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Cinema

Youma Diakite rivela: «Ho avuto una storia con Robert De Niro. Durò un anno, ma finì perché non ero abbastanza presa»

Ospite del podcast Radici, Youma Diakite sgancia una confessione rimasta segreta per anni. A conquistare il suo interesse sarebbe stato Robert De Niro, ma neppure il fascino del premio Oscar riuscì a farla innamorare davvero.

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    Youma Diakite ha avuto una storia d’amore con Robert De Niro. Non un incontro fugace o un flirt consumato tra due feste, ma una relazione che, secondo il suo racconto, sarebbe durata circa un anno. A rivelarlo per la prima volta è stata la stessa ex modella e attrice, ospite del podcast Radici, Beyond the Name.

    La confessione ha naturalmente l’effetto di una piccola bomba sul mondo del gossip. Diakite non ha però raccontato la relazione con l’emozione di chi ricorda il grande amore della propria vita. Al contrario, ha ammesso che all’inizio considerava De Niro troppo anziano per lei e che alla fine fu proprio il suo scarso coinvolgimento sentimentale a determinare la rottura.

    Youma Diakite e la storia segreta con Robert De Niro

    «Mi dicevo che era vecchio», ha raccontato Youma Diakite ricordando i primi approcci dell’attore. Una considerazione che, evidentemente, non bastò a scoraggiare il protagonista di Taxi Driver. De Niro avrebbe iniziato a corteggiarla con una certa determinazione, riuscendo progressivamente a superare le sue resistenze.

    «Mi corteggiò e ci fu la storia», ha rivelato l’ex modella, confermando che la frequentazione sarebbe andata avanti per un anno. Una relazione sorprendentemente lunga, soprattutto considerando la discrezione con cui entrambi sarebbero riusciti a proteggerla dall’attenzione dei giornali.

    Diakite non ha indicato con precisione il periodo nel quale sarebbe nata la storia. Il suo racconto resta inoltre una testimonianza personale: Robert De Niro, almeno finora, non ha commentato né confermato pubblicamente la relazione.

    «Finì perché non ero molto presa da lui»

    Il corteggiamento di uno degli attori più celebrati di Hollywood riuscì a convincerla, ma non a farla innamorare fino in fondo. Youma non ha costruito intorno alla vicenda un romanzo tormentato e non ha attribuito la separazione a tradimenti, scenate o incompatibilità insanabili.

    La spiegazione fornita al podcast risulta molto più semplice e persino spiazzante: «Finì perché non ero molto presa di lui». Insomma, De Niro poteva vantare due Oscar, una carriera leggendaria e un fascino riconosciuto in tutto il mondo, ma non abbastanza presa su Youma Diakite.

    Una conclusione che ribalta la consueta narrazione del divo irraggiungibile. Fu lui, stando alle parole dell’attrice, a insistere per conquistarla; fu invece lei a rendersi conto che la relazione non le bastava per proseguire.

    Chi è Youma Diakite, dalla moda alla televisione

    Nata in Mali e arrivata in Italia da giovanissima, Youma Diakite ha raggiunto la popolarità negli anni Novanta grazie alla straordinaria somiglianza con Naomi Campbell. Dopo la carriera da modella ha lavorato nel cinema e in televisione, partecipando anche a programmi come Ballando con le stelle, Pechino Express e L’Isola dei famosi.

    Nel podcast ideato e condotto da Ughetta Di Carlo, Diakite ha ripercorso la propria storia personale e professionale, concedendosi anche questo inatteso capitolo sentimentale. La relazione con De Niro, rimasta lontana dai riflettori per anni, emerge così soltanto attraverso le sue parole.

    Il divo americano non ha ancora replicato. Difficile sapere se ricordi quella storia nello stesso modo. Youma, però, ha già consegnato al gossip il dettaglio più irresistibile: Robert De Niro riuscì a conquistarla, ma non abbastanza da trattenerla.

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      Cinema

      Matt Damon capì di essere diventato famoso comprando le mutande: «Non potevano permettermi di pagare da Calvin Klein»

      Niente limousine, ville hollywoodiane o ristoranti blindati: Matt Damon comprese che la sua vita era cambiata quando una commessa gli impedì di pagare la biancheria intima. «Potrebbero licenziarmi», gli spiegò.

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        Matt Damon ha scoperto di essere diventato una star con i pantaloni ancora addosso, ma una ventina di mutande tra le mani. Nessun tappeto rosso, nessun fotografo appostato davanti a casa e neppure un assegno pieno di zeri: a rivelargli che il successo di Will Hunting – Genio ribelle aveva cambiato definitivamente la sua vita fu una visita in un negozio Calvin Klein.

