Musica
Il concertone per Los Angeles: quando la musica americana si rimbocca le maniche
Un cast stellare al servizio della raccolta fondi per la città di Los Angeles, martoriata dal gigantesco, recente incendio. Una serata memorabile, che ha vissuto di alcuni momenti artistici di altissimo livello.
Billie Eilish, Jelly Roll, Katy Perry, Lady Gaga, Lil Baby, Olivia Rodrigo, Rod Stewart, Stevie Wonder, Earth, Wind & Fire. E ancora… Alanis Morissette, Green Day, Graham Nash e Stephen Stills, Joni Mitchell, No Doubt, Pink, Red Hot Chili Peppers, Stevie Nicks e John Mayer. Che cosa volere di più? Questi alcuni artisti “stellari” che hanno partecipato al Fire Aid, una lettera d’amore di cinque ore e mezza alla città di Los Angeles.
Doppio palco per il meglio del rock e del pop
Una trentina fra le più grandi star degli ultimi 50 anni per una catarsi musicale di cui si sentiva davvero il bisogno, dopo la devastazione di fuoco che ha colpito l’iconica città. Lo show è stato a dir poco ambizioso, con così tanti artisti concentrati in un solo evento. Gli organizzatori hanno allestito lo show contemporaneamente allo storico Kia Forum e all’Intuit Dome, una struttura più nuova ad un chilometro e mezzo di distanza. La maggior parte degli artisti classic rock ha suonato al Forum, le popstar al Dome.
Tra una canzone e l’altra scorrono le storie della gente comune
Nella prima ora, Joni Mitchell ha fatto sia piangere, sia venire dei gran sorrisi a buona parte del Forum, P!nk ha stupito con una cover dei Led Zeppelin, Stephen Stills e Graham Nash si sono ritrovati a suonare assieme per la prima volta dopo un decennio. Due ore dopo si sono riuniti anche i No Doubt e i Nirvana, in ricordo di Kurt Cobain. Esibizioni a parte, a stupire è stata la capacità di Fire Aid di mostrare l’aspetto umano del disastro, raccontando le storie quotidiane degli abitanti di Los Angeles tra un brano e l’altro. Cittadini che affrontano la tragedia come possono, così come l’eroismo dei soccorritori che hanno aiutato a spegnere gli incendi.
La testimonianza toccante di Billy Crystal
Agli occhi dei presenti sono venuti i “lucciconi” quando l’attore Billy Crystal è salito sul palco con gli stessi vestiti che indossava la notte in cui la sua casa di Palisades è andata in fumo. Ha raccontato di aver cercato fra i ruderi e di aver recuperato l’unico oggetto rimasto: una pietra con incisa la scritta “risata”. «Sono arrivato lì, sono caduto in ginocchio e ho pianto. Non piangevo così da quando, a 15 anni, mi hanno detto che mio padre era appena morto. Poi ho sentito le urla delle mie figlie, che hanno portato questa pietra che viene dal nostro giardino. In quel momento ho capito che, anche nel momento più doloroso, è giusto ed è importante ridere».
Anche il ondinese Rod Stewart non ha voluto mancare
C’è davvero poco da fare: quando c’è da creare eventi live di raccolta fondi, gli Usa sono i numeri 1! Dal backstage i Green Day hanno raccontato di essere californiani e di aver sempre sentito Los Angeles come una seconda casa. Sir Rod Stewart, con giacca nera e palme losangeline ricamate a pailettes, ricorda i giorni degli incendi, dicendosi fortunato: “Ero ad appena 15 miglia dalla devastazione. Ho amici che in pochi minuti hanno dovuto abbandonare le loro case”.
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Musica
Grammy Awards 2026, il palco diventa una piazza: da Bad Bunny a Billie Eilish, artisti contro Trump e ICE tra spillette, discorsi e censure
I Grammy Awards 2026 non sono stati solo una celebrazione della musica. Sul palco e sul red carpet, molti artisti hanno preso posizione contro Donald Trump e l’ICE, trasformando la cerimonia in un manifesto politico che ha acceso polemiche e applausi.
La musica come atto politico, il palco come tribuna. I Grammy Awards 2026 si sono trasformati in una lunga sequenza di messaggi contro Donald Trump e contro l’ICE, l’agenzia federale statunitense per il controllo dell’immigrazione. Tra premi, spille appuntate sugli abiti e discorsi più o meno espliciti, la serata ha restituito l’immagine di un’industria musicale sempre più schierata.
Il momento simbolicamente più forte è arrivato con Bad Bunny, primo artista latino a vincere il Grammy per l’album dell’anno. Dal palco ha ringraziato Dio, ma prima ha sentito il bisogno di dire “basta ICE”, rivendicando con forza l’umanità delle persone prese di mira dalle politiche migratorie. “Non siamo selvaggi, non siamo animali, non siamo alieni. Siamo umani e siamo americani”, ha detto, invitando a rispondere all’odio con l’amore e la solidarietà verso le proprie comunità e famiglie. Un messaggio che arriva in un momento di fortissima esposizione mediatica per l’artista, atteso anche come protagonista dell’Halftime del Super Bowl.
