Lifestyle
Il lato sensuale della “brava ragazza”
Esploriamo il lato più audace della sindrome della “brava ragazza” e immergiamoci in un viaggio di scoperta sessuale e di autenticità. Ma cosa succede quando queste donne abbracciano la loro sensualità e desiderio più profondi, rompendo le catene dell’autocontrollo e abbracciando la loro vera natura?
Oggi come allora, molte donne si trovano ad affrontare la pressione di conformarsi a un ideale di donna attenta a soddisfare le aspettative degli altri. Questa condizione è conosciuta come sindrome della “brava ragazza”, con implicazioni sul benessere delle donne, spingendole a sacrificare la propria autenticità e felicità per ottenere l’approvazione degli altri.
È tempo di rompere le catene
Abbraccia la tua sensualità e di vivi la vita al massimo. La sindrome della “brava ragazza” non sarà mai più la stessa. È un processo impegnativo, ma è anche incredibilmente gratificante.
Quando ti permetterai di abbracciare la tua sensualità e vivere la vita al massimo, scoprirai un senso di libertà e autenticità che trasformerà radicalmente la tua esistenza. Non permettere mai alla paura o alla conformità di tenerti prigioniera. Sii audace, sii coraggiosa, sii te stessa. La sindrome della “brava ragazza” non sarà mai più la stessa.
La sindrome della “brava ragazza” può essere sexy?
Assolutamente sì. È la storia di una donna che rompe gli schemi, che osa abbracciare la sua femminilità in tutte le sue forme e sfaccettature. È il viaggio di una donna che rifiuta di essere limitata dalle aspettative degli altri, che si libera dalle restrizioni sociali per abbracciare il suo potere e la sua passione più profondi.
Lavora di fantasia
Immagina una donna che indossa il suo abito più provocante, con uno sguardo ardente che promette avventure inimmaginabili. Immagina una donna che abbandona le regole della società per seguire i battiti del suo cuore, che si concede il lusso di seguire i suoi desideri più selvaggi e impetuosi.
Non solo sesso
Ma attenzione, la sindrome della “brava ragazza” non è solo una questione di sesso. È una rivoluzione dell’anima, un risveglio della mente e del corpo. È la storia di una donna che trova il coraggio di abbracciare la sua autenticità, che si permette di essere pienamente sé stessa senza paura di giudizi o condanne.
La sindrome della “brava ragazza” può rappresentare una sfida significativa per molte donne, ma è possibile superarla con impegno, consapevolezza e sostegno. Liberarsi dalle aspettative imposte dagli altri e coltivare l’autenticità può portare a una maggiore felicità, realizzazione personale e benessere emotivo e mentale.
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Lifestyle
Quando comprare diventa una dipendenza: il lato nascosto dello shopping compulsivo
Lo shopping compulsivo, noto come oniomania, non riguarda solo il piacere degli acquisti: è un disturbo del controllo degli impulsi che colpisce fino al 6% della popolazione e richiede riconoscimento, supporto e prevenzione.
Comprare un vestito nuovo, concedersi un accessorio desiderato o approfittare dei saldi sono gesti diventati parte della quotidianità. Tuttavia, quando l’acquisto non è più un piacere occasionale ma una necessità irrefrenabile, si può entrare nel territorio dello shopping compulsivo, una condizione spesso sottovalutata perché socialmente tollerata. Nel linguaggio clinico viene chiamata oniomania: non è classificata come disturbo autonomo nel DSM-5, ma rientra tra i disturbi del controllo degli impulsi e può manifestarsi in comorbilità con ansia, depressione o disturbi ossessivo-compulsivi. Le stime internazionali indicano una diffusione che varia tra l’1% e il 6% della popolazione adulta, senza differenze nette tra classi sociali e con una lieve prevalenza femminile secondo diversi studi.
