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Spettacolo

Roberto Bolle ricorda le gemelle Kessler: un addio “di unione e amore” che commuove l’Italia

Tra memoria, emozioni e riflessioni sulla propria carriera, Roberto Bolle omaggia le gemelle Kessler, celebra il valore immortale della fotografia e racconta la sfida quotidiana della danza, svelando anche qualche aneddoto personale.

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    Roberto Bolle ricorda le gemelle Kessler con una delicatezza rara, quella che appartiene solo a chi della grazia ha fatto un mestiere. Ospite di Radio2 Stai Serena con Serena Bortone e Massimo Cervelli, l’étoile della Scala di Milano ha voluto rendere omaggio alle due icone della televisione italiana, recentemente scomparse insieme. «Sono state grandi icone che hanno rappresentato un mondo», ha detto, sottolineando come, negli anni del boom, avessero portato «gioia, bellezza, leggerezza e novità» nelle case degli italiani.

    “La loro scelta ha colpito tutti”
    Bolle non nasconde la commozione pensando al loro ultimo gesto: «La scelta di andarsene insieme ha emozionato e colpito tutti: un atto estremo di unione, amore e condivisione fino all’ultimo che ammiro e rispetto. Ci vuole molta forza». Ricorda poi il tributo realizzato per loro a “Danza con me”, definendolo «un omaggio alla televisione degli anni ’60» e a un mondo che, dice, «sta sparendo».

    La fotografia come memoria del movimento
    In libreria con il volume fotografico Roberto Bolle, il ballerino ha raccontato la potenza delle immagini nel fermare ciò che, per natura, sfugge: «Quello che facciamo noi è effimero, un attimo. La fotografia rende immortale un gesto». Sfogliando il libro, ammette di essersi emozionato davanti alle immagini dei suoi diciotto anni: «I miei occhi, quell’innocenza… Era tutto l’inizio, e non sapevo ancora cosa sarebbe successo».

    Dalle prime scarpette al perfezionismo
    Le memorie scorrono fino al primo spettacolo, quando «persi una scarpetta» e l’esperienza non fu memorabile. Ma la danza, racconta, «ha sempre nutrito quella parte di bambino» che si rapporta al teatro con purezza. Eppure, dietro la poesia c’è disciplina ferrea: «Il lavoro con il corpo è estenuante e doloroso. Ogni giorno è una sfida. Le mie imperfezioni le nascondo il più possibile». E confessa anche la sua “concessione”: «Quando torno a casa da uno spettacolo ho bisogno di conforto e il cibo me lo dà. Mangio con piacere».

    Caravaggio, la Fondazione e la danza a scuola
    Tra tournée, nuovi progetti e impegni con la sua Fondazione, Bolle racconta con orgoglio i risultati ottenuti: «In alcune scuole medie si studia danza e movimento. Vedere i ragazzi approcciarsi al corpo è fondamentale». E non manca l’entusiasmo per Caravaggio, spettacolo che definisce «uno dei ruoli più belli, anche esteticamente, con le sue luci e ombre».

    “Ci vuole self control”
    Alla domanda su cosa lo irriti davvero, Bolle risponde senza esitazioni: «Le ingiustizie. Quando le persone riportano verità a metà per attaccare gratuitamente un’altra». Un episodio recente lo ha toccato profondamente: «Ci vuole molto self control, ma a volte è difficile».

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      Musica

      A$AP Rocky vuole sposare Rihanna, ma lei gli ha detto no: «Mi ha chiesto a cosa serva». E lui ammette: «È lei che comanda»

      Stanno insieme dal 2020 e hanno tre figli, ma all’altare non sono mai arrivati. Adesso il rapper racconta di aver chiesto alla popstar di sposarlo e svela la sorprendente risposta ricevuta: per Rihanna un matrimonio non cambierebbe ciò che sono già. «Potete comunque chiamarci marito e moglie».

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        Tre figli, una relazione che dura ormai da anni e una famiglia costruita insieme. Mancava soltanto il matrimonio, almeno secondo A$AP Rocky. Perché, a quanto racconta il rapper, la proposta a Rihanna sarebbe arrivata davvero. Il problema è che lei gli avrebbe risposto con una domanda capace di smontare in pochi secondi qualsiasi progetto di nozze: «Davvero ci serve un matrimonio? E esattamente a che scopo?».

