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Felicia, la misteriosa regina mascherata dell’Eurovision: perché tutta Europa non riesce a togliersela… dal sistema

La cantante svedese che gareggia con My System è diventata uno dei casi più curiosi dell’Eurovision 2026: una mascherina sempre sul volto, un passato segnato dall’ansia sociale e una canzone che racconta una dipendenza emotiva in cui molti si riconoscono.

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Felicia, la misteriosa regina mascherata dell’Eurovision: perché tutta Europa non riesce a togliersela… dal sistema

    C’è chi all’Eurovision punta tutto su coreografie acrobatiche, chi su effetti speciali degni di un film di fantascienza e chi, invece, conquista il pubblico con il mistero. È il caso di Felicia, la rappresentante della Svezia che con My System si è trasformata in uno dei personaggi più discussi dell’edizione 2026.

    A colpire non è soltanto il brano, un concentrato di elettronica malinconica e ritornello martellante che si piazza in testa al primo ascolto. A incuriosire è soprattutto lei: sempre in scena con una mascherina futuristica che le copre parte del volto, quasi fosse un’incrocio tra una popstar nordica e un hacker poetico uscito da una serie Netflix.

    Ma dietro quella scelta estetica non c’è soltanto marketing. Secondo quanto raccontato dalla stessa artista in diverse interviste, la mascherina è nata come risposta concreta a un lungo periodo segnato da ansia sociale e attacchi di panico legati all’esposizione pubblica. Un modo per sentirsi protetta sul palco, trasformando una fragilità personale in un tratto identitario.

    Insomma, mentre molti artisti si spogliano metaforicamente davanti al pubblico, Felicia ha scelto il contrario: coprirsi per riuscire finalmente a mostrarsi davvero.

    E forse è anche per questo che My System colpisce così tanto. Il brano racconta una relazione tossica da cui si prova a fuggire senza mai riuscirci del tutto. Il testo alterna rifiuto e attrazione, lucidità e ricaduta: “Non riesco a toglierti dal mio sistema” diventa la sintesi perfetta di quel legame che resta incastrato nei pensieri, come una notifica impossibile da silenziare.

    Musicalmente il pezzo mescola synth-pop scandinavo, atmosfere dark e un drop elettronico che sembra progettato per far ballare anche chi, normalmente, al massimo ondeggia tenendo il bicchiere in mano.

    E poi ci sono le curiosità che hanno contribuito a renderla un piccolo caso mediatico. Felicia ha confessato di aver scritto parte del brano durante un viaggio notturno in treno tra Stoccolma e Malmö, appuntando i versi sul retro di uno scontrino. Pare inoltre che la maschera usata sul palco sia stata progettata insieme a uno studio di design specializzato in accessori per performance immersive.

    Sui social, intanto, il pubblico si divide: c’è chi la considera un genio del concept e chi scherza dicendo che sembri “la versione pop di Darth Vader dopo un corso di mindfulness”.

    Una cosa però è certa: nel mare spesso rumoroso dell’Eurovision, Felicia è riuscita a fare la cosa più difficile. Farsi notare senza urlare.

    E con quella melodia ipnotica che ti resta in testa per ore, viene quasi da darle ragione: una volta entrata nel sistema, liberarsene è davvero complicato.

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      Horror rock, trattore e un capolavoro dipinto in blu: il delirio delle “cover” che fa impazzire l’Eurovision

      Mentre l’Europa si danna le dita sulla tastiera per il televoto, sul palco va in scena lo shock culturale definitivo: i mostri finlandesi in versione dance e l’icona ucraina che fa piangere la Wiener Stadthalle.

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      Horror rock, trattore e un capolavoro dipinto in blu: il delirio delle "cover" che fa impazzire l'Eurovision

        C’è un momento preciso, durante la finale dell’Eurovision, in cui la logica geopolitica e il buon senso musicale decidono di prendersi una pausa e andare a bere un bicchiere di schnaps dietro le quinte. È il limbo del televoto. Quel quarto d’ora infinito in cui i telefoni di mezza Europa rischiano la fusione termonucleare e il palco si trasforma in una gigantesca, magnifica e delirante festa delle cover.

        Se pensavate di aver visto tutto, l’edizione di quest’anno ha ridefinito il concetto di “shock culturale”, dimostrando che sotto i costumi di lattice e le paillettes batte un unico, bizzarro cuore pop.

        Mostri con la cassa dritta: il crossover che non sapevamo di volere

        Ad aprire le danze del delirio ci hanno pensato loro: i Lordi. Sì, proprio i mostri heavy metal finlandesi che nel 2006 terrorizzarono le giurie europee a colpi di Hard Rock Hallelujah. Per chi se lo stesse chiedendo: no, Tomi “Mr. Lordi” Putaansuu e la sua allegra brigata di zombie ispirati ad Alice Cooper e ai Twisted Sister non sono stati avvistati senza maschera nemmeno al buffet dell’hotel.

