Cucina
Chiacchiere di Carnevale: la ricetta perfetta e i segreti del dolce più croccante della festa
Le chiacchiere di Carnevale sono un classico della tradizione italiana: fritte o al forno, ogni regione ha la sua versione. Dalle antiche “frictilia” romane alle infinite varianti di oggi, ecco la ricetta perfetta per ottenerle croccanti e leggere. Con un impasto semplice e pochi trucchi, scopriamo come prepararle al meglio e quali sono le alternative più golose, tra cioccolato, liquori e cotture più leggere.
Croccanti, dorate, leggere come l’aria e ricoperte da un velo impalpabile di zucchero a velo: le chiacchiere di Carnevale sono un classico immancabile di questa festa. Insieme a coriandoli e maschere, sono tra i simboli più amati del periodo, preparate in ogni angolo d’Italia con nomi diversi: frappe a Roma, cenci in Toscana, bugie in Piemonte, crostoli in Trentino, galani a Venezia. La sostanza però è sempre la stessa: un impasto semplice, tirato sottile e fritto fino a diventare leggero e friabile.
Le loro origini affondano nell’antica Roma, quando venivano chiamate “frictilia”: dolci fritti nel grasso di maiale che venivano preparati in grandi quantità per sfamare la popolazione durante i Saturnali, festività che ricordano in parte il nostro Carnevale. Da allora la ricetta si è evoluta, mantenendo però la sua essenza: pochi ingredienti, una lavorazione semplice e un risultato che conquista tutti.
La ricetta classica delle chiacchiere
Per preparare chiacchiere leggere e croccanti servono:
- 300 g di farina 00
- 2 uova
- 50 g di zucchero
- 30 g di burro fuso
- 1 cucchiaio di liquore (grappa o rum)
- 1 pizzico di sale
- Mezza bustina di vanillina o scorza di limone grattugiata
- Mezzo cucchiaino di lievito per dolci (facoltativo)
- Olio di semi per friggere
- Zucchero a velo per decorare
- In una ciotola o su una spianatoia versare la farina, lo zucchero, il sale e il lievito (se utilizzato).
- Aggiungere le uova, il burro fuso, la scorza di limone o la vanillina e il liquore.
- Impastare fino a ottenere un composto omogeneo e liscio. Coprirlo e lasciarlo riposare per 30 minuti.
- Stendere l’impasto con il mattarello o la macchina per la pasta fino a ottenere una sfoglia molto sottile (1-2 mm).
- Tagliare le chiacchiere con una rotella dentellata, dando loro la forma classica di rettangoli con un’incisione al centro.
- Scaldare abbondante olio in una padella e friggere le chiacchiere poche per volta, girandole velocemente per dorarle uniformemente.
- Scolarle su carta assorbente e spolverarle con zucchero a velo.
Chiacchiere fritte o al forno? Le alternative più leggere
La versione originale prevede la frittura, ma per chi desidera una variante più leggera è possibile cuocerle in forno. Il procedimento è lo stesso, ma invece di friggerle si infornano a 180°C per circa 10-12 minuti, finché non diventano leggermente dorate. Il risultato sarà meno croccante rispetto alla frittura, ma comunque gustoso.
Varianti golose: al cacao, glassate o ripiene
Le chiacchiere si prestano a diverse personalizzazioni. Alcune delle varianti più amate includono:
- Chiacchiere al cacao: basta aggiungere 20 g di cacao amaro all’impasto per ottenere una versione ancora più golosa.
- Chiacchiere glassate: invece di spolverarle con zucchero a velo, si possono ricoprire con cioccolato fuso, bianco o fondente.
- Chiacchiere ripiene: in alcune regioni si preparano chiacchiere farcite con crema pasticcera o Nutella, richiudendole come dei ravioli prima della cottura.
Trucchi per chiacchiere perfette
- Stendere l’impasto sottilissimo: più è sottile, più le chiacchiere risulteranno leggere e croccanti.
- Friggere poche per volta: per mantenere l’olio alla giusta temperatura ed evitare che si inzuppino di grasso.
- Usare olio di semi di arachide o girasole alto oleico: sono quelli che garantiscono una frittura asciutta e croccante.
- Far raffreddare bene prima di spolverare con zucchero a velo: in questo modo aderirà meglio e non si scioglierà.
Le chiacchiere sono il dolce del Carnevale per eccellenza, e ogni famiglia ha la propria ricetta e il proprio segreto. Che siano fritte, al forno o arricchite da glassature e ripieni, sono sempre un simbolo di festa, perfette da gustare con un bicchiere di vino dolce o un buon caffè.
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Cucina
Marshmallow fatti in casa: la ricetta, la storia e i segreti per un risultato perfetto
Dalla pianta di altea alle cucine moderne: come preparare i celebri dolcetti soffici con pochi ingredienti e qualche attenzione tecnica.
