Lifestyle
Ma se ti scappa la pipì e non hai i soldi per il caffè che fai?
Senza consumare di solito non si ha il diritto di utilizzare il bagno di un locale pubblico, salvo eccezioni stabilite da specifici regolamenti comunali.
E’ possibile fare la pipì nel bagno di un locale senza consumare? La risposta è no. Il bagno nei locali pubblici è riservato a chi consuma e quindi diventa un cliente. Ma la questione è oggetto di diversi dibattiti. A fare il punto su come fare è l’Unione nazionale consumatori che fornisce alcune sintetiche informazioni riguardanti l’uso dei bagni nei locali pubblici senza essere clienti.
Uso riservato ai clienti
Di norma, i bagni dei locali pubblici sono riservati ai clienti. Un locale pubblico non è un bagno pubblico e quindi non è obbligato a fornire l’uso del bagno gratuitamente a chi non consuma.
La sentenza del Tar Toscana: un locale pubblico non è un bagno pubblico
Una sentenza del Tar Toscana (n. 691 del 18/2/2010) ha chiarito che obbligare i locali pubblici a fornire l’uso gratuito del bagno a chiunque sarebbe un onere economico eccessivo, limitando la libertà di iniziativa economica.
Obbligo di bagno funzionante
I locali che somministrano cibo e bevande devono avere un bagno a norma e funzionante, ma questo non implica che il bagno debba essere disponibile per chiunque. L’obbligo è di metterlo a disposizione dei clienti paganti. Per avere diritto all’uso del bagno, basta acquistare il prodotto più economico, diventando così clienti paganti.
Cosa dicono i regolamenti comunali
Alcuni comuni possono avere regolamenti specifici che obbligano i locali a permettere l’uso gratuito del bagno al pubblico. Ad esempio, il Comune di Parma richiede che i bagni dei locali siano accessibili gratuitamente al pubblico e che ciò sia comunicato chiaramente all’interno del locale.
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Lifestyle
Video brevi e scroll infinito: quando i social rischiano di creare dipendenza
La fruizione compulsiva di video brevi sui social network è sempre più diffusa e non riguarda solo gli adolescenti. Gli esperti parlano di un fenomeno che può trasformarsi in una vera dipendenza comportamentale. Ecco perché accade e come provare a ridurne l’impatto.
Scorrono veloci, durano pochi secondi e sembrano innocui. Eppure i video brevi che popolano piattaforme come TikTok, Instagram Reels e YouTube Shorts stanno cambiando in profondità il nostro modo di consumare contenuti digitali. Secondo numerosi studi internazionali, l’esposizione prolungata a questo tipo di intrattenimento può attivare meccanismi simili a quelli delle dipendenze comportamentali, rendendo difficile interrompere lo scrolling anche quando se ne è consapevoli.
Perché i video brevi creano assuefazione
Alla base del successo dei contenuti “short” c’è un preciso funzionamento neurologico. Ogni video è progettato per catturare l’attenzione in pochi istanti e offrire una gratificazione immediata. Il cervello risponde rilasciando dopamina, il neurotrasmettitore legato al piacere e alla ricompensa. Il problema nasce quando questa stimolazione diventa continua: il passaggio rapido da un contenuto all’altro mantiene il cervello in uno stato di attesa costante, rendendo difficile fermarsi.
Gli algoritmi fanno il resto, selezionando video sempre più affini ai gusti dell’utente. In questo modo il tempo trascorso online aumenta senza che ce ne si renda conto. Alcune ricerche parlano di riduzione della capacità di concentrazione, aumento dell’irritabilità e difficoltà a tollerare momenti di noia o silenzio.
Non solo ragazzi: un fenomeno trasversale
Se inizialmente l’attenzione era rivolta soprattutto agli adolescenti, oggi è chiaro che la dipendenza da video brevi coinvolge tutte le fasce d’età. Adulti e professionisti riferiscono difficoltà a staccarsi dallo smartphone, soprattutto nei momenti di pausa o prima di dormire. L’uso serale, in particolare, può interferire con il sonno, a causa della stimolazione continua e della luce blu degli schermi.
