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Musica

Olly all’Eurovision? Forse no! I fan invocano a gran voce il tormentone di Gabry Ponte

La partecipazione di Olly all’Eurovision è in bilico, e il web si scatena: “Tutta l’Italia” reclama Gabry Ponte sul prestigioso palco europeo.

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    La notizia ha già scatenato un putiferio online: Olly potrebbe non rappresentare l’Italia all’Eurovision Song Contest. Il giovane talento genovese, che ha conquistato il pubblico con la sua energia e il suo stile unico, potrebbe non calcare il prestigioso palco europeo. E come reagisce il popolo del web? Invocando a gran voce un nome che ha fatto ballare intere generazioni: quello di Gabry Ponte!

    Che faccio? Vado o non vado?!?

    Facciamo un passo indietro. Olly, al secolo Federico Olivieri, è diventato un fenomeno musicale grazie a brani che mescolano pop, elettronica e un pizzico di follia. La sua partecipazione all’Eurovision sembrava cosa fatta, ma recenti indiscrezioni suggeriscono che qualcosa potrebbe essere andato storto. Le cause? Ancora avvolte nel mistero, ma si vocifera di problemi logistici, contratti non firmati con l’inchiostro giusto o forse un’overdose di caffè durante le prove.

    Un dj dal grande passato

    E mentre Olly potrebbe essere impegnato a dissipare i suoi dubbi, i fan non stanno certo a guardare. Sui social media, l’hashtag #GabryPonteAllEurovision è diventato virale in un batter d’occhio. La sua Tutta l’Italia è un brano che avrebbe le carte in regola per ben figurare nella manifestazione che quest’anni si terrà in Svizzera.

    Perchè proprio lui?

    Per chi ha vissuto rintanato in un bunker negli ultimi vent’anni… va detto che Ponte è il DJ e produttore torinese che ha fatto scatenare le piste da ballo con successi come Blue (Da Ba Dee) degli Eiffel 65 e Geordie. Un veterano della musica dance anni ’90 che, secondo molti, potrebbe portare una ventata di energia e nostalgia sul palco dell’Eurovision.

    I fan sui social annunciano “fioretti”

    I commenti online sono un mix di entusiasmo e ironia. Un utente scrive: “Se Gabry Ponte va all’Eurovision, giuro che mi tingo i capelli di blu!”. Un altro aggiunge: “Finalmente potremo ballare ‘Blue’ in eurovisione, e non solo sotto la doccia”. C’è chi propone persino un duetto tra Olly e Gabry, immaginando una fusione tra generazioni musicali che potrebbe far impazzire l’Europa intera.

    I diretti interessati non fanno dichiarazioni

    Naturalmente, tutto questo fermento online potrebbe essere solo una tempesta in un bicchier d’acqua. Né Olly né Gabry Ponte hanno rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla questione. Potrebbe trattarsi di semplici voci di corridoio, alimentate dalla sete di gossip e dalla fantasia sfrenata dei fan. Ma una cosa è certa: l’idea di vedere Gabry Ponte all’Eurovision ha acceso l’immaginazione di molti, riportando alla mente i tempi in cui ballavamo con le zeppe ai piedi e le luci stroboscopiche negli occhi.

    Sognando, magari, un duetto…

    In attesa di conferme o smentite, non ci resta che monitorare i social e sperare che, qualunque sia il rappresentante italiano, possa farci ballare e sognare come solo la musica sa fare. E chissà, magari tra una prova e l’altra, Olly e Gabry potrebbero davvero decidere di unire le forze e regalarci una performance memorabile. Nel frattempo, prepariamoci mentalmente e teniamo d’occhio gli aggiornamenti sui media l’Eurovision potrebbe riservarci sorprese inaspettate…

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      Musica

      Britney Spears vende il catalogo e incassa il suo “Tfr” pop: accordo con Primary Wave sul modello dei 200 milioni di Bieber

      Dopo anni lontana da palco e studio, Britney Spears firma la vendita del suo vasto catalogo musicale a Primary Wave. Secondo TMZ e Variety l’accordo sarebbe paragonabile a quello da 200 milioni di dollari siglato da Justin Bieber. Dentro, una lista di hit che hanno segnato un’epoca. Intanto la cantante resta ritirata dalle esibizioni dal 2018.

