Spettacolo
Da Paolo Conticini a Gabriel Garko, passando per Iva Zanicchi: il grande valzer delle agenzie ridisegna il potere nello showbiz
È un periodo di forte fermento nel sottobosco che conta davvero nello spettacolo: le agenzie. Da Paolo Conticini a Gabriel Garko, fino a Iva Zanicchi, Lodovica Comello e Melissa Satta, sono molti i volti noti che hanno cambiato management nelle ultime settimane. Una mappa in movimento che racconta ambizioni, strategie e nuovi posizionamenti nel mercato televisivo e discografico.
Altro che gossip leggero: quando cambiano le agenzie, cambiano spesso anche i destini professionali. E nelle ultime settimane, dietro le quinte dello spettacolo italiano, si è aperto un vero e proprio mercato invernale. Volti storici, conduttori, attrici, cantanti e showgirl hanno deciso di rimescolare le carte, affidando la propria carriera a nuovi manager e nuove strutture.
Uno dei movimenti più significativi riguarda Paolo Conticini. L’attore e presentatore, che da tempo guarda con interesse a un possibile rilancio in chiave Rai, ha scelto di affidarsi alla Itc2000 di Beppe Caschetto. Una scelta che non sembra casuale: Caschetto è storicamente uno dei manager più solidi e ascoltati del servizio pubblico, e l’operazione profuma di riposizionamento strategico più che di semplice cambio di scuderia.
Garko cambia rotta e passa a Friends&Partners
Altro nome pesante è quello di Gabriel Garko, che ha deciso di voltare pagina affidando il proprio management alla Friends&Partners di Ferdinando Salzano. Un passaggio che segna un cambio di prospettiva importante: Friends&Partners non è solo agenzia di artisti, ma anche una macchina produttiva potente, capace di costruire progetti televisivi, teatrali e musicali su misura. Per Garko potrebbe significare un ritorno più strutturato e meno episodico sulla scena.
Vegastar si rafforza: arrivano Iva Zanicchi e Giorgia Rossi
Movimenti interessanti anche sul fronte Vegastar, guidata da Capecchi, che mette a segno due ingressi di peso. Da un lato Iva Zanicchi, icona trasversale della televisione e della musica italiana, dall’altro Giorgia Rossi, volto sempre più centrale dell’informazione sportiva televisiva.
Un’accoppiata che racconta bene l’identità dell’agenzia: esperienza, popolarità e una forte presenza nei palinsesti generalisti. Per Zanicchi, il cambio di agenzia arriva in una fase di continua esposizione mediatica, tra tv, interviste e ospitate. Per Rossi, invece, è un segnale di ulteriore consolidamento della propria posizione.
Mn fa incetta di volti femminili
Sul fronte Mn, il colpo è triplo. La società accoglie Lodovica Comello, Francesca Manzini e Melissa Satta. Tre profili diversi, ma accomunati da una forte riconoscibilità e da carriere che si muovono tra televisione, intrattenimento e comunicazione digitale.
Per Mn è un chiaro segnale di rafforzamento nel segmento femminile e mainstream, con l’obiettivo di presidiare format leggeri, prime serate e progetti cross-mediali. Per le artiste coinvolte, invece, il cambio potrebbe rappresentare un tentativo di rinnovare l’immagine o di uscire da una fase di stallo.
Francesca Tocca e la scelta “strategica”
Chiude il giro Francesca Tocca, volto noto di Amici, che ha scelto come nuova casa la Newco fondata da Francesco Facchinetti e Enrico Vecchiotti. Una mossa che parla di futuro e di diversificazione: Newco è nota per lavorare molto sull’immagine, sui social e sui progetti extra-tv, un terreno sempre più centrale per chi nasce come ballerina ma vuole allargare il perimetro.
Perché i cambi di agenzia contano più di quanto sembri
Dietro ogni passaggio c’è molto più di una firma su un contratto. Cambiare agenzia significa cambiare interlocutori, visione, capacità di negoziazione e spesso anche ambizione. In un sistema televisivo sempre più affollato e competitivo, il manager giusto può fare la differenza tra restare fermi e trovare il progetto che rimette in moto una carriera.
Il valzer di queste settimane racconta uno spettacolo italiano tutt’altro che immobile: c’è chi punta alla Rai, chi cerca nuovi format, chi prova a rilanciarsi e chi semplicemente vuole consolidare la propria presenza. Le luci sono tutte sui vip, ma il vero gioco, come sempre, si decide dietro le quinte.
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Cinema
Valentina Lodovini: «Ho superato le crisi bevendo e fumando. Mai fatto ritocchi, la maternità? Non è una domanda da fare»
Valentina Lodovini racconta il rapporto con il tempo e le crisi attraversate, difende la propria vita privata e denuncia le disparità nel cinema: «Gli stipendi sono diversi. Quello che chiediamo è la parità».
