Cinema
Checco Zalone e l’aneddoto “piccante” a casa di Berlusconi e i messaggi con Giorgia Meloni raccontati ad Aldo Cazzullo
Checco Zalone sorprende ancora una volta con un racconto spiazzante e autoironico. In un’intervista ad Aldo Cazzullo, il comico pugliese rievoca un episodio imbarazzante avvenuto a casa di Silvio Berlusconi e svela i retroscena dei suoi contatti con Giorgia Meloni. Tra equivoci alcolici, stanze sbagliate e WhatsApp inattesi, emerge un ritratto dissacrante del potere visto dal punto di vista di chi non ha mai smesso di restare “uno normale”.
Se c’è una cosa che Checco Zalone non ha mai fatto, è prendersi sul serio. Nemmeno quando si trova a cena con il potere. E il racconto che affida ad Aldo Cazzullo è la dimostrazione plastica di questo approccio: un aneddoto che mescola vino, imbarazzo e una delle icone più controverse della storia italiana recente.
La cena dal Cavaliere e la porta sbagliata
La scena è da film, ma senza copione. Zalone racconta di una cena a casa di Silvio Berlusconi. Dopo il pasto, il Cavaliere si alza, si congeda con naturalezza e annuncia che deve “andare a lavorare”. Tutto normale, almeno in apparenza.
Il problema arriva dopo. “Ero un po’ ubriaco di Barbaresco”, ammette Zalone con la consueta franchezza. Si alza per andare in bagno, sbaglia porta e finisce in una stanza che non avrebbe dovuto vedere. “Entro in una sala piena di figa”, racconta senza giri di parole, trovandosi davanti Berlusconi intento a intrattenere le sue giovani ospiti.
Un errore di percorso che diventa fotografia surreale di un’epoca, raccontata però senza giudizio, né indignazione, né voyeurismo. Solo con l’occhio sbigottito di chi, semplicemente, non era preparato a quella scena.
L’autoironia come chiave di lettura
Il racconto non diventa mai denuncia né apologia. È piuttosto un cortocircuito comico: l’uomo comune catapultato in un contesto che non gli appartiene, e che osserva con la distanza di chi non si sente parte di quel mondo. Zalone non cerca lo scandalo, ma lo sdrammatizza, come ha sempre fatto con il potere, la politica e i suoi rituali.
In fondo, è la stessa postura che ha reso i suoi film fenomeni trasversali: raccontare l’Italia senza volerle spiegare come dovrebbe essere, limitandosi a mostrarne le contraddizioni.
I messaggi con Giorgia Meloni
Nell’intervista, però, non c’è solo il passato berlusconiano. Zalone parla anche dei contatti con Giorgia Meloni. Anche qui, il tono resta quello dell’aneddoto, non della rivelazione politica.
“Ero in vacanza in Puglia quando mi mandò un WhatsApp chiedendo di incontrarmi”, racconta. La reazione iniziale è di rifiuto istintivo: “Io non incontro mai politici”. Ma poi entra in scena la dimensione privata, quasi paesana. “Non volevo deludere i miei amici: tutti fascistoni, quindi suoi fan”.
La soluzione immaginata è minimalista: un caffè, in segreto, senza clamori. Ma anche questa ipotesi viene bocciata dall’entourage informale: “La devi invitare a pranzo a Giorgia!”. E così avviene.
Il pranzo e la battuta sulle allergie
Il racconto si chiude con un dettaglio che è puro Zalone. Prima del pranzo, lui chiede alla futura premier se abbia allergie o intolleranze. “Oltre a quelle che già conoscevamo”, scherza. La risposta di Meloni è asciutta e seria: “Sono allergica alle nocciole”.
Una battuta che vale più di molte analisi politiche, perché restituisce l’immagine di un incontro spogliato da ogni solennità, riportato alla dimensione concreta, quasi domestica. Nessun comizio, nessuna strategia. Solo persone che mangiano, parlano e si osservano.