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        Anche Britney Spears incassa il suo “Tfr” pop. La principessa che ha dominato classifiche, copertine e playlist per oltre vent’anni ha venduto i diritti del suo vastissimo catalogo alla casa editrice musicale Primary Wave. L’accordo, firmato il 30 dicembre secondo quanto riportato da TMZ e Variety, viene definito “storico” e accostato per dimensioni a quello da 200 milioni di dollari siglato da Justin Bieber. La cifra esatta non è stata resa pubblica, ma il paragone basta a far capire la portata dell’operazione.

        Dentro il pacchetto ci sono canzoni che hanno scolpito un’epoca: da “…Baby One More Time” a “Oops!… I Did It Again”, da “Toxic” a “Gimme More”, passando per “Lucky”, “Stronger”, “Circus”, “Womanizer”, “I’m a Slave 4 U” e “Till the World Ends”. Un repertorio che non è solo una collezione di singoli, ma una macchina da royalties che continua a girare tra streaming, sincronizzazioni, spot e utilizzi cinematografici.

        Un catalogo che vale oro (anche senza nuovi album)

        Britney non pubblica un album dal 2016, quando uscì “Glory”. E non si esibisce dal vivo dall’ottobre 2018, quando concluse il tour “Piece of Me” con un concerto al Gran Premio di Formula 1 ad Austin, in Texas. Doveva tornare a Las Vegas nel 2019 con la residency “Domination”, dopo il successo di “Britney Spears: Piece of Me”, ma il progetto fu rinviato e poi cancellato. Da allora, ritiro dalle esibizioni a tempo indeterminato.

        In questo contesto, la vendita del catalogo appare come una scelta finanziaria razionale. Secondo Variety, Sony Music detiene e controlla i diritti dell’intero catalogo musicale di Spears, e l’accordo con Primary Wave sembrerebbe includere anche la cessione dei diritti sulle royalties, cioè i pagamenti contrattuali che spettano al titolare del copyright. In pratica, monetizzare oggi ciò che continuerà a produrre rendite negli anni.

        Il grande esodo delle star verso i fondi musicali

        Britney non è un’eccezione. Negli ultimi anni molti big hanno scelto di vendere il proprio repertorio: Justin Bieber, Bruce Springsteen, Bob Dylan, Paul Simon, Neil Young, Shakira, i KISS, Sting, Phil Collins e Stevie Nicks. Per alcuni è una scelta strategica, per altri una forma di consolidamento patrimoniale. In ogni caso, è un trend chiaro: i cataloghi musicali sono diventati asset finanziari appetibili per fondi e case editrici.

        Primary Wave è una delle realtà più attive in questo settore, specializzata proprio nell’acquisizione di diritti e nella valorizzazione di repertori iconici. Un marchio che punta su nostalgia, sfruttamento crossmediale e nuove opportunità di licensing.

        Una nuova fase per la principessa del pop

        Secondo TMZ, Britney sarebbe “soddisfatta della vendita” e avrebbe festeggiato trascorrendo del tempo con i suoi figli. Un dettaglio privato che racconta il clima di questa operazione: meno palco, meno riflettori, più gestione del patrimonio artistico accumulato in carriera.

        La popstar che ha incarnato gli eccessi, le cadute e le rinascite dell’industria musicale ora sceglie la via della liquidità e della stabilità. Nessun nuovo album all’orizzonte, nessun tour annunciato, ma un patrimonio musicale che continua a vivere – e a incassare – anche senza di lei sul palco. Nel grande mercato globale dei diritti, anche Britney ha fatto cassa. E il suo catalogo, da oggi, è ufficialmente un investimento.

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          Musica

          “Olè Olè Fk Trump”: dal Super Bowl a Minneapolis, il rock si ribella e la protesta viaggia con Springsteen in tour per tutta l’America

          Da Bruce Springsteen a Bad Bunny, fino al coro generato dall’IA: la musica torna in piazza contro Donald Trump.

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            C’è un coro che nelle ultime settimane ha attraversato le piazze americane con la forza delle cose semplici e difficili da fermare: “Olè Olè F**k Trump”. Non nasce in uno studio di registrazione, non porta la firma di una rockstar, non ha un’etichetta alle spalle. Secondo quanto circola, sarebbe stato generato da un programma di intelligenza artificiale. Eppure è diventato la colonna sonora più cantata nelle manifestazioni contro l’amministrazione di Donald Trump e contro l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione.

