Spettacolo
Isola dei Famosi? Ma mica tanto!
In attesa del gran debutto, resta da vedere se l’Isola dei Famosi riuscirà a conquistare il pubblico nonostante la mancanza di veri vip nel cast. Che la caccia ai segreti e alle dinamiche interne dell’isola abbia inizio!
L’Isola dei Famosi si prepara al gran ritorno sul piccolo schermo, ma c’è un dettaglio che sta già facendo discutere: il livello di fama dei partecipanti lascia a desiderare. Mentre il pubblico si aspetta volti noti e stelle dello spettacolo, sembra che il cast di questa edizione sia più una raccolta di “chi?” che di veri e propri vip.
Pochi vip nel cast
Tra i naufraghi annunciati, pochi sono quelli che veramente possono essere considerati famosi. Mentre personaggi come Marina Suma, Joe Bastianich e Samuel Peron possono vantare una certa notorietà, il resto del cast sembra essere una miscela di figure semi-sconosciute e volti non così familiari al grande pubblico.
Chi sono i “Famosi”?
Molti dei partecipanti sono noti solo per un breve momento di popolarità o per ruoli di supporto in programmi televisivi di nicchia. La domanda che sorge spontanea è: sono veramente famosi o solo aspiranti tali? Con l’avvento dei social media e dei reality show di basso profilo, sembra che il concetto di “famoso” si sia notevolmente allentato.
La caccia ai veri vip
I telespettatori si chiedono se l’Isola dei Famosi riuscirà a soddisfare le aspettative del pubblico in termini di contenuti e intrattenimento. C’è una fame di veri vip sullo schermo, con il desiderio di vedere personaggi iconici che portino una vera e propria scintilla al programma.
Un cast in cerca di risonanza
Con la mancanza di nomi di spicco nel cast, l’Isola dei Famosi rischia di perdere parte del suo appeal. Gli spettatori cercano qualcuno con cui identificarsi o con cui tifare, e al momento sembra che la ricerca dei veri vip sia ancora in corso.
La vera attrazione: gossip e controversie
Nonostante la carenza di celebrità nel cast, l’Isola dei Famosi rimane comunque una fonte inesauribile di gossip e controversie. Sarà interessante vedere come i naufraghi, anche se non del tutto famosi, si scontreranno e si supporteranno nell’ambiente ostile dell’isola deserta.
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Speciale Sanremo 2026
La Crusca “boccia” i testi di Sanremo: “Festival della medietà, prudenza tipica di Carlo Conti”. E tra i migliori spunta Ermal Meta
Nell’analisi diffusa sui social dell’Accademia della Crusca, Coveri dice di non aver “mai sobbalzato sulla sedia” leggendo un verso. Per lui “quest’anno non ci sono canzoni d’autore che spicchino”, con poche eccezioni: Ermal Meta, Dargen D’Amico, qualche spunto da Fulminacci, Levante e Arisa.
Se un Festival si giudicasse solo dai testi, Sanremo partirebbe già col freno a mano tirato.È l’impressione che arriva dalle pagelle firmate dal professor Lorenzo Coveri, accademico della Crusca e osservatore appassionato della canzone italiana, che ha letto i brani dei big “senza musica per il momento” e ha restituito un quadro fatto di voti prudenti, sufficienze stiracchiate e poche vere scosse. “Mai una volta che, leggendo un verso, abbia sobbalzato sulla sedia. Mai”, è la frase che fotografa il clima. Non un disastro, precisa, ma “quella medietà o, se vogliamo, prudenza, tipica di Carlo Conti”.
Il punto centrale, per Coveri, non è soltanto estetico: è l’idea di un Festival che preferisce la strada già battuta. “Quest’anno non ci sono canzoni d’autore che spicchino in modo particolare”, dice, e individua due nomi che almeno provano a guardare oltre la solita stanza emotiva: “Dargen D’Amico è l’unico, insieme a Ermal Meta, a guardare un po’ al di là dei classici problemi di coppia”. Anche qui, però, con una mezza stoccata: Dargen “in passato ci ha abituato a un po’ più di ironia e di impegno”.