Il potere visto dal basso
Quello che emerge da questi racconti non è un endorsement, né una presa di posizione ideologica. È piuttosto il modo in cui Zalone ha sempre raccontato il potere: guardandolo dal basso, con curiosità e diffidenza insieme, senza mai farsene intimidire.
Berlusconi e Meloni diventano personaggi di una narrazione laterale, mai centrali, mai mitizzati. Il centro resta sempre lui: l’uomo che sbaglia porta, che beve troppo vino, che si preoccupa delle allergie alimentari più che dei destini della nazione.
Una cifra che non cambia
In tempi in cui ogni parola su politica e leader viene sezionata, strumentalizzata e urlata, il racconto di Checco Zalone spiazza proprio perché non vuole dimostrare nulla. Non assolve, non condanna, non spiega. Racconta. E ride, soprattutto di sé stesso.
Forse è anche per questo che continua a parlare a pubblici diversissimi. Perché, mentre tutti cercano di apparire importanti, lui insiste a restare fuori posto. Anche quando sbaglia porta.
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Cinema
Rachel Zegler scaricata da Hollywood dopo il flop di Biancaneve? La favola del colpevole perfetto non convince
Tra guerre culturali, polemiche sul casting, battaglie ideologiche, nani in CGI e scontri politici tra le protagoniste, il remake Disney è arrivato nelle sale con più problemi di quanti una principessa possa affrontare in una fiaba.
Quando un film da centinaia di milioni di dollari fallisce, Hollywood ha bisogno di un colpevole. È una regola non scritta dell’industria. E nel caso di Biancaneve quel colpevole ha avuto un nome e un cognome ben precisi: Rachel Zegler.
Per mesi l’attrice è stata indicata come la principale responsabile del tracollo del film. Le sue dichiarazioni sul classico Disney, le critiche rivolte alla figura del principe, definito in un’intervista quasi uno “stalker”, e alcune sue prese di posizione politiche hanno alimentato una tempesta mediatica che non si è più fermata. Ma raccontare il disastro di Biancaneve come la storia di una sola attrice che avrebbe affondato un colosso da 250 milioni di dollari significa ignorare una quantità impressionante di problemi che hanno accompagnato il progetto fin dall’inizio.
Rachel Zegler trasformata nel capro espiatorio perfetto
Fin dall’annuncio del casting, Rachel Zegler è stata travolta dalle polemiche. Una parte del pubblico conservatore e nostalgico contestò la scelta di affidare il ruolo di Biancaneve a un’attrice di origini latinoamericane, sostenendo che il personaggio descritto come “bianca come la neve” dovesse essere interpretato da una donna caucasica.
Le dichiarazioni successive dell’attrice non aiutarono a calmare le acque. Zegler parlò della necessità di aggiornare la fiaba ai tempi moderni e criticò alcuni aspetti della storia originale. Da quel momento diventò il bersaglio ideale di una guerra culturale che ormai accompagna quasi ogni grande produzione Disney.
Ma fermarsi qui significa ignorare il resto.
Il caso Gal Gadot e la guerra politica che travolse il film
Uno degli aspetti meno raccontati della vicenda riguarda la presenza nel cast di Gal Gadot, interprete della Regina cattiva. Dopo il 7 ottobre 2023 Gadot è diventata una delle voci più visibili a sostegno di Israele nel mondo dello spettacolo internazionale.
Dall’altra parte Rachel Zegler ha espresso più volte sostegno alla causa palestinese e ad aiuti umanitari destinati a Gaza. Il risultato è stato surreale: il film si è ritrovato con le sue due protagoniste simbolicamente schierate su fronti opposti di uno dei conflitti più divisivi del pianeta.
La promozione si è trasformata in un campo minato. Sui social sono comparsi appelli al boicottaggio provenienti da entrambe le parti. Molti spettatori discutevano di Medio Oriente molto più che della trama del film. E Disney si è trovata a gestire una situazione che nessun ufficio stampa avrebbe mai voluto affrontare.
