano gli stessi principi perché si tratta di diritto di parola». Un passaggio che, nella lettura di Chiesa, apre scenari imprevedibili per tutto il sistema mediatico italiano, comprese trasmissioni televisive storicamente abituate a muoversi sul filo della satira e dell’inchiesta. Non a caso cita programmi come Striscia la Notizia e Le Iene, ricordando di aver assistito in passato numerosi soggetti che si erano sentiti danneggiati dai loro servizi: «Adesso ho uno strumento in più», osserva.

            Nonostante la critica frontale alla decisione del Tribunale di Milano, Chiesa sottolinea di aver invitato il suo assistito a rispettarla scrupolosamente. «Giusto o sbagliato che sia, va rispettata», racconta, spiegando che il divieto non riguarda il parlare di Signorini in assoluto, ma il farlo in termini diffamatori. Una distinzione che, secondo il legale, è tutto fuorché semplice: «Chi stabilisce prima che cosa è diffamatorio o no?». È qui che si annida, a suo avviso, il vero corto circuito giuridico.

            Nel ragionamento dell’avvocato rientra anche la natura delle accuse mosse da Corona. La diffamazione, ricorda, è punita nella maggior parte dei casi con una sanzione pecuniaria e diventa penalmente più grave solo in presenza di affermazioni palesemente false e gravemente lesive, come l’attribuzione infondata di reati a un magistrato. Diverso, sostiene Chiesa, sarebbe il caso di Signorini, accusato di fatti che rientrerebbero in un procedimento penale aperto: «La gente ha diritto di sapere», afferma, distinguendo tra la sfera privata e l’ipotesi di condotte penalmente rilevanti.

            Il fronte dello scontro, però, non si limita alle aule di giustizia. Dopo il blocco delle prime puntate per ordine del giudice, anche l’episodio 21 di Falsissimo è stato oscurato a seguito di uno strike per copyright richiesto da Mediaset. Una mossa che Chiesa definisce «interessante» e che ammette di non aver mai visto prima in casi simili: «La userò in futuro», dice, riconoscendo implicitamente che la battaglia si sta spostando anche sul terreno tecnico e procedurale delle piattaforme digitali.

            È in questo contesto che l’avvocato parla apertamente di «una battaglia giudiziaria potentissima». A suo dire, Mediaset starebbe utilizzando «tutti gli strumenti leciti e legali a disposizione», compresa la strada del copyright, forte di un apparato legale di alto livello. La replica di Corona, almeno nelle intenzioni del suo difensore, non sarà arretrare ma reggere l’urto, anche a costo di pagare un prezzo personale elevato.

            Chiesa si mostra tranquillo anche rispetto alle verifiche avviate dall’Agcom sul canale YouTube di Corona: «Facciano quello che devono fare», commenta, minimizzando l’impatto immediato. Il punto, ribadisce, è un altro: la censura preventiva non può diventare una prassi accettata. «Se io ti diffamo, tu mi fai causa. Se ho sbagliato, vengo condannato. Ma bloccare prima non può passare», dice, rivendicando una posizione che dichiara di sostenere prima ancora che da avvocato di Corona, da cittadino.

            Nel corso dell’intervista emerge anche il rapporto personale tra i due, raccontato con toni a metà tra l’ironia e la complicità. Chiesa descrive Corona come un uomo «molto intelligente», cambiato dagli anni e dalle esperienze giudiziarie, ma ancora animato da una spinta fuori dagli schemi. «La sua forza è non dover rendere conto a nessuno», afferma, spingendosi fino a immaginare uno scenario paradossale in cui l’ex re dei paparazzi, stretto tra divieti e querele, finisca per incarnare una figura da ribelle popolare. Da qui la metafora di Robin Hood.

            Intanto Corona continua a muoversi sul fronte social. Dopo la chiusura dei suoi profili da parte di Meta, ha aperto nuovi account su Instagram e YouTube, annunciando l’intenzione di andare avanti. Il ritorno temporaneo del profilo “originale”, durato poche ore prima di una nuova sospensione, ha aggiunto ulteriore tensione a una vicenda già incandescente. E in serata è arrivata l’ennesima escalation: una causa civile da 160 milioni intentata da Mediaset e da numerosi volti dell’azienda, da Maria De Filippi a Ilary Blasi, da Gerry Scotti a Samira Lui.

            Come finirà è impossibile dirlo. Di certo, però, la vicenda ha già superato i confini del personaggio Corona per diventare un caso che interroga il sistema mediatico, il rapporto tra giustizia e informazione e il limite sottile tra tutela della reputazione e libertà di parola. La partita è appena iniziata. E promette di essere lunga, rumorosa e carica di conseguenze che andranno ben oltre Falsissimo.

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              Ritorno di fiamma con freno a mano: Alba Parietti e Fabio Adami brindano alla riconciliazione, ma lei torna ai Parioli

              Avvistati prima in atteggiamenti teneri e poi a tavola nel ristorante romano La Barchetta, Alba Parietti e Fabio Adami sembrano aver ritrovato l’armonia. Ma la showgirl, con cautela tutta piemontese, avrebbe scelto di rientrare nella sua casa ai Parioli.

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                Il copione è quello classico delle storie che non vogliono finire davvero. Dopo essere stati avvistati alla stazione di Milano in atteggiamenti inequivocabilmente teneri, Alba Parietti e Fabio Adami sono riapparsi insieme pochi giorni dopo a Roma, seduti a un tavolo del ristorante La Barchetta, storico ritrovo dell’amica di lei.

                Attorno, un piccolo coro di amici comuni, calici alzati e sorrisi che sanno di benvenuto ufficiale. Il brindisi, raccontano i presenti, era chiaramente dedicato alla loro riconciliazione. Non una cena qualunque, ma una di quelle serate in cui si celebra un “di nuovo insieme” senza bisogno di proclami.

                Lui innamorato, lei con il freno tirato
                Si mormora che Adami si dichiari ancora perdutamente innamorato, convinto che certi legami, anche quando si spezzano, sappiano sempre ritrovare la strada. Alba, invece, avrebbe scelto una linea più misurata. Nessuna fuga romantica, nessuna convivenza bis, almeno per ora.

                La Parietti, con quella prudenza tutta torinese che negli anni è diventata quasi una cifra stilistica, avrebbe deciso di tornare comunque nella sua casa ai Parioli. Un gesto che dice molto più di mille dichiarazioni: il sentimento può anche esserci, ma l’indipendenza resta una priorità non negoziabile.

                La saggezza dell’esperienza
                Chi la conosce bene giura che non si tratti di freddezza, ma di esperienza. Dopo tanto vissuto pubblico e privato, Alba sembra applicare alla lettera una regola non scritta: i ritorni di fiamma si gustano un passo alla volta. Senza slanci avventati, senza promesse affrettate.

                Per ora, dunque, la coppia si concede cene, sorrisi e complicità ritrovata. Ma ognuno torna a casa propria. Perché, come insegnano i saggi – e come Alba sembra sapere benissimo – fidarsi è bene. Non fidarsi è meglio.

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