Tempo libero ed interessi
Il retrogaming non è nostalgia: l’analisi di un veterano dell’informazione videoludica
Raffaele “Raffo” Sogni, pioniere del giornalismo videoludico italiano, analizza l’esplosione del retrogaming: non solo nostalgia, ma preservazione storica e scontro tra passione autentica e speculazione di mercato. Come i classici continuano a influenzare l’industria di oggi — e perché il futuro del videogioco passa dall’hardware del passato.
Raffaele Sogni, conosciuto da tutti come Raffo, è una delle voci più autorevoli del
giornalismo videoludico italiano. Storico redattore di The Games Machine, caporedattore
nei primi anni 2000 di Official Nintendo Magazine e volto noto dei programmi TV
GameTime prima e di Crossover poi, dedicati alla cultura dei videogiochi, Raffo ha
attraversato oltre tre decenni di evoluzione del settore raccontandone successi,
innovazioni e derive. Alla Milan Games Week 2025, dove è stato ospite di diversi panel, ha
portato la sua esperienza per approfondire un tema tornato centrale negli ultimi anni: il
retrogaming, non solo come nostalgia, ma come fenomeno culturale, economico e sociale.
Con lui analizziamo il presente del videogioco guardando al suo passato, e proviamo a
capire come stanno cambiando pubblico, mercato e industria.
Molti associano il retrogaming alla nostalgia. Secondo te è solo un tuffo nel passato o rappresenta qualcosa di più profondo?
Ritengo che ridurre il retrogaming a semplice nostalgia sia estremamente limitativo. Sebbene la nostalgia sia innegabilmente la scintilla iniziale per molti, le ragioni per cui questo interesse persiste e si approfondisce sono molto più strutturate.
È un po’ come apprezzare il cinema muto o la musica classica dell’800: non lo si fa solo per avere un rapporto con il passato, ma per il valore intrinseco dell’opera.
Giocare a un titolo degli anni ’80 o ’90 è come leggere un libro o guardare un film di quell’epoca.
Ogni gioco è una capsula del tempo che riflette la tecnologia, l’estetica e persino i valori culturali del suo periodo. Permette di comprendere l’evoluzione del linguaggio videoludico, vedendo come sono nate certe convenzioni di genere (i platform, gli sparatutto, i picchiaduro) e come si sono sviluppate nel tempo. È un modo per studiare la storia del medium in prima persona.
I giovani scoprono i giochi del passato tramite porting, remake o collezioni digitali. Quanto conta la preservazione digitale nella cultura videoludica moderna?
In un’era dominata dal digitale, dove i giochi possono essere rimossi dagli store online da un giorno all’altro, il possesso fisico di una cartuccia, di un manuale o di una confezione originale assume un valore tangibile e fondamentale. Il collezionismo di retrogame non è solo un hobby, ma anche un atto di preservazione storica. I collezionisti, con la loro passione, contribuiscono a salvare dall’oblio opere che altrimenti andrebbero perdute.
Il mercato del retro è cresciuto a dismisura, con prezzi folli per console e titoli rari. È una passione o un business che rischia di snaturare tutto?
Il mercato ha raggiunto in alcuni casi valutazioni che vanno oltre la logica del puro collezionismo per passione. Stiamo assistendo a una vera e propria “finanziarizzazione” del retrogame. Va però fatta una distinzione: molti degli acquirenti che spendono cifre molto elevate non sono videogiocatori. Sono investitori che, vedendo un trend di crescita costante, puntano su questi oggetti come farebbero con un quadro o un orologio di lusso, scommettendo su una futura rivalutazione.
Fortunatamente, la stragrande maggioranza dei giochi retro è ancora acquistabile a prezzi
ragionevoli e l’esperienza del gioco originale vintage, che è il fulcro della passione, rimane alla
portata di quasi tutti. In definitiva, vedo due mercati distinti che usano lo stesso nome. Da un lato, un mercato speculativo di lusso per pochi, che tratta i videogiochi come prodotti d’investimento. Dall’altro, una community globale e appassionata di giocatori e collezionisti che si concentra sull’esperienza ludica e sulla preservazione storica, utilizzando hardware originale.
Secondo te i remake e remaster stanno rispettando l’identità dei titoli originali o l’industria sta rivalutando il proprio passato solo per motivi commerciali?
Se devo essere onesto, la risposta propende decisamente verso la seconda ipotesi: l’industria sta vampirizzando il proprio passato principalmente per avversione al rischio. E nel farlo, spesso fallisce nel preservare l’anima dell’opera originale.
Molti classici traevano la loro forza proprio dai limiti tecnici. La nebbia di Silent Hill, i fondali pre-renderizzati di Resident Evil, la palette cromatica limitata dei giochi a 8 o 16 bit: non erano difetti, erano scelte estetiche imposte dall’hardware che gli sviluppatori trasformavano in linguaggio artistico.
