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Speciale Sanremo 2026

Prove generali all’Ariston, la vigilia che non perdona: primi “verdetti” dei giornalisti accreditato

Alla vigilia di Sanremo, l’Ariston si riempie per le prove generali: non è ancora gara, ma l’aria è già quella dei giudizi. Tra sedute “clandestine” nelle prime file, scenografie che cambiano volto al palco e un’orchestra distribuita su tre piani, arrivano anche i primi segnali sui brani: Ditonellapiaga costretta a ripetere per problemi di acustica, standing ovation per Sal Da Vinci, veterani freddi e debuttanti appesi a un parere.

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    “Vi preghiamo di restare seduti e non lasciare oggetti nei corridoi.” Se perfino una frase così da aeroporto diventa necessaria, significa che la vigilia di Sanremo è ufficialmente iniziata. All’Ariston, nelle prove generali, la musica conta già. Ma contano anche le sedie. Soprattutto le sedie. Perché le prime nove file sono riservate ai discografici, mentre lo spazio dietro è dedicato ai giornalisti. Eppure, chissà perché, quelle prime file esercitano un magnetismo irresistibile: qualcuno prova a sedersi davanti “clandestinamente”, con quella faccia innocente di chi si è perso e si è ritrovato proprio lì, nel posto migliore. È una delle poche trasgressioni fin qui tentate in un Festival che, almeno a sensazione, sembra più rilassato del solito.

    Il teatro, alla fine, è quasi pieno. E l’effetto è quello che Sanremo produce sempre quando smette di essere un programma e torna a essere un luogo: la platea respira, reagisce, misura. Gli applausi – quelli potenti e quelli di cortesia, quelli convinti e quelli un po’ dimessi – diventano un termometro immediato dell’accoglienza dei brani. Non è ancora la serata dei “paganti”, ma il pubblico accreditato anticipa già qualcosa: una specie di prova generale del giudizio, un assaggio di come potrebbe andare nelle cinque serate al via stasera alle 20,40

    Chi non c’è mai stato spesso resta sorpreso: l’Ariston dal vivo sembra più piccolo di come appare in televisione. È tutta una questione di prospettive, ma anche di regia: in tv il teatro si dilata, dal vivo si capisce quanto ogni dettaglio sia incastrato al millimetro. E infatti le certezze di questa vigilia passano soprattutto dalle “diavolerie” sceniche: sfondi che cambiano pelle, video, giochi di luce ad altezza cantante, pannelli e schermi che fanno sparire le celebri scale all’inizio delle performance. Qualcuno porterà anche dei ballerini, ma quella – come direbbe la scaletta – è un’altra storia.

    Poi c’è l’orchestra, che quest’anno è sistemata ai due lati del palco e suddivisa su tre piani. Una scelta che modifica l’impatto visivo e, per molti, aumenta anche l’ansia da prestazione: l’orchestra non è solo accompagnamento, è un mare che può esaltarti o travolgerti. E la grande preoccupazione di tanti artisti, in queste ore, è proprio quell’interazione: entrare, reggere il pezzo, non farsi mangiare dal suono.

    I cantanti arrivano sul palco a un ritmo non esattamente frenetico, e non per colpa loro: tempi organizzativi, incastri tecnici, la macchina che deve girare senza strappi. La prima è stata Arisa, poi via via tutti gli altri. E qui Sanremo mostra il suo lato più umano, quello che la diretta tende a lucidare: la mimica tradisce tutto. C’è chi non riesce a nascondere la tensione, chi la vive con una rilassatezza quasi provocatoria, e chi è ancora in quel limbo tipico delle vigilie importanti: non ha deciso se essere terrorizzato o euforico.