        A raccontare il retroscena è lo stesso Rocky, interrogato sul motivo per cui lui e Rihanna non siano ancora diventati ufficialmente marito e moglie nonostante abbiano ormai tre bambini. La sua risposta ribalta completamente l’idea che sia lui a non voler fare il grande passo. «Per essere sincero, voglio davvero che sia mia moglie», spiega. Poi arriva la confessione più divertente: «Sapete che è lei quella che comanda».

        Nessuna crisi, nessuna fuga davanti all’altare e apparentemente nessun problema tra loro. Semplicemente, Rihanna non sembrerebbe considerare necessario un certificato per dare un nome a qualcosa che nella loro vita esiste già.

        Rocky ha fatto la proposta, Rihanna ha risposto con una domanda

        Per anni i fan hanno cercato di capire se il matrimonio fosse nei programmi della coppia. Ogni apparizione pubblica, ogni anello e ogni dichiarazione particolarmente romantica hanno alimentato periodicamente le indiscrezioni sulle nozze. Adesso Rocky racconta una versione molto più semplice: lui avrebbe voluto sposarsi, Rihanna non ne avrebbe visto la necessità.

        «Quando le ho chiesto di sposarmi, mi ha semplicemente detto: “Davvero ci serve un matrimonio? E esattamente a che scopo?”», racconta il rapper.

        La risposta dice molto del modo nel quale Rihanna sembrerebbe concepire la loro relazione. Dopo anni insieme e tre figli, la cantante non avrebbe bisogno di una cerimonia per sentirsi più legata al compagno. Rocky, dal canto suo, non avrebbe insistito: «Ho rispettato la sua decisione».

        Ma subito dopo aggiunge una frase che racconta perfettamente il loro equilibrio: «Potete chiamarci marito e moglie». Per lui, insomma, la sostanza sarebbe già quella di un matrimonio anche senza averlo celebrato.

        Tre figli e una storia iniziata dopo anni di amicizia

        La relazione tra Rihanna e A$AP Rocky è diventata pubblica nel 2020, ma i due si conoscevano da molto tempo. Prima dell’amore c’erano stati amicizia, collaborazioni professionali e numerose apparizioni insieme. Poi il rapporto è cambiato e quella che inizialmente sembrava soltanto una frequentazione si è trasformata in una delle coppie più solide dello show business internazionale.

        Nel maggio 2022 è arrivato il primo figlio, RZA, seguito nell’agosto 2023 da Riot Rose. Nel settembre 2025 la famiglia si è allargata ancora con la nascita della prima bambina, Rocki Irish Mayers.

        Rocky non ha mai nascosto quanto la paternità abbia trasformato la sua vita. Anche Rihanna ha raccontato più volte il desiderio di avere una famiglia numerosa e la maternità è diventata negli ultimi anni una parte centrale della sua vita, tanto da incidere inevitabilmente anche sui tempi della carriera musicale.

        Eppure, mentre i figli arrivavano uno dopo l’altro, il matrimonio continuava a non esserci. Adesso sappiamo almeno quale sarebbe il motivo.

        «È lei quella che comanda»

        La parte più irresistibile della confessione è probabilmente proprio questa. Rocky non prova nemmeno a fingere di avere avuto l’ultima parola. Rihanna non vuole sposarsi? Decide Rihanna.

        «Sapete che è lei quella che comanda», dice con un tono che sembra contenere più affetto che rassegnazione.

        Del resto, la loro relazione ha spesso restituito l’immagine di una coppia poco interessata alle convenzioni. Rihanna ha annunciato una gravidanza durante il Super Bowl, ne ha mostrata un’altra sul red carpet del Met Gala e ha costruito negli anni un rapporto con la propria vita privata molto diverso da quello tradizionale delle grandi popstar.

        Anche il matrimonio, quindi, potrebbe semplicemente non rientrare nella sua idea di famiglia. Perché celebrare con una cerimonia qualcosa che, dal suo punto di vista, esiste già?

        Rihanna potrebbe cambiare idea?

        Rocky, almeno stando alle sue parole, non ha rinunciato all’idea. Dice chiaramente di desiderare Rihanna come moglie, ma altrettanto chiaramente afferma di rispettare la sua posizione. Nessun ultimatum e nessuna pressione.