I remake sono prodotti commerciali validi per chi non ha vissuto quell’epoca o non vuole scontrarsi con barriere tecnologiche. Ma se parliamo di identità, di visione artistica e di esperienza pura, il supporto originale vince su tutta la linea.
L’industria sta cercando di riscrivere la storia con una calligrafia più moderna e leggibile, ma nel processo sta perdendo la poesia del testo originale. Se si vuole capire davvero perché un gioco è diventato leggenda, bisogna procurarsi l’hardware per cui è stato concepito.

Parliamo di hardware: quali sono le console simbolo del retrogaming che continueranno a segnare anche le future generazioni?
Verrebbe da dire tutte, perché ognuna possiede delle caratteristiche uniche che testimoniano il loro tempo, diciamo che mettendosi nei panni di un aspirante collezionista, inizierei da 3 console fondamentali: NES, Mega Drive e PlayStation.
Il NES verrà (e viene) studiato come il padre del modello di business moderno. Ha introdotto il
concetto di licenza rigorosa per le terze parti e ha standardizzato l’interfaccia umana con il D-pad (la croce direzionale), seppur sia nato coi Game & Watch. Le future generazioni di designer guarderanno al NES per capire il level design nella sua forma più pura: limitazioni hardware che costringevano a una creatività meccanica perfetta, tuttora base di ogni corso di game design.
Il Sega Mega Drive non è stato solo una console: è stato l’agente del caos che ha trasformato
l’industria da un “monopolio giocattoloso” a un business d’intrattenimento aggressivo e maturo.
Prima del Mega Drive, Nintendo controllava circa il 90% del mercato americano e giapponese,
dettando prezzi e contenuti. Il Mega Drive ha dimostrato che il monopolio poteva essere interrotto. Con una quota di mercato che in occidente arrivò a superare il 50% nei primi anni ’90, SEGA ha costretto l’industria a evolversi, abbassando i costi di licenza per le terze parti e creando una concorrenza reale di cui hanno beneficiato i consumatori.
Se il NES ha salvato l’industria dopo il crash del mercato videoludico del 1983, il Mega Drive l’ha resa competitiva.
La prima PlayStation non ha solo introdotto il 3D di massa; ha cambiato il supporto fisico (seppur non sia stata la prima console a farlo). Passando dalla cartuccia al CD-ROM. È stata il “punto zero” del videogioco moderno inteso come esperienza multimediale. L’inclusione di filmati in full-motion video e colonne sonore orchestrali ha attratto un pubblico generalista, sdoganando il videogioco da “giocattolo” a prodotto di intrattenimento di massa al pari del cinema. Ancora oggi (anche se in effetti è un po’ fastidioso da sentire) per molti PlayStation è sinonimo di videogiochi. Le generazioni future vedranno nella PS1 il momento esatto in cui la narrazione complessa è diventata di massa.
Bonus track. Se avete una discreta disponibilità economica (600 euro a salire), il Vectrex merita sicuramente di essere preso in considerazione: è una “cattedrale nel deserto” tecnologica, un fallimento commerciale che, paradossalmente, è invecchiato meglio di qualsiasi altra console della sua epoca (primi anni 80). Il Vectrex, unica console da casa mai prodotta con monitor integrato, è l’anti-emulazione. Mentre si può giocare a Super Mario su un PC con un’esperienza al 99% fedele, non è possibile emulare un Vectrex su uno schermo LCD od OLED. La “fosforescenza” delle linee che decadono, il ronzio del monitor CRT verticale integrato e il design ancora oggi accattivante, rendono questa console un pezzo fondamentale in una collezione.
Guardando al futuro, pensi che i giochi di oggi diventeranno oggetti di culto come quelli del passato? Oppure l’era digitale renderà tutto più effimero?
La risposta breve è: no, i giochi di oggi non diventeranno oggetti di culto nello stesso modo fisico del passato, ma il “culto” sopravviverà trasformandosi in una lotta per la preservazione.
Con l’imminente esclusione dei prodotti fisici dai negozi, il “Santo Graal” non sarà una copia fisica rara, ma un file giocabile di un titolo rimosso dagli store. Pensiamo a P.T. (il teaser di Silent Hills): è già oggi un oggetto di culto digitale. La console che lo ha installato vale oro non per l’hardware, ma perché è l’unico “contenitore” rimasto di un’esperienza cancellata. La rarità futura sarà definita dal delisting (la rimozione dagli store), non dalla tiratura di stampa.