        L’attore lo racconta oggi come uno dei ricordi più surreali della propria ascesa a Hollywood. Dopo l’uscita del film scritto insieme all’amico Ben Affleck, decise di concedersi un lusso molto personale: rinnovare in blocco il cassetto della biancheria intima. Scelse circa venti paia di boxer e si presentò soddisfatto alla cassa. Pagare, però, si rivelò impossibile.

        Matt Damon e le venti paia di mutande Calvin Klein

        Damon aveva finalmente guadagnato abbastanza da poter entrare in un negozio senza controllare ossessivamente il prezzo di ogni articolo. Per lui, quelle mutande rappresentavano una piccola dichiarazione d’indipendenza economica: dopo anni di provini, particine e conti da far quadrare, poteva comprare tutto ciò che gli serviva in una volta sola.

        Mentre tentava di pagare, una responsabile del negozio accorse per bloccare l’operazione. L’attore insistette: aveva scelto la merce e non pretendeva alcun regalo. La donna, però, gli fece capire che accettare i suoi soldi avrebbe potuto metterla nei guai: «Potrebbero licenziarmi se scoprissero che ho lasciato che Matt Damon pagasse la sua biancheria intima».

        Una frase abbastanza assurda da chiarire immediatamente la situazione. Damon non era più soltanto un giovane attore di Boston con una sceneggiatura fortunata: era diventato “Matt Damon”, quello al quale i grandi marchi volevano regalare persino le mutande.

        Il successo di Will Hunting – Genio ribelle

        Uscito negli Stati Uniti nel 1997, Will Hunting – Genio ribelle trasformò Damon e Affleck nei nuovi ragazzi prodigio di Hollywood. Il film, diretto da Gus Van Sant e interpretato anche da Robin Williams, ottenne nove candidature agli Oscar. Damon e Affleck vinsero la statuetta per la migliore sceneggiatura originale, mentre Williams conquistò quella come migliore attore non protagonista.

        Prima di quel momento, i due amici avevano condiviso non soltanto sogni e provini, ma anche un conto bancario nel quale versavano i guadagni per finanziare le rispettive carriere. Pochi anni più tardi salivano sul palco degli Oscar stringendo la statuetta e pronunciando un discorso diventato uno dei simboli della loro amicizia.

        La fama, però, era arrivata ancora prima della cerimonia. Bastava entrare da Calvin Klein per scoprire che il proprio denaro non valeva più quanto il proprio nome.

        Quando il lusso è non poter pagare le mutande

        L’aneddoto racconta perfettamente il meccanismo paradossale della celebrità: quando Damon non poteva permettersi venti paia di boxer, nessuno gliele regalava; appena diventò abbastanza ricco da comprarle senza problemi, il negozio non volle più i suoi soldi.

        Non fu neppure la prima attenzione ricevuta dal marchio. Damon ha ricordato che Calvin Klein gli aveva già fornito gratuitamente un abito nel periodo dell’esplosione di Will Hunting. Ma la scena della biancheria intima rese il cambiamento ancora più evidente, proprio perché riguardava un acquisto ordinario e decisamente poco hollywoodiano.

        Da allora Matt Damon ha interpretato Jason Bourne, lavorato con registi come Steven Spielberg, Martin Scorsese, Ridley Scott e Christopher Nolan e conquistato un posto stabile tra i divi più pagati del cinema. Eppure, per capire quando tutto ebbe davvero inizio, non serve tornare alla notte degli Oscar. Basta aprire il cassetto delle mutande.

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          Cinema

          Marco Bocci compie 48 anni, Laura Chiatti lo incorona «mon roi»: la dedica d’amore e la fuga a Barcellona con i figli

          Marco Bocci ha scelto Barcellona per celebrare i suoi 48 anni insieme a Laura Chiatti e ai figli Enea e Pablo. Tra fotografie davanti alla Sagrada Familia e passeggiate nel Barrio Gotico, l’attrice gli ha dedicato parole che raccontano un amore passionale, turbolento e ancora solidissimo.

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            Marco Bocci compie 48 anni e Laura Chiatti lo incorona pubblicamente «mon roi». Niente festa affollata, red carpet o celebrazione mondana: l’attore ha spento le candeline a Barcellona insieme alla moglie e ai figli Enea e Pablo. Una fuga familiare documentata sui social, tra monumenti, metropolitana, giochi al parco e una dedica d’amore arrivata puntuale allo scoccare della mezzanotte.

