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Lifestyle

Il lato sensuale della “brava ragazza”

Esploriamo il lato più audace della sindrome della “brava ragazza” e immergiamoci in un viaggio di scoperta sessuale e di autenticità. Ma cosa succede quando queste donne abbracciano la loro sensualità e desiderio più profondi, rompendo le catene dell’autocontrollo e abbracciando la loro vera natura?

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    Oggi come allora, molte donne si trovano ad affrontare la pressione di conformarsi a un ideale di donna attenta a soddisfare le aspettative degli altri. Questa condizione è conosciuta come sindrome della “brava ragazza”, con implicazioni sul benessere delle donne, spingendole a sacrificare la propria autenticità e felicità per ottenere l’approvazione degli altri.

    È tempo di rompere le catene
    Abbraccia la tua sensualità e di vivi la vita al massimo. La sindrome della “brava ragazza” non sarà mai più la stessa. È un processo impegnativo, ma è anche incredibilmente gratificante.

    Quando ti permetterai di abbracciare la tua sensualità e vivere la vita al massimo, scoprirai un senso di libertà e autenticità che trasformerà radicalmente la tua esistenza. Non permettere mai alla paura o alla conformità di tenerti prigioniera. Sii audace, sii coraggiosa, sii te stessa. La sindrome della “brava ragazza” non sarà mai più la stessa.

    La sindrome della “brava ragazza” può essere sexy?
    Assolutamente sì. È la storia di una donna che rompe gli schemi, che osa abbracciare la sua femminilità in tutte le sue forme e sfaccettature. È il viaggio di una donna che rifiuta di essere limitata dalle aspettative degli altri, che si libera dalle restrizioni sociali per abbracciare il suo potere e la sua passione più profondi.

    Lavora di fantasia
    Immagina una donna che indossa il suo abito più provocante, con uno sguardo ardente che promette avventure inimmaginabili. Immagina una donna che abbandona le regole della società per seguire i battiti del suo cuore, che si concede il lusso di seguire i suoi desideri più selvaggi e impetuosi.

    Non solo sesso

    Ma attenzione, la sindrome della “brava ragazza” non è solo una questione di sesso. È una rivoluzione dell’anima, un risveglio della mente e del corpo. È la storia di una donna che trova il coraggio di abbracciare la sua autenticità, che si permette di essere pienamente sé stessa senza paura di giudizi o condanne.

    La sindrome della “brava ragazza” può rappresentare una sfida significativa per molte donne, ma è possibile superarla con impegno, consapevolezza e sostegno. Liberarsi dalle aspettative imposte dagli altri e coltivare l’autenticità può portare a una maggiore felicità, realizzazione personale e benessere emotivo e mentale.

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      Arte e mostre

      Da Bernini a Rothko, fino ad Abramovic: le grandi mostre da vedere in Italia nel 2026

      Il nuovo anno porta in Italia prestiti internazionali, retrospettive monumentali e progetti site-specific firmati da grandi maestri del passato e del presente: Bernini e Lorenzo il Magnifico, Van Dyck e i Tarocchi rinascimentali, Rothko, la Metafisica, Peggy Guggenheim, Schifano, Kiefer, Mona Hatoum e Marina Abramovic. Senza dimenticare Biennale, Artissima, Arte Fiera e Miart, che confermano il ruolo centrale del nostro Paese nel sistema dell’arte globale.

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        Nel 2026 l’Italia torna a essere, letteralmente, un museo a cielo aperto. Chi ama l’arte – antica, moderna o contemporanea – può costruirsi un viaggio lungo dodici mesi seguendo un filo rosso che va dal Barocco romano alle installazioni più radicali.

        Roma apre l’anno con Bernini e i Barberini a Palazzo Barberini, un’immersione nel cantiere del Barocco che racconta il rapporto tra Gian Lorenzo Bernini e Urbano VIII, e quindi il modo in cui potere, immaginario e committenza hanno trasformato la città in capitale artistica del Seicento. A Forlì il Barocco dialoga con il Novecento: “Il gran teatro delle idee” al San Domenico mette in scena, accanto a Bernini, Borromini, Guercino, Van Dyck e Rubens, anche Bacon, de Chirico, Fontana e Boccioni, in un gioco di rimandi tra due epoche irrequiete.