Soffici, elastici e irresistibilmente dolci: i marshmallow sono tra i dolci più riconoscibili al mondo. Simbolo di falò, bevande calde e dessert americani, nascondono però una storia antica e una preparazione che, se ben eseguita, può essere replicata anche a casa con risultati sorprendenti.
Un dolce dalle origini antiche
Il nome “marshmallow” deriva dalla malva palustre (Althaea officinalis), una pianta utilizzata già nell’antico Egitto per preparare rimedi dolci a base di miele e linfa, destinati soprattutto a lenire il mal di gola. Nel XIX secolo, in Francia, questa preparazione si è evoluta in una versione più simile a quella attuale, con albumi montati e zucchero. La produzione industriale moderna ha poi sostituito la radice di altea con gelatina, rendendo il processo più stabile e riproducibile su larga scala.
Gli ingredienti (per circa 40 marshmallow)
- 12 g di gelatina in fogli (o in polvere)
- 150 ml di acqua (divisa in due parti)
- 250 g di zucchero semolato
- 100 g di sciroppo di glucosio (o miele chiaro)
- 1 cucchiaino di estratto di vaniglia
- Zucchero a velo e amido di mais q.b. per la finitura
(Nota: nella versione classica non sono previsti albumi; alcune varianti artigianali li utilizzano, ma non sono indispensabili.)
Il procedimento passo dopo passo
- Preparare la gelatina
Mettere la gelatina in ammollo in 75 ml di acqua fredda (o reidratarla secondo le istruzioni se in polvere). - Cuocere lo sciroppo
In un pentolino unire lo zucchero, il glucosio e i restanti 75 ml di acqua. Portare a ebollizione senza mescolare, fino a raggiungere circa 115-118 °C (fase di “palla morbida”), utilizzando un termometro da cucina. - Montare la massa
Sciogliere la gelatina ammollata nello sciroppo caldo, poi trasferire il composto in una ciotola capiente. Montare con le fruste elettriche a velocità medio-alta per 8–10 minuti, finché il composto diventa bianco, lucido e triplica di volume. Aggiungere la vaniglia negli ultimi secondi. - Colare e far rassodare
Versare il composto in una teglia rivestita di carta forno e spolverata con un mix di zucchero a velo e amido. Livellare e lasciare riposare a temperatura ambiente per almeno 4 ore (meglio tutta la notte). - Tagliare e rifinire
Sformare, tagliare a cubetti con un coltello leggermente unto e passare ogni marshmallow nel mix di zucchero e amido per evitare che si attacchino.
Consigli pratici e conservazione
- La precisione della temperatura è fondamentale per ottenere la consistenza corretta.
- I marshmallow fatti in casa si conservano fino a 2 settimane in un contenitore ermetico, lontano dall’umidità.
- È possibile aromatizzarli con cacao, caffè o coloranti alimentari, aggiungendoli durante la fase di montaggio.
Preparare i marshmallow in casa significa riscoprire un dolce iconico nella sua versione più autentica, senza conservanti e con ingredienti controllati. Un piccolo laboratorio di pasticceria domestica che trasforma pochi elementi di base in una nuvola di zucchero dal fascino intramontabile.
Cucina
Farinata di ceci, l’oro povero di Sanremo: la ricetta ligure che profuma di mare e tradizione
Nata per caso nel Medioevo e diventata simbolo dello street food ligure, la farinata è uno dei piatti più amati anche nella città dei fiori. Ingredienti semplici, cottura nel forno a legna e una storia che attraversa i secoli.
A Sanremo non esistono solo fiori, canzoni e turismo. Tra i profumi che raccontano davvero l’identità della città c’è quello della farinata di ceci, una preparazione antichissima che ancora oggi viene servita nelle pizzerie storiche e nelle focaccerie del centro. Bassa, dorata e croccante ai bordi, è considerata uno dei simboli gastronomici della Liguria occidentale, capace di unire semplicità e gusto in un equilibrio perfetto.
Le sue origini affondano nel Medioevo e, secondo la tradizione più diffusa, risalgono al XII secolo. La leggenda racconta che, dopo la battaglia della Meloria del 1284, tra le flotte di Repubblica di Genova e Repubblica di Pisa, una nave genovese fu sorpresa da una tempesta. Alcuni barili di olio e sacchi di ceci si rovesciarono mescolandosi con l’acqua salata. Il composto, lasciato asciugare al sole, venne poi assaggiato dai marinai, che scoprirono una sorta di focaccia sottile e saporita. Da quel momento la ricetta si diffuse rapidamente nei territori liguri, diventando un alimento popolare per il suo basso costo e l’alto potere nutritivo.
A Sanremo, la farinata ha trovato una seconda casa. Qui viene cotta tradizionalmente nel forno a legna, all’interno di grandi teglie rotonde in rame stagnato, che garantiscono una cottura uniforme e la caratteristica crosticina superficiale.
