Connect with us

Spettacolo

Isola dei Famosi? Ma mica tanto!

In attesa del gran debutto, resta da vedere se l’Isola dei Famosi riuscirà a conquistare il pubblico nonostante la mancanza di veri vip nel cast. Che la caccia ai segreti e alle dinamiche interne dell’isola abbia inizio!

Avatar photo

Pubblicato

il

    L’Isola dei Famosi si prepara al gran ritorno sul piccolo schermo, ma c’è un dettaglio che sta già facendo discutere: il livello di fama dei partecipanti lascia a desiderare. Mentre il pubblico si aspetta volti noti e stelle dello spettacolo, sembra che il cast di questa edizione sia più una raccolta di “chi?” che di veri e propri vip.

    Pochi vip nel cast

    Tra i naufraghi annunciati, pochi sono quelli che veramente possono essere considerati famosi. Mentre personaggi come Marina Suma, Joe Bastianich e Samuel Peron possono vantare una certa notorietà, il resto del cast sembra essere una miscela di figure semi-sconosciute e volti non così familiari al grande pubblico.

    Chi sono i “Famosi”?

    Molti dei partecipanti sono noti solo per un breve momento di popolarità o per ruoli di supporto in programmi televisivi di nicchia. La domanda che sorge spontanea è: sono veramente famosi o solo aspiranti tali? Con l’avvento dei social media e dei reality show di basso profilo, sembra che il concetto di “famoso” si sia notevolmente allentato.

    La caccia ai veri vip

    I telespettatori si chiedono se l’Isola dei Famosi riuscirà a soddisfare le aspettative del pubblico in termini di contenuti e intrattenimento. C’è una fame di veri vip sullo schermo, con il desiderio di vedere personaggi iconici che portino una vera e propria scintilla al programma.

    Un cast in cerca di risonanza

    Con la mancanza di nomi di spicco nel cast, l’Isola dei Famosi rischia di perdere parte del suo appeal. Gli spettatori cercano qualcuno con cui identificarsi o con cui tifare, e al momento sembra che la ricerca dei veri vip sia ancora in corso.

    La vera attrazione: gossip e controversie

    Nonostante la carenza di celebrità nel cast, l’Isola dei Famosi rimane comunque una fonte inesauribile di gossip e controversie. Sarà interessante vedere come i naufraghi, anche se non del tutto famosi, si scontreranno e si supporteranno nell’ambiente ostile dell’isola deserta.

      SEGUICI SU INSTAGRAM
      INSTAGRAM.COM/LACITYMAG

      Musica

      Emma Marrone e il rapporto ruvido con Sanremo: “In gara l’ho sempre vissuto con leggerezza, co-condurlo mai più”

      La cantante ha spiegato di aver vissuto le sue partecipazioni in gara al Festival “alla c***o di cane”, con molta meno pressione rispetto alla co-conduzione. Sul palco dell’Ariston, da ospite alla guida della serata, il ritmo diventa massacrante: si entra alle 7 del mattino e si esce alle 3 di notte.

      Avatar photo

      Pubblicato

      il

      Autore

        Emma Marrone ha il pregio raro di non lucidare troppo le frasi prima di consegnarle al pubblico. Quando parla di Sanremo, non tira fuori il solito repertorio da artista grata, emozionata, tremante davanti alla sacralità dell’Ariston. No, lei ci mette dentro il suo vocabolario, la sua stanchezza, il suo modo diretto di raccontare le cose. E così il Festival, che per molti resta il tempio della musica italiana, diventa anche un posto dove si può entrare alle 7 del mattino e uscire alle 3 di notte con la faccia di chi ha attraversato una spedizione militare in paillettes.

