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Fate attenzione se lo ricevete su WhatsApp: cosa nasconde il messaggio 7642
Se sul vostro WhatsApp personale si materializza un messaggio con questa sequenza di numeri, è bene seguire i consigli contenuti in questo articolo, per evitarvi spiacevoli sorprese…
WhatsApp è senza dubbio l’applicazione più utilizzata al mondo. Peraltro quella di cui le persone si fidano, visto che la usano per avere a che fare con i propri affetti personali e, talvolta, anche per questioni lavorative. Allo stesso tempo, però, sempre più spesso vi circolano messaggi molto particolari, ad opera di contatti sconosciuti al suo interno. È questo il caso che si sta ripetendo nelle ultime settimane, con WhatsApp ed anche altre applicazioni di messaggistica finite nell’occhio del ciclone.
Cosa succede
Molti utenti hanno riferito di aver ricevuto via messaggio una sequenza numerica apparentemente innocua: 7642. Quattro semplici numeri che stanno generando curiosità e preoccupazione in molti. La domanda dunque sorge spontanea: cosa si nasconde all’interno di questa stringa?
Tendenza virale che nasconde un significato in codice
Secondo gli esperti, la sequenza 7642 non rappresenta una minaccia diretta ma è legata a una tendenza virale. Ogni cifra ha un significato specifico e, insieme, formano un messaggio simbolico: “Sarà sempre qui per te”. È un linguaggio codificato che richiama altre tendenze simili, come “1437” (che significa “per sempre”) o “1543” (“ti amo”).
Comunicazione giovanile creativa o “gancio” per scopi illeciti?
Codici che si stanno diffondendo rapidamente, soprattutto tra i giovani, come forma creativa di comunicazione. Tuttavia, la loro crescente popolarità solleva interrogativi generali sulla sicurezza della piattaforma, visto che possono essere utilizzati come “esca” per scopi meno innocui ed illeciti.
Occhio al phishing
Anche se il codice “7642” sembra essere un fenomeno senza rischi, va ricordato che i messaggi numerici o contenenti simboli insoliti possono essere utilizzati per tentativi di phishing o altre truffe digitali. I malviventi potrebbero sfruttare la viralità di questi trend per inviare link dannosi o allegati infetti. Il problema potrebbe sorgere nel momento in cui i messaggi del genere dovessero invitare gli utenti a cliccare su specifici link. L’obiettivo di questi ultimi è far atterrare le persone su siti ideati appositamente per rubare dati personali o per installare virus.
Le precauzioni da osservare in 5 semplici passaggi
Fondamentale seguire alcune semplici regole, per evitare conseguenze spiacevoli:
1 – Non cliccare mai su link sospetti contenuti in messaggi inaspettati o non richiesti;
2 – Verificare il mittente, soprattutto se il messaggio arriva da un numero sconosciuto;
3 – Non scaricare allegati da fonti non affidabili;
4 – Installare un software antivirus aggiornato per proteggere il dispositivo;
5 Segnalare eventuali attività sospette all’app di messaggistica o alle autorità competenti.
INSTAGRAM.COM/LACITYMAG
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L’apocalisse dei Q-uboldi: se Instagram stacca la spina ai “fantasmi”
Notte di pulizie di primavera per Meta: milioni di account bot finiscono nel cestino, facendo tremare i reali del web.
Se la mattina del 9 maggio avete sentito un urlo sordo provenire dai quartieri alti di Milano, non era un calo della Borsa, ma qualcosa di molto più tragico per l’ego digitale: il suono di milioni di follower che svanivano nel nulla. Mark Zuckerberg ha deciso di fare il “Cenerentolo”, passando la scopa digitale su Instagram per eliminare bot, profili spam e account in letargo. Il risultato? Un massacro di pixel che ha lasciato i grandi influencer con le cifre vistosamente sgonfiate.
Chiara Ferragni e il “metodo Firenze”
Per la regina (un po’ ammaccata) di Instagram, il risveglio è stato degno di un film horror. Chiara Ferragni ha visto sparire 387mila follower in un solo colpo. Per intenderci, è come se l’intera popolazione di Firenze avesse deciso di smettere di seguirla nello stesso istante. Un colpo che pesa per l’1,39% della sua fanbase, proprio mentre l’imprenditrice tenta di ricostruire la propria immagine post-Pandoro. Ma in questa Waterloo digitale, Chiara non è sola.
La classifica dei “meno virtuosi”: vince (si fa per dire) Di Vaio
Se la Ferragni piange, Mariano Di Vaio non ride affatto. L’influencer si aggiudica la maglia nera dell’epurazione: con 150mila follower volatilizzati, ha perso il 2,14% del suo totale, la percentuale più alta del gruppo. Non è andata meglio a Gianluca Vacchi, che ha visto il suo “esercito” ridursi di 284mila unità (1,26%), o a Wanda Nara, che ha salutato 187mila fan fantasma. Persino la sorella d’arte Valentina Ferragni ha lasciato sul campo l’1% esatto della sua utenza.
