Animali
Perché i gatti graffiano i mobili? Questa volta ve lo spiega la scienza…
Capire il comportamento dei felini: perché i gatti graffiano i mobili e come gestirlo al meglio. Graffiare è un comportamento normale per i gatti: mantiene sani i loro artigli, li aiuta a marcare il territorio e consente loro di comunicare con altri gatti
Graffiare è un comportamento naturale per i gatti, legato a istinti di marcatura territoriale, esercizio e cura degli artigli. Questo comportamento, però, può risultare problematico per i proprietari quando i mobili diventano bersagli. La scienza suggerisce che i gatti graffiano per lasciare segni visibili e olfattivi grazie alle ghiandole presenti nelle zampe. Inoltre, graffiare aiuta a mantenere gli artigli in buone condizioni.
Per i proprietari di gatti, i fili tirati e i piccoli strappi su cuscini, tappeti e divani sono quasi inevitabili. L’istinto felino di graffiare è innato e su questo c’è poco da fare. Anche i tiragraffi a volte non bastano per deviare questo comportamento naturale. Alcuni gatti continueranno a fare danni su oggetti considerati inappropriati, percependo questa situazione come un problema comportamentale, portando spesso a interventi non adeguati.
Cosa li fa graffiare di più?
Per aiutare a comprendere meglio questo comportamento, i ricercatori dell’Università di Ankara, in Turchia, hanno intervistato 1.200 proprietari di gatti in Francia. Hanno scoperto che la presenza di bambini in casa, alti livelli di gioco e attività notturne, così come i tratti di personalità più aggressivi dei gatti, contribuiscono a un graffio eccessivo. “Alcuni fattori come la presenza di bambini in casa, i tratti della personalità dei gatti e i loro livelli di attività hanno un impatto significativo sulla portata del comportamento di graffiare”, spiega la ricercatrice Yasemin Salgirli Demirbas.
Come intervenire per salvare i mobili?
I risultati della ricerca sono stati pubblicati su Frontiers in Veterinary Science e forniscono alcuni suggerimenti per ridurre i graffi indesiderati. La prima cosa da fare è posizionare tiragraffi nelle aree frequentate dai gatti o vicino ai loro punti di riposo preferiti. Inoltre, è importante fornire nascondigli sicuri, posti alti da cui i gatti possano sorvegliare il loro regno e tanto gioco che imiti scenari di caccia, riducendo così il loro livello di stress.
Casa a misura di gatto
“Mentre alcuni fattori che favoriscono i graffi, come la personalità del gatto o la presenza di bambini, non possono essere cambiati, altri sì. Ecco perché i nostri risultati possono aiutare i caregiver a gestire e reindirizzare i graffi verso materiali appropriati, il che potrebbe contribuire a promuovere un ambiente di vita più armonioso”, conclude l’esperta. Comprendere le motivazioni emotive sottostanti al comportamento di graffiare, come la frustrazione, che sembrano essere collegate a tratti della personalità e fattori ambientali, consente ai caregiver di affrontare questi problemi direttamente.
Per gestire il graffiare dei gatti, è consigliabile fornire tiragraffi o superfici alternative attraenti e posizionarli vicino alle zone già prese di mira dal gatto. Utilizzare materiali diversi può aiutare a trovare quello preferito dal proprio felino. È fondamentale premiare il gatto quando usa le superfici appropriate e non punirlo per il comportamento naturale. Coperture temporanee sui mobili e l’uso di deterrenti sicuri possono proteggere l’arredamento. Inoltre, mantenere gli artigli del gatto curati e corti riduce il danno. Infine, l’addestramento positivo è la chiave per una convivenza armoniosa, incoraggiando il gatto a preferire i tiragraffi ai mobili.
Scoprire come affrontare questo comportamento è essenziale per migliorare la convivenza tra gatti e proprietari, proteggendo al contempo l’arredamento domestico.
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Animali
L’animale domestico al posto del figlio: la scelta di vita di quattro giovani su dieci che rivoluziona la famiglia
Tra motivazioni economiche e ricerca di minore responsabilità, la genitorialità animale conquista Millennial e Gen Z sia negli Stati Uniti sia in Italia.