        Questo naturalmente non significa che un matrimonio sia escluso per sempre. Rihanna potrebbe cambiare idea domani, oppure i due potrebbero continuare esattamente come hanno fatto finora. In fondo Rocky ha già trovato una soluzione piuttosto semplice alla questione: considerarli marito e moglie indipendentemente da ciò che dice lo stato civile.

        Ed è forse proprio questa la dichiarazione più romantica dell’intera storia. Lui vorrebbe sposarla, lei gli domanda a che cosa servirebbe e Rocky accetta la risposta, perché evidentemente ciò che hanno costruito insieme conta più della cerimonia che manca.

        Tre figli dopo, Rihanna continua dunque a comandare. E A$AP Rocky, almeno su questo, sembra perfettamente d’accordo.

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          Televisione

          Milly Carlucci non molla Francesco Totti: «Lo corteggio da decenni». E adesso prova a convincerlo usando Noemi Bocchi

          Alla vigilia della prima puntata di Ballando con le Stelle, la conduttrice svela il suo inseguimento più lungo: portare l’ex capitano della Roma sulla pista. «Si vergogna a ballare». Ma la partecipazione di Noemi potrebbe finalmente cambiare qualcosa.

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            Milly Carlucci ha un sogno che resiste da decenni e porta un nome decisamente ingombrante: Francesco Totti. Lo ha cercato, invitato e corteggiato più volte per portarlo sulla pista di Ballando con le Stelle, senza mai riuscire a convincerlo. E alla vigilia della puntata di questa sera la conduttrice torna alla carica, rivelando anche quale sarebbe il vero ostacolo tra l’ex capitano della Roma e il programma: Totti si vergogna a ballare.

            «Lo corteggio da decenni», ammette Carlucci, raccontando che tra loro esiste «un rapporto di grande stima e simpatia». Nessun problema personale, quindi, nessuna porta chiusa nei confronti della trasmissione. A frenare Francesco sarebbe proprio l’idea di esibirsi sulla pista, territorio molto più insidioso per lui di quanto non sia mai stato un campo da calcio. Ma Milly adesso ha un’alleata involontaria che potrebbe riuscire dove lei ha fallito per anni: Noemi Bocchi.

            Totti a Ballando, Milly Carlucci ci prova da decenni

            La conduttrice non ha mai nascosto la passione per i grandi colpi e Totti rappresenterebbe uno di quelli capaci di trasformare una singola puntata in un evento televisivo. Non servirebbe necessariamente immaginarlo impegnato per mesi nella gara: anche una partecipazione speciale potrebbe diventare uno dei momenti più attesi della stagione.

            Eppure Francesco continua a resistere. Carlucci racconta il corteggiamento con l’ironia di chi ormai conosce bene il proprio interlocutore e sa che convincerlo non sarà semplice. Il problema non sembra essere la televisione, ambiente che Totti frequenta senza particolari difficoltà, ma proprio la danza.

            L’ex numero 10 che davanti a decine di migliaia di persone all’Olimpico riusciva a inventare giocate impossibili avrebbe dunque un punto debole: mettersi a ballare davanti alle telecamere. Una timidezza che Milly spera prima o poi di riuscire a sconfiggere.

            L’arma segreta si chiama Noemi Bocchi

            Ed è qui che entra in scena Noemi Bocchi. Carlucci non perde l’occasione per lanciare a Totti un messaggio molto preciso: guardare quanto la danza possa far stare bene la sua compagna potrebbe essere il sistema migliore per fargli cambiare idea.

            «Chissà che vedendo la felicità di Noemi, non capisca che la danza è uno sport molto bello e ti dà delle soddisfazioni psicofisiche», osserva Milly.

            La frase è naturalmente una provocazione affettuosa, ma contiene anche l’ennesimo invito. Se Totti ha sempre considerato il ballo qualcosa di troppo lontano dal proprio carattere, l’esperienza di Noemi potrebbe mostrargli una prospettiva diversa. E per una volta Carlucci non avrebbe bisogno di telefonate, trattative o corteggiamenti: potrebbe essere proprio la persona che gli sta accanto a fare il lavoro più difficile.

            «Si vergogna a ballare»: il lato inaspettato di Francesco

            La rivelazione più divertente resta comunque quella sulla presunta timidezza dell’ex calciatore. Francesco Totti si vergognerebbe di ballare. Una confessione indiretta sorprendente per un uomo che ha trascorso gran parte della propria vita sotto gli occhi di milioni di persone e che ha affrontato senza problemi stadi, televisioni e folle di tifosi.

