Televisione
Confessioni e supercazzole: da stasera alle 21 Antonella Grippo riporta Perfidia su LaC
Politici in ginocchio, domande impertinenti e giudizi spietati: ecco il menù della nuova stagione di Perfidia, dove nulla è sacro e tutto è spettacolo.
Caustica, ironica, divertita e divertente. Capace di affrontare qualsiasi tema con l’incoscienza sbarazzina di chi ammaestra telecamere e luci della ribalta con la leggerezza di una domatrice di leoni. Torna in tv, a partire da stasera alle 21 su LaC, Perfidia, il talk show più blasfemo, ironico e irrituale della televisione italiana. E come di consueto, al timone del naviglio infernale di Carontiana memoria che sfida le tempeste del mare magnum della tv, c’è sempre lei, Antonella Grippo, biondo nocchiero (o nocchiera?) di un piccolo vascello pirata – pardon, un talk show – che vale la pena di guardare almeno una volta nella vita. Noi di LaCityMag, che adoriamo chi sa fare un cocktail inebriante di ironia e intelligenza, l’abbiamo intervistata per voi. E le sue risposte sono da leggere gustandone il linguaggio, la vis caustica e, a tratti, autoironica.
Perfidia regala una lettura della vita in chiave insolita e, per dirla all’inglese, un po’ spicy. Perché questa scelta?
In realtà io porto in scena la mia visione del mondo, della vita, il mio sguardo verso l’orizzonte. Questa mia creatura televisiva, dagli esordi a oggi, ha cambiato parole e stilemi sottraendosi anche al gioco di qualsivoglia stereotipo. Posso dire che Perfidia è selvaggia e pigra, che si lascia spesso contaminare dall’alchimia teatrale e lirica. Che è sempre stata risolutamente anarchica. Scorre così, come la vita, profonda e lieve, insonne e pigra, ritmica e malinconica. Beffarda, antipatica e popolare al tempo stesso.
Rigorosa e dura come i quattro quarti dello spartito musicale degli AC/DC, che da sempre rappresenta la sigla del mio show. Ma allo stesso tempo è lieve e tenera. Posso dire che spesso questa mia trasmissione sfugge persino al canovaccio che vorrei cucirle addosso, si ribella alla prigionia della scrittura, della sceneggiatura, che viene scientificamente disattesa. Forse è proprio per questo che io la amo molto. Le riconosco una sua insolente innocenza.
Come convinci i tuoi intervistati a raccontarti i loro peccati?
Li convinco dicendo che il “confessore” non sarò io, ma che dovranno vedersela con Sua Santità El Diablo – che in realtà è il mio doppio – in modo che, in qualche misura, si presentino all’inginocchiatoio con maggiore tranquillità. Dico loro anche che, quando si tratterà di emettere una sorta di giudizio, sicuramente si farà sempre ricorso alle indulgenze plenarie.
C’è qualcuno che ti ha lasciato a bocca aperta?
No, devo dire che nessuno mi ha veramente sorpreso. Nessuno mi ha lasciato a bocca aperta perché mentono tutti con rara imperizia. Mentono in modo assolutamente non scientifico e sparano bugie davvero senza criterio. Il tutto senza una vera capacità di infinocchiarti, perché sono così scontati… Ti faccio un esempio: quando io chiedo se abbiano mai fornicato, la maggior parte di loro, non conoscendo il senso del verbo “fornicare”, si guarda intorno disorientata e tace.
Chi è stato il più interessante?
Non ho memoria di particolari guizzi, devo dire che sono stati tutti nella media. Matteo Salvini, però, è stato l’unico che si è sottoposto alla tortura della liturgia blasfema dell’inginocchiatoio senza protestare e senza addurre motivazioni che gli impedissero di confessarsi. Era il 2019 e fu un momento indimenticabile: Salvini elaborò appositamente per Perfidia una tesi originale sul “celodurismo” leghista… che ora non c’è più!
Chi ti ha raccontato il peccato più grande?
