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Ma a chi piace la ‘bistecca’ senza carne? Il futuro si fa green e anche la costata diventerà vegetariana!

Il risparmio a tavola può avvenire in tanti modi. Contenendo i consumi di acqua, di gas, scegliendo materie prime a km 0 ovvero che vengono coltivati o allevati in luoghi non lontani da casa. Ora la Impact Corp, una startup di under 30, porta in Italia il business della bistecca senza cellule animali con il motto “Sostenibilità senza rinunce”.

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    Il risparmio a tavola può avvenire in tanti modi. Contenendo i consumi di acqua, di gas, scegliendo materie prime a km 0 ovvero che vengono coltivati o allevati in luoghi non lontani da casa. Impact Corp, una startup di under 30, porta in Italia il business della bistecca senza cellule animali con il motto “Sostenibilità senza rinunce”.

    Ma un ragù è sempre un ragù

    I menù della catena Impact food, indicano il risparmio idrico e di CO2. Si scopre così che per un ragù a base vegetale, al posto di quello con la carne, il risparmio idrico è del 99%. E quello di CO2 del 94%. Per produrre un hamburger di 100 grammi di carne si usano 1500 litri d’acqua, con un prodotto vegetale il vantaggio idrico varia tra il 97 e il 99%

    Sostenibilità senza rinunce

    Impact Corp vuole espandere all’Italia l’uso della ‘bistecca’ senza uso di cellule animali. Puntano a “Invertire la tendenza globale che ci sta portando verso il punto di non ritorno per la nostra stessa sopravvivenza su questo pianeta”. Impact Corp è una startup nata nel 2020 dall’idea di undici ragazzi under 30. L’obiettivo è quello di creare un progetto food, e non solo, in cui poter produrre in modo sostenibile senza dover rinunciare al gusto e alle qualità organolettiche e proteiche del cibo. Come? Servendosi delle risorse naturali in modo consapevole e rispettando il progresso.

    L’impatto sull’agroalimentare

    Il team di Impact Corp, composto da undici giovani laureati con esperienze diverse, ha focalizzato il loro impegno nel settore agroalimentare, aprendo un locale sostenibile a Roma chiamato Impact Food. Una vera e propria Stekhouse sostenibile. L’obiettivo è sensibilizzare il pubblico sull’importanza di un’ alimentazione sostenibile senza dover rinunciare al gusto della carne, formaggi e pesce, offrendo alternative vegetali che rispettano l’ambiente.

    Ma che gusto ha quella bistecca?

    Grazie a una gestione attenta dei costi, Impact ha raggiunto il punto di pareggio economico in meno di un anno dall’apertura. Questo grazie anche all’aumento costante del numero di clienti. Ciò ha permesso loro di offrire prodotti a prezzi competitivi, con un food cost globale inferiore al 20%,. Ma non solo. Ha aperto prospettive per ulteriori sviluppi nel settore della grande distribuzione organizzata (GDO).

    Fare profitto senza compromettere l’ambiente

    Con il loro approccio innovativo e sostenibile, Impact Corp punta a cambiare il panorama dell’agroalimentare italiano, dimostrando che è possibile fare profitto senza compromettere l’ambiente. “Con il nostro locale cerchiamo di avvicinare il pubblico a una alimentazione sostenibile ma senza rinunciare al piacere di mangiare una bistecca e derivati, formaggi o pesce. Facciamo scoprire prodotti plant based che non impattano sull’ambiente“, dice Alessandro Thellung, imprenditore co fondatore di Impact Corp:.

    Nuovi locali tra Roma e Milano

    Ridurre i consumi di carne aiuta a contribuire al contenimento dei gas serra“, spiega Thellung. “Il nostro è un progetto che sta avvicinando altri imprenditori con cui pensiamo di aprire quattro nuovi locali due a Roma e due a Milano. Sul nostro menu per ogni piatto indichiamo il risparmio idrico e il risparmio di CO2. Ad esempio per un piatto di pasta con un ragù a base vegetale il risparmio idrico è pari al 99% e quello di CO2 del 94% rispetto a un piatto tradizionale”.

    I clienti aumentano e i prezzi calano

    Grazie ad un’affluenza di pubblico in costante crescita (30mila coperti nell’arco di un anno) l’azienda può lavorare su un tale volume di merci più elevato. Questo consente di vendere i prodotti finali a prezzi concorrenziali con altri ristoratori che utilizzano materie prime di origine animale. Questo ha fatto si che il food cost globale, sul singolo punto vendita, si avvicini al 20%, con molti prodotti che scendono ben al di sotto. “I prodotti in origine non animale hanno costi inferiori rispetto ai loro corrispettivi. Inoltre con l’apertura dei nuovi locali, in futuro i costi di approvvigionamento sono destinati a diminuire ancora. Ora puntiamo alla grande distribuzione”.