Nani in CGI, polemiche infinite e una favola che non interessava più a nessuno
Come se non bastasse, il film è stato investito da un’altra controversia gigantesca. Dopo le critiche dell’attore Peter Dinklage sulla rappresentazione dei nani, Disney decise di modificare radicalmente il progetto. La scelta finale di realizzare i personaggi in CGI scatenò però nuove proteste, comprese quelle di molti attori affetti da nanismo che si videro privati di possibili opportunità lavorative.
Nel frattempo il budget continuava a crescere fino a trasformare Biancaneve in uno dei live action più costosi della storia Disney. Ogni settimana emergeva una nuova polemica. Ogni trailer generava nuove discussioni. Ogni intervista diventava motivo di scontro ideologico.
Quando finalmente il film arrivò nelle sale, la favola era ormai passata in secondo piano. Il pubblico non parlava più di Biancaneve, ma di casting, politica, inclusione, Israele, Palestina, social network e guerre culturali.
Ed è probabilmente qui che si trova la vera spiegazione del flop. Non in Rachel Zegler da sola. Non in Gal Gadot da sola. Non nei nani in CGI da soli. Ma in una miscela esplosiva di errori creativi, comunicativi e politici che ha finito per soffocare il film ancora prima che gli spettatori potessero giudicarlo per quello che era.
Perché alla fine, più che una principessa addormentata, Biancaneve è sembrata una produzione schiacciata da tutto ciò che le ruotava intorno.
Cinema
Addio a Zeudi Araya, la regina dell’erotico anni Settanta che conquistò l’Italia e sfidò i pregiudizi del suo Paese
Attrice, produttrice e simbolo di emancipazione, Zeudi Araya fu una delle prime star nere del cinema italiano. La sua storia attraversa cinema, glamour, scandali e riscatto personale.
Con la morte di Zeudi Araya si chiude una pagina particolare e affascinante del cinema italiano. Aveva 75 anni e per un’intera generazione è stata il volto di una bellezza esotica e magnetica che negli anni Settanta conquistò il pubblico e i produttori del nostro Paese. Molto prima che la diversità diventasse un tema centrale nel dibattito culturale, Zeudi Araya riuscì a imporsi sul grande schermo diventando, di fatto, una delle prime grandi star nere del cinema italiano.

La sua storia sembra uscita da un romanzo. Nata a Decamerè, in Eritrea, nel 1951, in una famiglia benestante con un padre diplomatico, entrò giovanissima nel mondo della notorietà. A soli sedici anni vinse il concorso di Miss Etiopia, anche se dichiarò di averne diciotto per poter partecipare. A incoronarla fu addirittura l’imperatore Hailé Selassié. In premio ricevette una Mercedes bianca e un biglietto aereo per Roma. Fu l’inizio di una vita completamente diversa.
Dalla passerella ai film che la resero famosa
Arrivata in Italia, Zeudi Araya attirò immediatamente l’attenzione per il suo fascino straordinario. Negli anni Settanta divenne uno dei volti più riconoscibili del filone esotico-erotico che in quel periodo riempiva le sale cinematografiche. Film come La ragazza dalla pelle di luna, La peccatrice e La preda la trasformarono in una vera icona popolare.
La sua carriera prese una svolta ulteriore quando entrò nella vita del potente produttore Franco Cristaldi, uno degli uomini più influenti del cinema italiano, già legato in passato a Claudia Cardinale. Il matrimonio con Cristaldi le consentì di selezionare con maggiore attenzione i propri progetti, abbandonando progressivamente i ruoli più legati all’immagine esotica che l’aveva resa famosa.
Il successo accanto ai grandi comici italiani
Negli anni successivi Zeudi Araya apparve in produzioni più prestigiose e popolari. Memorabile la sua partecipazione a Il signor Robinson, mostruosa storia d’amore e d’avventure accanto a Paolo Villaggio, uno dei maggiori successi della commedia italiana degli anni Settanta.
Lavorò anche in Tesoromio insieme a interpreti amatissimi dal pubblico come Johnny Dorelli, Renato Pozzetto, Enrico Maria Salerno e Sandra Milo. Poi, quando la sua carriera sembrava ancora poter offrire molto, decise di allontanarsi progressivamente dalla recitazione per reinventarsi come produttrice.
