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Società

Deconcentrati, stressati, ansiosi. I nostri adolescenti sono a rischio

Non dormono, non si concentrano, stanno poco in società: così lo smartphone ha reso depressi e ansiosi i nostri adolescenti.

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    Il libro “La generazione ansiosa” di Jonathan Haidt (Rizzoli editore) ha posto una questione importante. Qual è l’impatto degli smartphone e dei social media sul benessere mentale degli adolescenti. L’autore ha presentato un quadro preoccupante, supportato da dati molto inquietanti. L’uso eccessivo degli smartphone ha portato a un aumento della depressione, ansia e dei suicidi tra i giovani. La “Grande riconfigurazione dell’infanzia“, come la definisce Haidt, ha spostato i ragazzi dal gioco libero all’isolamento digitale, privandoli delle esperienze sociali fondamentali per il loro sviluppo emotivo e mentale.

    Come i social stanno rovinando i nostri figli

    L’autore sostiene che l’abuso dello smartphone, combinato con l’iperprotettività dei genitori, ha creato una generazione più vulnerabile, costantemente in modalità di difesa, incapace di affrontare rischi e frustrazioni. I bambini di oggi sono meno preparati a gestire le sfide della vita perché sono stati protetti eccessivamente dai noi genitori esposti senza controllo ai pericoli della rete. Questa combinazione ha reso gli adolescenti più fragili e ansiosi.

    Ci si incontra meno e in fretta

    Uno degli effetti più gravi dell’uso degli smartphone è la riduzione delle interazioni sociali reali. I ragazzi passano meno tempo con gli amici e più tempo online, perdendo le opportunità di sviluppare relazioni profonde e significative. Inoltre, la frammentazione dell’attenzione e la dipendenza da notifiche continue minano la loro capacità di concentrazione e di riflessione.

    La tecnologia non va demonizzata, va usata meglio

    Haidt non è un luddista, non demonizza la tecnologia in sé, ma invita a una riflessione critica sul modo in cui la usiamo. È importante, dice, distinguere tra le opportunità offerte dalla rete e le distorsioni create dai social media, che alimentano una visione binaria e semplificata del mondo. Le soluzioni, secondo lui, non risiedono nel rifiuto della tecnologia, ma nell’educazione e nella regolamentazione del suo uso.

    Serve una riconnessione con la realtà

    Il libro si chiude con consigli pratici per genitori, insegnanti e governi su come affrontare questi problemi. Haidt suggerisce una discussione aperta tra genitori e figli, e un uso più consapevole degli smartphone, spegnendoli quando necessario per riconnettersi con la realtà e tra di loro.

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      Società

      Congelare il futuro: cos’è la crioconservazione degli ovociti e perché sempre più donne la scelgono

      Dalla medicina della fertilità una possibilità in più per programmare la maternità: come funziona il congelamento degli ovociti, quando è indicato e quali limiti ha.

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      crioconservazione

        Negli ultimi anni se ne parla sempre più spesso, complice il cambiamento degli stili di vita e l’aumento dell’età media in cui si diventa madri. La crioconservazione degli ovociti, conosciuta anche come “social freezing” quando non legata a patologie, è una tecnica di medicina della riproduzione che consente di prelevare, congelare e conservare gli ovociti di una donna per un eventuale utilizzo futuro.

        Dal punto di vista scientifico, la procedura si basa sulla vitrificazione, un metodo di congelamento ultrarapido che evita la formazione di cristalli di ghiaccio e permette di preservare meglio la qualità cellulare. Gli ovociti vengono conservati a temperature molto basse, intorno ai -196 gradi, e possono rimanere crioconservati per anni senza subire alterazioni significative.

        Ma perché una donna dovrebbe decidere di congelare i propri ovociti? Le ragioni sono principalmente due. La prima è di tipo medico: la crioconservazione è indicata prima di terapie oncologiche o trattamenti invasivi che possono compromettere la fertilità, come chemioterapia o radioterapia. In questi casi rappresenta una vera e propria strategia di tutela della possibilità di diventare madri dopo la malattia.

        La seconda motivazione è legata a scelte personali e sociali. Sempre più donne decidono di rimandare la maternità per motivi professionali, economici o perché non hanno ancora trovato il partner giusto. Congelare gli ovociti in età fertile, idealmente prima dei 35 anni, consente di “mettere in pausa” la qualità ovarica, che con il passare del tempo tende fisiologicamente a ridursi.