        Emma ha detto che i suoi Sanremo in gara li ha sempre vissuti “alla c***o di cane”. Formula poco istituzionale, certo, ma molto più sincera di tante dichiarazioni impacchettate. In gara, spiega, c’è meno stress, più divertimento, più possibilità di lasciarsi portare dalla corrente. La co-conduzione, invece, è un’altra faccenda. Lì non basta cantare, aspettare il proprio turno, reggere l’ansia della classifica e poi andare a dormire sperando che il televoto non ti abbia tradito. Lì devi stare dentro la macchina, farla funzionare, sorridere quando vorresti solo una sedia, un panino e il silenzio.

        Emma Marrone e i Sanremo vissuti senza troppe cerimonie

        Emma Marrone ha partecipato più volte al Festival di Sanremo e conosce bene la differenza tra essere concorrente ed essere parte dell’ingranaggio televisivo. Da cantante in gara, almeno secondo il suo racconto, ha potuto permettersi un atteggiamento più istintivo, meno controllato, quasi più libero. Non perché Sanremo in gara sia una passeggiata, ci mancherebbe. Per un artista resta sempre una prova enorme, con tutto il carico di aspettative, giudizi, pagelle, social scatenati e critici pronti a misurare ogni nota come se dipendesse da lì il destino della Repubblica.

        Però Emma sembra dire una cosa precisa: quando sei in gara, il tuo compito ha un centro chiaro. Arrivi, canti, difendi il pezzo, affronti il pubblico, incassi reazioni e voti. Poi puoi anche vivere tutto con un certo disordine emotivo, senza dover controllare ogni passaggio della serata. “Alla c***o di cane”, appunto, che nel suo caso non suona come sciatteria, ma come una forma di sopravvivenza sanremese.

        È il modo di chi sa che prendere troppo sul serio Sanremo può diventare pericoloso. Perché il Festival amplifica tutto: le canzoni, gli abiti, gli errori, i sorrisi, le rivalità, perfino i silenzi. Se ci entri con l’idea di governarlo, rischi di uscirne prosciugato. Se ci entri con un po’ di incoscienza, magari ti diverti pure.

        Co-condurre Sanremo è un altro sport

        La parte più netta della confessione riguarda la co-conduzione. Emma Marrone non usa giri larghi: non lo rifarebbe mai più. E il motivo non ha bisogno di grandi interpretazioni. Co-condurre Sanremo significa vivere dentro una maratona televisiva che comincia quando fuori è ancora mattina e finisce quando mezza Italia ha già dimenticato da ore perché stava sveglia.

        “Entri al Teatro Ariston alle 7 di mattina e ne esci alle 3 di notte”, racconta Emma. Una frase che basterebbe da sola a spiegare perché certe esperienze, viste da casa, sembrano scintillanti, mentre da dentro hanno più l’odore della fatica che quello del glamour. Il pubblico vede gli abiti, le luci, le scale, i sorrisi. Chi sta lì dentro vede anche prove, riunioni, cambi, attese, ritardi, tensione, corse dietro le quinte e quella strana sospensione temporale in cui non capisci più se hai fame, sonno o solo voglia di sparire per dieci minuti.

        La co-conduzione, poi, ha una crudeltà particolare: devi sembrare naturale mentre tutto intorno è scritto, cronometrato, pesato. Devi essere brillante ma non invadente, emozionata ma non tremante, spontanea ma compatibile con il copione. Insomma, devi fare la magia dentro una gabbia di scalette. E non tutti hanno voglia di tornarci.

        Meglio la gara che la macchina dell’Ariston

        Emma Marrone ribalta un luogo comune. Molti immaginano che gareggiare a Sanremo sia la forma più stressante del Festival, perché lì ti giochi la canzone, la classifica, il giudizio del pubblico e una fetta importante della tua immagine. Lei invece dice il contrario: molto più divertente, molto meno stress in gara.

        Il paradosso funziona perché mostra Sanremo da un’altra angolazione. Il cantante in gara è esposto, certo, ma resta dentro il proprio mestiere. Il co-conduttore, invece, deve abitare una creatura televisiva enorme, piena di tempi morti, imprevisti e responsabilità. Se qualcosa si inceppa, lo sguardo finisce anche su di te. Se una battuta non funziona, resta appiccicata. Se un momento si allunga troppo, devi tenerlo in piedi. Se la serata diventa infinita, devi continuare a sembrare fresca mentre il corpo sta chiedendo pietà.