Matteo Renzi, direi. Interrogato a proposito dei suoi peccati, ha dichiarato pubblicamente di avere particolare consuetudine con l’arroganza. Dopodiché, alla domanda successiva relativa all’impiego dell’Istituto della confessione, ha sostenuto che in realtà il pentimento – essendo una abitudine tipica dei cattolici e relativa soprattutto all’attività spirituale – non può essere reso in politica. Essendo una sorta di risarcimento per i peccati commessi, è una cosa che si riferisce alla dimensione spirituale e, in politica, ha scarsa efficacia!
Se tu dovessi fare una classifica dei peccati capitali, quale metteresti come più comune?
Direi l’invidia. Perché pur vivendo in clandestinità e abitando gli anfratti del sottosuolo dell’anima, è un demone di rango. Non ha grandi capacità di affabulazione, né si lascia preludere da minacce. Di rado intrattiene consuetudine con le parole, anzi. Spesso le sgozza perché non tramino contro il buio silente in cui il mostro dimora. Questo è un vizio capitale che si muove guardingo, in cattività, dietro mimiche e pallori difficili da scovare. Del resto è il sentimento meno scenico… Tra i vizi capitali è quello più perfido, direi, e più incline alla mimesi.
Hai intervistato tutti i grandi politici italiani, che idea ti sei fatta della politica oggi?
Se penso ai giganti della politica della Prima Repubblica, rischio di lasciarmi attraversare da un languido sentimento di nostalgia. Mi riferisco al tratto decisionista di Bettino Craxi, che a Sigonella diede un calcio nel sedere agli americani. Come dimenticare poi “l’equidistanza attiva” di Aldo Moro rispetto al conflitto arabo-israeliano dell’epoca. Oggi, invece, il Paese sconta una sorta di “sindrome da ballatoio”. In politica estera, siamo in balia del provincialismo, del contenzioso condominiale. Manca la visione.
Avrai comunque una tua idea sul panorama politico italiano…
La politica ha smarrito la sua identità già dall’inizio degli anni ’90, all’epoca di Tangentopoli, quando il primato della politica migrò verso altri poteri. Quello della magistratura, quello dell’editoria o dell’alta finanza. Da allora l’attore giudiziario, i pubblici ministeri in particolare, ha spesso travalicato i confini e il perimetro di sua pertinenza. Ecco, la politica ancora oggi è sotto scopa rispetto alla magistratura. Continua per alcuni versi a coltivare una sorta di atteggiamento di sudditanza, di timore. Ed è necessario che si torni alla tripartizione dei poteri originale. La cosa più triste, poi, è che ad essere sotto scopa è gran parte della sinistra italiana.
Una delle tue interviste storiche è quella a Silvio Berlusconi. Ce la racconti?
Lo intervistai nel 2014, ad Arcore. L’intervista doveva durare dieci minuti, poi è durata circa un’ora. Si è rivelata una fantastica ricognizione storica e antropologica delle vicende di Forza Italia. Ma voglio raccontare un aneddoto molto divertente: ai tempi Silvio Berlusconi era ad Arcore perché affidato ai servizi sociali dopo la nota condanna. Da tutta Italia arrivarono giornalisti per intervistarlo. A fine giornata eravamo rimaste in due, io e un’altra collega del Friuli Venezia Giulia.
Quando entrai nello studio, Berlusconi, che aveva la lista di tutti i giornalisti che doveva incontrare, mi guardò e disse: “Finalmente è arrivata la nostra giornalista del Friuli”. Insomma, fu mandato fuori pista dalla mia statura, dai capelli biondi, dagli occhi chiari… Gli risposi di botto: “Presidente, non sono del Friuli Venezia Giulia, sono calabro-campana. E lei deve rivedere l’antropologia femminile meridionale, perché non siamo tutti con il velo in testa e con i baffi!”. La cosa più divertente era che la collega del Friuli, al contrario, aveva tutt’altri colori e fisicità e quindi, secondo Silvio, poteva rientrare molto più di me nell’antropologia meridionale. Dopodiché ho avuto l’impressione di un uomo diretto, spontaneo, empatico, immediato e senza particolari filtri.
Chi ti piacerebbe intervistare e non sei mai riuscita a raggiungere?