A 48 anni Valentina Lodovini non ha alcuna intenzione di lasciare che siano gli altri a stabilire quali domande una donna debba sentirsi rivolgere, come debba affrontare il tempo che passa o quale peso debba avere la bellezza nella sua carriera. L’attrice si racconta senza nascondere neppure i periodi più difficili, dalle crisi affrontate «bevendo e fumando» alla decisione di chiedere aiuto, e rivendica una vita privata che non deve necessariamente diventare materia pubblica.
Il discorso parte dalla maternità e dalla domanda che continua a essere rivolta soprattutto alle donne: perché non hai avuto figli? Lodovini non ha dubbi: «Non è una domanda legittima».
Valentina Lodovini e la maternità: «A un uomo non lo chiederebbero»
L’attrice racconta di non essersi quasi mai trovata personalmente nella condizione di dover rispondere alla domanda sulla mancanza di figli. «Mai, né da giornalisti né da parenti, sono molto rispettata», spiega. Ma il principio resta per lei chiarissimo: «Ognuno fa ciò che vuole, se ha voglia di raccontare i fatti propri bene, altrimenti no».
Il punto è soprattutto la disparità con cui viene affrontato l’argomento: «A un uomo non si chiederebbe mai, viene sempre chiesto solo alle donne, mi pare antico». Una posizione che riporta al centro il confine tra curiosità pubblica e diritto a mantenere privata una parte della propria esistenza.
«Nel cinema gli stipendi sono diversi»
Lodovini allarga poi lo sguardo al cinema italiano e non nasconde la propria preoccupazione: «Sono preoccupata e confusa, mi prendono le vertigini per l’insicurezza e le paure, ci stanno togliendo il bello».
Sulla presenza ancora limitata delle registe, evita però letture schematiche. «I film si dividono tra belli e brutti, il genere di chi li fa è secondario», osserva, prima di sottolineare un problema che considera ancora evidente: «Nel nostro settore c’è una minoranza agghiacciante, gli stipendi sono diversi».
Per l’attrice la questione riguarda l’intero percorso professionale delle donne, dall’ingresso nel sistema alla possibilità di essere riconosciute e considerate alla pari: «Perché continuiamo ad avere paura? C’è quasi un’involuzione, alla fine quello che si chiede è la parità. La difficoltà nell’entrare nel sistema c’è e nell’essere prese sul serio anche».
Valentina Lodovini: «Mai fatto nulla sul volto»
C’è poi il rapporto con la bellezza e con un’età che Lodovini non cerca di nascondere. «Mai fatto nulla sul volto per fermarlo, ho un buon Dna», racconta, ricordando che ancora oggi sua madre viene indicata come «la più bella del paese».
La bellezza, tuttavia, non coincide per lei con la perfezione: «Trovo che il fascino sia dappertutto, in un taglio di capelli, una dentatura imperfetta, un modo di camminare». E soprattutto non ha mai voluto trasformare l’aspetto fisico nel centro della propria identità professionale: «Non volevo pensassero che non fossi brava. Non ho fatto della bellezza il perno della carriera».
Le crisi: «Bevendo, fumando e poi facendomi aiutare»
Dietro il successo e una carriera consolidata ci sono stati anche periodi molto più complicati. Lodovini li racconta senza costruire un’immagine addolcita di sé. Nei momenti peggiori è andata, come dice lei, «in fondo al buio»: «A volte bevendo, fumando, spalmata sul divano a fissare il muro».
Poi è arrivata la necessità di reagire e soprattutto di accettare l’aiuto: un’amica, lo yoga, una passeggiata nella natura, una mostra o un film. Piccoli strumenti diversi per uscire dalle fasi più difficili. E alla fine resta una convinzione che accompagna anche il suo mestiere: «L’arte è terapia».
Cinema
Gillian Anderson e la svolta horror queer in Camp Miasma: “I giovani capiscono il genere come fosse tecnologia, il sesso non sia un tabù”
Icona televisiva ed ex volto di Dana Scully, l’attrice festeggia la vittoria della Queer Palm 2026 alla sua prima esperienza al Festival di Cannes con l’opera firmata da Jane Schoenbrun. In una conversazione aperta, si confessa tra solitudine, libertà sessuale e sfide generazionali
La storica detective del paranormale ha completato la propria metamorfosi artistica, trasformandosi nella nuova icona del cinema horror d’autore. Gillian Anderson, con oltre tre decenni di carriera alle spalle e vicina alla soglia dei sessant’anni, ha festeggiato l’esordio al Festival di Cannes con Camp Miasma, pellicola che ha inaugurato la sezione Un Certain Regard aggiudicandosi la Queer Palm 2026 e distribuita nelle sale italiane dal 19 agosto da Mubi.