            Ma un conto è avere un pallone tra i piedi, un altro seguire una coreografia mentre una giuria osserva ogni movimento. A Ballando con le Stelle sono passati negli anni campioni abituati alla competizione e personaggi apparentemente lontanissimi dalla danza. Ed è proprio questo uno dei meccanismi sui quali il programma ha costruito la propria fortuna: prendere qualcuno fuori dal suo ambiente naturale e mostrarlo alle prese con qualcosa che non sa fare.

            Totti sarebbe perfetto proprio per questo. Il pubblico conosce il campione, il personaggio televisivo, il romano capace di trasformare una battuta in un tormentone. Molto meno conosciuto sarebbe invece il Francesco costretto a contare i passi e affidarsi a una maestra davanti alla giuria.

            Stasera Ballando, ma il sogno Totti resta lì

            Intanto questa sera Milly Carlucci torna in prima serata con una nuova puntata di Ballando con le Stelle. La gara prosegue, aumentano rivalità e tensioni e cominciano a emergere sempre più chiaramente i concorrenti capaci di conquistare pubblico e giuria. Ma dietro le quinte continua anche il grande mercato dei desideri della conduttrice.

            E in cima alla lista sembra esserci ancora lui.

            Dopo decenni di tentativi, Milly non ha alcuna intenzione di arrendersi con Francesco Totti. Anzi, stavolta potrebbe avere trovato la strategia giusta. Non convincerlo spiegandogli quanto sarebbe divertente partecipare, ma lasciargli vedere con i propri occhi quanto Noemi si diverta ballando.

            Il Pupone ha resistito per anni. Adesso, però, l’avversario non è più soltanto l’insistenza di Milly Carlucci. È la felicità di Noemi. E chissà che alla fine non sia proprio lei a trascinarlo, letteralmente, sulla pista di Ballando con le Stelle.

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              Cinema

              “Naza”, tutto sul film-denuncia che scuote Israele dalle fondamenta: i 24 uomini senza volto, l’IA e il «numero di civili sacrificabili»

              Soldati e uomini dell’intelligence israeliana raccontano dall’interno come vengono selezionati gli obiettivi a Gaza e quale prezzo in vite civili può essere accettato per colpirli. Il governo Netanyahu parla di «istigazione scioccante», invoca indagini e arriva a minacciare la cittadinanza dei registi. Intanto il documentario premiato a Venezia conquista le sale e diventa un caso mondiale.

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                Hai ragione. Nei pezzi LaCity e LaCapitale i link non devono comparire mai nel corpo, anche quando faccio ricerche esterne per verificare i dati. Le fonti servono a me, non devono finire nel pezzo. Te lo ripulisco integralmente mantenendo testo, titolo, occhiello, catenaccio, H2 e tag, senza un solo link.

                “Naza”, tutto sul film-denuncia che scuote Israele dalle fondamenta: i 24 uomini senza volto, l’IA e il «numero di civili sacrificabili»

                OCCHIELLO
                Il documentario che ha aperto una ferita in Israele

                CATENACCIO
                Soldati e uomini dell’intelligence israeliana raccontano dall’interno come vengono selezionati gli obiettivi a Gaza e quale prezzo in vite civili può essere accettato per colpirli. Il governo Netanyahu parla di «istigazione scioccante», invoca indagini e arriva a minacciare la cittadinanza dei registi. Intanto il documentario premiato a Venezia conquista le sale e diventa un caso mondiale.

                Ventiquattro israeliani salgono di notte sui tetti di Tel Aviv. Alcuni sono soldati, altri hanno lavorato nell’intelligence. Non mostrano il volto, le loro voci vengono alterate e i nomi restano segreti. Ma ciò che raccontano in Naza sta provocando in Israele uno scontro che ormai ha superato abbondantemente i confini del cinema. Parlano dei bombardamenti su Gaza, dei sistemi utilizzati per scegliere gli obiettivi, degli algoritmi che aiutano a individuarli e soprattutto di quella terribile contabilità che precede un attacco: quante persone estranee all’obiettivo potrebbero morire insieme a lui?