Proprio perché tutto è effimero, sta nascendo un movimento di “resistenza” che definirà il culto del futuro. Iniziative come “Stop Killing Games”, che nel 2025 ha superato il milione di firme in
Europa per chiedere leggi che impediscano di rendere ingiocabili i prodotti acquistati, dimostrano che i giocatori stanno prendendo coscienza. Insomma l’uomo vuole mantenere la memoria del suo passato e in qualche modo riuscirà a farlo anche con i videogiochi.
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Frutti di bosco, quali raccogliere in estate e dove trovarli: la guida per riconoscerli senza rischi
Passeggiare nei boschi alla ricerca di piccoli frutti è una tradizione che unisce natura e gastronomia. Ma serve attenzione: non tutte le bacche sono commestibili e la raccolta richiede alcune semplici regole.
L’estate è la stagione ideale per i frutti di bosco. Profumati, ricchi di vitamine e antiossidanti, sono protagonisti di marmellate, dolci, macedonie e dessert, ma anche di escursioni tra montagne e colline. Tra giugno e settembre molti boschi italiani si trasformano in una vera dispensa naturale, offrendo raccolti spontanei a chi conosce il territorio e rispetta l’ambiente.
Prima di riempire il cestino, però, è fondamentale sapere riconoscere le specie commestibili ed evitare di raccogliere bacche di cui non si è assolutamente certi.
Quali sono di stagione
Tra luglio e agosto si trovano soprattutto mirtilli neri, diffusi sulle Alpi e sugli Appennini oltre gli 800-1.000 metri di quota. Nello stesso periodo maturano i lamponi selvatici, che prediligono i margini dei boschi e le radure soleggiate.
L’estate è anche il momento delle more di rovo, facilmente riconoscibili lungo sentieri, siepi e campagne, mentre il ribes rosso viene coltivato soprattutto nei frutteti di montagna. In alcune zone alpine si possono incontrare anche i mirtilli rossi, generalmente più tardivi.
Dove trovarli e come raccoglierli
I frutti di bosco crescono soprattutto nelle aree montane e collinari del Nord Italia e lungo l’Appennino, ma molte aziende agricole organizzano anche la raccolta diretta nei propri campi.
Per non danneggiare le piante è consigliabile raccogliere i frutti delicatamente con le dita, evitando di strapparne i rami. Meglio utilizzare un cestino di vimini, che favorisce la circolazione dell’aria, piuttosto che sacchetti di plastica, nei quali la frutta tende a schiacciarsi rapidamente.
Prima di partire è sempre opportuno informarsi sulle norme locali: in molte regioni esistono limiti quantitativi giornalieri per la raccolta spontanea.
Attenzione alle bacche tossiche
Mai raccogliere o consumare bacche che non si conoscono perfettamente. Alcune specie spontanee, come quelle del belladonna o del dafne, possono essere altamente tossiche e, a un occhio inesperto, ricordare i frutti commestibili.
Se si hanno dubbi è meglio acquistare i frutti di bosco presso produttori locali o nei mercati contadini, dove si trovano prodotti freschi, di stagione e raccolti poche ore prima.
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Snorkeling, le regole d’oro per esplorare il mare in sicurezza senza correre rischi
Lo snorkeling è tra le attività più amate dell’estate perché adatto a tutte le età. Per viverlo in sicurezza occorre però conoscere il mare, rispettare l’ambiente e non sottovalutare le condizioni meteo.
Acque trasparenti, pesci colorati e fondali da esplorare a pochi metri dalla riva. Lo snorkeling è una delle attività simbolo dell’estate perché permette di osservare il mondo sottomarino senza bisogno di brevetti o attrezzature complesse. Proprio la sua apparente semplicità, però, porta spesso a sottovalutare alcuni aspetti fondamentali della sicurezza.
Bastano pochi accorgimenti per trasformare un bagno in mare in un’esperienza piacevole, evitando situazioni di pericolo per sé e per l’ambiente.
Mai entrare in acqua senza controllare il mare
Prima di indossare maschera e pinne è sempre opportuno verificare le condizioni del mare e del vento. Correnti, onde e risacca possono cambiare rapidamente anche lungo coste che sembrano tranquille.
È consigliabile evitare lo snorkeling in caso di mare mosso, temporali in arrivo o scarsa visibilità. Chi non conosce la zona dovrebbe informarsi sulla presenza di correnti, traffico di imbarcazioni o aree riservate alla navigazione.
Anche la boa segnasub, pur non essendo sempre obbligatoria per chi pratica snorkeling vicino alla riva, rappresenta un importante elemento di sicurezza quando ci si allontana dalla costa, perché aumenta la visibilità nei confronti delle barche in transito.