In un’estate caratterizzata dall’ottimo riscontro di pubblico per il genere – evidenziato dai cinque milioni di euro incassati da Backrooms e dal successo internazionale di Obsession –, il film propone una variazione d’autore sensuale e sanguinosa dello slasher anni Ottanta. Diretto dalla regista transgender statunitense Jane Schoenbrun e prodotto con il supporto di Plan B e Mubi, il lungometraggio vede Anderson vestire i panni di un’ex attrice di culto ritiratasi nel luogo in cui girò il primo capitolo di una saga del terrore. Quando una giovane regista la raggiunge per proporle un reboot, il confronto sfocia in una spirale intima in cui finzione e realtà si sovrappongono.
La complessità del personaggio e il rapporto con la solitudine
Rispetto all’iconico ruolo di Dana Scully in X-Files, l’attrice ha intrapreso da tempo un percorso di continua reinvenzione tra serie come The Fall, Sex Education e The Crown. Nell’interpretare la protagonista di Camp Miasma, Anderson ha lavorato in modo specifico sulla caratterizzazione vocale, adottando un accento del Sud ispirato alla sonorità di Dolly Parton per bilanciare assertività e fragilità emotiva.
Alla domanda su cosa l’abbia attratta della misteriosa diva del film e sulla sua eventuale solitudine, l’attrice ha precisato: «Anche se ammette di essere sola, credo che la sua sia una solitudine universale. Ha trovato il modo di stare al mondo che le va bene, non prova pena per sé stessa, non è una vittima. Nel proprio universo è una donna potente. Mi interessava soprattutto la sua contraddizione: forza e vulnerabilità convivono continuamente in lei. È proprio questo a renderla complessa e riconoscibile».
In merito alla propria sfera personale, Anderson ha aggiunto: «No. Non mi sento mai sola. Non credo di avere quella cosa dentro di me. Passo moltissimo tempo da sola e mi piace. Sono un po’ eremita. Ho tre figli, ormai grandi, e naturalmente non sono sempre con me. Lavoro spesso lontano, torno da sola in una stanza d’albergo, e quello per me è un posto felice».
La conversazione pubblica su sesso, genere e il coraggio delle produzioni
Il film affronta in modo esplicito le inibizioni legate alla sfera sessuale, tema su cui l’artista è attiva da anni anche attraverso la curatela di libri dedicati alle fantasie femminili. «Dopo Sex Education e dopo i libri che ho fatto, raccogliendo fantasie sessuali anonime inviate da donne di tutto il mondo, è una conversazione di cui faccio parte da parecchio tempo. Per me significa soprattutto demistificare, dire le cose ad alta voce, cercare di eliminare vergogna e paura. Quindi questo film non mi ha introdotto a un discorso nuovo. Ma Jane ci entra attraverso un’esperienza molto diversa dalla mia, con un rapporto con la vergogna e con lo sguardo pubblico che conosco anche attraverso persone molto vicine a me. Trovo straordinario il modo in cui continua a raccontare pubblicamente la propria verità», ha spiegato l’attrice.
Sull’impatto di questa apertura nella vita pubblica e sulla responsabilità sociale, ha ribadito: «Sì. Non necessariamente per questo film, perché ne parlo da anni, ma essere parte di questa conversazione più ampia ha cambiato il modo in cui mi comporto nello spazio pubblico. Sento una responsabilità nel continuare a parlarne, perché altre persone possano sentirsi più libere e provare meno vergogna».
Anderson ha poi evidenziato l’importanza del sostegno produttivo ottenuto da una filmmaker trans in un momento politico complesso negli Stati Uniti: «Moltissimo. Da un lato qualcosa sta cambiando: ci sono più sforzi per assumere, sostenere e promuovere le donne. Ma il fatto che Plan B e Mubi abbiano sostenuto davvero una regista trans e questo film non è affatto una cosa piccola. Jane ha raccontato che tutti gli altri lo avevano rifiutato. Ci vuole qualcuno che abbia il coraggio di dire: crediamo in questa filmmaker e la sosteniamo davvero. Poi magari altri guardano e pensano: allora si può fare».
La prima volta a Cannes e il confronto generazionale con i social
Accogliendo il debutto al festival francese, l’attrice ha descritto l’esperienza come «abbastanza folle», ricordando come Cannes rappresenti uno dei sogni archetipici di chiunque faccia questo mestiere e dicendosi fortunata per un riconoscimento giunto dopo una lunga carriera, senza preoccuparsi dei paragoni con personaggi storici del cinema come Norma Desmond.