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      Il trucco della frutta che inganna lo sguardo: perché l’ossessione per i dolci trompe l’oeil sta spopolando ovunque tra arte e social

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      Il trucco della frutta che inganna lo sguardo: perché l’ossessione per i dolci trompe l'oeil sta spopolando ovunque tra arte e social

        La magia visiva del trompe l’oeil gastronomico

        Definito anche come pasticceria trompe l’oeil, il trend è infatti, per antonomasia, accostato a uno stile pittorico che crea illusioni visuali attraverso la tridimensionione, e trasforma pareti e superfici in tele animate con dipinti talmente realistici che, quasi, paiono prendere vita, e rendono opere d’arte e architettura un tutt’uno. Allo stesso modo, anche la frutta realistica si basa sull’inganno ottico, proponendo creazioni di pasticceria monoporzione che, da fuori, dovrebbero rappresentare frutta vera, ma dentro nascondono un vero e proprio dessert che, al massimo, conserva solo parte del sapore dato dal frutto. Sebbene il trend sia esploso solo ultimamente, in realtà la frutta realistica nasconde, dietro di sé, un concetto per niente nuovo, che proprio a partire dall’arte, basa il proprio appeal sulla nostra passione collettiva verso l’illusione ottica. Non è che la frutta realistica piaccia necessariamente perché pone la frutta al centro. Con il tempo, infatti, il trend si è espanso anche ad altre materie prime, dal “salato realistico” agli sfogliati, suggerendo che forse è semplicemente l’illusione ad appassionare il pubblico.

        Il fenomeno Cédric Grolet e i quiz digitali

        Erano anni, per esempio, che Cédric Grolet, il pasticcere diventato star e a cui viene attribuito il primato della frutta realistica, sperimentava con il trend. Già intorno al 2012, a Le Meurice di Parigi, era infatti noto per le sue creazioni di frutta scolpita. Oggi, nei video che lo ritraggono all’opera nella sua pasticceria a 6 rue de Castiglione, la frutta realistica è semplicemente cresciuta in popolarità. Complice l’abbondanza di materie prime che di solito appoiono all’inizio dei video, e che in uno schiocco di dita, tra inquadrature dinamiche, si trasformano in prodotto finale, il talento di Grolet, unito alla velocità con cui i video mostrano la creazione dell’impossibile – lo stesso principio per cui, forse, ci piacevano così tanto anche i video in cui Nara Smith creava da zero la gomma da masticare o il dentifricio – hanno indubbiamente contribuito al successo del prodotto, al di là della frutta in sé. A dimostrarlo è anche il trend “Is it real, or is it cake?”, che aveva già appassionato i social diversi anni fa, riempiendo i feed di tanti di noi con video in cui gli oggetti più randomici, che a tratti prendevano addirittura stanze intere, venivano presentati al pubblico sotto forma di quiz. Con un breve countdown, l’utente era chiamato a rispondere alla domanda “real or cake”, e solo sul finale, un simbolico “taglio della torta” rivela la risposta. Il gioco ebbe talmente tanto successo sui social da diventare persino un game show su Netflix. E oggi, “Is It Cake?”, uscito per la prima volta nel 2022, è già alla terza stagione.

        Dalla leggenda della Martorana al bisogno di evasione

        Dietro ad ogni trend che presuppone l’illusione e il distacco dalla realtà si nasconde la stessa matrice: ciò che sembra ma non è, a tratti, arricchisce la realtà che viviamo. Dall’arte alla cucina, l’illusione, soprattutto ottica, ci aiuta infatti a rompere gli schemi dell’ordinario. D’altronde, forse non a caso, anche la leggenda della frutta martorana, tipico dolce siciliano, sembra rispondere allo stesso principio. Pensata per dare a un re, in visita al convento delle monache della Martorana, l’illusione che gli alberi del giardino fossero rigogliosi e colmi di frutti anche in autunno, il dolce è diventato un modo per dipingere una realtà diversamente grigia e spoglia, un effetto sorpresa che sfida persino le leggi della natura, e di cui abbiamo bisogno anche oggi, forse più di ieri. Gustarsi un dessert, piuttosto che ammirare un’opera d’arte per quello che è, a volte non ci basta più. Comunicarne invece il valore, e a tratti saperlo vendere, passa anche e soprattutto dall’illusione, una verità che ci attraversa da sempre, e un aspetto che il trompe l’oeil, nel mondo dell’arte, ha saputo cogliere forse prima di tutti, e che, oggi, canalizza il proprio nella frutta realistica, chissà invece domani.

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          Meno capi, più valori: perché la Gen Z sta riscrivendo le regole dello shopping

          Dimenticate i carrelli virtuali strabordanti di vestiti da pochi euro, i pacchi scartati a favor di telecamera per un “haul” su TikTok e l’acquisto compulsivo come rimedio a una brutta giornata. La Generazione Z sta attuando una rivoluzione silenziosa ma radicale nel mondo del retail. I nati tra il 1997 e il 2012 comprano meno, scelgono con cura e pretendono che ogni singolo oggetto parli di loro e del mondo in cui vogliono vivere.