            Laura Chiatti ha scelto una fotografia in bianco e nero del marito sul set e parole che sembrano scritte per il finale di un film: «Che tu possa continuare a raccontare la bellezza dei tuoi pensieri, attraverso ogni forma d’espressione che ti abita. E che, tra tutte le storie che nasceranno da te, ci sia sempre anche la nostra».

            Marco Bocci compie 48 anni: la dedica di Laura Chiatti

            La dichiarazione pubblicata dall’attrice non si limita al classico augurio di compleanno. Chiatti celebra la creatività del marito e, allo stesso tempo, rivendica il posto della loro famiglia tra tutte le storie che Bocci porterà sullo schermo.

            Poco dopo, Laura ha continuato i festeggiamenti nelle storie di Instagram. Ha condiviso un selfie di Marco durante un bagno serale in piscina, accompagnandolo con un tenero «Buon compleanno mon roi». Un re in costume, dunque, decisamente lontano dalle pose solenni e molto più vicino alla quotidianità ironica della coppia.

            Bocci ha risposto raccontando la giornata attraverso un carosello di fotografie scattate tra il Tibidabo, il Barrio Gotico, la Rambla e le architetture di Antoni Gaudí. Nell’immagine più familiare, i quattro posano davanti alla Sagrada Familia. Negli altri scatti compaiono i bambini al parco e momenti trascorsi in metropolitana: niente vacanza costruita per apparire perfetta, ma il diario di qualche giorno vissuto insieme.

            «Happy Birthday to me… 4 agosto 2026. Grazie a tutti per i tanti auguri che mi state scrivendo», ha commentato l’attore, sommerso dai messaggi di amici, colleghi e fan.

            La vacanza a Barcellona con Enea e Pablo

            Marco Bocci e Laura Chiatti si sono concessi la parentesi spagnola dopo gli impegni professionali legati a L’Aura, il film diretto da lui che vede proprio la moglie tra i protagonisti. Un progetto che aggiunge un nuovo capitolo al loro rapporto: non soltanto marito e moglie, ma anche regista e attrice sullo stesso set.

            La coppia sta insieme dal 2014. Dopo pochi mesi di frequentazione arrivò il matrimonio, seguito dalla nascita di Enea e Pablo. Dodici anni dopo, i due continuano a mostrarsi uniti senza vendere al pubblico la favola della famiglia impeccabile. Anzi, hanno spesso raccontato discussioni, crisi e riconciliazioni con una sincerità piuttosto insolita nel mondo dello spettacolo.

            Bocci, ospite di Verissimo, aveva riassunto così la relazione: «Noi siamo abbastanza selvaggi nella nostra vita insieme. Ci sosteniamo e ci lasciamo un sacco di volte; io penso di essere l’uomo più lasciato della storia dell’umanità».

            Un amore «selvaggio» tra divorzi annunciati e ritorni di fiamma

            Laura Chiatti aveva alzato ulteriormente l’asticella, confessando di aver chiesto il divorzio già il giorno successivo alle nozze. Un aneddoto che potrebbe sembrare poco romantico, ma che restituisce perfettamente il temperamento di una coppia passionale, capace di litigare rumorosamente e poi ritrovarsi.

            Anche come genitori, Bocci e Chiatti hanno scelto regole tutte loro. L’attrice ha raccontato più volte che Enea e Pablo dormono insieme a loro in un «lettone oversize», difendendo senza imbarazzi il desiderio di condividere con i figli anche la notte.

            Il compleanno arriva inoltre in una fase importante per Bocci, sempre più impegnato dietro la macchina da presa. Proprio per questo la frase della moglie acquista un sapore particolare: «Che tra tutte le storie che nasceranno da te, ci sia sempre anche la nostra». Dopo dodici anni di matrimonio, qualche porta sbattuta e numerose riconciliazioni, Laura Chiatti non promette una favola senza problemi. Chiede semplicemente di continuare a farne parte. E forse è molto più romantico così.

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              Cinema

              James Bond cerca un nuovo volto: Tom Holland, Jacob Elordi e Harris Dickinson si sfidano per diventare il prossimo 007

              La produttrice Amy Pascal promette un James Bond «diverso, originale e avvincente». In cima alla lista spuntano tre attori sotto i trent’anni, ma la produzione potrebbe sorprendere tutti scegliendo un volto ancora sconosciuto. Per Tom Holland, però, l’agenda Marvel rischia di diventare il vero cattivo della missione.

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                Il prossimo James Bond non ha ancora un volto, ma tre attori avrebbero già cominciato a contendersi idealmente lo smoking, l’Aston Martin e la licenza di uccidere. I nomi che circolano con maggiore insistenza sono quelli di Tom Holland, Jacob Elordi e Harris Dickinson, tutti abbastanza giovani da accompagnare 007 attraverso una nuova stagione cinematografica.