Quando preoccuparsi
Gli esperti invitano a prestare attenzione ad alcuni segnali: perdita della percezione del tempo, uso dei social per regolare l’umore, difficoltà a svolgere attività quotidiane senza controllare il telefono e sensazione di ansia quando non si può accedere alle piattaforme. In questi casi, parlare di dipendenza non è un’esagerazione, ma una possibilità concreta.
Come ridurre l’impatto dei video brevi
Fare a meno dei video corti non significa necessariamente eliminarli del tutto, ma imparare a gestirli. Impostare limiti di tempo giornalieri, disattivare le notifiche e creare momenti “offline” durante la giornata sono strategie semplici ma efficaci. Anche sostituire lo scrolling automatico con attività che richiedano maggiore attenzione – come leggere, camminare o ascoltare musica senza schermo – aiuta il cervello a ritrovare un ritmo più equilibrato.
Un altro passo importante è la consapevolezza: riconoscere che dietro quei pochi secondi di intrattenimento esiste un sistema progettato per trattenere l’utente il più a lungo possibile. Solo partendo da questa presa di coscienza è possibile tornare a usare i social come strumenti e non come automatismi.
Società
Parrucche di solidarietà: donare i capelli per chi ha perso la chioma nelle ustioni
Oltre alla terapia medica, la ricostruzione dell’immagine e della fiducia in sé stessi è parte essenziale del percorso di guarigione dei feriti nel rogo di Le Constellation. E in questo campo la solidarietà diventa un gesto tangibile.
Il percorso di recupero per le vittime del rogo di Capodanno al locale Le Constellation è solo all’inizio e si preannuncia lungo e complesso. Tra i feriti che hanno riportato ustioni di terzo grado, molti presentano danni profondi ai tessuti cutanei: il calore ha distrutto bulbi piliferi e follicoli, rendendo impossibile la naturale ricrescita dei capelli in alcune zone. Oltre al dolore fisico, i sopravvissuti affrontano uno smarrimento psicologico che può durare anni. È in questo contesto che è nata una rete di solidarietà dal forte impatto emotivo: la donazione di capelli per la realizzazione di parrucche dedicate agli ustionati.
L’iniziativa solidale
L’iniziativa ha preso avvio in Canton Vallese, in Svizzera, e si è rapidamente estesa a diverse province italiane. La missione si basa sulla convinzione che la guarigione non passi solo attraverso le cure mediche. Per questo molti parrucchieri hanno deciso di offrire tagli e messa in piega gratuiti a chi sceglie di donare i propri capelli: un modo concreto per ringraziare chi cede una parte di sé a beneficio di chi ne ha perso la propria.
Raccolta e lavorazione
La raccolta dei capelli è coordinata dall’azienda elvetica La Natur’elle di Martigny, che funge da centro di smistamento verso un laboratorio italiano specializzato nella produzione di parrucche. Qui i capelli donati vengono lavorati con tecniche professionali per creare parrucche robuste e naturali. Le ciocche devono avere una lunghezza minima di 20 centimetri, anche se i 35 centimetri sono considerati ottimali per consentire tagli più lunghi. È possibile donare capelli colorati, ma è necessario evitare trattamenti aggressivi come decolorazioni intense, permanenti o henné, che indeboliscono la fibra capillare rendendo più difficile la lavorazione.
Come donare i capelli
Il processo di donazione è semplice, ma richiede attenzione. Prima del taglio, i capelli devono essere lavati, asciugati e legati in una coda o treccia ben salda, in modo da preservare l’orientamento naturale dei fusti. Questa procedura permette di ottenere ciocche uniformi, fondamentali per la qualità finale delle parrucche. L’iniziativa ha trovato nei social network, in particolare TikTok e Instagram, un potente amplificatore: video tutorial e guide pratiche spiegano passo passo come preparare la ciocca e incoraggiano chiunque a partecipare.