Il concetto di famiglia tradizionale sta subendo una mutazione radicale e l’affetto per gli amici a quattro zampe ha superato i confini della normale compagnia domestica per trasformarsi in una vera e propria genitorialità animale. Secondo i dati dello studio State of Pets 2026 condotto da The Harris Poll, ben 4 americani su 10 sceglierebbero senza esitazioni di accogliere un animale domestico piuttosto che avere un figlio, mentre appena il 21% opterebbe per la nascita di un bambino.
I comportamenti delle giovani generazioni tra eredità e vita di coppia
La tendenza assume proporzioni ancora più marcate tra i giovani, con il 55% di Millennial e appartenenti alla Gen Z che ha già pianificato la propria esistenza attorno a un pet. Questa profonda rivoluzione culturale trova riscontro anche nei comportamenti concreti: il 54% delle giovani generazioni lascerebbe un’eredità al proprio animale e quasi la metà dei proprietari single, esattamente il 49%, ha dichiarato di aver rinunciato alla ricerca di un partner sentimentale affidandosi esclusivamente all’affetto del proprio amico peloso.
Le motivazioni economiche e il confronto tra le diverse leve decisionali
Le ragioni che spingono a preferire la compagnia di cani e gatti sono molteplici e ben strutturate. L’indagine evidenza che il 45% delle persone non si sente nella fase di vita adatta per accogliere un bambino, il 35% apprezza la maggiore semplicità di gestione, il 32% punta su un minore impatto economico, il 28% cerca una minore responsabilità e il 24% compie la scelta consapevole di restare senza figli.
Il report sulla pet-parenthood generazionale di Rover conferma che il 66% della Gen Z considera il proprio pet un figlio a tutti gli effetti, e circa la metà tra Gen Z con il 51% e Millennial con il 48% vede l’animale come una sorta di prova generale prima di affrontare la genitorialità umana, a fronte del 28% registrato tra i Baby Boomer.
La convergenza culturale tra gli Stati Uniti e la realtà italiana
Questo scenario si specchia fedelmente anche nel nostro Paese: una ricerca Ipsos realizzata per Changes Unipol rivela che quasi 4 giovani italiani su 10, nello specifico il 37% dei Millennial e il 36% della Gen Z, ritengono che un animale domestico possa sostituire un figlio, contro il 13% dei Baby Boomer e a fronte di una media nazionale fissata al 28%.
Animali
Perché la morte di un animale domestico può fare male quanto la perdita di una persona cara
La ricerca psicologica svela le dinamiche cerebrali e mentali che si attivano quando viene a mancare un pet di famiglia.
La sofferenza che accompagna la scomparsa di un animale domestico è un’esperienza profonda che la ricerca psicologica invita a non sottovalutare. Lungi dal rappresentare un segno di fragilità o un’esagerazione emotiva, la reazione del cervello e della mente alla perdita di un pet risponde ai medesimi meccanismi che governano il lutto per un familiare umano, specialmente nei casi in cui il legame quotidiano risultava particolarmente stretto e strutturato.
Come il cervello codifica il legame con l’animale domestico
I fondamenti teorici dell’attaccamento, sviluppati da John Bowlby, mostrano come gli esseri umani formino legami di sicurezza e conforto con figure di riferimento stabili. Per moltissime persone, cani, gatti e altri animali da compagnia occupano esattamente questa posizione. Gli studi condotti con tecniche di neuroimaging evidenziano che le interazioni con il proprio pet attivano i circuiti cerebrali della ricompensa e dell’affiliazione, stimolando il rilascio di ossitocina, l’ormone legato alla cura e al contatto. Contatti visivi, carezze e momenti di gioco riducono i livelli di stress percepito e favoriscono la calma; di conseguenza, la perdita improvvisa di questi stimoli priva l’organismo di un primario canale di regolazione emotiva.
Sul piano clinico, il decorso segue le fasi classiche del lutto umano: shock, incredulità, dolore acuto e progressiva riorganizzazione della routine. L’interruzione non riguarda solo l’animale, ma azzera abitudini condivise, rituali quotidiani e la presenza di un affetto incondizionato. In contesti segnati da solitudine o ansia, l’assenza del pet può persino agire da fattore scatenante per sintomi depressivi.
Il peso del lutto non riconosciuto socialmente
Un elemento che complica la gestione del dolore è la mancanza di legittimazione esterna, definita in letteratura scientifica come disenfranchised grief o lutto non riconosciuto. A differenza di quanto accade per un parente, la società non offre spazi o riti codificati per la perdita di un animale, portando la persona a vivere la propria sofferenza nell’isolamento o nel timore di essere giudicata. La necessità di riprendere le normali attività lavorative e sociali senza un adeguato tempo di elaborazione crea uno scarto doloroso che alimenta vergogna e ritiro.