            Il paradosso è evidente: mentre la politica accusa Hollywood, il mondo dello spettacolo e le élite culturali, il dissenso si organizza anche grazie a un algoritmo. Ma l’IA, in questo caso, è solo l’innesco. Il cuore della protesta è tornato a battere nella musica dal vivo, nei concerti, nei grandi eventi mediatici.

            Il primo segnale forte è arrivato dal luogo meno “militante” possibile: il Super Bowl di Santa Clara. L’halftime show di Bad Bunny è stato uno spartiacque. Quasi tutto in spagnolo, con richiami espliciti alla cultura portoricana, alle radici latinoamericane, a un’identità plurale. Nel finale, il cantante ha pronunciato “God Bless America”, ma ha allargato il concetto “alle Americhe”, elencando Paesi dall’Argentina al Canada mentre sul palco scorrevano le bandiere. Il messaggio era chiaro: l’America non coincide con gli Stati Uniti.

            La reazione di Trump, affidata a Truth, è stata immediata e durissima. Ha definito la performance “assolutamente terribile” e ha sostenuto che “nessuno capisce” cosa dica l’artista. Ma proprio quell’attacco ha amplificato il gesto. In un evento seguito da milioni di spettatori, la musica è tornata a essere linguaggio politico. Non uno slogan gridato, ma una scelta culturale.

            Pochi giorni dopo, il 29 gennaio 2026, un’altra icona americana ha deciso di intervenire con gli strumenti che conosce meglio: penna e chitarra. Bruce Springsteen ha scritto, registrato e pubblicato in pochissimo tempo “Streets of Minneapolis”, brano nato dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti durante le proteste contro l’ICE in Minnesota. Il titolo richiama volutamente “Streets of Philadelphia”, ma il tono è ancora più diretto. Nel testo, Trump appare come un monarca che invia il proprio esercito personale a reprimere. Nessuna metafora sofisticata, nessuna ambiguità: è una canzone di protesta nel senso più classico del termine.

            Springsteen non si è limitato a pubblicarla. L’ha suonata il giorno dopo a Minneapolis, durante un concerto di beneficenza organizzato da Tom Morello. In poche ore il video ha superato milioni di visualizzazioni. Le interazioni sui social sono diventate parte del racconto: quasi mezzo milione di “mi piace” su Instagram, un ritorno nelle classifiche britanniche a distanza di decenni. Ma al di là dei numeri, conta il gesto: riportare la musica nel dibattito pubblico.

            Il Boss non è nuovo a prese di posizione contro Trump. Già nei mesi scorsi, durante il tour europeo, aveva definito la sua amministrazione “corrotta, incompetente e traditrice”. Ma ora il passo è ulteriore. Non è una frase dal palco: è un progetto strutturato.

            Springsteen ha annunciato un nuovo tour, “Land of Hope and Dreams”, che con la E Street Band lo porterà in giro per gli Stati Uniti per due mesi, con 20 tappe. L’inizio è fissato per il 31 marzo, e non è un dettaglio secondario che la prima data sia proprio Minneapolis. La città simbolo delle proteste contro l’ICE diventa il punto di partenza di un viaggio che attraverserà l’America con una dichiarazione esplicita: “Suoneremo nella vostra città in difesa e onore della democrazia americana, della libertà, della Costituzione e del nostro sacro sogno americano”.

            Nella nota ufficiale, Springsteen ha parlato di un “periodo buio, pericoloso e inquietante”, invitando però a non disperare: “la cavalleria sta arrivando”. È un linguaggio che mescola mito americano e denuncia civile. Il tour non è solo musica, è una narrazione itinerante. Ogni tappa diventa un presidio culturale, un palco da cui rilanciare l’idea di un’America diversa da quella che, secondo lui, si sta affermando.

            Attorno a questa dinamica si muove un intero mondo rock. I Green Day hanno aperto un concerto con un esplicito attacco a Trump. Roger Waters ha proiettato sui maxi-schermi la scritta “Trump is a pig” durante “Pigs (Three Different Ones)”. E poi c’è la lunga lista di artisti che negli anni hanno chiesto di non vedere le proprie canzoni utilizzate nei comizi presidenziali: Rolling Stones, R.E.M., Adele, Neil Young, Rihanna, Elton John, Queen, Guns N’ Roses, tra gli altri. Diffide, comunicati, prese di posizione che raccontano un conflitto simbolico costante.