        È importante chiarire, però, che la crioconservazione non è un’assicurazione sulla maternità. Il successo di una futura gravidanza dipende da diversi fattori: l’età al momento del prelievo, il numero di ovociti congelati, la loro qualità e le condizioni di salute al momento dell’impianto. In media, più giovane è la donna al momento del congelamento, maggiori sono le probabilità di successo.

        Dal punto di vista pratico, il percorso prevede una stimolazione ovarica farmacologica, controllata da esami e monitoraggi ecografici, seguita dal prelievo degli ovociti in day hospital. È una procedura sicura, ma non priva di impegno fisico ed emotivo, che richiede una valutazione accurata con uno specialista.

        In Italia la crioconservazione degli ovociti è consentita ed è regolata dalla legge sulla procreazione medicalmente assistita. Nei casi oncologici può essere coperta dal Servizio sanitario nazionale, mentre per motivi non medici i costi restano a carico della paziente.

        In un contesto sociale in cui la maternità è sempre più posticipata, la crioconservazione degli ovociti rappresenta una possibilità concreta di scelta e autonomia. Non una promessa certa, ma uno strumento in più per conciliare salute, tempi di vita e desiderio di genitorialità, con la consapevolezza che informazione corretta e aspettative realistiche restano fondamentali.

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          Società

          Guadagni su OnlyFans? Il Fisco guarda anche lì: cosa dichiarare, come farlo e quando

          Dopo la scoperta di due creator con oltre 250mila euro non dichiarati, cresce l’attenzione su un fenomeno in espansione che coinvolge influencer, piattaforme online e nuove forme di tassazione.

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          Guadagni su OnlyFans? Il Fisco guarda anche lì: cosa dichiarare, come farlo e quando

            L’ultima notizia arriva dalla provincia di Lodi e segna un nuovo capitolo nel rapporto tra Fisco e lavoro digitale. La Guardia di Finanza ha individuato due influencer attive su OnlyFans che, secondo gli accertamenti, avrebbero incassato complessivamente circa 250mila euro senza dichiararli all’Erario. I proventi, ricostruiti attraverso movimenti bancari e flussi provenienti dalla piattaforma, derivavano da abbonamenti mensili pagati dai follower e da donazioni dirette, finite sui conti correnti personali senza il versamento delle imposte dovute, in particolare dell’Iva.

            Anche su Onlyfans si pagano le tasse

            Il caso non è isolato e fotografa un fenomeno ormai strutturale. OnlyFans, piattaforma nata nel Regno Unito e diventata celebre per i contenuti per adulti, ospita oggi anche personal trainer, musicisti, divulgatori e creator di vario tipo. Ciò che accomuna tutti è la possibilità di monetizzare direttamente la propria audience. Ma al crescere dei guadagni cresce anche l’obbligo di rispettare le regole fiscali, spesso sottovalutate o ignorate.

            Sono redditi imponibili

            In Italia i compensi percepiti tramite OnlyFans sono a tutti gli effetti redditi imponibili. La differenza sta nella modalità con cui vengono tassati. Se l’attività è occasionale, sporadica e priva di organizzazione stabile, i guadagni possono rientrare nei “redditi diversi” e vanno comunque indicati nella dichiarazione dei redditi, pagando l’Irpef dovuta. Se invece l’attività è abituale e continuativa — come avviene nella maggior parte dei casi quando esiste un canone di abbonamento e una produzione costante di contenuti — scatta l’obbligo di aprire una partita Iva.

            Nudi con la partita IVA

            Con la partita Iva, il creator diventa a tutti gli effetti un lavoratore autonomo: deve emettere fattura, applicare l’Iva (salvo regimi agevolati come il forfettario), versare imposte e contributi previdenziali. È proprio su questo aspetto che si concentrano molte delle verifiche della Guardia di Finanza, che incrocia i dati delle piattaforme con quelli bancari per individuare incongruenze e redditi non dichiarati. Le sanzioni, in caso di evasione, possono essere molto pesanti, tra recupero delle imposte, interessi e multe.

            Il tema non riguarda solo l’Italia. Negli Stati Uniti, dove OnlyFans ha una platea enorme, si discute da tempo di una possibile “tassa sul vizio”, un’imposta specifica sui contenuti per adulti, sulla scia di quanto già avviene per alcol e tabacco. L’idea nasce dalla difficoltà di monitorare un settore in forte espansione e dalla volontà di intercettare nuove entrate fiscali in un’economia sempre più digitale.