Quando comprare non è più solo comprare
Il meccanismo alla base è ciclico: nasce un impulso improvviso all’acquisto, seguito da un picco di eccitazione e, subito dopo, da senso di colpa e vergogna. Nel tempo, la necessità di comprare diventa centrale nella giornata e può provocare agitazione quando non si riesce a soddisfare il bisogno. Molti specialisti segnalano somiglianze con altre dipendenze comportamentali: la ricerca del “premio” serve a compensare emozioni negative, come vuoto emotivo, stress o solitudine. Non si tratta di semplice passione per lo shopping, ma di un comportamento che può interferire con lavoro, relazioni e stabilità economica.
Il ruolo dell’online e dei pagamenti digitali
La diffusione dell’e-commerce ha reso gli acquisti ancora più accessibili. Basta uno smartphone per comprare a qualunque ora, spesso senza percepire il denaro speso: secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, le dipendenze comportamentali sono favorite da gratificazioni rapide e dall’assenza di limiti immediati. I siti di shopping utilizzano sistemi di notifiche, consigli personalizzati e promozioni che possono aumentare gli impulsi nei soggetti più vulnerabili. Il rischio cresce quando si utilizzano carte di credito, pagamenti dilazionati o servizi “compra ora, paga dopo”, che riducono la percezione della spesa reale.
Segnali d’allarme da non ignorare
Non ogni amante dello shopping è un dipendente. I campanelli da non sottovalutare includono:
- acquisti ripetuti e non pianificati, spesso di oggetti inutili;
- pensieri continui sul comprare, con difficoltà a concentrarsi su altro;
- spese superiori alle proprie possibilità economiche;
- tentativi di nascondere pacchi o scontrini ai familiari;
- alterazioni dell’umore legate alla possibilità di acquistare.
Se la rinuncia agli acquisti provoca irritabilità, ansia o malessere, è consigliabile chiedere un parere professionale.
Come intervenire e a chi chiedere aiuto
Gli esperti suggeriscono alcune strategie concrete: limitare l’uso delle carte, uscire con persone di fiducia nei periodi più critici, stabilire un budget mensile realistico, evitare di navigare sui siti di shopping nei momenti di fragilità emotiva. Parlare del problema è fondamentale: la condivisione riduce la vergogna e può prevenire l’isolamento. In Italia è possibile rivolgersi a psicologi e centri di salute mentale del Servizio sanitario nazionale, con percorsi di supporto accessibili e spesso a costi contenuti.
Una dipendenza invisibile, ma reale
Lo shopping compulsivo non va banalizzato come un vizio o una mancanza di volontà. È un disturbo che può compromettere seriamente la qualità della vita, ma riconoscerlo in tempo permette di intervenire. Comprendere che dietro un acquisto eccessivo può nascondersi un disagio emotivo è il primo passo per affrontarlo senza giudizio, restituendo alle persone la possibilità di scegliere — e non subire — il proprio rapporto con il denaro e con sé stesse.
Moda
L’imperatore non c’è più: addio a Valentino Garavani, il creatore che ha insegnato al mondo cosa significa essere belle
Valentino Garavani è morto a 93 anni nella sua Roma. Creatore assoluto, simbolo di eleganza e visione, ha attraversato quasi settant’anni di storia vestendo dive, regine e generazioni di donne. Il suo nome ha superato mode e stagioni, diventando parte del costume e dell’immaginario collettivo
L’imperatore non c’è più. Valentino Garavani si è spento a 93 anni a Roma, la città che aveva scelto come casa, officina creativa e teatro finale della sua leggenda. Non serve essere appassionati di moda per capire che si tratta di un lutto globale: Valentino non è stato soltanto uno stilista, ma un’idea di bellezza assoluta, una grammatica dell’eleganza che ha attraversato generazioni, culture e continenti.
“Cosa desiderano le donne? Essere belle”. Così riassumeva la sua visione. Una frase semplice, quasi disarmante, che però racchiudeva tutto: l’ossessione per la forma perfetta, il rispetto per il corpo femminile, la convinzione che l’abito dovesse esaltare, mai sovrastare. Dal 1959, anno della fondazione della maison a Roma, fino al ritiro nel 2007, Valentino ha seguito una sola bussola: rendere le donne magnifiche. Loro lo hanno capito subito e lo hanno incoronato senza esitazioni.