Sicuramente Vladimir Putin, per dragare la palude della sua psiche particolarmente interessante. Dico chi non vorrei mai intervistare, al contrario. Anche se dubito che ne avrei mai la possibilità: Bergoglio, il Papa… Spesso dispensa a piene mani luoghi comuni e non dice mai nulla di sacrilego, impegnato com’è nel cimentarsi in un’evangelizzazione caramellosa. Ecco, Bergoglio è una sorta di “banalino di coda”. Che non intervisterei mai.
Chi ti sei pentita di aver intervistato?
Non lo posso dire, altrimenti poi non torna più a Perfidia. E siccome è un esponente del PD, vorrei tornare a intervistarlo, anche se ogni volta faccio una fatica… Con quelli così non si cava un ragno dal buco. Niente nomi, quindi, dico solo che è uno politicamente moscetto. Non intervisterei più neanche molte donne del panorama politico italiano… Non le trovo interessanti. Continuano a reiterare la solita storia della corporazione delle donne, la sorellanza, la solidarietà in nome della “patonza”. Io non solidarizzo. E ti dico che sono davvero pochissime le donne interessanti della politica che mi è capitato di intervistare. Perché sotto sotto c’è sempre il romanzetto di Liala…
A chi faresti altre domande se potessi riaverlo davanti?
Gianfranco Fini! Ci sono dei nodi irrisolti nella sua storia politica, nella sua vicenda umana. E perché ebbi modo di intervistarlo tantissimo tempo fa, all’epoca della svolta di Fiuggi. Vorrei capire di più di lui, perché lo giudico un politico dall’identità composita e dalle innumerevoli contraddizioni.
Il più divertente? Il più noioso? Il più bello? Il più antipatico?
Il più divertente, devo dire, Calenda. A tratti sembra antipatico, invece non lo è. Bertinotti anche, è molto spiritoso. Il più figo è sempre lui, Pier Ferdinando Casini, l’a priori democristiano per antonomasia. Il più noioso è sempre quello del PD politicamente moscetto di cui sopra. Il più antipatico? No, devo dire che particolarmente antipatici non ne ho intercettato. Forse una signora della Lega… però anche qui niente nomi, altrimenti poi si offende e non torna più. E a me serve come l’aria avere qualcuno della Lega che faccia spettacolo.
Cosa troveremo nella nuova stagione di Perfidia?
Come di consueto, impiegheremo tutto il registro della contaminazione dei generi. Da noi si passa da Gigi D’Alessio e Tiziano Ferro all’esplorazione dei Testi Sacri, dall’economia politica alla letteratura. Insomma, dalla cultura popolare stricto sensu a quella più aristocratica. Perfidia è una sorta di latitudine in cui c’è il diritto di cittadinanza per qualunque accento, artistico e non. Quest’anno, per esempio, ho pensato di inaugurare l’X Factor della politica e anche una sorta di Temptation Island.
Ci sono tre rubrichette. Una l’abbiamo già inaugurata la scorsa edizione, si chiama Sputanellum Quiz, ma non ti posso dire di più altrimenti i miei ospiti poi si organizzano. L’altra è la lavagnetta. Poi c’è Supercazzole e affini, in cui riproporremo al pubblico le esternazioni più improbabili dei politici italiani, avendo cura di sottolinearne anche eventuali errori grammaticali o sintattici. Quindi molta musica, molto ritmo, domande incalzanti come al solito. E soprattutto il solito vizio antico di Perfidia, che consiste nell’accogliere tutte le espressioni dello spettacolo, in modo che la politica sia confezionata come un messaggio lieve, ma al tempo stesso profondissimo.
Cosa cambia rispetto al passato?
Vorrei rendere ancora più contundente l’arma dell’ironia, che non è mai abbastanza. E soprattutto quella dell’autoironia, perché anch’io mi sottoporrò alla liturgia blasfema dell’inginocchiatoio. Bisogna saper ridere di sé stessi, in fondo sono solo canzonette. E c’è poco da prendersi sul serio. Da tempo ho smesso di voler cambiare il mondo come quando ero una ragazzaccia di Lotta Continua e credevo veramente di poter incidere con la mia generazione in qualche svolta storica. Adesso sono sicuramente più follemente saggia. Vado in tv e faccio la tv, penso e premedito una trasmissione come Perfidia perché alla fine mi diverto. Vorrei sgretolare il totem del giornalismo impegnato, che deve orientare la società, addomesticare le coscienze. Io voglio solo divertirmi e divertire il pubblico senza sentirmi e atteggiarmi come una sorta di sacerdotessa delle anime.
