Cucina
Fai da te il plumcake: la dolce e morbida colazione per una giornata piena di energia
Tra tradizione e creatività, il plumcake conquista il cuore di chi cerca una colazione genuina e nutriente, senza rinunciare al piacere del dolce.
Morbido, profumato e incredibilmente versatile: il plumcake è uno di quei dolci che non passano mai di moda. Perfetto per la colazione o per una merenda golosa, è l’ideale per iniziare la giornata con una carica di energia e buonumore. Ma da dove arriva questa delizia che tutti amiamo? E come possiamo realizzarlo a casa, adattandolo ai nostri gusti e alle nostre esigenze?
La storia del plumcake
Nonostante il nome suggerisca una tradizione anglosassone, il plumcake che conosciamo oggi è frutto di un’evoluzione tutta europea. Originariamente, il termine indicava una torta arricchita con prugne (plum in inglese), secche o fresche. Con il tempo, la ricetta si è trasformata, perdendo le prugne e acquisendo una consistenza soffice e burrosa, simile al nostro pan di Spagna, ma con un tocco più rustico. Il plumcake come lo intendiamo oggi, infatti, si è diffuso in Italia e in altri paesi come dolce da colazione, amato per la sua semplicità e per la capacità di accompagnarsi a mille varianti.
La ricetta classica del plumcake
Ingredienti:
- 3 uova
- 180 g di zucchero
- 120 g di burro fuso (o 100 ml di olio di semi per una versione più leggera)
- 180 g di farina 00
- 50 g di fecola di patate (per una maggiore morbidezza)
- 100 ml di latte o yogurt bianco
- 1 bustina di lievito per dolci
- Scorza grattugiata di un limone o estratto di vaniglia
Preparazione:
- Preriscalda il forno a 180°C e prepara uno stampo da plumcake imburrato e infarinato o rivestito con carta da forno.
- In una ciotola, monta le uova con lo zucchero fino a ottenere un composto chiaro e spumoso.
- Aggiungi il burro fuso (o l’olio) e il latte, mescolando delicatamente.
- Setaccia la farina, la fecola e il lievito, poi uniscili gradualmente al composto, continuando a mescolare.
- Aggiungi la scorza di limone o l’estratto di vaniglia per aromatizzare.
- Versa l’impasto nello stampo e inforna per circa 40-45 minuti, controllando la cottura con uno stecchino.
- Lascia raffreddare completamente prima di sformare e servire.
Qualità nutrizionali
Il plumcake fatto in casa è una fonte di energia grazie alla combinazione di carboidrati complessi, zuccheri e grassi. Le uova apportano proteine, mentre la farina e lo zucchero offrono energia immediata, ideale per affrontare le sfide della giornata. Utilizzando yogurt al posto del burro, si può rendere la ricetta più leggera e aumentare l’apporto di calcio. Inoltre, varianti con farine integrali o zucchero di canna possono migliorare il contenuto di fibre e sali minerali.
Variazioni creative
Il plumcake è un dolce che si presta a infinite reinterpretazioni:
- Plumcake al cioccolato: Aggiungi cacao in polvere all’impasto e gocce di cioccolato per una versione golosa.
- Plumcake con frutta fresca o secca: Pezzetti di mela, mirtilli, uvetta o noci regalano un tocco in più.
- Plumcake vegano: Sostituisci le uova con 3 cucchiai di semi di lino tritati e ammollati in acqua, usa latte vegetale e olio di cocco.
- Plumcake salato: Riduci lo zucchero e aggiungi formaggi, verdure o salumi per una versione sfiziosa da servire come aperitivo.
Un dolce da condividere
Il plumcake non è solo un dolce, ma un simbolo di convivialità. Prepararlo a casa significa creare qualcosa di genuino, personalizzabile e perfetto per essere condiviso con famiglia e amici. Sperimenta con gli ingredienti, trova la tua variante preferita e goditi una colazione che ti coccola fin dal primo morso.
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Cucina
La pasta e patate come la faceva la nonna (con la crosticina)
Dalla Campania a tutta Italia, la pasta e patate è uno dei comfort food più amati: cremosa, saporita e – se fatta come si deve – con una crosticina irresistibile sul fondo. Servono pochi ingredienti, ma tanta pazienza: e magari l’aggiunta “eretica” di un pezzetto di provola o parmigiano grattugiato.
C’è chi la fa brodosa, chi la vuole compatta, chi non rinuncia al tocco di formaggio filante. Ma una cosa è certa: la pasta e patate, se fatta come si deve, è una delle ricette più coccolose dell’universo gastronomico italiano. Piatto povero per eccellenza, nato per saziare lo stomaco e scaldare il cuore, oggi è tornato di moda anche nei menu stellati. Merito della sua semplicità e di quella capacità tutta mediterranea di trasformare il poco in qualcosa di speciale.
