Connect with us

Musica

Paolo Bonolis torna in prima serata con Taratata e rimette la musica “al centro” sul serio: Elisa, Giorgia e Max Pezzali aprono la festa live

Bonolis rilancia un format storico della musica in tv: niente gara, solo canzoni, duetti e “trielli” con grandi nomi del pop italiano. Prima puntata con Biagio Antonacci, Emma, Elisa, Giorgia, Ligabue e Max Pezzali; la prossima con Annalisa, Amoroso, Carboni, D’Alessio, Mannoia e altri.

Avatar photo

Pubblicato

il

    Paolo Bonolis torna in prima serata su Canale 5 con Taratata e lo fa con un’idea semplice, quasi sovversiva per la tv generalista: la musica non come contorno, non come “momento”, non come intermezzo da incastrare tra chiacchiere e scalette, ma come centro fisico e narrativo dello show. Letteralmente. Perché il palco sarà piazzato al centro della ChorusLife Arena di Bergamo e tutt’intorno, come un anfiteatro contemporaneo, 4500 spettatori assisteranno a un doppio evento registrato per andare in onda questa sera e lunedì prossimo. Nelle intenzioni del conduttore, della rete e della produzione, sarà «una bella occasione per godere della musica in una maniera diversa, con un grande impatto televisivo».

    La promessa è chiara: togliere alla musica quel trucco da varietà che la trasforma in vetrina e rimetterla nel suo habitat naturale, il live. Bonolis insiste su un punto che oggi vale come un manifesto: «non è una gara, è solamente un modo per esibirsi e godere appieno di quella che è la musica italiana». E intorno a questa frase ruota tutto il progetto: artisti, band, strumentazioni, incroci e soprattutto duetti costruiti per sorprendere senza l’ansia del punteggio.

    Il palco al centro e l’arena come “camera sonora”
    Non è solo scenografia. La scelta dell’arena e del palco “in mezzo” serve a ribaltare l’impostazione classica dello show musicale: niente pubblico come fondale e niente cantante come figurina davanti a led wall, ma una struttura che costringe la regia a seguire i musicisti, i movimenti, le reazioni, il respiro. Bonolis parla di un gioco collettivo, di un entusiasmo condiviso: «Ci divertiamo a giocare con le canzoni, a giocare, a vedere cover inedite, duetti e trielli particolari». E aggiunge il motivo per cui, in un formato del genere, l’energia fa davvero la differenza: «L’importante è che sia fatto con divertimento e con entusiasmo, anche perché sono tante le persone che si sono messe insieme per creare questa bellissima circostanza».

    Il cast, almeno sulla carta, è l’argomento più forte: stasera Biagio Antonacci, Emma, Elisa, Giorgia, Ligabue e Max Pezzali, con un intermezzo comico di Giorgio Panariello. La prossima settimana Annalisa, Alessandra Amoroso, Luca Carboni, Gigi D’Alessio, Fiorella Mannoia, Negramaro e un’incursione di Edoardo Leo. L’idea di Canale 5 è farne un appuntamento stabile, e qui la scommessa è doppia: puntare su un brand riconoscibile e, allo stesso tempo, farlo vivere come evento.

    Duetti, cover e quella “botta” Morricone in stile Metallica
    Taratata arriva con una scaletta che sembra scritta apposta per far parlare di sé, ma senza l’ansia del “momento virale” costruito a tavolino. L’apertura, ad esempio, è una dichiarazione di gusto: «Sono felice perché i musicisti hanno accolto la mia richiesta di fare un omaggio a Morricone suonando Ecstasy of gold in stile Metallica, una bella botta rock forte forte per iniziare». È Bonolis che sceglie l’impatto, non l’applauso educato.

    Poi c’è Giorgia, che attraversa i suoi brani e li contamina con una cover che è un classico internazionale: canterà Corpi celesti, Gocce di memoria e altre, compresa Human nature di Michael Jackson. Ma il cuore del format sono gli incroci: Giorgia con Max Pezzali in Hanno ucciso l’uomo ragno, Giorgia con Emma in Oro nero. E anche Elisa, che condividerà il palco con Caterina Caselli su Insieme a te non ci sto più. Il senso è quello: non una passerella di “pezzi”, ma un montaggio di identità musicali che si toccano, si scambiano e si sorprendono.