“A volte i numeri non sono tutto, ma quando spariscono così in fretta, il dubbio che qualcuno avesse ‘gonfiato’ il palloncino viene a tutti.”
Le “Giulie” restano in sella: la rivincita della realtà
In questo scenario apocalittico, spiccano le storie di chi, invece, i follower li ha conquistati uno a uno, col sudore della fronte (o almeno con post molto reali). Giulia De Lellis e Giulia Salemi escono dalla bonifica quasi indenni.
- De Lellis: Solo 5.700 persi (lo 0,10%).
- Salemi: Appena 5.000 in meno (lo 0,09%). Per loro si è trattato di una semplice “spolverata”, segno di una fanbase solida e fatta di persone in carne, ossa e smartphone.
Chi riempie gli stadi e chi solo il salotto
Nella lista dei “buoni” troviamo anche la “Divina” Federica Pellegrini (solo lo 0,23% di calo) e Michelle Hunziker (0,21%), a dimostrazione che lo sport e il sorriso autentico non hanno bisogno di algoritmi russi per brillare. Anche Stefano De Martino, prossimo padrone di casa ad Affari Tuoi, ha perso solo lo 0,38%: per lui, il “pacco” di Instagram non conteneva brutte sorprese.
Il verdetto? Se la metafora musicale dell’anno è riempire i palazzetti, dopo questa pulizia molti influencer hanno scoperto che, tolto il trucco dei bot, la platea è decisamente più spaziosa. Resta da capire se chi è rimasto sia lì per guardare lo spettacolo o solo per commentare le macerie.
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Algoritmi d’azzardo: come le quote delle scomesse influenzano e distorcono l’Eurovision
Viaggio dietro le quinte dei bookmaker tra “bolle” della sala stampa, l’illusione ottica dei press poll e il mistero dell’Australia, eterna favorita dei giornalisti ma snobbata dal pubblico sovrano.
Se c’è una certezza quando si accendono i riflettori sull’Eurovision Song Contest, è che da qualche parte a Londra un analista in camicia bianca e occhiaie da carenza di sonno sta decidendo il destino della musica europea. E no, non lo fa valutando la purezza dell’estensione vocale o la profondità dei testi, ma calcolando quante sterline un idraulico di Liverpool è disposto a scommettere sul look techno-cyberpunk della delegazione finlandese.
Per il lettore esigente, abituato a pensare che l’Eurovision sia una raffinata scacchiera geopolitica fatta di voti di scambio tra Paesi baltici e storici rancori balcanici, la realtà è molto più cinica. È una questione di algoritmi. Ma quanto c’è di scientifico in queste previsioni e quanto, invece, siamo di fronte a una colossale allucinazione collettiva guidata dal mercato dell’azzardo?
La formula magica (che in realtà è psicologia spicciola)
Sfatiamo un mito: i bookmaker non hanno la sfera di cristallo e non sanno in anticipo chi vincerà. All’inizio dell’anno, quando i brani non sono ancora stati scelti, le quote si basano puramente sulla “fama storica”. Nazioni come l’Ucraina, la Svezia o l’Italia partono quasi sempre con quote basse semplicemente perché storicamente fanno bene.
La vera distorsione inizia quando si aprono i flussi di scommesse. L’algoritmo non cerca la verità artistica, cerca il bilanciamento finanziario. Se una massa di scommettitori punta improvvisamente su una canzone a causa di un trend virale su TikTok, il bookmaker abbassa la quota per proteggersi. Risultato? Quella nazione schizza in cima alla lavagna dei favoriti, i media globali titolano “Nazione X favorita per la vittoria”, e il pubblico generalista si convince che quella canzone sia un capolavoro. È la profezia che si autoavvera.
Il miraggio della Sala Stampa e l’abbaglio australiano
Il picco di questa allucinazione si raggiunge durante la settimana delle prove, quando i giornalisti accreditati iniziano a votare nei famigerati press poll (i sondaggi della sala stampa). Qui la percezione della realtà si deforma definitivamente.
Prendiamo il caso emblematico dell’Australia. Per ragioni che rasentano il misticismo coreografico, la sala stampa eurovisiva sviluppa ogni anno un’autentica venerazione per le performance oceaniche. I giornalisti vedono lo staging iper-tecnologico, l’esibizione vocale impeccabile e votano in massa, posizionando l’Australia al primo posto dei loro sondaggi. I bookmaker, nel panico, tagliano le quote.
Poi arriva la sera della finale e l’Europa profonda – quella che non vive nei centri stampa ma davanti alla TV con una pizza sul divano – guarda la stessa esibizione, scrolla le spalle e decide che preferisce un bizzarro cantante folk moldavo che suona il flauto d’argilla. L’Australia crolla al televoto, e la “scienza” dei bookmaker si rivela per quello che è: una bolla autoreferenziale creata da poche centinaia di addetti ai lavori.