In Campania, dove questa ricetta ha le sue radici più celebri, si chiama “pasta e patane azzeccata”, dove “azzeccata” sta per “attaccata”: sul fondo della pentola, infatti, deve formarsi una leggera crosticina dorata che regala sapore e consistenza al piatto. Un dettaglio che fa tutta la differenza.
Gli ingredienti base:
- 400 g di patate (a pasta gialla, sode)
- 200 g di pasta mista (o ditalini, tubetti)
- 1 cipolla dorata
- 1 carota e un gambo di sedano (facoltativi)
- 1 cucchiaio di concentrato di pomodoro
- olio extravergine d’oliva
- sale e pepe
- scorza di parmigiano (opzionale)
- provola affumicata o parmigiano grattugiato (a piacere)
La versione tradizionale prevede la cottura in un’unica pentola, senza bollire la pasta a parte. “È proprio l’amido che rilascia la pasta a rendere cremoso il tutto, senza bisogno di panna o burro”, spiegano molti cuochi napoletani.
Procedimento:
In un tegame capiente, fate rosolare la cipolla tritata con un giro d’olio. Se volete arricchire il sapore, potete aggiungere sedano e carota a pezzetti. Unite le patate tagliate a tocchetti piccoli, fate insaporire qualche minuto, poi aggiungete il concentrato di pomodoro e circa un litro d’acqua calda. Salate, pepate, e lasciate sobbollire per una ventina di minuti.
Quando le patate iniziano a sfaldarsi, unite la pasta direttamente nella pentola e mescolate spesso. Se avete una scorza di parmigiano, è il momento di buttarla dentro. Cuocete a fiamma bassa finché la pasta è cotta e il fondo è diventato bello cremoso (senza mai lasciare che si asciughi troppo). Alla fine, per i più golosi, si può aggiungere un po’ di provola a cubetti e lasciarla sciogliere.
A questo punto, chi vuole può lasciare la pentola qualche minuto sul fuoco senza mescolare, per creare quella deliziosa crosticina. Attenzione solo a non bruciare!
Si serve calda, magari con una macinata di pepe e un filo d’olio a crudo. E se ve ne avanza un po’? Nessun problema: riscaldata il giorno dopo, è ancora più buona.
Cucina
Topinambur, il tesoro dell’orto di marzo: storia curiosa, proprietà nutrizionali e idee per portarlo in tavola
Tra le verdure tipiche della fine dell’inverno e dell’inizio della primavera spicca il topinambur, un tubero antico dal sapore delicato. Poco conosciuto rispetto a patate e carote, è però ricco di proprietà nutrizionali e protagonista di ricette semplici ma sorprendenti.
Un ortaggio dalle origini lontane
Il topinambur è un tubero dalla forma irregolare e dalla buccia sottile, spesso paragonato allo zenzero per il suo aspetto nodoso. In cucina è apprezzato per il gusto delicato, che ricorda vagamente il carciofo.
La pianta, conosciuta scientificamente come Helianthus tuberosus, appartiene alla stessa famiglia del girasole. È originaria del Nord America, dove veniva coltivata e consumata già dalle popolazioni native molto prima dell’arrivo degli europei.
Il topinambur arrivò in Europa nel XVII secolo grazie agli esploratori francesi. Il suo nome deriva probabilmente da una curiosa confusione linguistica con la tribù brasiliana dei Tupinambá, che nulla aveva a che vedere con questo ortaggio ma che all’epoca era molto citata nei racconti dei viaggiatori.
Per secoli il tubero è stato coltivato soprattutto come alimento popolare e come pianta rustica capace di crescere anche in terreni difficili. Oggi sta vivendo una nuova popolarità grazie all’interesse crescente per i prodotti stagionali e per la cucina naturale.
Le proprietà nutrizionali
Dal punto di vista nutrizionale il topinambur è particolarmente interessante. A differenza della patata contiene meno amido e una buona quantità di inulina, una fibra solubile che favorisce l’equilibrio della flora intestinale.
Proprio per questa caratteristica viene spesso consigliato nelle diete leggere e nei regimi alimentari che puntano al controllo della glicemia, perché l’inulina non provoca picchi di zuccheri nel sangue come altri carboidrati.
Il tubero è anche una buona fonte di potassio, minerale importante per la funzione muscolare e la regolazione della pressione. Contiene inoltre piccole quantità di ferro, fosforo e vitamine del gruppo B.
Dal punto di vista calorico resta piuttosto leggero: circa 70–75 calorie per 100 grammi, a seconda delle varietà.
Come cucinarlo: tre idee semplici
In cucina il topinambur è molto versatile e può essere utilizzato in molti modi diversi. Può essere consumato crudo oppure cotto, a seconda della ricetta.