        Il Seicento parla anche la lingua del Nord a Genova, dove Palazzo Ducale dedica una grande mostra ad Anton Van Dyck l’Europeo, concentrandosi sul periodo genovese del maestro fiammingo, cruciale per la nascita di un nuovo modo di intendere il ritratto aristocratico. A Bergamo, invece, l’Accademia Carrara usa i Tarocchi come lente per leggere cinque secoli di cultura visiva: il rarissimo mazzo Colleoni viene riunito dopo oltre cent’anni e dialoga con il Rinascimento, il Surrealismo e le declinazioni più recenti dell’immaginario esoterico.

        Il Grand Tour torna protagonista a Milano, dove il Museo Poldi Pezzoli ospita le Meraviglie del Grand Tour con prestiti dal Met di New York e un cortometraggio firmato Ferzan Özpetek, mentre a Reggio Calabria il Museo Archeologico mette in scena il progetto Gianni Versace. Terra Mater, che intreccia moda, Magna Grecia e identità mediterranea. A Firenze, in autunno, gli Uffizi preparano “Magnifico 1492”, ricostruzione senza precedenti del collezionismo di Lorenzo de’ Medici: dipinti, sculture, gemme, vasi, monete, codici e mappe per restituire la densità di uno sguardo che ha cambiato per sempre l’idea di collezione.

        Dal Rinascimento al Novecento il passo è breve. Palazzo Strozzi, dopo Beato Angelico, accoglie Rothko a Firenze: una mostra diffusa tra Strozzi, Museo di San Marco e Biblioteca Laurenziana, per far emergere il legame sotterraneo tra la spiritualità del colore di Rothko e le architetture, le pale e i silenzi della tradizione italiana. A Brescia, Palazzo Martinengo racconta il Liberty come stile totale dell’Italia moderna, tra arti applicate, grafica, moda e nuove forme di vita urbana.

        Milano costruisce un vero e proprio romanzo della modernità con Metafisica/Metafisiche a Palazzo Reale, dove de Chirico, Savinio, Carrà, de Pisis e Morandi dialogano con gli artisti internazionali che ne hanno raccolto l’eredità. In parallelo, le Gallerie d’Italia espongono le fotografie di Gianni Berengo Gardin dedicate allo studio di Morandi, un controcampo intimo e in bianco e nero alla pittura metafisica e alla sua ossessione per lo spazio. A Udine, Casa Cavazzini porta in Italia oltre novanta capolavori dal Kunst Museum Winterthur: Impressionismo e modernità riunisce Monet, Picasso, Klee e lo stesso de Chirico, mettendo al centro il ruolo del collezionismo nella costruzione del canone.

        Sul versante contemporaneo, la geografia delle mostre si fa ancora più ramificata. A Venezia la Collezione Peggy Guggenheim rilegge la figura della sua fondatrice con Peggy Guggenheim a Londra, mentre a Roma una grande retrospettiva a Palazzo delle Esposizioni ripercorre la parabola inquieta e pop di Mario Schifano, tra televisione, paesaggi italiani e icone del consumo.

        Bologna dedica a John Giorno una retrospettiva che trasforma la poesia in performance, in neon, in dispositivi visivi e sonori. A Milano la Sala delle Cariatidi di Palazzo Reale diventa un enorme laboratorio alchemico con il ciclo Le alchimiste di Anselm Kiefer, mentre la Fondazione Prada ospita le installazioni di Mona Hatoum, tra instabilità, rischio e confini sempre più fragili. A Venezia, Marina Abramovic entra alle Gallerie dell’Accademia con Transforming Energy, un dialogo diretto tra il suo corpo e i maestri del Rinascimento.

        Infine, il 2026 è anche l’anno delle grandi fiere. Venezia ospita la 61ª Biennale d’Arte, costruita sul progetto di Koyo Kouoh e intitolata “In Minor Keys”, un’edizione che promette di mettere al centro voci, storie e narrazioni finora marginali. Bologna conferma Arte Fiera come snodo per il moderno e il contemporaneo italiani, Miart festeggia i trent’anni a Milano, mentre Torino rilancia Artissima, laboratorio privilegiato per le ricerche più sperimentali.

        Per chi ama l’arte, insomma, il 2026 è un anno da segnare in agenda: basta scegliere una città e lasciarsi guidare da mostre, collezioni e grandi nomi. Il resto lo farà, come sempre, lo sguardo di chi attraversa le sale.