        Per questo la frase di Emma non è solo una battuta colorita. È anche una piccola verità sul Festival: Sanremo non è un palco, è una macchina. E starci sopra da cantante non equivale a starci dentro da conduttrice. Nel primo caso combatti la tua battaglia. Nel secondo devi aiutare a reggere tutto il teatro.

        Emma Marrone resta allergica alle frasi imbalsamate

        La cosa migliore, come spesso accade con Emma Marrone, è il tono. Non prova a rendere il racconto più elegante di quanto sia. Non dice “è stata un’esperienza complessa ma formativa”. Non infila la solita carezza all’Ariston, al pubblico, alla Rai, alla squadra, alla musica che unisce tutti sotto il cielo della canzone italiana. Dice che in gara si è divertita di più e che la co-conduzione non la rifarebbe.

        Ed è proprio questa ruvidità a renderla credibile. Emma non ha mai costruito il proprio personaggio sulla distanza da diva irraggiungibile. Funziona quando resta vicina, quando parla come una che ha fatto davvero quella vita lì, con le alzatacce, le prove, le pressioni e il desiderio, ogni tanto, di mandare tutto a quel paese.

        Sanremo continuerà a essere Sanremo: solenne, caotico, irresistibile, pesantissimo. Emma Marrone continuerà probabilmente a guardarlo con quella miscela di affetto e insofferenza che conoscono bene quelli che l’Ariston lo hanno vissuto sul serio. In gara sì, magari anche con un po’ di disordine. Alla co-conduzione, invece, grazie ma no. Una volta può bastare. Soprattutto se la giornata comincia alle 7 e finisce alle 3 di notte.

          Continua a leggere

          Cinema

          Guy Ritchie massacrato dalla critica ma salvato dal web: In the Gray con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal diventa un cult queer

          Il film di Guy Ritchie, con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni di due uomini gay pericolosi e magnetici, sembrava destinato al massacro. Invece la rete lo ha ripescato, trasformandolo in un caso: da flop critico a oggetto di culto.

          Avatar photo

          Pubblicato

          il

          Autore

            Certe volte il cinema deve solo aspettare che la critica si tolga di mezzo. Succede più spesso di quanto i critici amino ricordare. È accaduto a La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock, guardato con freddezza prima di diventare uno dei film più studiati, idolatrati e saccheggiati della storia. È accaduto a Shining di Stanley Kubrick, accolto con sospetto da chi non aveva ancora capito che quell’albergo non avrebbe smesso di perseguitare nessuno. È accaduto a Scarface di Brian De Palma, liquidato da molti come eccessivo, volgare, fuori misura, prima di trasformarsi in una religione pop.

            Ora, con tutte le proporzioni del caso, qualcosa di simile sta succedendo a In the Gray, l’ultimo film di Guy Ritchie. All’uscita, gran parte della critica lo ha preso a schiaffi. Troppo stilizzato, troppo compiaciuto, troppo muscolare, troppo poco interessato a chiedere permesso. Il solito Guy Ritchie, verrebbe da dire, solo con un cortocircuito in più: al centro della storia ci sono Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni di due uomini gay estremamente pericolosi, affascinanti, ambigui, pronti a muoversi dentro un mondo di violenza, seduzione e doppio gioco senza però scivolare nella caricatura omofoba.

            In the Gray stroncato dalla critica al debutto

            Alla sua uscita, In the Gray non ha trovato tappeti rossi stesi davanti alla critica. Anzi. Il film di Guy Ritchie è stato accolto con molti nasi storti, come spesso accade quando un regista non prova nemmeno a fingere sobrietà. Ritchie, del resto, non è mai stato un autore da mezze tinte: ama i personaggi sopra le righe, i dialoghi che sembrano duelli, le pose da gangster elegante, l’azione coreografata, l’ironia sporca, il fascino della criminalità raccontata come una partita a scacchi giocata in un pub troppo costoso.