Crudo in insalata
Affettato molto sottile e condito con olio extravergine, limone e un pizzico di sale, offre un sapore fresco e leggermente croccante. Spesso viene abbinato a scaglie di parmigiano o a mele per creare un contrasto di sapori.
Vellutata cremosa
Una delle preparazioni più diffuse è la crema di topinambur. Basta far rosolare cipolla o porro, aggiungere il tubero tagliato a pezzi e cuocerlo con brodo vegetale. Una volta frullato diventa una vellutata morbida e profumata, ideale nelle serate ancora fresche di fine inverno.
Al forno come le patate
Tagliato a spicchi e cotto in forno con olio, erbe aromatiche e un pizzico di pepe, il topinambur diventa un contorno gustoso e leggermente croccante. Il suo sapore ricorda quello dei carciofi arrosto.
Un ortaggio da riscoprire
Nonostante la sua lunga storia agricola, il topinambur è rimasto per molto tempo ai margini della cucina quotidiana. Negli ultimi anni però molti chef e appassionati di gastronomia lo stanno riscoprendo, valorizzandone il gusto delicato e la versatilità.
In un periodo in cui si presta sempre più attenzione alla stagionalità degli alimenti, questo tubero rappresenta una scelta interessante proprio nei mesi tra inverno e primavera.
Cucina
Kimchi, l’anima della cucina coreana: perché piace così tanto e fa anche bene
Dalla necessità di conservare le verdure all’inverno alla scoperta dei benefici dei cibi fermentati: la storia del kimchi racconta molto più di una semplice ricetta.
Per i coreani il kimchi non è un piatto qualunque, ma un elemento quotidiano e irrinunciabile, presente a colazione, pranzo e cena. Ogni pasto tradizionale coreano lo prevede, in decine di varianti diverse. Il suo sapore deciso, che combina piccantezza, acidità e umami, può sorprendere chi lo assaggia per la prima volta, ma proprio questa complessità spiega perché sia così amato e profondamente legato all’identità nazionale.
Le origini di un piatto millenario
La storia del kimchi affonda le radici in tempi antichissimi. Già oltre duemila anni fa, nella penisola coreana, si conservavano le verdure con il sale per affrontare i lunghi inverni. Le prime versioni erano semplici e prive di spezie: il peperoncino, oggi ingrediente iconico, arrivò solo nel XVII secolo, dopo essere stato introdotto in Asia dalle rotte commerciali. Da allora il kimchi ha iniziato a evolversi, diventando il piatto che conosciamo oggi, preparato soprattutto con cavolo napa, ravanelli, aglio, zenzero e pasta di peperoncino fermentata.
Il kimjang, una tradizione collettiva
Il legame tra kimchi e cultura coreana è così profondo che esiste una pratica riconosciuta dall’UNESCO come patrimonio culturale immateriale: il kimjang. Si tratta del rito autunnale durante il quale famiglie e comunità si riuniscono per preparare grandi quantità di kimchi da consumare nei mesi freddi. Non è solo un momento culinario, ma un’occasione di condivisione e trasmissione di saperi tra generazioni.
Perché ai coreani piace così tanto
Il successo del kimchi è legato a più fattori. Da un lato, il gusto intenso si sposa perfettamente con riso, zuppe e piatti a base di carne o pesce. Dall’altro, il sapore fermentato soddisfa il palato abituato a cibi complessi e bilanciati. In Corea, inoltre, il kimchi è sinonimo di casa e comfort: ogni famiglia custodisce una ricetta personale, considerata parte della propria identità.
I benefici per la salute
Oltre al valore culturale, il kimchi è apprezzato anche per le sue proprietà nutrizionali. Essendo un alimento fermentato, è ricco di probiotici naturali che favoriscono la salute dell’intestino e contribuiscono all’equilibrio della flora batterica. È inoltre povero di calorie, ma ricco di fibre, vitamine A, B e C, e sali minerali. Alcuni studi suggeriscono che il consumo regolare di kimchi possa sostenere il sistema immunitario e contribuire al controllo del colesterolo, se inserito in una dieta equilibrata.
Un simbolo che ha conquistato il mondo
Negli ultimi anni il kimchi ha superato i confini della Corea, diventando protagonista della cucina internazionale. Chef e nutrizionisti lo apprezzano per la sua versatilità e per il valore dei cibi fermentati, sempre più presenti nelle diete moderne.
In Corea, però, resta soprattutto un simbolo di appartenenza: un piatto che racconta storia, clima, tradizioni e il rapporto profondo tra cibo e comunità. Un motivo in più per capire perché, per i coreani, il kimchi non sia solo buono, ma indispensabile.
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