Cucina
“Palle dell’amante”, il dolce islandese dal nome irresistibile: la storia curiosa degli Ástarpungar
Croccanti fuori, morbidi dentro e pieni di uvetta: gli Ástarpungar sono uno dei dolci più particolari della tradizione islandese. Dietro il nome ironico si nasconde una ricetta antica nata tra fattorie, inverni lunghissimi e cucina di sopravvivenza.
Il dessert nordico dal nome che fa sorridere
Ci sono ricette che conquistano per il sapore. Altre per la storia. E poi esistono dolci come gli Ástarpungar, che attirano l’attenzione ancora prima dell’assaggio grazie a un nome praticamente impossibile da ignorare.
Tradotto letteralmente dall’islandese, Ástarpungar significa infatti “palle dell’amante”. Un nome che negli anni ha divertito turisti, food blogger e curiosi di mezzo mondo, trasformando questo semplice dolce tradizionale in una piccola celebrità gastronomica del Nord Europa.
Dietro l’ironia, però, si nasconde una preparazione molto seria: una frittella dolce tipica della cucina contadina islandese, preparata soprattutto durante feste, incontri familiari e lunghi mesi invernali.
Una ricetta nata per resistere al freddo
La cucina islandese tradizionale si è sviluppata in un ambiente estremo. Inverni rigidi, poche coltivazioni e lunghi periodi di isolamento hanno spinto le famiglie a creare piatti sostanziosi utilizzando ingredienti semplici e facilmente conservabili.
Gli Ástarpungar nascono proprio da questa necessità. Farina, latte acido o latticello, zucchero e uvetta erano alimenti economici e reperibili anche nelle fattorie più isolate. Friggere l’impasto nello strutto o nel burro permetteva inoltre di ottenere dolci calorici, perfetti per affrontare il clima islandese.
Secondo gli storici della gastronomia nordica, queste frittelle sono diffuse in Islanda da secoli e appartengono alla tradizione dei cosiddetti “kleinur” e altri dolci fritti tipici del paese.
Perché si chiamano così?
La vera origine del nome resta avvolta nel folklore. Alcuni sostengono che derivi semplicemente dalla forma tondeggiante delle frittelle. Altri raccontano che il termine fosse usato in tono scherzoso nelle comunità rurali islandesi.
Come spesso accade nelle tradizioni popolari del Nord Europa, ironia e cucina andavano di pari passo. E così un dolce povero è diventato nel tempo una delle specialità più fotografate dai turisti in visita a Islanda.
Il sapore? A metà tra bombolone e pancake
Chi assaggia gli Ástarpungar per la prima volta resta spesso sorpreso. La consistenza ricorda una via di mezzo tra una frittella americana e un mini bombolone non farcito.
L’interno rimane soffice e leggermente umido grazie all’uvetta, mentre l’esterno sviluppa una crosticina dorata e profumata. In Islanda vengono serviti soprattutto con caffè caldo oppure accompagnati da marmellate ai frutti di bosco.
E no, nonostante il nome, non hanno nulla di scandaloso: il massimo del rischio è finirne troppi in pochi minuti.
Ingredienti degli Ástarpungar
Ingredienti
- 250 g di farina
- 2 uova
- 60 g di zucchero
- 200 ml di latticello oppure yogurt bianco diluito con poco latte
- 1 cucchiaino di bicarbonato
- 1 pizzico di sale
- 80 g di uvetta
- scorza di limone facoltativa
- olio o burro chiarificato per friggere
- zucchero a velo per decorare
Come si preparano
Procedimento
Per prima cosa si mette l’uvetta in ammollo in acqua tiepida per circa dieci minuti, così da renderla più morbida.
In una ciotola si mescolano farina, zucchero, bicarbonato e sale. A parte si sbattono le uova insieme al latticello. I due composti vengono poi uniti fino a ottenere un impasto denso e omogeneo.