Spillette, parole e gesti sul red carpet
La protesta non si è limitata al palco. Sul red carpet e in platea, diverse star hanno indossato spille con la scritta “ICE OUT”. Tra queste Justin Bieber, Hailey Baldwin e Billie Eilish, che ha trasformato il momento del premio in un vero atto di denuncia.
Ricevendo il Grammy per la canzone dell’anno, Eilish ha scelto toni netti: “Nessuno è illegale su una terra rubata”. Poi ha aggiunto che è difficile sapere cosa dire in un momento come questo, ma che è necessario continuare a lottare, protestare e far sentire la propria voce. Una parte del suo intervento, però, è stata censurata dalla CBS quando la cantante ha pronunciato un esplicito “fanculo l’ICE”, scatenando nuove polemiche sulla libertà di espressione durante la diretta.
Altri messaggi, stesso fronte
La serata è stata attraversata da molte voci diverse, unite dallo stesso filo. Olivia Dean, premiata come Best New Artist, ha ricordato la nonna immigrata, definendosi “il frutto del coraggio” e rivendicando il valore di storie spesso invisibili. SZA ha invitato a non disperare e a sostenersi a vicenda, sottolineando che la comunità viene prima delle istituzioni. Sul red carpet, Kehlani non ha nascosto la propria rabbia, sostenendo che, con così tante persone influenti riunite in una stanza, sarebbe assurdo non prendere posizione.
Sul fondo resta anche il riferimento alla violenza che, secondo molti artisti, sta segnando le strade americane. Un clima che ha ispirato persino Bruce Springsteen, autore di un brano dedicato ai fatti di Minneapolis.
Musica, politica e fratture
I Grammy 2026 confermano una tendenza ormai chiara: la musica pop non si limita più a commentare la realtà, ma la affronta frontalmente. Per alcuni è un segnale di vitalità culturale, per altri una deriva ideologica. Di certo, la cerimonia ha mostrato come il confine tra spettacolo e attivismo sia sempre più sottile. E, nel bene o nel male, anche quest’anno i Grammy non hanno lasciato indifferenti.
Musica
«I bambini vogliono toccarmi e abbracciarmi, a volte mi metto nei guai»: gli audio inediti di Michael Jackson
Il Guardian rivela l’esistenza di audio inediti di Michael Jackson inseriti in un nuovo documentario di Channel 4. Frasi intime e disturbanti, registrate prima dell’assoluzione, che riaccendono il dibattito sulle accuse di abusi e sul peso mediatico del processo.
“I bambini vogliono solo toccarmi e abbracciarmi, e finiscono per innamorarsi della mia personalità. A volte mi metto nei guai”. È una delle frasi più forti contenute in alcune registrazioni audio inedite di Michael Jackson, rese pubbliche all’interno di un nuovo documentario britannico che torna ad analizzare il processo che ha segnato per sempre la vita del Re del Pop.
A svelarne l’esistenza è stato The Guardian, che ha anticipato i contenuti di The Trial, una serie in quattro episodi prodotta da Wonderhood Studios e in onda su Channel 4. Il progetto ripercorre nel dettaglio il procedimento penale che nel 2005 portò Jackson all’assoluzione da tutte le accuse di abusi sessuali su minori, dopo un processo durato 14 settimane nei pressi di Los Angeles.
Le registrazioni mai ascoltate prima
Nel trailer del documentario si ascolta la voce, dolce e fragile, di Jackson mentre parla del suo rapporto con i bambini. “I ragazzi finiscono per innamorarsi della mia personalità”, dice, ammettendo che proprio questo legame emotivo lo avrebbe messo “nei guai”. Secondo una delle persone intervistate nella serie, alcune delle rivelazioni contenute negli audio “non hanno precedenti”.
A rendere il quadro ancora più inquietante è un’altra frase attribuita a Jackson e rilanciata dal New York Post: “Se mi dicessi adesso: ‘Michael, non potrai mai più vedere un altro bambino’, mi ucciderei”. Una dichiarazione che, pur non costituendo una prova, aggiunge un nuovo livello di complessità a una vicenda già segnata da ambiguità e polarizzazioni estreme.
Il documentario e il peso del processo
Sul proprio sito ufficiale, Wonderhood Studios spiega che The Trial intende andare oltre il “circo mediatico” che accompagnò il procedimento giudiziario, ponendo “interrogativi profondi sulla fama, la razza e il sistema giudiziario americano”. L’obiettivo dichiarato non è quello di riaprire un processo chiuso, ma di raccontare il contesto culturale e mediatico che lo rese uno dei casi più discussi della storia contemporanea.