            Il problema è che, a volte, la critica confonde l’eccesso con il difetto. Se un film non chiede di essere rispettabile, molti lo puniscono proprio per questo. In the Gray è finito dentro quel tritacarne lì: giudizi severi, accuse di stile fine a sé stesso, sospetto verso la sua miscela di action, noir, ambiguità sessuale e glamour criminale.

            Eppure il pubblico online ha cominciato a guardarlo con altri occhi. Dove una parte della critica vedeva solo compiacimento, molti spettatori hanno trovato energia. Dove qualcuno leggeva provocazione furba, altri hanno visto un gioco più interessante: due star maschili, Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, dentro ruoli dichiaratamente queer, pericolosi e magnetici, ma non ridotti a macchiette.

            Henry Cavill e Jake Gyllenhaal, due uomini gay senza caricature

            Il cuore del caso sta proprio nei due protagonisti. Henry Cavill e Jake Gyllenhaal portano sullo schermo una coppia maschile lontana dai soliti binari rassicuranti. Non sono figurine decorative, non sono comprimari eccentrici, non sono personaggi costruiti per spiegare al pubblico quanto sia moderno il film. Sono due uomini gay al centro dell’azione, dentro una storia sporca, rischiosa, violenta, piena di desiderio e minaccia.

            La differenza è sottile ma decisiva. Il film li mostra come estremamente pericolosi, ma non perché gay. Li mostra come affascinanti, duri, ambigui, capaci di usare il corpo, la parola e il controllo della scena come armi. La loro identità non diventa una scorciatoia narrativa per renderli deviati, né un’etichetta didascalica da appiccicare sulla locandina. È parte del personaggio, non la sua prigione.

            Ed è forse questo ad aver acceso il culto queer intorno a In the Gray. Il pubblico non cerca sempre personaggi impeccabili, educativi, sterilizzati dalla paura di offendere qualcuno. Cerca anche figure disturbanti, seducenti, sbagliate, capaci di esistere in tutta la loro complessità. Per anni il cinema ha concesso ai personaggi eterosessuali il lusso di essere criminali, assassini, bugiardi, manipolatori, irresistibili e moralmente disastrosi. Quando lo stesso spazio arriva a personaggi queer, la faccenda diventa subito più interessante.

            Il web trasforma In the Gray in un cult queer

            Il successo online di In the Gray racconta una dinamica ormai chiarissima: la critica può stroncare un film, ma il web può adottarlo, rilanciarlo, reinterpretarlo e trasformarlo in qualcosa di completamente diverso. Bastano clip virali, montaggi, frasi isolate, sguardi tra i protagonisti, scene rilette su TikTok e discussioni infinite sui social perché un film dato per spacciato trovi una seconda vita.

            Nel caso di Guy Ritchie, il meccanismo sembra perfetto. Il suo cinema vive già di pose, battute memorabili, personaggi che sembrano nati per diventare gif e momenti costruiti con una precisione quasi pubblicitaria. In the Gray offre al pubblico online tutto quello che serve: due star molto amate, una tensione queer evidente, un’estetica riconoscibile, scene pronte per essere ritagliate, commentate, trasformate in culto.

            Il passaggio da film stroncato a cult queer non significa automaticamente che In the Gray sia un capolavoro. Significa però che ha colpito un nervo. Ha dato a una parte del pubblico qualcosa che mancava: personaggi gay adulti, pericolosi, sensuali, non addomesticati, non costretti a chiedere scusa per occupare il centro della scena.

            Guy Ritchie firma il suo film più discusso

            Guy Ritchie, probabilmente, non si strapperà i capelli per le recensioni negative. Il suo cinema ha sempre vissuto meglio fuori dai salotti buoni che dentro le pagelle rispettabili. Con In the Gray, però, si trova davanti a un fenomeno curioso: un film nato sotto il segno della diffidenza critica sta diventando un oggetto di culto proprio perché il pubblico lo sta leggendo in modo più libero.