Mai da soli e attenzione al sole
Una delle regole più importanti è non praticare snorkeling da soli. Avere un compagno permette di ricevere aiuto in caso di crampi, stanchezza improvvisa o piccoli malori.
Prima di entrare in acqua è bene applicare una protezione solare resistente all’acqua sulle parti esposte del corpo e ricordarsi che il sole, riflesso dalla superficie marina, aumenta il rischio di scottature anche quando non ci si accorge del caldo.
Chi utilizza pinne dovrebbe inoltre evitare di avventurarsi troppo lontano dalle proprie capacità fisiche: il ritorno controcorrente può rivelarsi molto più impegnativo del previsto.
Rispettare il mare significa proteggerlo
Durante l’escursione è importante mantenere una distanza di sicurezza da pesci, ricci, meduse e altri organismi marini. Toccare il fondale, raccogliere conchiglie vive o calpestare praterie di posidonia può danneggiare ecosistemi estremamente delicati.
Anche dare da mangiare ai pesci è un comportamento da evitare, perché altera le loro abitudini naturali.
Lo snorkeling offre uno dei modi più affascinanti per conoscere il mare. Affrontarlo con prudenza, equipaggiamento adeguato e rispetto per l’ambiente permette di vivere un’esperienza sicura e di contribuire alla tutela di un patrimonio naturale che appartiene a tutti.
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Funghi, che passione: come raccoglierli senza rischi e dove farli controllare sempre prima di mangiarli
Mai fidarsi di app, fotografie o consigli improvvisati. Gli esperti ricordano che tutti i funghi raccolti spontaneamente dovrebbero essere controllati gratuitamente dagli Ispettorati micologici delle Asl prima del consumo.
Con l’arrivo dell’estate e, soprattutto, delle prime piogge, torna la voglia di passeggiare nei boschi alla ricerca di porcini, finferli, ovuli e di tante altre specie amate dagli appassionati. La raccolta dei funghi è una tradizione che coinvolge migliaia di italiani, ma ogni stagione porta con sé anche decine di casi di intossicazione, alcuni dei quali purtroppo molto gravi.
Il primo consiglio degli esperti è semplice: raccogliere solo esemplari integri, evitando quelli troppo maturi, deteriorati o infestati da insetti. I funghi vanno riposti in un cestino di vimini, che permette la dispersione delle spore e una corretta aerazione, mentre è sempre sconsigliato utilizzare sacchetti di plastica, dove il calore e l’umidità accelerano il deterioramento.
Gli errori da evitare nel bosco
Mai raccogliere un fungo solo perché assomiglia a uno commestibile. Molte specie velenose sono quasi identiche a quelle mangerecce e le differenze possono essere riconosciute soltanto da personale qualificato.

È altrettanto importante non affidarsi ai cosiddetti “rimedi della nonna”. Il colore del cucchiaio d’argento, il prezzemolo, l’aglio o il fatto che un animale abbia mangiato quel fungo non hanno alcun valore scientifico e non permettono di stabilire se una specie sia tossica oppure no.
Anche le applicazioni per smartphone e il riconoscimento attraverso fotografie possono aiutare a orientarsi, ma non sostituiscono mai il controllo di un esperto.
Dove far controllare gratuitamente i funghi
Il punto fondamentale è questo: prima di consumare qualsiasi fungo raccolto spontaneamente è opportuno farlo controllare dagli Ispettorati micologici delle Aziende sanitarie locali (Asl).

Questi servizi, presenti su gran parte del territorio nazionale, sono gestiti da micologi qualificati che identificano le specie raccolte e verificano se siano commestibili. Nella maggior parte dei casi il controllo è gratuito per i privati cittadini, anche se modalità e orari possono variare da una Regione all’altra. È consigliabile consultare il sito internet della propria Asl o contattarla telefonicamente prima di recarsi allo sportello.
Mai affidarsi al giudizio di amici, conoscenti o venditori improvvisati: solo un micologo può certificare con sicurezza la commestibilità dei funghi raccolti.
Cosa fare in caso di sospetta intossicazione
Se dopo aver mangiato funghi compaiono nausea, vomito, diarrea, dolori addominali, vertigini o altri sintomi insoliti, è fondamentale rivolgersi immediatamente al Pronto soccorso o contattare il Centro antiveleni, senza aspettare che il malessere passi da solo.
Gli specialisti raccomandano, se possibile, di conservare gli avanzi del pasto, eventuali funghi rimasti crudi o gli scarti della pulizia: possono rivelarsi molto utili ai micologi per identificare la specie ingerita e orientare rapidamente la terapia.
Una passeggiata nel bosco può regalare grandi soddisfazioni, ma quando si parla di funghi la prudenza non è mai troppa. Un controllo gratuito prima di portarli in tavola può evitare conseguenze anche molto serie.
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