Prima dell’assoluzione, Jackson era stato accusato di aver molestato un ragazzo, di aver fornito alcol a un minore, di averlo fatto ubriacare per abusarne e di aver complottato per tenere prigionieri un bambino e la sua famiglia nel ranch di Neverland Ranch. Accuse gravissime, esplose a livello globale e alimentate anche dal documentario televisivo britannico Living with Michael Jackson, trasmesso nel febbraio 2003.
L’assoluzione e la fine di una vita
Il 13 giugno 2005 una giuria dichiarò Michael Jackson non colpevole di tutte le accuse nell’aula del tribunale di Santa Maria. Una sentenza che non mise però fine alle polemiche, né all’ombra lunga che continuò a seguire l’artista negli anni successivi.
Quattro anni e due settimane dopo, Jackson morì all’età di 50 anni per quella che le autorità definirono un’“intossicazione acuta” da Propofol, un potente anestetico. Con la sua morte si è chiuso il capitolo giudiziario, ma non il dibattito pubblico. Le registrazioni ora riemerse promettono di riaccendere una discussione mai davvero sopita, sospesa da sempre tra assoluzione formale e inquietudine collettiva.
Musica
Fedez e Marco Masini di nuovo insieme a Sanremo 2026: il ritorno della coppia più inattesa (e discussa) dell’Ariston
Il duo torna all’Ariston dopo il terzo posto tra i duetti nel 2025. Tra polemiche, stili opposti che si incastrano e un passato da prime pagine, Fedez e Masini sono pronti a riportare sul palco un sodalizio che unisce due generazioni e due mondi musicali lontanissimi. E il brano del 2026 è avvolto nel mistero.
Era uno di quei nomi che circolavano ovunque da settimane, praticamente “garantiti” in ogni lista del totonomi. Ora è realtà: Fedez e Marco Masini saranno in gara insieme al Festival di Sanremo 2026. Un ritorno in coppia che nasce dalla scintilla accesa nella scorsa edizione, quando si erano esibiti durante la serata delle cover con una versione rivisitata di Bella stronza, conquistando il terzo posto e — soprattutto — l’attenzione generale.
Quella performance aveva fatto discutere prima ancora di andare in onda. D’altronde, quando c’è Fedez di mezzo, le polemiche bussano alla porta anche senza invito. Tra il divorzio da Chiara Ferragni, i rumors sulla presunta relazione con Angelica Montini e l’ombra dei riferimenti nascosti nel testo, la cover era diventata un evento pop ancora prima di essere suonata.
La cover che ha cambiato tutto
Nella versione presentata all’Ariston nel 2025, le parti più problematiche del brano originale erano state eliminate, mentre le nuove barre aggiunte da Fedez avevano trasformato quella che era una scarica punk sentimentale in un momento di malinconia contemporanea. Il pubblico aveva apprezzato, Masini aveva riportato in vita un suo classico senza tradirlo, e la coppia — improbabile ma irresistibile — aveva trovato una sua chimica.
Da lì il passo è stato breve: rimettersi insieme per tornare in gara come veri Big.
Due mondi che si incontrano di nuovo
«Si riparte da qui», ha scritto Fedez sui social. Per lui sarà la terza partecipazione da concorrente, dopo il secondo posto del 2021 in coppia con Francesca Michielin e il quarto del 2025 con Battito. Masini, invece, è un veterano: per lui si tratta della decima volta, con due vittorie all’attivo — Disperato nel 1990 tra i Giovani e L’uomo volante nel 2004 tra i Big.
Quello tra Fedez e Masini è un incrocio generazionale curioso: un rapper abituato a dominare la conversazione pubblica e un cantautore che ha costruito la carriera tra voce graffiante e storie di vita. Due linguaggi diversi, due idee di musica lontane. Ed è proprio questa la scintilla che li rende una coppia perfetta da palcoscenico.
Il brano del 2026? Segretezza assoluta
Sul pezzo che porteranno in gara non trapela nulla. Nessun indizio, nessuna anticipazione, solo la certezza che Fedez difficilmente starà sul palco senza far parlare. E Masini, con 35 anni di carriera alle spalle, è l’uomo perfetto per tenere insieme l’imprevedibilità del collega con la solidità di un interprete che ha imparato a far convivere tormento e ironia.
La combinazione potrebbe diventare una delle più esplosive del Festival.
La coppia da tenere d’occhio
Tra Big di lungo corso, rapper in ascesa, idoli di TikTok e ritorni storici, il duo Fedez–Masini è il ponte tra passato e presente che mancava al cast. Una scelta che conferma la volontà di Carlo Conti di costruire un Festival capace di unire pubblici diversi e di lasciare spazio a contaminazioni inattese.
La domanda che tutti si fanno è una sola: sorprenderanno come nel 2025 o andranno oltre?
La risposta arriverà sul palco dell’Ariston. E conoscendoli, non sarà certo una risposta timida.
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