Da Voghera al mito
Valentino nasce a Voghera l’11 maggio 1932. Fin da bambino è attratto dal bello, dall’armonia, dal gesto elegante. Uno degli episodi fondativi del suo immaginario avviene durante l’adolescenza, all’Opera di Barcellona: circondato da dame vestite di rosso, intuisce quanto quel colore sappia esaltare ogni donna. È un’epifania. Da allora il rosso diventa la sua firma, ma ridurre la sua eredità a una tinta sarebbe un errore imperdonabile.
Dopo gli studi a Milano, nel 1949 si trasferisce a Parigi. Ha appena 17 anni e frequenta l’École des Beaux-Arts alla Chambre Syndicale de la Couture Parisienne. Gli italiani, all’epoca, non sono ben visti, ma il talento di Valentino è troppo evidente per essere ignorato. Vince il Woolmark Prize, lo stesso che consacra Yves Saint Laurent e Karl Lagerfeld, suo grande amico. Lavora con Jean Dessès, poi con Guy Laroche, ma capisce presto che non gli basta essere “uno dei tanti”.
Roma, Giammetti e l’ascesa
Nel 1959 torna in Italia e sceglie Roma, allora capitale dell’alta moda. I primi scatti ufficiali lo ritraggono mentre lavora all’abito da sposa della sorella. Uno dei suoi primi capi iconici è un vestito al ginocchio ricoperto di rose di tulle, dal rosa al rosso: un presagio. Nel 1960, in via Veneto, incontra Giancarlo Giammetti, studente di architettura ventiduenne. È un colpo di fulmine umano e professionale che dà vita a uno dei sodalizi più solidi e longevi della storia della moda.
Valentino crea, Giammetti amministra. Insieme sono inarrestabili. Diana Vreeland li battezza “The boys”. Nel 1962 debuttano a Firenze, nella Sala Bianca di Pitti. Ma il momento che trasforma Valentino in simbolo assoluto arriva nel 1967, con la celebre collezione interamente bianca. Lo slot è il peggiore possibile, l’ultimo dell’ultimo giorno. Eppure tutti restano. Il trionfo è totale.
L’imperatore e la sua corte
Le star arrivano una dopo l’altra: dive del cinema, cantanti, principesse, teste coronate. Jackie Kennedy indossa Valentino sia al funerale di John Kennedy sia al matrimonio con Aristotele Onassis, scegliendo proprio un abito della collezione Bianca. Diventa una musa silenziosa, una presenza costante. Un suo abito verde menta, indossato da Jackie, verrà poi portato agli Oscar del 2002 da Jennifer Lopez: due donne diversissime, stessa perfezione. Questo era il suo dono.
Anche dopo la fine della relazione sentimentale con Giammetti nel 1970, i due restano inseparabili. Intorno a loro nasce una famiglia d’elezione, un clan elegante e affiatato. Valentino sceglie Parigi come capitale operativa, Place Vendôme, perché è il più francese dei creatori italiani. Veste Liz Taylor, Sophia Loren, Cate Blanchett, Julia Roberts, sei attrici vincitrici dell’Oscar indossano suoi abiti. Frequenta Warhol, Madonna, scia a Gstaad, organizza feste leggendarie nel suo château francese. Ovunque, tutto è perfetto.
Il ritiro, il documentario, l’eredità
Nel 1998 vende il marchio per 300 milioni di dollari, anticipando i tempi. Nel 2006 riceve la Legion d’Onore a Parigi e appare in un cameo ne Il diavolo veste Prada. Nel 2007 annuncia il ritiro con un addio monumentale a Roma: mostra all’Ara Pacis, festa al Colosseo, sfilata memorabile che si chiude, sorprendentemente, con abiti rosa.
L’amarezza emergerà nel 2009 con il documentario Valentino – The Last Emperor, che racconta l’ultimo anno prima dell’addio. Accolto da standing ovation in tutto il mondo, diventa un riscatto umano e artistico. Anche nel dopo-Valentino, il suo sguardo resta decisivo: Piccioli e Maria Grazia Chiuri, scelti da lui, guidano la maison verso una nuova giovinezza. Due dei nomi più influenti della moda contemporanea sono sue creature.