    Ogni prova è anche un piccolo romanzo. Per problemi di acustica, Ditonellapiaga è costretta a ripetere la performance: il classico intoppo che non spacca il Festival, ma ti ricorda che la perfezione è una superstizione. Per Sal Da Vinci, invece, scatta una sorta di standing ovation. E a quel punto lo schema si ripete: discografici e uffici stampa dei vari artisti non trattengono la tensione e chiedono ai giornalisti un parere, possibilmente confortevole. È un rito parallelo, fatto di sguardi e domande buttate lì con finta nonchalance: “Com’è andata?” “Ti è piaciuta?” “Funziona?” Come se bastasse una frase detta nel foyer per spostare l’asse di un Festival.

    I veterani, com’è prevedibile, mostrano spesso un distacco da professionisti: l’aria di chi queste cose le ha viste e riviste, e sa che tra prova e diretta c’è di mezzo il caos controllato di Sanremo. Tra quelli meno strutturati, invece, il pendolo oscilla: un minuto scetticismo, un minuto dopo euforia. È la psicologia dell’Ariston, che non cambia mai: ti fa sentire enorme e minuscolo nello stesso istante.

    E poi c’è il nodo artistico: non tutti i brani vivono allo stesso modo su quel palco. C’è chi sembra aver scelto il pezzo perfetto per esaltare la vocalità, costruito apposta per far capire “chi sono” in tre minuti. E chi, al contrario, appare un po’ a disagio, troppo lontano dalle situazioni live in cui è cresciuto artisticamente. Il palco dell’Ariston è un ambiente a parte: non perdona l’abitudine al playback mentale, non ti regala nulla se sei nato per un altro tipo di performance.

    Tra i più rilassati, si nota Francesco Renga. Probabilmente è solo questione di abitudine: quando hai macinato anni di palchi e di dirette, l’Ariston resta importante, ma smette di sembrare un tribunale. Non saranno più i tempi delle pellicce strappate e dei disturbatori alla Cavallo Pazzo, ma la tensione qui resta sempre un’ombra defilata sullo sfondo. Perché Sanremo è Sanremo: cambia l’epoca, cambiano le polemiche, cambiano i look e le scalette. Ma quel momento, la vigilia, conserva la stessa verità. Tutti fanno finta di essere tranquilli. E quasi nessuno lo è davvero.

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      Speciale Sanremo 2026

      Sanremo 2026 flop in classifica: metà dei Big sparita e Carlo Conti finisce nel mirino

      Rispetto al 2025, quando i Big dominavano la Top 10, quest’anno restano solo in sette. Un segnale che riaccende il dibattito sul peso reale del Festival.

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        Sanremo 2026 accende le luci, fa ascolti, domina i social… e poi si spegne in classifica. A un mese dalla finale, i dati FIMI raccontano una realtà meno brillante del previsto: circa la metà dei Big in gara è già uscita dalla Top 200 dei singoli più venduti. Un segnale chiaro, che riporta subito Carlo Conti al centro delle critiche. Perché il Festival può anche funzionare in tv, ma se le canzoni non restano, qualcosa si inceppa.

        I numeri che fanno discutere

        Il confronto con il 2025 è impietoso. L’anno scorso i Big occupavano tutte le prime dieci posizioni della classifica, monopolizzando il mercato per settimane. Oggi, invece, nella Top 10 ne restano solo sette. Una differenza che pesa, soprattutto per un evento che dovrebbe essere il motore della musica italiana. Il problema non è solo chi manca, ma la velocità con cui alcuni brani sono scomparsi.

        Successo televisivo, ma le canzoni non reggono

        Sanremo continua a essere una macchina perfetta dal punto di vista televisivo. Share alti, attenzione mediatica, dibattito costante. Ma il vero banco di prova, come sempre, è la durata delle canzoni nel tempo. E qui emergono le crepe. Se i brani non entrano davvero nelle playlist del pubblico, il Festival rischia di diventare un evento effimero, più legato al momento che alla musica.

        Carlo Conti nel mirino del dibattito

        I numeri inevitabilmente riportano il focus sulla direzione artistica. Carlo Conti finisce sotto osservazione, anche se il discorso è più ampio e riguarda scelte musicali, tendenze e gusti del pubblico. Il punto, però, resta uno: Sanremo non può permettersi di essere solo uno spettacolo televisivo. Deve continuare a lanciare canzoni che restano. E quest’anno, almeno per ora, il segnale sembra andare in un’altra direzione.