Eppure, in controluce, Coveri vede un cambiamento reale: “Si sente l’apertura alle giovani leve, al pubblico di TikTok e Instagram. La canzone fatta apposta per Sanremo è morta”. Non significa che il risultato sia automaticamente più forte, anzi. Sul piano linguistico rimangono “tracce delle rime baciate in monosillabi me-te, e sai/e vai”, restano certe inversioni da manuale (“le braccia mie e le labbra tue”) e un “lessico aulico-retorico” che a volte pare un travestimento. Le rime, nota, “spesso assumono un valore ironico”, ma lui stesso si ferma a metà sorriso: “Non lo so”. E tira fuori un paragone colto e affilato, evocando “la vecchia storia di Nietzsche che fa rima con camicie di Gozzano”.
Tra le canzoni che, nel complesso, restano “dignitose”, Coveri cita Fulminacci: “Testo interessante con una dimensione quasi cinematografica”.Gli piace “l’immagine di lui che perde le chiavi di casa, metafora di spaesamento”, e sottolinea una frase che gli ha meritato un raro segno di entusiasmo: “il tempo come ‘mucchio di secondi, di primavere e rami spogli ma spero di essere il migliore dei tuoi sbagli’”. “Ci ho messo un punto esclamativo accanto”, confessa, con quella sincerità da professore che non finge di essere un fan.
Per Patty Pravo riconosce un’ambizione vera, “con un ottimo autore come Caccamo che cita persino l’Iliade”, ma la promozione resta controllata: “Diciamo che si difende”. Su Enrico Nigiotti, invece, arriva la delusione: “mi aspettavo di più”. E quando il testo scivola su immagini che per lui non reggono, l’ironia diventa giudizio: scrivere che “il tempo vola veloce come un pizzicotto” è “una figura retorica che fa un po’ ridere”. Poi c’è la frase “il tempo corre, quanto è stronzo”, che gli apre un capitolo sulle parolacce. E anche qui il Festival, secondo Coveri, non ha coraggio: “Sono poche. L’anno scorso erano tantissime, questo è un festival moderato che non colpisce né in bene né in male, che si limita a uno stronzo, due fottuto e poco altro”.
Il problema, per Coveri, non è la pulizia del linguaggio: è l’effetto complessivo. “In compenso c’è la para-poesia”, dice, e porta come esempio “Male necessario” di Fedez e Masini. Da una parte apprezza alcuni passaggi creativi, come “non ho più spazio per dipingermi d’inchiostro”; dall’altra stronca le immagini che sente già viste, come “il silenzio che è un rumore”, e sintetizza con una frase che pesa: “Una canzone che ambisce a volare alto, ma non sempre l’effetto è felice. Chi prova a volare alto e poi cade…”. E nel mezzo, concede un punto interessante: “mi piace l’inserimento della psicanalisi”, citando il “freudiano ‘dovrei separare l’ego dall’io’”.
La radiografia dei temi, poi, è impietosa per quantità più che per qualità: “Su 30 canzoni in gara almeno 20 parlano di amori tormentati, finiti, dolorosi”.Amori felici pochi, “più che altro tossici”, con una fragilità che torna ovunque “dietro un’apparente sicurezza di sé”. L’eccezione più netta, per Coveri, è Ermal Meta: “l’unico che esce dalla bolla”, perché porta una “filastrocca ninna-nanna verso una bambina di Gaza, pur senza mai renderlo esplicito”. E il giudizio qui si alza: “Il suo brano è uno dei migliori del lotto”. Per il resto, la fotografia è una sola e non fa sconti: “è come se quello che succede fuori da Sanremo non interessasse al Festival di Sanremo”.