    La storia di Taratata e il binario narrativo “dei luoghi”
    Il format ha un pedigree preciso. Taratata nasce in Francia all’inizio degli anni Novanta, arriva in Italia sulla Rai nel 1998 e resta in onda per quattro edizioni, con conduttori diversi negli anni: Enrico Silvestrin, Marco Morandi, Natasha Stefanenko e Vincenzo Mollica. Una memoria televisiva che pesa, perché quel tipo di musica in tv, suonata davvero, è rimasta per molti uno standard a cui guardare.

    Bonolis, però, sa che oggi non basta chiamare grandi nomi e farli suonare: serve un filo. E lo dice senza giri: «In una trasmissione di musica bisogna trovare essere un binario di narrazione e noi l’abbiamo individuato nei luoghi dove nasce una canzone. Luoghi che rimangono poi nell’anima di chi le scrive e di chi le interpreta, come in questo caso la provincia, la metropoli e le periferie, come nell’intervento di Panariello». È la chiave che prova a tenere insieme spettacolo e racconto, palco e memoria.

    In chiusura, la promessa di un finale “da stadio”: Ligabue con Certe notti. E intanto Bonolis apre una finestra sul suo calendario televisivo: dice che in autunno tornerà con Il senso della vita, ma che non farà Ciao Darwin e non pensa di tornare a condurre Sanremo. Il punto, per lui, resta lo stesso: «La soglia del successo… è quando faccio un prodotto che mi piace e porta entusiasmo a me e a chi partecipa». Taratata nasce esattamente da lì: una festa costruita per essere ascoltata, prima ancora che commentata.

      SEGUICI SU INSTAGRAM
      INSTAGRAM.COM/LACITYMAG

      Musica

      Patrizia Pellegrino si sente come Madonna: «In discoteca mi acclamano». A Berlino i giovanissimi cantano le sue hit degli anni Ottanta

      L’attrice e cantante racconta il suo sorprendente ritorno sulla scena musicale, tra discoteche affollate, fan giovanissimi e richieste di esibizioni. E rispolvera il suo storico tormentone Matta-ta.

      Avatar photo

      Pubblicato

      il

      Patrizia Pellegrino si sente come Madonna: «In discoteca mi acclamano». A Berlino i giovanissimi cantano le sue hit degli anni Ottanta

        Patrizia Pellegrino come Madonna? A sentirla parlare, nelle discoteche europee la differenza sembra quasi non esistere. L’attrice e cantante racconta con entusiasmo la sua nuova stagione musicale, fatta di applausi, giovanissimi che conoscono a memoria i suoi vecchi successi e locali che la reclamanano per esibirsi. Una seconda giovinezza artistica che ha il sapore degli anni Ottanta, quando le sue canzoni facevano ballare il pubblico e il suo nome era sinonimo di spettacolo e divertimento.

        Patrizia Pellegrino: «In discoteca mi acclamano come fossi Madonna»

        A raccontare questo inatteso ritorno di popolarità è la stessa Pellegrino, che in un’intervista al settimanale Gente non nasconde la soddisfazione per l’accoglienza ricevuta durante le sue esibizioni. «In discoteca mi acclamano come fossi Madonna. A Berlino ho ricevuto un’accoglienza da diva, da parte di un pubblico di giovanissimi che cantavano le mie hit degli ’80. Adesso mi chiamano ovunque». Parole che restituiscono tutto l’entusiasmo di un’artista che si ritrova davanti a una platea molto diversa da quella dei suoi esordi. Non soltanto nostalgici degli anni Ottanta, ma ragazzi che all’epoca non erano ancora nati e che oggi cantano i suoi brani nelle discoteche.

        Il ritorno di Matta-ta, il tormentone che sembra fatto apposta per lei

        Tra i successi che accompagnano questa nuova stagione c’è soprattutto Matta-ta, il brano più celebre di Patrizia Pellegrino, con un titolo che sembra cucito addosso alla sua personalità esuberante. Il particolare più curioso della vicenda è proprio questo incontro tra generazioni: una cantante legata all’immaginario degli anni Ottanta che conquista un pubblico giovanissimo senza rinunciare al proprio repertorio. E mentre Pellegrino racconta di sentirsi accolta come una diva internazionale, il suo vecchio tormentone torna a far parlare di sé. Con un titolo, Matta-ta, che rende il paragone con Madonna ancora più divertente.