«In Italia ero una star, in Etiopia una vergogna»
Negli ultimi anni Zeudi Araya aveva ripercorso più volte la propria storia, raccontando anche il prezzo pagato per la fama. Una frase in particolare era rimasta impressa: «In Italia ero una star, in Etiopia una vergogna». Parole che sintetizzano il conflitto vissuto da una donna che, scegliendo la libertà e la carriera, si trovò spesso a fare i conti con i pregiudizi della società da cui proveniva.
Con il passare del tempo, però, quella che era stata guardata con sospetto divenne un simbolo di emancipazione e successo. Oggi resta il ricordo di una figura unica nel panorama cinematografico italiano: una donna arrivata dall’Africa con una corona da reginetta di bellezza e capace di conquistare un posto nella storia del nostro cinema.
Cinema
Angelina Jolie vende la villa da sogno dopo Brad Pitt: 30 milioni per la reggia hollywoodiana con 10 bagni e giardini immensi
Angelina Jolie dice addio alla sua enorme residenza di Hollywood, comprata nel 2017 subito dopo la separazione da Brad Pitt. La proprietà appartenuta al regista Cecil B. DeMille è ora sul mercato per quasi 30 milioni di dollari.
Per anni Angelina Jolie aveva ripetuto di voler lasciare Los Angeles appena i figli più piccoli fossero diventati maggiorenni. E ora che Vivienne e Knox sono ormai vicinissimi ai 18 anni, la promessa sembra diventare realtà. L’attrice ha infatti deciso di mettere in vendita la gigantesca villa hollywoodiana acquistata nel 2017, subito dopo il traumatico divorzio da Brad Pitt.
La proprietà, comparsa sul sito di Sotheby’s International Realty, viene proposta per circa 29,85 milioni di dollari, pari a oltre 27 milioni di euro. Una cifra enorme per una dimora che, più che una casa, sembra un set cinematografico permanente.
La storica villa di Cecil B. DeMille
La tenuta non è una villa qualunque. Si tratta infatti della storica residenza appartenuta a Cecil B. DeMille, uno degli uomini che hanno trasformato Hollywood nella capitale mondiale del cinema. La proprietà si trova nella prestigiosa zona di Laughlin Park ed è stata progettata nel 1913 dall’architetto B. Cooper Corbett in stile Beaux-Arts.
Una dimora gigantesca, immersa nel verde e costruita nel punto più alto dell’area, con vista sulle Hollywood Hills e sull’Osservatorio Griffith. DeMille acquistò la proprietà nel 1916 e successivamente la ampliò incorporando anche la vicina residenza Dodd, che in passato avrebbe ospitato persino Charlie Chaplin.
Gli interni superano i mille metri quadrati distribuiti su due piani. Dentro ci sono sei camere da letto, dieci bagni, salotti monumentali, eleganti scale interne e ambienti dominati dal bianco con arredi in legno scuro. Tutto è stato completamente ristrutturato da Angelina Jolie dopo l’acquisto nel 2017.
Piscina, dependance e giardini immensi
Ma è all’esterno che la proprietà diventa davvero impressionante. La villa sorge infatti su un terreno enorme, immerso in oltre due acri di vegetazione che garantiscono privacy assoluta lontano dai paparazzi e dal caos di Hollywood.
Tra alberi secolari, prati immensi e giardini curatissimi, la tenuta offre anche una dependance indipendente con studio, soggiorno con camino e garage separato con postazione di sicurezza. Non mancano una piscina, una palestra privata e perfino una sala da tè.
Negli ultimi anni Angelina Jolie aveva spiegato più volte di essere rimasta a Los Angeles soprattutto per rispettare gli accordi legati al divorzio e alla gestione dei figli. Ora però, con i ragazzi quasi tutti adulti, l’attrice sembra pronta a cambiare vita ancora una volta. E tra le ipotesi più forti c’è quella di un trasferimento più stabile nella sua proprietà in Cambogia.
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