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          Cucina

          Strudel di mele: storia, tradizione e la ricetta autentica del grande classico dell’Alto Adige

          Dalle antiche influenze dell’Impero Ottomano fino alle tavole dell’Europa alpina: lo strudel è un viaggio nel tempo che profuma di mele, cannella e cultura gastronomica.

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          Strudel di mele

            Lo strudel di mele è uno dei dolci più rappresentativi dell’Alto Adige e, più in generale, dell’area mitteleuropea. La sua fama va ben oltre le montagne italiane: Austria, Germania, Ungheria e molti Paesi dell’Est lo considerano parte integrante del loro patrimonio culinario. Ma lo strudel non è nato tra i meleti dell’Adige: la sua origine affonda in un passato sorprendente, fatto di contaminazioni e scambi culturali.

            Dalle corti ottomane alle Alpi: un dolce in viaggio

            Lo strudel, nella sua forma attuale, deriva da un dolce molto più antico: il baklava, specialità unica della tradizione mediorientale e balcanica. Fu durante l’espansione dell’Impero Ottomano — tra il XVI e XVII secolo — che ricette simili al baklava raggiunsero l’Europa centrale. Gli austriaci le reinterpretarono sostituendo gli ingredienti più ricchi (come miele e frutta secca) con materie prime locali, in particolare le mele, abbondanti nella regione alpina.

            Il primo documento scritto che cita lo “strudel” risale al 1696 e si trova negli archivi della Biblioteca di Vienna. Da lì, il dolce si diffuse rapidamente nelle cucine borghesi e poi in quelle popolari, diventando un simbolo della tradizione contadina dell’Alto Adige, dove l’incontro tra culture germaniche e italiane ha plasmato un’identità unica anche nel cibo.

            La ricetta tradizionale dello Strudel di mele

            Di strudel esistono oggi tantissime varianti: con pasta tirata, pasta sfoglia, uvetta ammollata nel rum, pangrattato tostato nel burro o frutta secca. La ricetta che segue si ispira alla versione classica altoatesina, quella che meglio conserva l’autenticità storica pur essendo alla portata di ogni cucina domestica.

            Ingredienti (per 6–8 porzioni)

            Per la pasta tirata:

            • 250 g di farina 00
            • 1 uovo
            • 30 g di olio di semi
            • 1 pizzico di sale
            • 100 ml circa di acqua tiepida

            Per il ripieno:

            • 1 kg di mele (preferibilmente Renetta o Golden)
            • 80 g di zucchero
            • 60 g di uvetta
            • 40 g di pinoli (opzionali ma tradizionali)
            • 1 cucchiaino di cannella
            • Succo di mezzo limone
            • 40 g di pangrattato
            • 40 g di burro

            Per la finitura:

            • Burro fuso q.b.
            • Zucchero a velo q.b.

            Procedimento

            1. Preparate la pasta tirata

            Impastate farina, uovo, olio e sale, aggiungendo l’acqua poco alla volta fino a ottenere un composto elastico. Lavoratelo almeno 10 minuti: la caratteristica dello strudel è proprio la sua pasta sottilissima. Formate una palla, copritela e lasciate riposare 30 minuti.

            2. Preparate il ripieno

            Sbucciate le mele, tagliatele a fettine sottili e mescolatele con zucchero, cannella, uvetta ammollata e strizzata, pinoli e succo di limone. Fate fondere il burro in padella e tostate il pangrattato fino a doratura: servirà ad assorbire l’umidità del ripieno, come vuole la tradizione.

            3. Stendete la pasta

            Stendete la pasta prima con il mattarello, poi con le mani, su un canovaccio infarinato. Deve diventare quasi trasparente, tanto da poter leggere un giornale attraverso: è il segno della corretta elasticità.

            4. Assemblate e arrotolate

            Distribuite il pangrattato tostato sulla pasta, lasciando un bordo libero, poi aggiungete il ripieno di mele. Aiutandovi con il canovaccio, arrotolate delicatamente lo strudel. Sigillate bene le estremità.

            5. Cottura

            Adagiate il rotolo su una teglia con carta da forno, spennellate con burro fuso e cuocete in forno a 180°C per 40–45 minuti, finché sarà dorato.

            6. Servizio

            Lasciate intiepidire e spolverate con zucchero a velo. È perfetto servito con crema alla vaniglia o gelato fiordilatte.