A questo punto si aggiunge l’uvetta scolata e, se gradita, un po’ di scorza di limone grattugiata.
Con l’aiuto di un cucchiaio si formano piccole porzioni d’impasto da friggere in olio caldo fino a doratura. Gli Ástarpungar vanno girati spesso per ottenere una cottura uniforme.
Una volta pronti si lasciano asciugare su carta assorbente e si completano con zucchero a velo.
Il dolce perfetto per stupire gli ospiti
In un’epoca dominata da cheesecake, muffin e tiramisù rivisitati, gli Ástarpungar riescono ancora a sorprendere. Forse per il nome improbabile, forse per quella semplicità rustica che racconta un pezzo autentico di tradizione islandese.
Di certo hanno un vantaggio enorme: quando arriverà il momento di portarli in tavola, nessuno riuscirà a trattenere una risata chiedendo cosa siano davvero.
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Cucina
Gazpacho: la ricetta fresca e le varianti di un classico spagnolo dell’estate
Un’esplosione di freschezza e tradizione nel piatto estivo per eccellenza: il gazpacho, una delizia versatile dalle mille varianti, perfetto per ogni occasione
Il gazpacho è una delle ricette più iconiche della cucina spagnola, simbolo dell’estate e del fresco ristoro nelle calde giornate mediterranee. Originario dell’Andalusia, questo piatto ha radici che affondano nella cucina contadina, dove veniva preparato come un mix di pane raffermo, acqua, olio d’oliva, aceto e aglio, a cui si aggiungevano gli ortaggi disponibili, come pomodori e cetrioli.
Ingredienti della ricetta classica:
- 1 kg di pomodori maturi
- 1 cetriolo
- 1 peperone verde
- 1 cipolla piccola
- 1 spicchio d’aglio
- 100 g di pane raffermo
- 4 cucchiai di olio extravergine d’oliva
- 2 cucchiai di aceto di vino bianco
- Sale q.b.
- Acqua fredda q.b.
Procedimento:
- Inizia tagliando i pomodori, il cetriolo, il peperone e la cipolla a pezzetti. Mettili in un frullatore.
- Aggiungi l’aglio, il pane raffermo (precedentemente ammollato in acqua e strizzato), l’olio, l’aceto e un pizzico di sale.
- Frulla il tutto fino a ottenere una crema liscia e omogenea.
- Se la consistenza è troppo densa, aggiungi un po’ d’acqua fredda fino a raggiungere la consistenza desiderata.
- Passa il gazpacho attraverso un colino per eliminare eventuali pezzi rimasti.
- Lascia raffreddare in frigorifero per almeno un paio d’ore.
- Servi freddo, guarnendo con cubetti di pane tostato, cetriolo e peperone.
Varianti:
- Gazpacho verde: sostituisci i pomodori con verdure verdi come spinaci, cetrioli e avocado per un tocco diverso e sorprendente.
- Gazpacho di anguria: per una variante dolce e rinfrescante, aggiungi all’impasto della ricetta classica dell’anguria. Questo darà una nota fruttata che si abbina perfettamente con la freschezza del piatto.
- Gazpacho di barbabietola: un’altra variante interessante, dove la barbabietola conferisce un colore brillante e un gusto dolciastro al gazpacho.
Storia e curiosità:
Il gazpacho nasce come piatto povero e rustico nelle campagne andaluse, dove gli ingredienti freschi e disponibili venivano miscelati per creare un pasto nutriente e rinfrescante. Con il tempo, questa zuppa fredda è diventata un simbolo della cucina spagnola, diffondendosi in tutta la penisola iberica e oltre. Oggi, il gazpacho è apprezzato in tutto il mondo, non solo per il suo sapore delizioso ma anche per i benefici che offre, essendo ricco di vitamine, antiossidanti e perfetto per chi cerca un piatto leggero e sano.