Gli ingredienti sono pochi ma fondamentali: farina di ceci, acqua, olio extravergine di oliva e sale. La qualità della materia prima fa la differenza. Per una teglia da quattro persone servono circa 300 grammi di farina di ceci, un litro d’acqua, 80 millilitri di olio extravergine e un pizzico di sale.
La preparazione richiede pazienza. La farina viene versata lentamente nell’acqua, mescolando con una frusta per evitare la formazione di grumi. Il composto deve poi riposare per almeno quattro ore, un passaggio essenziale per ottenere la giusta consistenza. Durante il riposo si forma una leggera schiuma in superficie, che va eliminata.
Successivamente si aggiungono sale e metà dell’olio, mescolando ancora. L’impasto liquido viene versato in una teglia ben unta con l’olio restante, formando uno strato sottile. La farinata cuoce in forno molto caldo, idealmente a 250 gradi, per circa 20-25 minuti, finché la superficie diventa dorata con sfumature ambrate.
Il risultato è una preparazione fragrante fuori e morbida all’interno, da gustare appena sfornata, magari con una spolverata di pepe nero.
Oltre alla versione classica, esistono varianti con rosmarino o cipolle, ma i puristi sanremesi preferiscono la ricetta tradizionale, senza aggiunte.
Più che un semplice piatto, la farinata rappresenta un pezzo di storia locale. Nata come cibo povero, è diventata nel tempo un simbolo culturale, capace di raccontare la creatività della cucina ligure e il legame profondo con il territorio.
Cucina
Brandacujun, il piatto “scosso” di Sanremo: la ricetta povera che conquista anche le tavole del Festival
Mentre Sanremo canta e si accende sotto i riflettori, nelle cucine continua un rito antico fatto di gesti semplici e pentole da scuotere. Il Brandacujun resta lì, fedele alla sua storia marinara, ricordando che l’identità di una città passa anche dal sapore dei suoi piatti più umili.
A Sanremo non c’è solo la musica. Accanto alle luci del Festival e ai red carpet, resiste una tradizione gastronomica antica, fatta di sapori semplici e storie di mare. Tra queste spicca il Brandacujun, una ricetta dal nome curioso e dall’anima profondamente popolare, che ancora oggi viene preparata nelle case e nei ristoranti della Riviera.
Il nome, che nel dialetto ligure significa letteralmente “scuoti il… cujun”, cioè “scuoti il recipiente”, non è una provocazione ma una descrizione fedele del gesto fondamentale della preparazione. Il Brandacujun, infatti, non si mescola con il cucchiaio: si agita energicamente la pentola per amalgamare gli ingredienti, secondo una tecnica tramandata da secoli.
Le origini risalgono alla cucina dei pescatori della Liguria occidentale, in particolare tra Imperia e Sanremo. Era un piatto povero, preparato sulle barche utilizzando stoccafisso conservato, patate e pochi aromi. Ingredienti facili da trasportare e conservare durante le lunghe giornate in mare.
Oggi è diventato una specialità identitaria, proposta anche durante la settimana del Festival, quando turisti e visitatori cercano sapori autentici oltre allo spettacolo musicale.
Gli ingredienti tradizionali (per 4 persone)
– 600 grammi di stoccafisso già ammollato
– 500 grammi di patate
– 1 o 2 spicchi d’aglio
– prezzemolo fresco tritato
– olio extravergine d’oliva ligure
– sale
– pepe (facoltativo)
– qualche oliva taggiasca (variante diffusa ma non obbligatoria)
Il procedimento
La preparazione richiede tempo ma pochi passaggi. Lo stoccafisso, già ammollato per almeno 48 ore, viene lessato in acqua non salata per circa 20–30 minuti. In una pentola separata si lessano le patate con la buccia.
Una volta pronti, si pelano le patate e si uniscono allo stoccafisso ancora caldo in una casseruola capiente. A questo punto si aggiungono aglio tritato, prezzemolo e abbondante olio extravergine.
Ed è qui che avviene il gesto simbolico: la pentola viene coperta e agitata con energia. Il movimento permette agli ingredienti di sfaldarsi e amalgamarsi senza diventare una crema, mantenendo una consistenza rustica.
Il risultato è un piatto profumato, delicato ma saporito, dove il gusto intenso del pesce si equilibra con la dolcezza delle patate e la freschezza dell’olio ligure.
Un simbolo che racconta il territorio
Il Brandacujun non è solo una ricetta, ma un racconto. Rappresenta l’ingegno della cucina povera, capace di trasformare pochi ingredienti in un piatto completo e nutriente. Ancora oggi viene servito tiepido o a temperatura ambiente, spesso accompagnato da pane e vino bianco locale.
Durante i giorni del Festival, molti ristoranti lo propongono come omaggio alla tradizione, offrendo ai visitatori un’esperienza che va oltre la musica.
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