                È proprio da questa contabilità che arriva il titolo. “Naza” è un acronimo utilizzato dall’intelligence israeliana per indicare la stima dei civili palestinesi che potrebbero essere uccisi in un attacco aereo. Il documentario di Yuval Abraham e Rachel Szor, i due autori israeliani già tra i registi del premio Oscar No Other Land, entra in questo meccanismo attraverso le testimonianze di persone che sostengono di averlo visto funzionare dall’interno. La reazione delle autorità israeliane è stata durissima: Benjamin Netanyahu ha definito il film «istigazione scioccante», mentre altri esponenti del governo hanno invocato indagini e persino la revoca della cittadinanza ai registi. Israele e le sue forze armate respingono le accuse e sostengono che il film distorca la realtà delle operazioni militari.

                Che cosa significa “Naza”: il numero che precede una bomba

                Per capire perché il film abbia provocato una reazione tanto violenta bisogna partire dal suo titolo. “Naza” non è il nome di una persona e neppure di un’operazione militare. Indica, nella terminologia descritta dal film, il “danno collaterale” previsto, cioè il numero di civili che potrebbero morire insieme all’obiettivo di un bombardamento.

                Il punto centrale dell’inchiesta cinematografica è proprio questo: dietro un attacco non ci sarebbe soltanto l’identificazione di un bersaglio, ma anche una valutazione preventiva delle possibili vittime civili. Alcune testimonianze contenute nel documentario descrivono soglie di tolleranza estremamente elevate. Una delle affermazioni più controverse sostiene che, in un caso, sarebbe stata autorizzata la possibilità di centinaia di vittime per eliminare un singolo esponente di Hamas. L’esercito israeliano contesta questa rappresentazione e nega che le operazioni funzionino nel modo descritto dal film.

                Ed è una distinzione essenziale: Naza presenta testimonianze e ricostruzioni raccolte dagli autori, non sentenze giudiziarie. Parte del materiale alla base del documentario era già emerso attraverso precedenti inchieste giornalistiche condotte tra il 2023 e il 2025. Abraham e Szor hanno trasformato quel lavoro in qualcosa di diverso: hanno messo davanti alla macchina da presa le persone che affermano di conoscere quei sistemi dall’interno.

                Lavender, Habsora e “Where’s Daddy?”: la guerra degli algoritmi

                Poi c’è la tecnologia. Ed è probabilmente la parte di Naza che inquieta di più perché porta lo spettatore dentro una guerra nella quale uomini, banche dati, sorveglianza e algoritmi lavorano insieme.

                Nel film vengono affrontati sistemi utilizzati per l’individuazione o la localizzazione degli obiettivi. Lavender, in particolare, viene descritto come uno strumento capace di elaborare enormi quantità di informazioni per aiutare a identificare presunti appartenenti alle organizzazioni armate. Altri sistemi servono a generare possibili obiettivi o a stabilire quando una persona si trovi in una determinata abitazione.

                È qui che entra in scena “Where’s Daddy?”, il nome attribuito a un sistema di localizzazione raccontato nelle inchieste sulle operazioni israeliane. Il problema sollevato dal documentario è evidente: colpire una persona quando torna nella propria abitazione significa rischiare di colpire anche chi vive con lei.

                Israele respinge l’idea di una macchina che decida autonomamente chi debba morire. Le forze armate sostengono che gli strumenti tecnologici supportino l’attività degli operatori e che la decisione finale resti umana. Il film, invece, concentra l’attenzione sulla scala raggiunta dal sistema e sulle conseguenze che, secondo i testimoni, questa combinazione tra automazione e decisione umana avrebbe prodotto sulla popolazione civile.

                I 24 israeliani che raccontano ciò che hanno visto dall’interno

                Naza non è costruito sulle immagini più terribili di Gaza. La scelta di Abraham e Szor è quasi opposta. La macchina da presa resta a Tel Aviv, sui tetti della città, di notte. Davanti all’obiettivo compaiono sagome, profili cancellati, persone delle quali lo spettatore non deve conoscere l’identità.

                Sono 24 militari ed esponenti dell’intelligence israeliana. Il loro anonimato è diventato contemporaneamente la forza e il punto più contestato dell’opera. Per gli autori protegge persone che rischierebbero conseguenze pesantissime; per i detrattori rende più difficile verificare pubblicamente le singole accuse.