L’ultima immagine
Nel luglio 2019, a Parigi, al termine di una sfilata haute couture di Pierpaolo Piccioli, Valentino è in prima fila accanto a Celine Dion e Naomi Campbell. Le sarte dell’atelier lo riconoscono, gli corrono incontro, lo abbracciano. Lui piange. È forse l’immagine più vera del suo lascito: un uomo che ha creato bellezza, ma soprattutto legami, rispetto, devozione.
Valentino Garavani mancherà molto. Alla moda, certo. Ma soprattutto al mondo.
Società
Guadagni su OnlyFans? Il Fisco guarda anche lì: cosa dichiarare, come farlo e quando
Dopo la scoperta di due creator con oltre 250mila euro non dichiarati, cresce l’attenzione su un fenomeno in espansione che coinvolge influencer, piattaforme online e nuove forme di tassazione.
L’ultima notizia arriva dalla provincia di Lodi e segna un nuovo capitolo nel rapporto tra Fisco e lavoro digitale. La Guardia di Finanza ha individuato due influencer attive su OnlyFans che, secondo gli accertamenti, avrebbero incassato complessivamente circa 250mila euro senza dichiararli all’Erario. I proventi, ricostruiti attraverso movimenti bancari e flussi provenienti dalla piattaforma, derivavano da abbonamenti mensili pagati dai follower e da donazioni dirette, finite sui conti correnti personali senza il versamento delle imposte dovute, in particolare dell’Iva.
Anche su Onlyfans si pagano le tasse
Il caso non è isolato e fotografa un fenomeno ormai strutturale. OnlyFans, piattaforma nata nel Regno Unito e diventata celebre per i contenuti per adulti, ospita oggi anche personal trainer, musicisti, divulgatori e creator di vario tipo. Ciò che accomuna tutti è la possibilità di monetizzare direttamente la propria audience. Ma al crescere dei guadagni cresce anche l’obbligo di rispettare le regole fiscali, spesso sottovalutate o ignorate.
Sono redditi imponibili
In Italia i compensi percepiti tramite OnlyFans sono a tutti gli effetti redditi imponibili. La differenza sta nella modalità con cui vengono tassati. Se l’attività è occasionale, sporadica e priva di organizzazione stabile, i guadagni possono rientrare nei “redditi diversi” e vanno comunque indicati nella dichiarazione dei redditi, pagando l’Irpef dovuta. Se invece l’attività è abituale e continuativa — come avviene nella maggior parte dei casi quando esiste un canone di abbonamento e una produzione costante di contenuti — scatta l’obbligo di aprire una partita Iva.
Nudi con la partita IVA
Con la partita Iva, il creator diventa a tutti gli effetti un lavoratore autonomo: deve emettere fattura, applicare l’Iva (salvo regimi agevolati come il forfettario), versare imposte e contributi previdenziali. È proprio su questo aspetto che si concentrano molte delle verifiche della Guardia di Finanza, che incrocia i dati delle piattaforme con quelli bancari per individuare incongruenze e redditi non dichiarati. Le sanzioni, in caso di evasione, possono essere molto pesanti, tra recupero delle imposte, interessi e multe.
Il tema non riguarda solo l’Italia. Negli Stati Uniti, dove OnlyFans ha una platea enorme, si discute da tempo di una possibile “tassa sul vizio”, un’imposta specifica sui contenuti per adulti, sulla scia di quanto già avviene per alcol e tabacco. L’idea nasce dalla difficoltà di monitorare un settore in forte espansione e dalla volontà di intercettare nuove entrate fiscali in un’economia sempre più digitale.
Il messaggio che emerge dalle indagini recenti è chiaro: guadagnare online non significa essere invisibili al Fisco. Like, abbonamenti e donazioni si traducono in reddito reale e, come tale, vanno dichiarati. In un mercato che promette facili guadagni e grande libertà, la consapevolezza fiscale diventa parte integrante del “mestiere” di creator. Ignorarla, come dimostra il caso di Lodi, può costare molto caro.
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