Nel quadro generale, Coveri nota anche una tecnica dominante: “Due su tre si rivolgono a un ‘tu’ non esplicitato con un nome: quasi sempre un amante”. La definisce una scelta “tipica di tutta la poesia del Novecento da Montale in poi”, ma avverte che oggi convive con “una discesa verso il linguaggio parlato quotidiano”. Tra le eccezioni, salva l’autobiografismo: “Fa eccezione l’autobiografica canzone di Arisa in prima persona che la sufficienza la prende di sicuro”. E assegna un posto particolare a Levante, “l’unica che parla d’amore in modo non bamboccesco e celebra la felicità”.
Sul fronte delle sonorità linguistiche, Coveri osserva meno inglese: “Meno rapper e quindi meno inglese. Solo qualche feeling e i love you baby di routine che non fanno più macchia”. In compenso, “la fanno i francesismi di Elettra Lamborghini”, che lui tratta con più benevolenza della critica: “eppure a me non dispiace: molto disinvolta, sbarazzina, con tanti giochi, elementi pop, la Carrà. È la più pop di tutti. Anche in senso buono”. E si diverte a elencare i segnali: “Voilà poi d’emblée, bagarre, a pois, chic”, chiosando con una battuta che vale più di una nota a margine: “Forse perché è chic dire chic”.
Il verdetto finale, in sostanza, è un Festival che non esplode, non crolla, ma resta sospeso su una sufficienza prudente.Il messaggio più duro non riguarda una singola canzone: riguarda il perimetro. La sensazione, nelle parole di Coveri, è che Sanremo guardi dentro la coppia anche quando il mondo, fuori, fa rumore. E che la vera notizia, quest’anno, sia che per trovare una scossa si debba cercare non l’eccesso, ma una semplice deviazione dalla “bolla”. Ermal Meta, per ora, quella deviazione la firma. Gli altri, secondo la Crusca, restano in corsia di sorpasso vietato.
Speciale Sanremo 2026
Sanremo 2026, serata per serata il casting stellare del Festival: co-conduttori, super ospiti e show diffuso dall’Ariston alla nave
Carlo Conti e Laura Pausini guidano la 76ª edizione, affiancati ogni sera da volti diversi tra attori, modelle e comici. Ospiti internazionali, Suzuki Stage in Piazza Colombo, concerti in mare e un DopoFestival affidato a Nicola Savino completano un mosaico pensato per tenere incollata l’Italia fino all’alba.
La macchina di Sanremo 2026 è pronta a ruggire e, come ogni anno, il Festival non è soltanto una gara canora ma un gigantesco meccanismo televisivo che tiene insieme musica, spettacolo, gossip e politica culturale. Da domani a sabato, su Rai 1, la 76ª edizione riaccende le luci del Teatro Ariston e si allarga oltre il suo perimetro storico, trasformando l’intera città in un palcoscenico diffuso.
Al centro resta la conduzione: Carlo Conti, direttore artistico e padrone di casa, affiancato per tutte e cinque le serate da Laura Pausini. Un ritorno simbolico per la cantante, che proprio a Sanremo nel 1993 iniziò il suo percorso con “La solitudine”. Intorno a loro ruoterà un cast di co-conduttori scelti serata per serata, con l’obiettivo dichiarato di mescolare generi e pubblici diversi.
Martedì 24 febbraio l’apertura sarà affidata anche alla presenza di Can Yaman, volto internazionale amatissimo dal pubblico televisivo. Mercoledì 25 febbraio toccherà a Pilar Fogliati, ad Achille Lauro e al comico Lillo portare sul palco un mix di glamour, ironia e imprevedibilità. Giovedì 26 febbraio spazio alla supermodella Irina Shayk, chiamata a impreziosire la terza serata con un tocco internazionale. Venerdì 27 febbraio, nella notte dedicata ai duetti e alle cover, Conti e Pausini lasceranno maggiore centralità agli artisti in gara e ai loro ospiti. Sabato 28 febbraio, per la finale, tornerà in scena Giorgia Cardinaletti, coinvolta in diretta durante un Tg1 di febbraio, con la possibile presenza di Nino Frassica, ancora in attesa di conferma ufficiale.