            La musica è sempre stata un campo di battaglia identitario negli Stati Uniti. Una canzone suonata a un comizio non è solo sottofondo: è un messaggio, un tentativo di appropriarsi di un immaginario. E quando quell’immaginario si ribella, il conflitto diventa pubblico.

            La novità di questa stagione è l’intreccio tra palco e rete. Il coro generato dall’IA circola senza un volto da colpire. I brani di Springsteen e Bad Bunny viaggiano tra streaming, TikTok, Instagram e piazze fisiche. Il dissenso non è più confinato ai circuiti alternativi, ma attraversa eventi mainstream come il Super Bowl o tour che riempiono arene da decine di migliaia di spettatori.

            Gli Stati Uniti restano un Paese attraversato da tensioni profonde su immigrazione, sicurezza, identità nazionale. Non è compito della musica risolverle. Ma può amplificarle, tradurle in emozione collettiva, trasformarle in racconto.

            Forse è questo il punto centrale: dopo anni in cui sembrava ripiegata sul personale, la musica americana è tornata a parlare di società. Lo fa con un halftime show in spagnolo, con un brano scritto in pochi giorni, con un tour che parte da una città ferita. E lo fa anche con un coro nato da un algoritmo, che dimostra come la tecnologia possa diventare cassa di risonanza del dissenso.

            Il 31 marzo, quando la E Street Band salirà sul palco di Minneapolis, non sarà solo l’inizio di un tour. Sarà l’ennesima tappa di un confronto culturale che attraversa gli Stati Uniti. Chitarre contro slogan, cori contro tweet. E una domanda che torna ciclicamente nella storia americana: può una canzone cambiare il clima di un Paese?

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              Musica

              Fiorella Mannoia annuncia il tour “Anime salve” e ricorda De André: “Mi hai cambiato la vita”. E lui la baciò

              Fiorella Mannoia sarà in tour con “Fiorella canta Fabrizio e Ivano (Fossati): Anime salve”. Ospite a Che Tempo Che Fa, svela cosa disse a Fabrizio De André: “Mi hai cambiato la vita”. E lui, per risposta, la baciò. Un ricordo che diventa omaggio musicale

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                Non è solo un tour. È un atto d’amore. A Che Tempo Che Fa, Fiorella Mannoia annuncia il suo nuovo progetto live: “Fiorella canta Fabrizio e Ivano (Fossati): Anime salve”. Un viaggio musicale dentro due universi che hanno segnato la sua carriera e la canzone d’autore italiana.

                Sul palco porterà le parole e le melodie di Fabrizio De André e Ivano Fossati, due autori che hanno attraversato la sua vita artistica e personale. E proprio parlando di De André, Mannoia lascia cadere un ricordo che vibra ancora.

                “Mi hai cambiato la vita”

                “Gli dissi: tanto lo so che ti sto dicendo una cosa che ti hanno detto in tanti, però mi hai cambiato la vita”. Una frase semplice, quasi timida, pronunciata davanti a un gigante della musica italiana.

                E la risposta non fu una lezione, né un sorriso ironico. “E lui mi baciò”.

                Un gesto che racchiude rispetto, gratitudine, affetto. Non un bacio da copertina, ma un momento intimo che oggi torna come frammento di memoria.

                Anime salve, un titolo che è dichiarazione

                Il tour prende il nome da “Anime salve”, uno dei lavori più intensi di De André, ma si apre anche al mondo di Ivano Fossati, altro autore raffinato e schivo, capace di raccontare l’inquietudine e la fragilità con eleganza rara.

                Fiorella Mannoia non si limita a reinterpretare brani celebri. Li abita. Li attraversa con la sua voce matura, con quell’intensità che negli anni è diventata cifra stilistica. Il progetto è un omaggio ma anche una rilettura, un dialogo a distanza con due maestri.

                Un’eredità che continua

                A Che Tempo Che Fa l’annuncio non suona come promozione, ma come necessità. Cantare De André e Fossati oggi significa riportare al centro parole che parlano di ultimi, di libertà, di anime fuori posto.

                Il ricordo del bacio di Faber non è nostalgia fine a sé stessa. È la testimonianza di un passaggio di testimone emotivo. Un’artista che riconosce il debito e lo restituisce in musica.

                E così il tour diventa più di una serie di date. Diventa una promessa: tenere vive quelle canzoni, farle risuonare ancora, farle arrivare a chi magari non c’era quando sono nate.

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