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          Grignani, Pausini e la canzone più famosa degli anni ’90: il gossip su Destinazione Paradiso riaccende una vecchia storia

          Il settimanale Diva e Donna riporta la voce di una persona che avrebbe lavorato in una casa discografica milanese: tra Gianluca Grignani e Laura Pausini, negli anni Novanta, non ci sarebbe stata soltanto amicizia. E la canzone Destinazione Paradiso, diventata un classico della musica italiana, sarebbe stata scritta pensando proprio a lei.

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            Ci sono canzoni che segnano un’epoca e diventano quasi parte della memoria collettiva. Destinazione Paradiso, pubblicata da Gianluca Grignani nel 1995, è una di queste. Il brano è diventato uno dei simboli della musica italiana degli anni Novanta e ancora oggi continua a essere cantato da generazioni diverse.

            Ora però quella canzone torna a far parlare di sé per un motivo completamente diverso dalla musica. Il settimanale Diva e Donna ha rilanciato infatti un’indiscrezione che riguarda proprio l’origine del brano e un possibile legame con Laura Pausini.

            Il gossip su Grignani e Laura Pausini

            Secondo quanto riportato dal settimanale, Gianluca Grignani avrebbe scritto Destinazione Paradiso pensando a Laura Pausini. Non si tratterebbe soltanto di un’ispirazione artistica, ma di un sentimento personale.

            L’indiscrezione nasce dal racconto di una persona che sostiene di aver lavorato in una casa discografica milanese negli anni Novanta. Secondo questa testimonianza, tra i due artisti non ci sarebbe stata soltanto una conoscenza professionale o una semplice amicizia.

            La fonte, rimasta anonima, parla infatti di “una storia vissuta lontano dai riflettori”, un rapporto che sarebbe rimasto sempre lontano dall’attenzione del pubblico e dei media.

            Gli anni Novanta della musica italiana

            Negli anni in cui Destinazione Paradiso diventava una hit, la scena musicale italiana stava vivendo una fase di grande fermento. Gianluca Grignani era uno dei cantautori più promettenti della sua generazione, mentre Laura Pausini stava costruendo una carriera internazionale che l’avrebbe portata a diventare una delle artiste italiane più conosciute nel mondo.

            Entrambi erano protagonisti di una stagione musicale che mescolava pop e cantautorato, con un pubblico sempre più vasto anche fuori dai confini italiani.

            In quel contesto non sarebbe sorprendente che i due artisti si siano incrociati più volte negli ambienti discografici e televisivi dell’epoca.

            Tra musica e leggenda

            Al momento si tratta soltanto di un gossip, senza conferme ufficiali da parte dei diretti interessati. Né Gianluca Grignani né Laura Pausini hanno mai parlato pubblicamente di una relazione tra loro.

            Eppure l’idea che Destinazione Paradiso possa essere nata da una storia d’amore segreta aggiunge un nuovo livello di fascino a una canzone che, per molti fan, rappresenta già una colonna sonora sentimentale degli anni Novanta.

            Nel mondo della musica succede spesso: le canzoni diventano leggenda, e attorno a loro nascono racconti che finiscono per mescolare realtà, ricordi e suggestioni.

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              Speciale Sanremo 2026

              Parla Levante: “Quel bacio sulle labbra con Gaia sul palco di Sanremo era solo un gesto di affetto, non certo un manifesto ideale”

              L’artista chiarisce il gesto condiviso con Gaia nella serata cover e racconta un Festival vissuto con leggerezza e maturità.

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              Sanremo 2026, il bacio tra Levante e Gaia infiamma la serata delle cover e riapre il dibattito sulla regia Rai

                Nella sala stampa del Festival di Sanremo, Levante sceglie la via della chiarezza. Dopo la serata delle cover, il bacio scambiato sul palco con Gaia ha acceso il dibattito sui social e nei media. Ma per la cantautrice non c’è alcuna strategia dietro quel gesto: solo spontaneità.