        Il vero colpo di genio, però, è stato vederli artigliare il microfono per intonare un medley che ha unito due dei più grandi “deliri da ballo” della storia recente del contest: Cha Cha Cha del loro connazionale Käärijä e Rim Tim Tagi Dim del croato Baby Lasagna. Sentire dei mostri alti due metri, usciti direttamente da un film horror anni ’80, cantare di camicie verdi fluo e trattori su un ritmo techno-folk ha provocato un cortocircuito cerebrale collettivo. Ma il bello doveva ancora venire.

        Dalla stagnola al mito: Verka Serduchka ci riporta a casa

        Mentre il pubblico cercava di riprendersi dal pogare dei mostri, l’atmosfera è cambiata radicalmente con l’ingresso in scena di una vera e propria divinità eurovisiva: Verka Serduchka (al secolo Andrij Mychajlovyč Danylko). Con la sua leggendaria stella di stagnola in testa, la stessa che nel 2007 fece ballare il pianeta con Dancing Lasha Tumbai, l’icona ucraina ha preso in mano lo stadio.

        Ma niente trenini techno, stavolta. Verka ha guardato la platea, ha sorriso e ha attaccato le prime note di Nel blu, dipinto di blu.

        Esatto: Volare. Proprio il capolavoro con cui Domenico Modugno nel 1958 arrivò solo terzo all’Eurovision, prima di trasformarsi nel successo planetario più iconico e longevo della musica italiana.

        Il miracolo di Domenico Modugno

        Vedere l’intera arena di Vienna, dai teenager scandinavi ai severi delegati dell’est, unire le voci in un unico, gigantesco coro italiano è stato il momento più alto della serata. C’era qualcosa di profondamente poetico e commovente nel sentire una melodia nata quasi settant’anni fa, cantata da un’icona ucraina d’argento vestita, capace di unire un continente intero proprio mentre i server del televoto andavano a fuoco.

        Alla fine, mentre i conduttori riprendevano la linea con le facce serie per i risultati dei voti, il pubblico era ancora lì a sventolare le torce degli smartphone, con gli occhi lucidi. Perché l’Eurovision sarà anche una macchina da soldi e un festival di bizzarrie, ma quando parte “Volare”, l’Europa si ricorda improvvisamente di avere un’anima.

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          Musica

          Chi è DARA, la scheggia bulgara dell’Eurovision 2026: la regina ribelle che urla “Bangaranga” e accende Vienna

          Capelli di fuoco, energia da club europeo e un ritornello che ti resta in testa dopo tre secondi: la Bulgaria punta tutto su DARA, artista pop dal carattere esplosivo che porta sul palco un inno alla libertà fuori dagli schemi.

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          DARA

            Se all’Eurovision 2026 c’è una concorrente capace di far saltare il telecomando dalle mani degli spettatori, quella è senza dubbio DARA. Sul palco di Vienna la rappresentante della Bulgaria porta Bangaranga, un brano che sembra nato dall’incontro tra una discoteca futuristica, una tempesta di sintetizzatori e un’energia da rave che non chiede permesso.

            Per chi segue la scena pop dell’Est Europa, DARA non è certo una sorpresa. Classe 1998, nome d’arte di Darina Yotova, la cantante è diventata una delle voci più riconoscibili del pop bulgaro grazie a una miscela esplosiva di presenza scenica, elettronica muscolare e attitudine da outsider. La sua carriera ha preso il volo giovanissima, quando si è fatta notare in alcuni talent televisivi nazionali, per poi trasformarsi in una presenza fissa delle classifiche bulgare.

            Il suo stile? Impossibile incasellarlo. Un po’ diva dancefloor, un po’ performer teatrale, un po’ scheggia impazzita. Tradotto: esattamente il tipo di artista che all’Eurovision funziona.

            Ma di cosa parla davvero Bangaranga?

            A un primo ascolto sembra il classico pezzo pensato per far sobbalzare il pubblico tra luci strobo e bassi da far tremare i bicchieri. In realtà il testo nasconde un messaggio più strutturato. Il brano racconta una personalità libera, sfuggente, quasi indomabile. DARA si presenta come una figura doppia — “angelo e demone”, ribelle e trascinatrice — che rifiuta le regole imposte e invita chi ascolta a lasciarsi andare.

            Il ritornello martellante, con quell’ipnotico “Bangaranga”, non ha un significato letterale preciso: è una parola-manifesto, costruita per evocare impatto, caos creativo, esplosione liberatoria. Una specie di formula sonora che vuole rappresentare il momento in cui smetti di controllarti e ti butti dentro il vortice.

            Insomma: meno filosofia da biblioteca, più liberazione da pista da ballo.

            E perché ce la ricorderemo?

            Primo: perché è impossibile togliersela dalla testa. Dopo tre ascolti rischiate seriamente di sussurrare “Bangaranga” mentre fate la spesa o aspettate il caffè al bar.