La democrazia del divano contro l’algoritmo
I bookmaker, insomma, sono bravissimi a capire dove va il denaro, ma faticano a comprendere dove va l’empatia. Il televoto dell’Eurovision conserva un elemento di totale anarchia emotiva che nessun software di scommesse potrà mai mappare. Una transizione visiva azzeccata, un sorriso alla telecamera o un meme nato spontaneamente su X (l’ex Twitter) durante i tre minuti di esibizione possono spostare milioni di voti in cinque minuti, polverizzando mesi di calcoli matematici e mandando in fumo i risparmi dei trader londinesi.
Quindi, quando guarderete le grafiche televisive che mostrano le percentuali di vittoria prima della finale, sorridete. Non state guardando il futuro: state solo guardando quanto l’Europa ha paura di perdere i propri soldi.
Tech
La porta USB-C del tuo smartphone fa molto più che ricaricare: 4 funzioni che quasi nessuno usa davvero
Dall’audio cablato al collegamento diretto con monitor e hard disk esterni: ecco perché la porta USB-C è molto più importante di quanto pensiamo.
Per la maggior parte delle persone la porta USB-C serve a una sola cosa: caricare il telefono. Fine. E invece quel piccolo ingresso ovale presente ormai su quasi tutti gli smartphone moderni nasconde potenzialità enormi che moltissimi utenti ignorano completamente.
La USB-C è diventata la lingua universale della tecnologia contemporanea. La troviamo ovunque: computer, cuffie, console, tablet, powerbank e persino piccoli elettrodomestici. Ma sugli smartphone — soprattutto sui modelli più recenti come i Google Pixel — le sue funzioni vanno molto oltre la semplice ricarica.
Le cuffie con filo non sono affatto morte
Nel pieno dell’ossessione per il wireless e gli auricolari Bluetooth, sta accadendo qualcosa di curioso: le cuffie con filo stanno tornando di moda.
E la porta USB-C è uno dei motivi principali.
Nonostante la sparizione del classico jack da 3,5 mm, Android supporta ormai perfettamente l’audio digitale via USB-C. Basta un adattatore o direttamente un paio di cuffie compatibili per avere un ascolto stabile, immediato e senza batterie da ricaricare.
Una soluzione che molti stanno riscoprendo soprattutto durante viaggi, voli aerei o giornate lunghissime dove anche solo dover ricaricare le cuffie diventa una seccatura.
Lo smartphone può diventare un hard disk super veloce
Qui arriva la parte che quasi nessuno sfrutta davvero. Con gli standard USB più recenti, come USB 3.2 presente ad esempio dai Google Pixel 7 in poi, la velocità di trasferimento può raggiungere i 10 Gbps.
Tradotto: puoi collegare direttamente al telefono un hard disk esterno o una SSD e spostare enormi quantità di dati in pochi secondi.
Video in 4K, fotografie pesanti, backup completi o file enormi non devono più passare obbligatoriamente dal cloud o dal computer.
Ed è anche un modo intelligente per evitare abbonamenti mensili ai servizi di archiviazione online.
Puoi collegare lo smartphone a tv e monitor
La USB-C permette anche di trasformare il telefono in una piccola centrale multimediale.
Con un semplice adattatore HDMI o DisplayPort, molti smartphone recenti consentono di collegarsi direttamente a monitor e televisori per duplicare lo schermo.
Una funzione comodissima per guardare film, mostrare fotografie, fare presentazioni o aggirare i limiti di alcune app di streaming che spesso funzionano male con il casting wireless.
E soprattutto c’è un vantaggio che il Wi-Fi non riesce ancora a battere: la stabilità del cavo.
Gaming senza lag: il trucco dei giocatori
Anche nel gaming mobile la USB-C fa una differenza enorme.
Collegare un controller cablato direttamente allo smartphone elimina praticamente tutta la latenza dei comandi. E per chi gioca online o a titoli competitivi, quel ritardo minimo può cambiare completamente l’esperienza.
Molti gamer usano ormai il telefono quasi come una console portatile, magari tenendolo contemporaneamente in carica wireless mentre il controller è collegato via USB-C.
Il vero problema? I cavi sbagliati
Il paradosso è che spesso queste funzioni non vengono utilizzate semplicemente perché la maggior parte dei cavi inclusi nelle confezioni supporta solo la ricarica lenta.
Molti utenti pensano che la USB-C sia limitata, quando in realtà è il cavo a essere limitato.
Ed è forse questa la più grande ironia della tecnologia moderna: abbiamo in tasca dispositivi potentissimi, ma continuiamo a usarli come se servissero solo per attaccare una spina.
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