Un gesto che ricostruisce la fiducia
Donare i propri capelli significa offrire molto più di un semplice capo d’abbigliamento: è un contributo concreto al recupero della fiducia in sé stessi per chi ha subito traumi gravi. Le parrucche non coprono solo una perdita estetica, ma aiutano a ridare normalità, dignità e sicurezza a chi, per colpa di un incidente, ha visto cambiare radicalmente la propria immagine. In un contesto doloroso come quello del rogo di Le Constellation, queste iniziative dimostrano che la solidarietà può avere forme concrete e immediate, capaci di restituire sorrisi e speranza.
Lifestyle
Bottiglie di plastica, la nuova rivoluzione green: cosa cambierà davvero nei prossimi anni
L’Unione europea rilancia la sfida contro l’inquinamento da plastica: dopo tappi solidali e materiali riciclati, il futuro degli imballaggi passa da nuove regole e bioplastiche.
La lotta all’inquinamento è tornata al centro dell’agenda europea e, ancora una volta, la plastica monouso è uno dei principali bersagli. Le bottiglie, oggetti di uso quotidiano e simbolo di un consumo spesso poco consapevole, stanno vivendo una trasformazione profonda che nei prossimi anni modificherà ulteriormente abitudini e filiere produttive.
Le norme che hanno già cambiato le nostre abitudini
Negli ultimi anni i cittadini europei hanno toccato con mano gli effetti delle nuove direttive comunitarie. Dal 2024 è diventato obbligatorio l’utilizzo dei cosiddetti “tappi solidali”, ovvero fissati alla bottiglia, per evitare che vengano dispersi nell’ambiente. Una misura che ha suscitato polemiche e critiche, soprattutto per la praticità d’uso, ma che risponde a un problema concreto: i tappi sono tra i rifiuti plastici più rinvenuti nei mari.
A questa novità si è aggiunto, dal gennaio 2025, l’obbligo di utilizzare una quota minima di plastica riciclata nelle bottiglie in PET. Una tappa intermedia di un percorso più ambizioso, che punta a rendere il riciclo la regola e non l’eccezione.
Le sfide per le aziende
L’introduzione dei tappi attaccati non ha convinto tutti e, in molti casi, viene aggirata con facilità. Per questo le aziende stanno studiando nuove soluzioni di design, capaci di rendere il sistema più funzionale senza rinunciare all’obiettivo ambientale. È una sfida tecnica e industriale che richiede investimenti e innovazione, ma che diventerà inevitabile con l’inasprirsi delle regole.
Gli obiettivi europei al 2030
Le direttive UE fissano traguardi precisi: entro il 2029 il 90% delle bottiglie in plastica dovrà essere raccolto separatamente e avviato al riciclo. Dal 2030, inoltre, ogni bottiglia dovrà contenere almeno il 30% di plastica riciclata. Non si tratta solo di ridurre i rifiuti, ma di costruire un’economia realmente circolare, in cui gli imballaggi tornino a essere materia prima.
La strada delle bioplastiche
Parallelamente, si guarda con sempre maggiore interesse ai materiali alternativi. Le bioplastiche rappresentano una delle soluzioni più promettenti, anche se non prive di criticità. Il PLA, ottenuto dalla fermentazione di zuccheri vegetali, è oggi il materiale più diffuso grazie a costi relativamente contenuti. Il PHA, invece, è una tecnologia emergente: viene prodotto da microrganismi a partire da oli vegetali o scarti organici e offre buone prospettive in termini di biodegradabilità.
Entrambi i materiali, se certificati, possono essere conferiti nella raccolta dell’umido, ma la loro diffusione su larga scala è ancora limitata dai costi e dalla necessità di infrastrutture adeguate.
Un cambiamento che coinvolge tutti
Il futuro delle bottiglie di plastica sarà il risultato di scelte politiche, innovazione industriale e comportamenti individuali. Le regole europee tracciano una direzione chiara: meno plastica dispersa, più riciclo e materiali più sostenibili. Per i consumatori significa adattarsi a nuovi formati e nuove abitudini, ma anche partecipare in modo attivo a una transizione ambientale che, ormai, non è più rimandabile.
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