            Il messaggio che emerge dalle indagini recenti è chiaro: guadagnare online non significa essere invisibili al Fisco. Like, abbonamenti e donazioni si traducono in reddito reale e, come tale, vanno dichiarati. In un mercato che promette facili guadagni e grande libertà, la consapevolezza fiscale diventa parte integrante del “mestiere” di creator. Ignorarla, come dimostra il caso di Lodi, può costare molto caro.

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              Società

              Quando l’idolo diventa “intimo”: il boom delle relazioni parasociali nell’era dei social

              Dall’adolescenza all’età adulta, ecco perché ci si affeziona a chi non ci conosce e quando l’illusione di vicinanza diventa un rischio per l’equilibrio personale.

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              Quando l’idolo diventa “intimo”

                Scorrono video, arrivano notifiche, i volti di cantanti, influencer e attori entrano quotidianamente nelle nostre case. Parlano alle telecamere come se parlassero a noi. È così che le relazioni parasociali – rapporti emotivi intensi verso una figura pubblica che non ricambia – sono diventate un elemento comune della vita digitale. Una modalità di legame che può sembrare innocua, ma che merita uno sguardo attento.

                «La caratteristica fondamentale è la mancanza di reciprocità: la persona sente vicino il proprio idolo, ma in realtà quell’interazione esiste solo nella sua mente» spiega Chiara Simonelli, psicoterapeuta e sessuologa presso la Fondazione Sapienza di Roma. «Si tratta di dinamiche tipiche della pubertà, quando si fantastica sul cantante del momento o su figure idealizzate che appaiono come un modello. È un passaggio di crescita: aiuta a definire identità e desideri».

                Un “allenamento” emotivo degli adolescenti

                Tra i 12 e i 15 anni, cercare punti di riferimento diversi dai genitori è normale. L’icona pop o il creator ribelle incarnano ciò che l’adolescente vorrebbe essere: libertà, coraggio, bellezza, successo. «Questi personaggi rappresentano un ponte verso la vita adulta, un’immagine proiettata di sé. Per questo il legame è così intenso» spiega Simonelli.

                Con il passare degli anni, però, lo scenario dovrebbe cambiare: le relazioni reali assumono spazio, e la fantasia rimane un ricordo. «Quando la relazione parasociale prosegue a lungo è un campanello: può indicare che la vita quotidiana non offre soddisfazioni, e che si insegue un ideale irraggiungibile per compensare frustrazioni».

                Cosa accade negli adulti

                Nell’età adulta questo meccanismo non scompare: si trasforma. In molti casi l’attaccamento riguarda figure mediatizzate che incarnano status, stili di vita, o il partner ideale. L’illusione diventa rifugio dalla routine. «Sono rapporti che danno un sollievo immediato, ma rischiano poi di amplificare lo scontento: il confronto con la propria realtà diventa più doloroso».

                Il ruolo dei social: un’illusione di contatto

                La diffusione dei social network ha radicalmente cambiato il fenomeno. Le star mostrano case, famiglie, traumi, cani e colazioni. Parlano in prima persona, rispondono ai commenti, chiamano per nome i fan. «Si crea un senso di falsa familiarità» spiega Simonelli. «Sembra che l’altra persona sia davvero vicina, disponibile. Ma dietro c’è un lavoro professionale, nulla è spontaneo come appare».

                Più la distanza si accorcia in apparenza, più l’asimmetria diventa invisibile. Si ha l’impressione di essere parte della vita di chi si ammira, mentre in realtà non si è neppure visti.

                Quando diventa un problema?

                Tutto cambia quando il pensiero diventa monopolizzato. «Non è preoccupante seguire un profilo per una decina di minuti al giorno. Lo diventa se la figura idealizzata invade spazi essenziali: lavoro, relazioni, cura dei figli, vita di coppia». In quei casi il legame unilaterale ruba tempo ed energia alla costruzione di rapporti veri e possibilità concrete di cambiamento.

                Come tornare con i piedi per terra

                La cura parte da una sola condizione: riconoscere il problema. «Se la persona non è consapevole dell’eccesso, nessun intervento può iniziare» afferma Simonelli. «Terapie e percorsi psicologici funzionano quando c’è motivazione a capire cosa quella relazione surrogata sta sostituendo nella vita reale». Osservare il disagio, interrogarsi sui propri bisogni, dare spazio a relazioni autentiche: sono i primi passi per trovare un equilibrio.

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