Interpellata sulle differenze generazionali relative alle questioni di genere e identità, Anderson ha risposto: «A volte penso che sia quasi darwiniano. Ero circondata da persone della mia generazione che si chiedevano: ‘Se mi fanno questa domanda, quale parola devo usare? Che cosa significa questo?’. I giovani invece sembrano sapere naturalmente come muoversi in queste conversazioni, nello stesso modo in cui sanno usare telefoni e tecnologia senza pensarci. È quasi come se nascessero sapendo già come navigare dentro il discorso sul genere».
Infine, l’attrice ha espresso sollievo per essere cresciuta prima dell’avvento dei social media e delle pressioni estetiche digitali: «Al cento per cento. Non so come facciano, soprattutto le persone esposte pubblicamente, a orientarsi oggi. È un campo minato. E mi spaventa l’importanza che viene attribuita alla perfezione fisica, oggi esasperata dalla manipolazione continua delle immagini. Mi considero molto fortunata a essere cresciuta in un’epoca in cui tutto questo non esisteva. Non era nemmeno immaginabile».
Televisione
Paolo Belli resta a Ballando con le Stelle dopo l’incidente mortale: Milly Carlucci lo conferma nel cast dello show di Rai 1
Paolo Belli sarebbe stato riconfermato a Ballando con le Stelle nonostante l’indagine per omicidio stradale aperta dopo l’incidente del 13 luglio nel quale ha perso la vita Alessandro Magnani, 41 anni. La produzione avrebbe scelto di restargli accanto.
Paolo Belli resta a Ballando con le Stelle. Salvo eventuali sviluppi giudiziari che dovessero modificare la situazione, il cantante dovrebbe essere regolarmente al suo posto nella prossima edizione dello show condotto da Milly Carlucci. La decisione arriva dopo il drammatico incidente stradale del 13 luglio nelle campagne di Cognento di Campagnola Emilia, nel quale ha perso la vita Alessandro Magnani, 41 anni.
Belli è stato iscritto dalla Procura di Reggio Emilia nel registro degli indagati per omicidio stradale. L’iscrizione costituisce un atto nell’ambito dell’inchiesta e non equivale naturalmente all’accertamento di una responsabilità, mentre le indagini sulla dinamica dell’incidente sono ancora in corso.
Paolo Belli confermato a Ballando con le Stelle
A riportare la decisione è Dagospia, secondo cui Milly Carlucci e il gruppo di lavoro di Ballando con le Stelle avrebbero deciso di confermare Paolo Belli nel ruolo che ricopre praticamente dalla nascita del programma.
Una scelta che, secondo la ricostruzione, nasce anche dalla volontà di non lasciare solo un amico e collega in un momento particolarmente difficile. Resta naturalmente la condizione legata agli eventuali sviluppi dell’inchiesta: allo stato attuale, però, non sarebbero previsti cambiamenti nella presenza di Belli nel programma.
L’incidente e l’indagine per omicidio stradale
L’incidente è avvenuto lo scorso 13 luglio nelle campagne di Cognento di Campagnola Emilia. Belli si trovava in bicicletta quando si è verificato lo scontro nel quale ha perso la vita Alessandro Magnani, 41 anni, che si trovava sulla strada per ragioni di lavoro.
La Procura di Reggio Emilia ha aperto un fascicolo e iscritto il cantante nel registro degli indagati per omicidio stradale. Saranno gli accertamenti degli inquirenti a ricostruire esattamente quanto accaduto e a stabilire eventuali responsabilità. Fino alla conclusione degli accertamenti vale, come per ogni indagato, la presunzione di innocenza.
Proprio l’inchiesta aveva inevitabilmente sollevato interrogativi sulla partecipazione di Belli alla prossima stagione di Ballando con le Stelle. La risposta della produzione, almeno per ora, sarebbe arrivata: il cantante resta nella squadra.
Da Francesca Fialdini a Beppe Convertini, le ipotesi per il ruolo
Nella passata edizione la situazione era stata differente perché Belli aveva lasciato temporaneamente la sua abituale postazione per partecipare allo show nelle vesti di concorrente. In sala delle stelle aveva così trovato spazio Massimiliano Rosolino.
Nelle ultime settimane erano circolate diverse indiscrezioni su un possibile avvicendamento anche per la nuova stagione. Tra i nomi emersi quello di Francesca Fialdini, mentre secondo Dagospia anche Beppe Convertini avrebbe puntato alla possibilità di entrare nello show.
La scelta della produzione avrebbe però chiuso, almeno per il momento, la partita: Paolo Belli dovrebbe tornare accanto a Milly Carlucci, mantenendo il ruolo di direttore d’orchestra e presenza storica di Ballando con le Stelle, programma al quale è legato fin dalla prima edizione.
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