Cucina
Granita fai da te! Il peccato di gola a cui nessuna star sa resistere si prepara a casa: ecco la ricetta “anti-caldo” in tre versioni cult
Fragola, limone e anguria: i tre gusti più fotografati sui social svelano i loro segreti. Una preparazione facilissima in tre blocchi, senza gelatiera, per rinfrescare i pomeriggi caldi con un tocco di pura sicilianità.
Inutile girarci intorno: non è vera estate senza quel brivido fresco e goloso che solo la vera granita siciliana sa regalare. Avvistata tra le mani delle influencer più in voga e fotografatissima nei resort più esclusivi di Taormina e delle isole Eolie, questa prelibatezza è il vero must-have della stagione. Ma se vi dicessimo che per gustare questo lusso non serve prendere un volo?
Il segreto meglio custodito dai pasticceri dell’isola sbarca direttamente nelle vostre cucine. Dimenticate le costose gelatiere: bastano pochissimi ingredienti sani, un freezer e un pizzico di pazienza per creare tre capolavori di freschezza. Ecco la ricetta definitiva divisa in tre blocchi di gusto super glam: limone, fragola e la novità dell’estate, l’anguria.

L’intramontabile limone (Il re dei paparazzi)
È la granita per eccellenza, quella che pulisce il palato e disseta dopo una giornata sotto il sole. Un classico intramontabile che non passa mai di moda.
- Gli Ingredienti: 500 ml di acqua, 250 ml di succo di limone fresco (rigorosamente filtrato), 200 g di zucchero.
- Il Procedimento: In un pentolino, scaldate l’acqua con lo zucchero fino a farlo sciogliere completamente, creando uno sciroppo leggero. Lasciatelo raffreddare a temperatura ambiente. Una volta freddo, unite il succo di limone e mescolate con cura. Versate il tutto in un contenitore basso e largo (perfetto se di metallo) e infilatelo in freezer.

La fragola (La più dolce e “Instagrammabile”)
Rossa, profumata e irresistibile, specialmente se accompagnata da un ciuffo di panna montata in cima per un effetto “wow” da scatto social.
- Gli Ingredienti: 500 g di fragole fresche e mature, 200 ml di acqua, 150 g di zucchero, il succo di mezzo limone.
- Il Procedimento: Preparate lo sciroppo scaldando l’acqua con lo zucchero, poi lasciatelo raffreddare. Nel frattempo, lavate le fragole, tagliatele a pezzetti e frullatele finemente insieme al succo di limone fino a ottenere una purea liscia. Unite la purea di fragole allo sciroppo di zucchero ormai freddo, mescolate bene e trasferite il composto nel contenitore da freezer.

L’anguria (Il trend più fresco e “Pop”)
Il frutto simbolo dell’estate si trasforma in una granita dissetante, leggerissima e dal colore rosa shocking che sta facendo impazzire il web.
- Gli Ingredienti: 600 g di polpa di anguria (pulita e privata di tutti i semi), 100 ml di acqua, 100 g di zucchero (regolatevi in base alla dolcezza del frutto), il succo di mezzo lime o limone.
- Il Procedimento: Anche qui, create la base sciogliendo lo zucchero nell’acqua e fatela raffreddate. Tagliate l’anguria a cubetti, eliminate scrupolosamente ogni seme nero e frullate la polpa insieme al succo di lime. Incorporate lo sciroppo freddo alla polpa di anguria, date un’ultima mescolata e mettete in freezer.
Il Tocco dello Chef: come ottenere la consistenza perfetta
Ecco il vero “gossip” della preparazione: come evitare che diventi un blocco di ghiaccio unico? Il trucco è semplicissimo. Una volta messo il contenitore in freezer, ogni 30 minuti circa dovete tirarlo fuori e mescolare energicamente con una forchetta o con una frusta da cucina.
Questo movimento serve a rompere i cristalli di ghiaccio che si formano, rendendo la granita cremosa e soffice. Ripetete l’operazione per circa 4 o 5 volte (per un totale di circa 2-3 ore). Prima di servirla nei vostri calici più eleganti, lasciatela fuori dal freezer per 5 minuti e giratela un’ultima volta. Il successo con i vostri ospiti (e sui social) è assicurato!