Accanto alla gara dei trenta Big e delle quattro Nuove Proposte, il Festival si arricchisce di ospiti musicali di primo piano. La prima serata vedrà Tiziano Ferro esibirsi all’Ariston, mentre Gaia inaugurerà il Suzuki Stage in Piazza Colombo e Max Pezzali porterà la sua musica sulla nave Costa Toscana, ormeggiata al largo. Mercoledì toccherà a Bresh animare il palco cittadino, con Pezzali ancora protagonista dal mare. Giovedì l’Ariston accoglierà Eros Ramazzotti e Alicia Keys, mentre in piazza saliranno i The Kolors e la nave continuerà a vibrare con Pezzali. Venerdì, nella serata delle cover, il Suzuki Stage ospiterà Francesco Gabbani, con la consueta appendice musicale galleggiante. La finale di sabato vedrà Andrea Bocelli esibirsi all’Ariston, i Pooh chiudere gli eventi in Piazza Colombo e Pezzali salutare il pubblico dalla Costa Toscana.
Il Suzuki Stage, condotto da Daniele Battaglia, diventa così il cuore pulsante del Festival fuori dall’Ariston. Ogni pomeriggio e ogni sera Piazza Colombo si trasforma in una platea a cielo aperto, con performance gratuite che avvicinano artisti e pubblico senza filtri. La nave, invece, rappresenta la dimensione più spettacolare e televisiva: collegamenti in diretta, scenografie marine, musica che attraversa l’acqua e rimbalza fino al lungomare.
A completare il quadro c’è il PrimaFestival, in onda dal 21 al 28 febbraio dopo il Tg1 delle 20. Quest’anno la scelta è ricaduta su un team tutto al femminile: Ema Stokholma, Manola Moslehi e Carolina Rey accompagneranno il pubblico dietro le quinte, tra prove, curiosità e retroscena.
Le notti sanremesi proseguiranno con il DopoFestival, affidato a Nicola Savino. Già protagonista in passato dello spazio notturno, Savino torna con la sua cifra ironica e analitica. Accanto a lui Aurora Leone, Federico Basso e il maestro Enrico Cremonesi offriranno uno sguardo trasversale tra comicità, commento musicale e riflessione leggera. L’idea è trasformare il DopoFestival in una piazza televisiva dove convivono fan accaniti, addetti ai lavori e semplici curiosi.
Sanremo 2026, dunque, si presenta come un evento totale. Non soltanto cinque serate di canzoni, ma un sistema che occupa ogni fascia oraria e ogni angolo della città. L’Ariston resta il tempio, ma il Festival si espande: piazza, nave, studio televisivo. E l’elenco dei nomi coinvolti racconta una strategia precisa, quella di tenere insieme tradizione e contemporaneità, icone storiche e nuovi volti. In attesa che sia la musica, come sempre, a dire l’ultima parola.
Speciale Sanremo 2026
Dargen si tuffa nell’olio d’oliva, J-Ax attacca la pizza all’ananas: a Sanremo 2026 le canzoni dei big raccontano l’Italia che mangia
Altro che fiore e cuore. A Sanremo 2026 l’amore resta la parola più usata, ma intorno si muove un vocabolario molto più concreto, quotidiano, a tratti gastronomico. Se una volta bastava un tramonto e una rima facile per accendere l’Ariston, oggi tra intelligenza artificiale, tutorial esistenziali, guerre e alluvioni, il Festival sembra voler raccontare un Paese più consapevole. E nel farlo passa, ancora una volta, dalla cucina.
A fotografare questa tendenza è stata la rivista Gambero Rosso, che ha analizzato i 30 testi in gara alla 76ª edizione e stilato una classifica dei brani più “culinari”. Il risultato? Sanremo è sempre meno scurrile – lo conferma anche l’Accademia della Crusca – ma decisamente più gustoso. Se si beve ancora per dimenticare, si mangia per sentirsi italiani.