          Continua a leggere

          In primo piano

          Cristina D’Avena, la confessione choc: «Dovevo nascondere le curve e a tagliare i capelli». E il paparazzo che voleva fotografarla nuda

          La regina delle sigle dei cartoni animati rivela retroscena inediti della sua carriera e della sua vita privata. La cantante racconta di aver subito pressioni per mantenere un’immagine giovanile e perfetta, sacrificando la sua personalità.

          Avatar photo

          Pubblicato

          il

            Per milioni di italiani è la voce dell’infanzia, quella che ha accompagnato intere generazioni davanti alla televisione, tra Puffi, cartoni animati e sigle diventate autentici tormentoni. Ma dietro l’immagine rassicurante di Cristina D’Avena si nasconde una donna che, per molti anni, ha dovuto rinunciare a esprimere liberamente la propria femminilità. A raccontarlo è stata la stessa cantante durante un’intervista nella quale ha ripercorso i sacrifici imposti alla sua immagine pubblica e alcuni episodi decisamente curiosi della sua carriera.

            «Mi costringevano a nascondere le curve»

            La confessione più sorprendente riguarda le pressioni che Cristina D’Avena racconta di aver subito per mantenere un aspetto giovanile, quasi infantile, coerente con il mondo dei cartoni animati.

            «Per anni sono stata costretta a tagliare i capelli e a nascondere le mie curve», ha ammesso, spiegando quanto fosse difficile riconoscersi nell’immagine che le chiedevano di mostrare.

            «Odiavo quel taglio di capelli, non ero io. Nelle mie prime apparizioni ero tristissima. Solo dopo tanti anni ho potuto essere veramente me stessa, senza essere esagerata e volgare, ma potendo permettermi di essere anche un po’ sexy».

            Una trasformazione arrivata gradualmente, quando la cantante ha conquistato la libertà di scegliere come vestirsi, pettinarsi e presentarsi al pubblico, senza dover interpretare continuamente il ruolo dell’eterna ragazzina.

            Il successo con i Puffi e gli anni nell’ombra

            La popolarità di Cristina D’Avena nasce dalle sigle dei cartoni animati, ma il riconoscimento del pubblico non è stato immediato.

            «Per tanti anni sono stata soltanto una voce, nessuno sapeva chi fossi», ha ricordato, ripensando al periodo in cui le sue canzoni erano già conosciutissime mentre il suo volto rimaneva praticamente sconosciuto.

            Il disco d’oro conquistato grazie alla sigla dei Puffi rappresentò una tappa importante della sua carriera, aprendo la strada a una notorietà sempre maggiore.

            «Quando sono diventata famosa è stato bello ma anche difficile», ha confessato, ricordando anche la sua esperienza come attrice e il rapporto speciale costruito con gli spettatori.

            «Non sono mai stata una grande star, ma un’amica. E questo il pubblico lo ha sempre capito dandomi tanto amore».

            Il paparazzo sull’albero che voleva fotografarla nuda

            Tra i ricordi più divertenti spunta anche un episodio che sembra uscito da una commedia all’italiana.

            «Una volta, un fotografo è caduto da un albero mentre cercava di fotografarmi nuda», ha raccontato Cristina D’Avena, rievocando un tentativo decisamente maldestro di rubarle uno scatto compromettente.

            Il paparazzo aveva scelto una posizione sopraelevata per sorprenderla, ma il piano si concluse con una caduta e nessuna fotografia.

            «Alla fine, siamo diventati amici, e ovviamente non ottenne la foto che voleva», ha aggiunto la cantante.

            Un aneddoto che racconta anche un lato meno conosciuto della sua popolarità: dietro la voce dolce e familiare delle sigle dei cartoni animati c’è sempre stata una donna con una personalità ben precisa, che ha impiegato anni per potersi mostrare senza i vincoli dell’immagine costruita intorno a lei.

              Continua a leggere

              Musica

              Mauro Repetto racconta l’addio agli 883 e a Max Pezzali: «Non abbiamo mai parlato di soldi, solo di sogni». E svela perché se ne andò

              Mauro Repetto si confessa: dal successo col Festivalbar alla partenza per New York, con il sogno di diventare sceneggiatore, senza pensare ai soldi. E ora, tra speranze e rimpianti, il desiderio di vedere Pezzali e Cecchetto riconciliati prima di diventare “tre vecchi in carrozzina”.