                Tra bilanci artistici, nuovi progetti discografici e uno sguardo più ampio sul sistema musicale, Levante racconta un’edizione che definisce la più luminosa delle sue tre partecipazioni.

                Il “bacio non ripreso”: nessuna provocazione

                L’episodio che ha fatto discutere riguarda il mancato primo piano televisivo del bacio durante l’esibizione. La spiegazione, precisa l’artista, è tecnica: il sistema automatizzato di regia – programmato sulle prove – non è stato in grado di intercettare un momento nato sul momento.

                Levante ridimensiona subito la questione: nessun messaggio cifrato, nessuna intenzione polemica. “È stato un gesto naturale, come quello che si darebbe a un’amica o a una sorella”, lascia intendere. Più che sorpresa per l’inquadratura mancata, ha confessato di essere rimasta colpita dal clamore suscitato da un atto così semplice. Il suo auspicio? Poter vivere certe espressioni d’affetto senza sovrastrutture.

                Autrice unica: una scelta identitaria

                Sul fronte creativo, Levante sottolinea di essere l’unica firmataria – testo e musica – del brano presentato in gara. Non un vessillo da sbandierare, ma una condizione coerente con il suo percorso.

                L’artista apre anche una riflessione più ampia sui crediti nel panorama musicale contemporaneo, evidenziando quanto il tema della paternità delle opere sia spesso complesso, specie quando entrano in gioco produttori e team di scrittura.

                Quanto alla presenza femminile sul palco dell’Ariston, non punta il dito contro il Festival in sé, ma contro una questione più radicata: la sottorappresentazione delle donne in vari ambiti professionali. E cita con entusiasmo alcune colleghe che le piacerebbe vedere in futuro a Sanremo, da Emma Nolde a Ginevra.

                Il nuovo album e il ritorno dal vivo

                Archiviata l’esperienza sanremese, Levante guarda avanti. In programma un tour primaverile nei club, che anticiperà una stagione estiva e autunnale più estesa.

                Il nuovo disco, dal titolo evocativo Dell’amore e il fallimento d’altri passi di danza, è pronto ma non ha ancora una data ufficiale. La scelta, spiega, è strategica: in un mercato che consuma musica a ritmo rapidissimo, preferisce pubblicare i brani con gradualità.

                Il filo conduttore del progetto è l’amore quando si interrompe o resta inespresso, come nel caso di “Sei tu”, la canzone portata in gara, che racconta un sentimento mai dichiarato. Musicalmente sarà un lavoro sfaccettato: dalle atmosfere intime e orchestrali a incursioni elettroniche e ritmi più danzerecci.

                Una Sanremo più leggera

                Rispetto alle precedenti partecipazioni, Levante descrive questa come la più serena. Parla di sorriso, di luce, di una centratura raggiunta nel tempo. Meno pressione, più consapevolezza.

                Sente la responsabilità di salire su un palco così esposto, ma oggi la vive come un’opportunità per offrire un esempio positivo, prima ancora che artistico.

                Voce, cinema e nuove consapevolezze

                Nel dialogo con i giornalisti emerge anche un rapporto rinnovato con la propria voce. Per anni vissuta in modo istintivo, oggi è compresa meglio anche dal punto di vista tecnico: una particolarità delle corde vocali le conferisce quella timbrica ariosa e leggermente graffiata che la distingue. Una caratteristica che sta imparando ad accogliere come unicità.

                Positiva anche l’esperienza da attrice nel film L’Invisibile, esperienza che non esclude di ripetere, magari con una preparazione ancora più approfondita.

                Chiusura in musica

                La conferenza si conclude come meglio non potrebbe: con qualche nota dal vivo. Il ritornello di “Sei tu” risuona nella sala stampa, accompagnato dal pianoforte di Alessandro Trabace e dal violoncello di Angelo Trabace.

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