Il primo posto del podio gastronomico spetta a Dargen D’Amico con “Ai Ai”. Nel brano, il cantante dipinge un Belpaese che “ha così buongusto che pure il meteo non è mai brutto” e che “si fa il bagno nell’olio d’oliva”. Un’immagine potente, quasi barocca, che trasforma lo stivale in una diva immersa nel suo condimento più identitario. E poi ancora bollicine, Vangelo, vene che uniscono: il cibo come metafora civile e culturale. Dargen non è nuovo a incursioni tra pentole e fornelli: socio della rivista food&beverage Tuorlo, sta lavorando al suo nuovo album dal titolo già programmatico, “Doppia mozzarella”. Più che un disco, sembra un piatto da ordinare.
Al secondo posto si piazza J-Ax con “Starter Pack”, ballata country lontana dal suo passato rap. Il rapper immagina il pacchetto base per definirsi italiani e tra gli elementi imprescindibili inserisce la pizza. Non una qualsiasi: “Qui non si protesta per lo stipendio. Solo per la pizza con l’ananas”. Una frase che riaccende una delle polemiche gastronomiche più divisive degli ultimi anni. La pizza esotica, per alcuni eresia, per altri semplice evoluzione del gusto, torna a essere simbolo identitario. In un verso c’è tutta la fragilità e l’orgoglio di un Paese che discute più volentieri di ananas che di stipendi.
J-Ax non si ferma lì. Tra “leggi sbagliate e caffè corretti” il cantante costruisce un’Italia ironica e contraddittoria, dove il bar diventa parlamento e la moka strumento di analisi sociale. Non è una novità per lui raccontare il Paese attraverso la cucina: chi ricorda “Barbecue” sa che il cibo, per Ax, è sempre stato linguaggio pop.
Terzo posto per Ditonellapiaga con “Che fastidio!”. Tra politici, giornalisti e personaggi televisivi, la cantante romana infila anche un “pranzo salutare (che schifo!)” e un bicchiere dal “gusto amaro”. Margherita Carducci, questo il suo vero nome, conosce bene il mondo della ristorazione: prima del successo ha lavorato come cameriera in un locale di Roma Nord. Nei suoi versi il cibo non è celebrazione, ma sarcasmo, stanchezza, disillusione.
E poi c’è il vino, presenza costante nei testi di questa edizione. Sayf in “Tu mi piaci tanto” si chiede: “Ti senti a posto col tuo vino rosso?”. Michele Bravi in “Prima o poi” ribatte: “Il bicchiere è mezzo pieno questa sera, ma solo perché ho già bevuto una bottiglia intera”. Tommaso Paradiso nei “Romantici” confessa: “Io quando bevo credo alle favole”. Il vino, più che bevanda, diventa lente per osservare la realtà o per sfuggirla.
Non mancano dettagli più leggeri e quasi infantili: lo “zucchero filato” evocato da Mara Sattei, i “cocktail” citati da Elettra Lamborghini, “l’ultima cena” cantata da Tredici Pietro. Frammenti che costruiscono un mosaico alimentare variegato, dove il cibo è nostalgia, ironia, denuncia, consolazione.
Sanremo non ha mai ignorato la tavola. Dal “bicchiere di vino con un panino” di Al Bano e Romina ai “du’ spaghi” di Elio e le Storie Tese, la cucina ha sempre fatto capolino tra le note. Ma oggi la presenza è più diffusa, meno episodica. Non è semplice citazione, è racconto identitario. In un’Italia che discute di tradizioni Unesco e di contaminazioni globali, la pizza, l’olio, il vino diventano simboli culturali prima ancora che gastronomici.
Il Festival 2026 si conferma così specchio fedele del Paese. Meno parolacce, più realtà. Meno slogan, più immagini concrete. E tra guerre, alluvioni e tecnologia, c’è sempre spazio per un piatto fumante. Perché in fondo, sul palco dell’Ariston come nelle case degli italiani, la musica passa. Ma la cucina resta.
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