                La scelta potrebbe arrivare entro la fine del 2026. A indicare questa possibile scadenza è stata Amy Pascal, produttrice della nuova fase della saga insieme a David Heyman. Intervistata da Deadline, Pascal ha spiegato che «la fine dell’anno è una buona stima», pur chiarendo che il processo richiede cautela.

                Dopo quindici anni di Daniel Craig, infatti, non basta trovare un bell’uomo capace di ordinare un Martini senza inciampare nella battuta. Il nuovo protagonista dovrà raccogliere un’eredità pesantissima e, contemporaneamente, evitare di trasformarsi nella copia più giovane del suo predecessore.

                Il nuovo James Bond dovrà essere diverso da Daniel Craig

                Daniel Craig ha salutato definitivamente il personaggio nel 2021 con No Time to Die. Il suo Bond tormentato, fisico e vulnerabile ha cambiato profondamente l’immagine dell’agente britannico, allontanandolo dal fascino più leggero e ironico di alcune incarnazioni precedenti.

                «Succedere a Daniel Craig è una performance difficile da eguagliare», ha ammesso Amy Pascal, promettendo qualcosa di «davvero diverso, avvincente e originale». Parole che sembrano escludere una semplice operazione nostalgia e anticipano una trasformazione piuttosto netta.

                La produzione guarderebbe soprattutto ad attori britannici o provenienti dal Commonwealth con meno di trent’anni. Una scelta del genere permetterebbe di costruire una saga destinata a durare molti anni, ma imporrebbe anche un deciso ringiovanimento: Craig aveva 53 anni quando affrontò la sua ultima missione.

                Jacob Elordi, il gigante elegante che piace al cinema d’autore

                Tra i candidati più accreditati compare Jacob Elordi, australiano, classe 1997 e fisico decisamente difficile da ignorare. La serie Euphoria gli ha regalato la popolarità internazionale, ma l’attore ha poi cercato ruoli più complessi, lavorando con registi come Sofia Coppola e Paul Schrader.

                Elordi possiede eleganza, presenza scenica e quella quota di oscurità necessaria per interpretare un agente segreto che raramente torna da una missione senza nuovi fantasmi. Il dubbio riguarda semmai la sua altezza: con i suoi quasi due metri potrebbe costringere il reparto costumi a ordinare smoking su scala monumentale.

                Harris Dickinson rappresenta invece la soluzione meno scontata. Il pubblico lo ha visto in Maleficent – Signora del male e nel corrosivo Triangle of Sadness di Ruben Östlund. Ha fascino, intensità e un volto ancora abbastanza libero da ruoli troppo ingombranti: caratteristiche preziose per chi deve diventare James Bond senza portarsi dietro un altro personaggio famoso.

                Tom Holland può davvero passare da Spider-Man a 007?

                Il nome più popolare resta quello di Tom Holland. L’attore britannico conosce bene le grandi produzioni, domina il botteghino e possiede una notorietà internazionale che consentirebbe ad Amazon di presentare il nuovo Bond senza bisogno di biglietti da visita.

                Il problema è che per milioni di spettatori Holland continua a essere Spider-Man. Trasformarlo in un agente segreto seduttore, spietato e disilluso richiederebbe un cambio d’immagine radicale. A complicare la missione ci sono inoltre i suoi impegni con Marvel, capaci di riempire l’agenda più efficacemente di qualsiasi organizzazione criminale.

                La produzione potrebbe quindi scartare tutti i favoriti e affidarsi a un attore poco conosciuto. James Bond, del resto, ha spesso consacrato i propri interpreti invece di limitarsi a reclutare star già affermate.

                Denis Villeneuve prepara la nuova era di 007

                Una certezza, intanto, esiste già: il prossimo capitolo avrà Denis Villeneuve alla regia. L’autore di Dune e Blade Runner 2049 dovrà accompagnare l’agente segreto nell’era Amazon senza cancellarne l’identità britannica, timore che ha agitato i fan dopo il cambio di controllo del franchise.

                Villeneuve potrebbe spingere Bond verso atmosfere più cupe, spettacolari e visivamente ambiziose. Prima, però, serve il protagonista. Dopo Sean Connery, George Lazenby, Roger Moore, Timothy Dalton, Pierce Brosnan e Daniel Craig, un altro attore dovrà pronunciare la frase più famosa del cinema.

                Holland, Elordi o Dickinson? Per ora lo smoking resta appeso. Ma entro la fine dell’anno uno dei tre potrebbe finalmente avere il permesso di indossarlo.

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