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          Meno capi, più valori: perché la Gen Z sta riscrivendo le regole dello shopping

            Non si tratta di una rinuncia, ma di una ridefinizione del lusso: comprare meno, ma decisamente meglio.

            1. La sostenibilità non è più un trend, è un prerequisito

            Se per i Millennials l’ecologia era un’opzione da spuntare, per la Gen Z è una condizione non negoziabile. I report globali sui consumi (come quelli di McKinsey e Vogue Business) lo confermano da tempo: la maggioranza dei giovani consumatori è disposta a pagare un premium price per marchi che dimostrano una filiera trasparente, materiali riciclati e rispetto dei diritti dei lavoratori. Il fast fashion, un tempo re indiscusso della Gen Z, sta subendo un forte contraccolpo d’immagine a favore di una filosofia più circolare.

            2. Il boom del Second-Hand e del Vinted-Effect

            Il mercato dell’usato ha smesso di essere una scelta di ripiego per diventare uno status symbol. Piattaforme come Vinted, Depop e Vestiaire Collective sono i veri centri commerciali dei ventenni.

            • Circolarità: Comprare un capo d’archivio o un pezzo vintage non è solo ecologico, ma garantisce l’unicità.
            • Investimento: La Gen Z vede il guardaroba come un asset liquido. Si compra, si indossa, si fotografa e si rivende, alimentando un’economia circolare che fa bene al pianeta e alle tasche.

            3. Alla ricerca dell’autenticità

            In un mondo saturo di loghi e trend che durano lo spazio di un reel, i giovani cercano l’autenticità. La tendenza del quiet luxury (il lusso sussurrato, senza loghi evidenti) e del minimalismo funzionale ha contagiato anche i più giovani. Si preferisce risparmiare per mesi per acquistare un unico blazer di ottima fattura, una borsa artigianale o un paio di scarpe destinate a durare anni, piuttosto che accumulare doppioni di scarsa qualità.

            “La Gen Z non compra semplicemente un prodotto, compra la storia, l’etica e l’estetica che quel prodotto rappresenta. Se l’allineamento di valori non è autentico, il brand viene semplicemente ignorato.”

            Il fattore economico: una scelta di necessità e di testa

            Non dobbiamo dimenticare il contesto. Cresciuta tra crisi geopolitiche, inflazione e un mercato del lavoro instabile, la Gen Z è estremamente pragmatica. Comprare “meno ma meglio” è anche una strategia di sopravvivenza finanziaria. Il calcolo del Cost-Per-Wear (il costo reale di un capo diviso per le volte in cui viene effettivamente indossato) è diventato il nuovo mantra dello shopping intelligente.

            I brand sono avvisati: per conquistare i consumatori del futuro non bastano più sconti aggressivi e vetrine scintillanti. Servono trasparenza, qualità e, soprattutto, un’anima.

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              L’arte del vuoto: il living giapponese minimal warm che trasforma la casa in un rifugio di calma e armonia

              Non solo design, ma una filosofia di vita che invita alla sottrazione e alla quiete. Il living giapponese minimal warm nasce per restituire alla casa un ritmo più lento, dove ogni oggetto ha un significato e il silenzio diventa arredo.

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                Niente eccessi, niente rumore visivo, solo armonia. Il living giapponese minimal warm nasce da un concetto tanto antico quanto attuale: la bellezza sta nel poco, nella forma pura e nella materia che respira. È uno spazio che non vuole impressionare, ma accogliere. I colori sono caldi ma neutri — beige, sabbia, avorio, legno chiaro — e la luce, filtrata da pannelli di carta di riso o tende opache, diventa protagonista discreta. Il risultato è un ambiente che invita a rallentare, a vivere con calma ogni gesto quotidiano.

                Tatami e legno: i materiali della quiete
                Nel living minimal warm, il pavimento si veste di tatami o di tappeti naturali intrecciati a mano, che restituiscono un senso di contatto con la terra. Le sedute sono basse, i tavolini essenziali, spesso in frassino o acero. Ogni mobile è funzionale e proporzionato, senza orpelli. La sensazione generale è quella di una continuità fluida tra casa e natura, come se gli spazi interni fossero solo una prosecuzione del paesaggio esterno. Perfino i profumi contano: l’incenso leggero o una candela al tè verde completano l’atmosfera meditativa.

                Il vuoto come forma di pienezza
                Nella filosofia giapponese, il vuoto non è assenza, ma presenza di equilibrio. Per questo nel living minimal warm gli oggetti sono pochi, scelti con cura, ciascuno con un significato. Un bonsai, una ciotola in ceramica raku, un quadro di calligrafia bastano a definire l’identità dello spazio. È un ambiente che non vuole stupire ma far respirare, dove l’ordine è una forma di libertà e la semplicità diventa eleganza.

                Un soggiorno così non è solo una scelta estetica: è una dichiarazione d’intenti, un invito silenzioso a vivere meglio, con meno cose e più consapevolezza.

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