            Secondo: per la messa in scena. La performance bulgara punta su visual neon, coreografie serrate e un’estetica che strizza l’occhio ai grandi show electro-pop internazionali.

            Terzo: per l’effetto sorpresa. Ogni Eurovision ha il suo brano “ma che diamine sto guardando?” che poi finisce per conquistare tutti. Ecco, Bangaranga ha tutte le carte per essere quel momento.

            DARA non porta solo una canzone: porta un’esperienza sensoriale. Un piccolo caos organizzato, colorato e volutamente sopra le righe.

            In fondo è questo il bello dell’Eurovision: un attimo prima stai ascoltando una ballata struggente, quello dopo ti ritrovi travolto da una cantante bulgara che ti ordina di arrenderti alle luci accecanti.

            E sapete una cosa? Probabilmente conviene obbedire.

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              Eurovision 2026, i due “mostri finali” che fanno tremare Vienna: dalla festa moldava al lanciafiamme finlandese

              Tra folklore scatenato e rock ad alta tensione, sono loro i rivali più temuti nella corsa al trofeo. Ecco chi sono Satoshi e il duo finlandese Linda Lampenius-Pete Parkkonen, cosa raccontano i loro brani e perché i bookmaker li tengono d’occhio come falchi.

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              Eurovision 2026, i due “mostri finali” che fanno tremare Vienna: dalla festa moldava al lanciafiamme finlandese

                A poche ore dalla finalissima dell’Eurovision Song Contest 2026, a Vienna l’atmosfera è quella delle grandi occasioni: tensione, prove last minute, look improbabili e vocal coach che distribuiscono tisane come fossero pozioni magiche. Ma tra i nomi più caldi in quota spiccano due outsider che ormai outsider non sono più: la Moldova con Satoshi e il travolgente “Viva, Moldova!”, e la Finlandia con la coppia Linda Lampenius e Pete Parkkonen, autori dell’esplosiva “Liekinheitin”.

                Due proposte diversissime, unite da un dettaglio non trascurabile: stanno facendo impazzire pubblico e bookmaker.

                La Moldova punta sulla festa nazionale versione turbo

                Satoshi è uno dei volti più popolari della nuova scena moldava. Cantautore e performer amatissimo nei Paesi dell’Est, negli ultimi anni ha costruito una carriera fatta di contaminazioni tra pop elettronico, tradizione locale e testi ironici.

                Con Viva, Moldova!” porta sul palco un inno dichiaratamente festaiolo: una celebrazione del suo Paese tra fiati balcanici, ritmi serrati e un ritornello pensato per entrare nel cervello al primo ascolto. Il testo è una dichiarazione d’amore alla propria terra, ma senza retorica: racconta una Moldova colorata, autoironica, rumorosa e orgogliosamente sopra le righe.

                La forza del pezzo? È una di quelle canzoni che dopo trenta secondi ti ritrovi già a canticchiare, anche senza capire una parola. E all’Eurovision, dove l’immediatezza vale oro, è un’arma letale.

                La performance è costruita come una gigantesca festa di piazza: ballerini in abiti tradizionali rivisitati in chiave pop, visual esplosivi e una coreografia che sembra una sagra di paese dopo tre energy drink.

                Finlandia, quando il palco prende fuoco (quasi letteralmente)

                Se la Moldova punta sul sorriso, la Finlandia risponde con la potenza.

                Linda Lampenius, violinista di fama internazionale nota per il suo stile teatrale, e Pete Parkkonen, rocker amatissimo dal pubblico nordico, hanno unito i loro mondi per dar vita a “Liekinheitin”, che in finlandese significa “lanciafiamme”.

                Il brano è una scarica adrenalinica di rock sinfonico ed elettronica aggressiva. Il testo racconta la forza distruttiva dell’ambizione e la capacità di trasformare il caos in energia creativa. È una metafora potente: il fuoco non come devastazione, ma come rinascita.

                Tradotto: una canzone che ti urla addosso, ma con classe.

                Sul palco i due hanno costruito uno show ad altissimo impatto: violino elettrico infuocato, luci rosse, piattaforme mobili e un crescendo visivo che trasforma la Wiener Stadthalle in una specie di apocalisse glam.

                Perché sono tra i favoriti?

                I motivi sono tre.

                Primo: sono memorabili. In una finale con oltre venti esibizioni, distinguersi è fondamentale.

                Secondo: parlano linguaggi universali. La Moldova gioca sull’energia collettiva, la Finlandia sull’emozione viscerale.

                Terzo: funzionano dal vivo. E all’Eurovision la differenza tra un successo e un disastro spesso si misura nei tre minuti sul palco.

                Insomma, mentre tutti fanno i conti con classifiche e pronostici, una cosa è certa: se uno porta il carnevale e l’altro il lanciafiamme, la finale di Vienna rischia seriamente di trasformarsi in una gloriosa, rumorosissima invasione sonora. E per una volta, nessuno si lamenterà del volume.

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