            E forse è qui che la storia si fa divertente. La critica lo ha giudicato al momento dell’uscita, con il cronometro in mano e la sentenza già calda. Il pubblico online, invece, se lo sta prendendo con calma, smontandolo, rimontandolo, trasformandolo in materiale identitario, estetico, ironico, desiderante. Non tutti i film reggono questa seconda vita. Alcuni evaporano dopo tre giorni. Altri, invece, cominciano davvero a esistere quando qualcuno decide di amarli nel modo sbagliato secondo i critici e giustissimo secondo il pubblico.

            In the Gray sembra appartenere a questa seconda categoria. Stroncato, discusso, forse imperfetto, ma vivo. E in un cinema spesso terrorizzato dall’idea di sporcarsi le mani, un film con Henry Cavill e Jake Gyllenhaal nei panni di due uomini gay pericolosi, seducenti e non ridotti a stereotipo ha già ottenuto una piccola vittoria: far parlare di sé oltre il voto in pagella.

              Continua a leggere

              Televisione

              Le quattro stagioni de I Tudors arrivano su Netflix: sesso, intrighi e quei due manzi di Jonathan Rhys Meyers e Henry Cavill

              Jonathan Rhys Meyers nei panni di Enrico VIII, Henry Cavill ancora in versione giovane promessa e una corte inglese trasformata in un’arena di sesso, potere e tradimenti: I Tudors torna in streaming su Netflix dal 4 agosto con tutte le quattro stagioni.

              Avatar photo

              Pubblicato

              il

                Prima che le serie storiche diventassero tutte obbligate a sembrare una tesi universitaria con qualche candela accesa, I Tudors aveva già capito una cosa molto semplice: per raccontare il potere bisogna mostrare anche il desiderio. E magari, già che ci siamo, scegliere due protagonisti capaci di far dimenticare al pubblico qualsiasi fedeltà rigorosa ai ritratti d’epoca. Dal 4 agosto le quattro stagioni della serie arrivano su Netflix, pronte a riportare in circolo intrighi di corte, matrimoni disastrosi, tradimenti, decapitazioni, letti disfatti e una quantità di sguardi torbidi che all’epoca fecero parecchio rumore.

                Il cuore della faccenda, inutile girarci intorno, resta lui: Jonathan Rhys Meyers nei panni di Enrico VIII. Storicamente, il sovrano inglese non viene ricordato esattamente come un modello da copertina patinata. La serie, invece, lo trasformò in un re giovane, carnale, nervoso, magnetico, più vicino a una rockstar in crisi di onnipotenza che al monarca obeso degli ultimi anni. Una scelta che fece storcere il naso ai puristi, ma che funzionò benissimo sul pubblico. Perché I Tudors non voleva essere una lezione di storia in costume. Voleva essere una soap di lusso, sporca di sangue e velluto.

                E poi c’era Henry Cavill, prima dell’esplosione definitiva da Superman e da sex symbol globale. Nei Tudors interpretava Charles Brandon, duca di Suffolk, amico del re, seduttore seriale e presenza scenica abbastanza ingombrante da rubare l’attenzione anche quando la trama avrebbe preteso altro. In pratica, una delle ragioni per cui molti spettatori scoprirono improvvisamente un interesse vivissimo per la dinastia Tudor.

                I Tudors su Netflix dal 4 agosto con tutte le stagioni

                L’arrivo su Netflix delle quattro stagioni de I Tudors ha il sapore del ritorno di un vecchio scandalo elegante. La serie, andata in onda tra il 2007 e il 2010, racconta il regno di Enrico VIII concentrandosi soprattutto sulla sua vita sentimentale, politica e religiosa. Tradotto: mogli, amanti, consiglieri, tradimenti, alleanze, rotture con Roma e un uso abbastanza spregiudicato del fascino dei suoi interpreti.