Cucina
Vitello tonnato, i cinque errori che fanno inorridire i piemontesi: dalla maionese al falso “vitel tonné”
Dalla scelta della carne alla preparazione della salsa, passando per marinatura e cottura, ecco gli errori più comuni che rischiano di rovinare il vitello tonnato e di far storcere il naso ai puristi della tradizione.
Ci sono piatti che appartengono al patrimonio della cucina italiana e che, proprio per questo, vengono difesi con una certa gelosia. Il vitello tonnato è uno di questi. Fresco, elegante e perfetto per la stagione estiva, è uno dei simboli gastronomici del Piemonte, ma anche una delle ricette più spesso reinterpretate, semplificate o addirittura stravolte.
Il risultato? Versioni che fanno rabbrividire i cultori della tradizione. Ecco gli errori più frequenti da evitare se si vuole portare in tavola un vero vitello tonnato.
Non chiamatelo “vitel tonné”
Partiamo da un equivoco diffusissimo. Molti sono convinti che il nome corretto sia “vitel tonné”, con una presunta origine francese.
In realtà il piatto è italianissimo e affonda le sue radici nella tradizione piemontese. La ricetta compare già nella celebre opera di Pellegrino Artusi La scienza in cucina e l’arte di mangiar bene, pubblicata nel 1891.
Quel termine francese continua a circolare, ma rischia di creare più confusione che altro.
La carne non è tutta uguale
Uno degli errori più gravi consiste nello scegliere un taglio qualsiasi.
Per ottenere un risultato morbido e compatto la scelta migliore resta il magatello, conosciuto anche come girello, un taglio della coscia particolarmente magro e delicato.
Utilizzare carni troppo fibrose o ricche di grasso compromette inevitabilmente la consistenza finale del piatto.
La marinatura non è un capriccio
Nella ricetta tradizionale la carne non finisce subito in pentola.
Prima deve riposare per diverse ore in una marinatura composta da vino bianco, sedano, carota, cipolla e aromi come alloro e chiodi di garofano.
Questo passaggio permette alla carne di assorbire profumi e sapori che poi ritroveremo nel piatto finito.
Saltarlo significa rinunciare a una parte fondamentale del carattere della preparazione.
Attenzione alla cottura
Altro errore molto diffuso: lessare il vitello in semplice acqua.
La carne dovrebbe invece cuocere insieme alle verdure della marinatura e al liquido aromatico che si è formato durante il riposo.
Molti aggiungono anche qualche filetto di acciuga, un dettaglio che contribuisce a dare maggiore profondità al sapore senza risultare invadente.
Una cottura troppo aggressiva o poco aromatica rischia di rendere la carne asciutta e anonima.
Il peccato mortale della maionese
Qui si entra nel territorio delle guerre di religione gastronomiche.
Molte versioni moderne prevedono l’utilizzo della maionese pronta per preparare la salsa. Comoda, certo. Tradizionale, decisamente no.
La salsa autentica nasce dall’incontro tra tonno, uova sode, acciughe e capperi, lavorati fino a ottenere una crema vellutata da emulsionare con olio e qualche goccia di aceto.
Se dovesse risultare troppo compatta, il trucco è aggiungere un po’ di brodo di cottura della carne.
Il risultato sarà molto più elegante e armonioso rispetto a qualsiasi scorciatoia industriale.
Un classico che merita rispetto
Il successo del vitello tonnato sta proprio nel suo equilibrio: pochi ingredienti, una preparazione accurata e una tradizione che attraversa generazioni.
Per questo, prima di cedere alle scorciatoie, conviene ricordare che spesso le ricette diventate immortali lo sono proprio perché qualcuno, per oltre un secolo, ha continuato a prepararle nel modo giusto.
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