A questo quadro si aggiunge spesso il tema dell’eutanasia veterinaria. Sebbene intesa come un atto di responsabilità per evitare sofferenze inutili, la scelta di porre fine alla vita del pet può generare intensi sensi di colpa e conflitti morali. L’interruzione della dinamica di accudimento intacca inoltre la percezione di sé come caregiver, toccando l’identità del proprietario.
Strumenti psicologici per affrontare la sofferenza
Per superare la perdita in modo sano, la psicologia clinica raccomanda prima di tutto di validare il proprio vissuto senza autosvalutazione. Può risultare utile ricorrere a piccoli rituali simbolici, come conservare ricordi, piantare un albero o dedicare un pensiero scritto all’animale, passaggi che aiutano a trasformare la presenza fisica in un ricordo interiore.
Condividere l’esperienza con persone empatiche o gruppi dedicati allevia il senso di solitudine. Nei casi in cui l’impatto emotivo persista a lungo ostacolando il sonno o le attività quotidiane, rivolgersi a un professionista della salute mentale consente di elaborare il trauma e reintegrare il ricordo nella propria storia personale.
Animali
Zecche e cani: dove si nascondono, come riconoscerle e cosa fare se mordono
Con il caldo aumentano le passeggiate all’aria aperta, ma cresce anche la presenza delle zecche. Controllare il cane dopo ogni uscita e proteggerlo con gli antiparassitari resta il modo più efficace per evitare spiacevoli conseguenze.
L’estate è la stagione preferita per lunghe passeggiate nei boschi, escursioni in montagna e giornate nei parchi insieme al proprio cane. Purtroppo è anche il periodo in cui le zecche diventano più attive. Molti proprietari continuano a pensare che questi parassiti si trovino soltanto nei boschi più fitti, ma la realtà è diversa: basta un prato incolto, una siepe o un giardino poco curato perché possano annidarsi in attesa del passaggio di un animale.
Per questo motivo, ogni uscita dovrebbe concludersi con un controllo accurato del mantello. Bastano pochi minuti per individuare un’eventuale zecca ed evitare problemi ben più seri.

Dove si attaccano le zecche
Le zecche non saltano e non volano. Restano sull’erba alta o tra i cespugli e si aggrappano al cane quando passa. Una volta sul corpo cercano le zone dove la pelle è più sottile e meno coperta dal pelo.
Le aree da controllare con maggiore attenzione sono le orecchie, il collo, le ascelle, l’inguine, lo spazio tra le dita delle zampe e la zona intorno agli occhi. All’inizio possono avere le dimensioni di un piccolo seme, ma dopo essersi nutrite di sangue aumentano rapidamente di volume, diventando molto più facili da individuare.

Come rimuovere una zecca senza fare danni
Se trovate una zecca, la prima regola è mantenere la calma. Evitate rimedi fai-da-te come olio, alcol, acetone o fiamme: oltre a essere inutili, possono aumentare il rischio che il parassita rigurgiti, favorendo la trasmissione di eventuali agenti patogeni.
La rimozione va effettuata con una pinzetta a punta fine o con gli appositi ganci reperibili in farmacia o nei negozi per animali. Bisogna afferrare la zecca il più vicino possibile alla pelle e tirare lentamente, senza schiacciarne il corpo. Dopo la rimozione è consigliabile disinfettare la zona e monitorarla nei giorni successivi.
Se una parte della zecca resta conficcata nella pelle o se il cane manifesta febbre, stanchezza, perdita di appetito o zoppia, è importante contattare il veterinario.




La prevenzione resta l’arma migliore
Oggi esistono numerosi antiparassitari efficaci: collari, spot-on e compresse proteggono il cane per settimane o mesi, ma devono essere scelti insieme al veterinario in base all’età, al peso e allo stile di vita dell’animale.
Dopo ogni passeggiata, soprattutto in campagna o in montagna, vale inoltre la pena dedicare qualche minuto all’ispezione del mantello. Un controllo accurato può evitare malattie trasmesse dalle zecche e permettere al nostro amico a quattro zampe di continuare a godersi l’estate in totale sicurezza.
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