                Al centro della storia c’è l’ossessione di Enrico per il potere, per il controllo e per l’erede maschio. Da Caterina d’Aragona ad Anna Bolena, da Jane Seymour alle mogli successive, la serie costruisce un grande romanzo televisivo sul desiderio maschile che diventa politica di Stato. Ogni passione privata finisce per cambiare il destino dell’Inghilterra. Ogni letto può trasformarsi in un campo di battaglia. Ogni promessa d’amore può concludersi molto male, spesso con un boia nei paraggi.

                Jonathan Rhys Meyers ed Henry Cavill, la coppia che incendiò la serie

                Il successo de I Tudors passò anche dalla scelta dei suoi volti maschili. Jonathan Rhys Meyers portò in scena un Enrico VIII inquieto, seducente, impulsivo, più bello di quanto la storia suggerisse e molto più televisivo di quanto gli storici avrebbero gradito. Ma la serie non cercava il realismo fisico assoluto. Cercava energia, tensione, desiderio. E Rhys Meyers ne aveva da vendere.

                Henry Cavill, dal canto suo, diventò uno dei grandi motivi di culto della serie. Il suo Charles Brandon era arrogante, sensuale, opportunista, fedele e infedele a seconda della convenienza, sempre perfettamente inserito in quel mondo dove l’amicizia con il re poteva aprire ogni porta o mandarti dritto verso il disastro. Visto oggi, il suo ruolo ha anche il fascino retroattivo delle carriere prima della consacrazione: guardi I Tudors e pensi che Superman, in fondo, aveva già cominciato a farsi notare tra le lenzuola e i complotti della corte inglese.

                Sesso, nudi e scandali alla corte di Enrico VIII

                Quando uscì, I Tudors suscitò scalpore soprattutto per le numerose scene di sesso e per i frequenti nudi degli interpreti. Oggi, dopo anni di serie molto più esplicite, quello scandalo può sembrare quasi tenero. Ma all’epoca la miscela funzionò eccome: storia, erotismo, violenza, religione, ambizione e corpi bellissimi messi al servizio di un racconto in cui la corte non sembrava mai un museo, ma un luogo vivo, pericoloso, pieno di fame.

                La serie capì prima di molte altre che il costume drama poteva essere sexy senza chiedere scusa. I broccati, le corone, le stanze illuminate dalle candele e le cerimonie religiose non servivano a rendere tutto più casto, ma più carico. Ogni gesto aveva un doppio fondo. Ogni sguardo poteva nascondere un tradimento. Ogni alleanza durava il tempo necessario a trovare un letto migliore o una testa da far cadere.

                Il ritorno di una serie storica più pop che scolastica

                I Tudors non è mai stata una serie per chi pretende la ricostruzione storica millimetrica. È una serie pop, sfacciata, romanzata, costruita per trasformare la dinastia Tudor in un grande melodramma politico-erotico. E proprio per questo, a distanza di anni, conserva ancora un fascino preciso. Non prova a essere fredda, impeccabile, distante. Vuole sporcare la storia con la carne, con il desiderio, con la vanità e con la paura.

                Il suo arrivo su Netflix può regalarle una nuova vita presso un pubblico che magari conosce Henry Cavill soprattutto come Superman o Geralt di Rivia, e Jonathan Rhys Meyers come volto di un cinema e di una televisione più tormentati. Qui li ritrova entrambi in una corte dove tutti vogliono qualcosa, nessuno è innocente e l’amore raramente sopravvive al potere.

                Dal 4 agosto, dunque, I Tudors torna a disposizione con tutte le sue quattro stagioni. Chi cerca una lezione accademica sull’Inghilterra del Cinquecento forse dovrà tenere un manuale a portata di mano. Chi invece vuole intrighi, scandali, sesso, politica, tradimenti e due protagonisti maschili capaci di reggere da soli mezzo immaginario erotico televisivo, può accomodarsi: la corte è di nuovo aperta.

                  Continua a leggere
                  Advertisement

                  Ultime notizie