              Avatar photo

              Pubblicato

              il

              Autore

                dunque, un episodio preciso che provocò la rottura. Il distacco maturò progressivamente, mentre entrambi cercavano di capire quale strada percorrere. Repetto continua a considerare autentico e importante il legame con Pezzali, anche se la vita li ha portati lontano dalla quotidianità condivisa durante gli anni del gruppo.

                Perché Mauro Repetto lasciò gli 883 per inseguire il sogno americano

                A cambiare il destino di Repetto contribuì proprio una conversazione con Max Pezzali. Fu l’amico a parlargli della scena musicale di New York, del rap e di quel mondo artistico americano che sembrava offrire possibilità completamente diverse rispetto a quelle conosciute in Italia.

                «Così, senza pensarci troppo, ho deciso di partire», ricorda Mauro, spiegando come quella curiosità si trasformò rapidamente nel desiderio di conoscere da vicino una realtà che fino a quel momento aveva soltanto immaginato.

                La decisione di lasciare gli 883 non nasceva quindi dal rifiuto del successo o da un conflitto con Pezzali, ma dalla voglia di misurarsi con qualcosa di nuovo. «Non scappavo da niente, volevo solo vedere di persona quella giostra», spiega Repetto.

                L’America, tuttavia, non si rivelò un percorso semplice. A New York cercò di proporsi come sceneggiatore, affrontando le difficoltà di un ambiente competitivo e di una lingua inglese che lui stesso ammette di non padroneggiare abbastanza bene. Il contrasto era evidente: in Italia faceva parte di uno dei gruppi musicali più popolari, mentre negli Stati Uniti doveva ricominciare da zero.

                «Hai ucciso la gallina dalle uova d’oro»: la reazione del padre

                L’abbandono degli 883 lasciò perplessi non soltanto i fan, ma anche la famiglia di Repetto. Il padre, in particolare, faticava a comprendere perché il figlio avesse rinunciato a una carriera già avviata e a prospettive economiche così promettenti.

                Mauro ricorda ancora il rimprovero paterno, diventato quasi una battuta sulla sua scelta: «Mio padre mi rimproverava: ‘Altro che Uomo Ragno, hai ucciso la gallina dalle uova d’oro’».

                Il riferimento all’Uomo Ragno, protagonista di uno dei brani più celebri degli 883, rende perfettamente l’idea di quanto quella decisione apparisse incomprensibile a chi osservava dall’esterno. Repetto aveva conquistato una posizione che migliaia di aspiranti musicisti avrebbero desiderato, ma preferì abbandonarla per inseguire un progetto personale dall’esito incerto.

                Sulla possibilità che dietro la separazione ci fossero questioni economiche, la sua risposta è netta: «Tra di noi non si è mai parlato di soldi, solo di sogni. Sono andato per la mia strada, e per me l’importante era quel viaggio, il resto chissenefrega».

                Il desiderio di rivedere Max Pezzali e Claudio Cecchetto insieme

                Nel racconto di Repetto trova spazio anche Claudio Cecchetto, il produttore che ebbe un ruolo decisivo nell’affermazione degli 883. Il rapporto tra Cecchetto e Pezzali ha attraversato momenti difficili, ma Mauro conserva il desiderio di vedere i due ritrovare quella complicità che contribuì alla nascita di un fenomeno musicale.

                «Mi piacerebbe rivederli insieme per una birra, prima di diventare tre vecchi in carrozzina», racconta con un’ironia che nasconde anche una certa nostalgia.

                L’immagine dei tre seduti a bere qualcosa insieme racchiude molto più di un semplice ricordo degli anni Novanta. Per Repetto rappresenta la possibilità di recuperare almeno una parte di quella spontaneità che accompagnò gli inizi, quando il futuro degli 883 era ancora tutto da scrivere e il successo sembrava un’avventura da affrontare insieme.

                La storia del gruppo resta legata a canzoni che hanno attraversato generazioni, ma anche alle scelte personali di due ragazzi che, dopo aver condiviso un sogno, decisero di vivere esperienze differenti. Repetto non rinnega la partenza per New York e non descrive l’addio a Pezzali come una sconfitta. Nel suo racconto rimane soprattutto il valore di un’amicizia che il tempo e la distanza hanno trasformato, senza cancellare i ricordi di ciò che hanno costruito insieme.

                  Continua a leggere
                  Advertisement

                  Ultime notizie