            Un dolce che racconta una storia

            Lo strudel di mele è molto più di una ricetta: è il simbolo dell’incontro tra culture, della capacità del cibo di migrare, trasformarsi e radicarsi altrove. Oggi rappresenta una delle specialità più amate dell’Alto Adige, dove ogni famiglia conserva la propria versione tramandata da generazioni.

            Prepararlo in casa significa riportare nella propria cucina un pezzo di storia europea, fatta di profumi antichi e gesti pazienti — gli stessi che, secoli fa, hanno dato vita a uno dei dolci più iconici e rassicuranti della tradizione alpina. Buon viaggio… e buon strudel.

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              Lifestyle

              Quando i figli fanno il contrario: perché succede e come reagire senza perdere l’equilibrio

              Dall’infanzia all’adolescenza, l’opposizione è una fase comune della crescita. Capire cosa c’è dietro i “no” dei figli aiuta i genitori a rispondere con autorevolezza, non con lo scontro.

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              figli fanno il contrario

                Dire a un figlio di fare una cosa e vederlo fare esattamente il contrario è una delle esperienze più frustranti per molti genitori. Succede spesso, in particolare tra i due e i sei anni e poi di nuovo in adolescenza, e non è necessariamente il segnale di un problema educativo o di mancanza di rispetto. Secondo psicologi dell’età evolutiva, nella maggior parte dei casi si tratta di una fase fisiologica dello sviluppo, legata alla costruzione dell’identità e dell’autonomia personale.

                Perché lo fa: non è solo provocazione

                Il comportamento oppositivo nasce spesso dal bisogno del bambino — o del ragazzo — di affermare se stesso. Dire “no” o fare l’opposto diventa un modo per testare i confini, capire fin dove può spingersi e sentirsi padrone delle proprie scelte. Nei più piccoli, questa dinamica è collegata allo sviluppo del linguaggio e della volontà; negli adolescenti, invece, è parte del processo di distacco dall’autorità genitoriale.

                In altri casi, l’opposizione è una risposta emotiva: stanchezza, frustrazione, bisogno di attenzione o difficoltà a gestire le emozioni possono trasformare una richiesta semplice in un terreno di scontro.

                Quando l’ordine scatena la ribellione

                Gli esperti sottolineano che il modo in cui si comunica fa la differenza. Ordini secchi, ripetuti o accompagnati da tono minaccioso aumentano la probabilità di una risposta contraria. Frasi come “fallo subito” o “perché lo dico io” tendono a innescare una reazione difensiva, soprattutto nei bambini con un temperamento più sensibile o indipendente.

                Anche dare troppe istruzioni tutte insieme può confondere e generare rifiuto. In questi casi, il figlio non sta scegliendo di disobbedire, ma di sottrarsi a una richiesta percepita come eccessiva.

                Cosa fare (e cosa evitare)

                La prima regola è non entrare in una lotta di potere. Alzare la voce o irrigidirsi rafforza il comportamento oppositivo. Meglio mantenere la calma e ridurre la richiesta all’essenziale. Offrire una scelta limitata — ad esempio “preferisci farlo ora o tra dieci minuti?” — restituisce al figlio un senso di controllo senza rinunciare alla regola.

                È utile anche spiegare il perché di una richiesta, usando parole adatte all’età. La coerenza è fondamentale: se una regola cambia ogni volta, il bambino impara che opporsi può funzionare.

                Il valore dell’ascolto

                Dietro un comportamento contrario può esserci un messaggio non espresso. Ascoltare, fare domande e riconoscere le emozioni (“vedo che sei arrabbiato”) non significa cedere, ma costruire una relazione basata sulla fiducia. Diversi studi in ambito educativo mostrano che i bambini ascoltati sono più propensi a collaborare nel tempo.

                Quando chiedere aiuto

                Se l’opposizione è costante, intensa e interferisce con la vita scolastica o familiare, può essere utile confrontarsi con un pediatra o uno psicologo. In alcuni casi, il comportamento oppositivo persistente può essere il segnale di un disagio più profondo.

                In sintesi, quando un figlio fa il contrario di ciò che gli viene chiesto, non è sempre una sfida da vincere, ma un’occasione per rivedere il dialogo educativo. Meno controllo, più chiarezza e ascolto: spesso è questa la strada che porta, lentamente, alla collaborazione.

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