                Ed è proprio su queste fonti che il ministro della Cultura israeliano Miki Zohar ha chiesto l’intervento dello Shin Bet. Vuole sapere da dove provengano i materiali, chi li abbia forniti e se nel film siano confluite informazioni sensibili o classificate. Zohar ha anche chiesto di valutare la revoca della cittadinanza dei due registi.

                La battaglia intorno al film è così diventata anche una battaglia sulle fonti: chi sono quelle 24 persone? Che cosa sanno? E fino a che punto le loro testimonianze descrivono realmente il funzionamento delle operazioni israeliane a Gaza?

                Netanyahu attacca il film e in Israele esplode il caso

                Benjamin Netanyahu non ha trattato Naza come un normale documentario critico nei confronti del suo governo. Lo ha definito una forma di «istigazione scioccante» e ha sostenuto che contribuisca ad alimentare l’antisemitismo internazionale. Anche il capo di stato maggiore Eyal Zamir ha contestato il film e le accuse rivolte alle forze armate.

                Una parte della politica israeliana è andata ancora oltre. Gli autori sono stati accusati di tradimento, sono arrivate richieste di indagini e minacce sulla loro cittadinanza. Alla première americana del New York Film Festival la tensione ha imposto misure di sicurezza rafforzate e all’esterno si sono svolte proteste contro il documentario.

                Il paradosso è che gran parte delle questioni affrontate dal film non nasce con il film. Molte rivelazioni erano già state pubblicate negli anni precedenti attraverso inchieste giornalistiche. Ma il cinema ha prodotto un effetto differente: ha messo insieme quelle informazioni e soprattutto ha dato una voce, sia pure camuffata, agli israeliani che dichiarano di aver partecipato al sistema.

                Chi sono Abraham e Szor, gli israeliani finiti nel mirino

                Anche l’identità dei registi rende il caso particolarmente esplosivo. Yuval Abraham e Rachel Szor sono israeliani. Non arrivano quindi dall’esterno del conflitto e non possono essere liquidati semplicemente come osservatori stranieri. Entrambi figuravano tra i quattro autori di No Other Land, vincitore dell’Oscar per il miglior documentario nel 2025.

                Per Naza hanno lavorato per circa tre anni. Nella loro dichiarazione ufficiale spiegano di aver sentito il dovere, proprio in quanto israeliani, di indagare sui meccanismi che ritengono responsabili delle uccisioni di massa dei civili palestinesi. È la tesi degli autori, fortemente contestata dalle autorità israeliane, ma costituisce la ragione dichiarata dell’intero progetto.

                Dietro il film c’è inoltre una squadra cinematografica importante. La produzione coinvolge James Wilson e tra i produttori esecutivi figura Jonathan Glazer, il regista premio Oscar di La zona d’interesse.

                I 25 minuti di applausi a Venezia e il caso mondiale

                Poi è arrivata Venezia. Naza era l’unico documentario in concorso alla Mostra del Cinema 2026 e la proiezione ha trasformato il film in un fenomeno internazionale. Il pubblico gli ha tributato circa 25 minuti di applausi e la giuria gli ha assegnato il Premio speciale.

                Da quel momento la storia ha smesso di riguardare soltanto Israele e Gaza. È stata annunciata una distribuzione in 56 territori, mentre in Italia l’uscita evento dal 28 al 30 settembre ha coinvolto centinaia di sale, molte delle quali avevano già registrato il tutto esaurito prima dell’arrivo del film. Il successo ha portato a prolungarne la programmazione.

                A fine novembre arriverà poi il passaggio che potrebbe moltiplicarne enormemente il pubblico: il documentario verrà messo a disposizione gratuitamente online.

                Ed è forse qui che si comprende perché un film di appena 80 minuti sia riuscito a scuotere così profondamente Israele. Non perché abbia già stabilito una verità giudiziaria sulla guerra, cosa che un documentario non può fare, ma perché porta davanti al pubblico mondiale israeliani che dichiarano di aver visto dall’interno la macchina dei bombardamenti e accettano di raccontarla.

                Il governo israeliano sostiene che quel racconto sia falso e deformato. Abraham e Szor sostengono invece che il silenzio vada spezzato. In mezzo restano quelle 24 figure senza nome riprese nella notte di Tel Aviv. Ed è sulle loro parole che si combatte ormai una delle battaglie più feroci intorno al racconto della guerra di Gaza.

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