Cosa ti aspetti dal futuro?
Pur essendo una maniacale e meticolosa pianificatrice della mia vita, non riesco a guardare in prospettiva. Spero di riuscire a conservare anche nel futuro l’immagine di quella ragazzina tredicenne a cui il papà ingiungeva la visione, ogni giovedì sera, della tribuna politica. Ricordate le vecchie tv in bianco e nero? Vorrei continuare a essere quella ragazzina curiosa, che non è mai in realtà uscita da quel soggiorno. Quella che all’epoca mi sembrava una costrizione inflittami da mio padre si è rivelata invece il mio gioco preferito.
Vorrei aggiungere un’ultima chiusa per ringraziare la Presidenza nella figura del presidente Domenico Maduli e la Direzione di LaC Network, la dottoressa Maria Grazia Falduto, che mi hanno non solo supportato ma anche lasciata completamente libera di esprimere il mio estro e il mio lavoro nei modi che ho scelto nella più totale autonomia decisionale.
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Televisione
Sanremo 2026, manuale d’istruzioni per il pubblico: Carlo Conti richiama Tiziano Ferro, chiama Irina Shayk e rispolvera Ramazzotti
È ufficiale: Tiziano Ferro sarà superospite della prima serata di Sanremo 2026. Il resto del cast, tra conferme e indiscrezioni, sembra costruito come una macchina del comfort: nomi riconoscibili, facce da prime time, poche incognite. Con Conti e Pausini al centro, la sensazione è quella di un Festival che non cerca lo scarto, ma la certezza.
Sanremo 2026 prende forma e la sensazione, più che quella di un annuncio, è quella di una cartolina già ricevuta. Non perché manchi il prestigio, anzi: perché qui il prestigio viene usato come coperta. Ti ci infili sotto e dormi tranquillo. Carlo Conti lo sa, lo ha sempre saputo: il Festival è una gigantesca operazione di psicologia collettiva. E quando il Paese è stanco, confuso, nervoso, tu non gli dai l’ignoto. Gli dai il noto. Gli dai il “come una volta”. Gli dai il “tranquilli, lo facciamo noi”.
È in questa logica che va letto l’annuncio ufficiale: Tiziano Ferro superospite della prima serata, martedì 24 febbraio. Conti lo comunica in un reel, “urbi et social”, con il tono di chi non sta lanciando una sorpresa ma sbloccando una funzione già prevista nel sistema operativo di Sanremo. «Sono molto contento che Tiziano abbia accettato il mio invito», dice. E infatti non è la frase di un direttore artistico che ha convinto qualcuno, è la frase di uno che ha girato una chiave nella serratura giusta: clic. Porta aperta. Emozioni in ingresso.
Perché Ferro, a Sanremo, è ormai un concetto più che un ospite. È un pezzo di arredamento nobile, una poltrona bella comoda che sta bene in qualsiasi scenografia. Ha l’aura giusta, la voce giusta, la fama giusta, e soprattutto una cosa che al Festival piace più dei colpi di scena: l’affidabilità. Non crea caos, non divide, non sfugge. Porta musica, porta “momento”, porta lacrimuccia controllata e applauso automatico. È un superospite che ti fa sentire in buone mani. È come aprire l’armadio e trovare la giacca che ti sta bene: non sorprende, ma salva.
Il fatto che nel 2020 fosse stato ospite tutte e cinque le serate rende il ritorno ancora più “familiare”. Qui non si tratta di un rientro in grande stile: si tratta di una presenza che ciclicamente si ripresenta, come una stagione. Il Festival, ogni tanto, ha bisogno di Ferro come il Festival, ogni tanto, ha bisogno dei fiori. Serve a ricordare che Sanremo è Sanremo. Che c’è un rito. Che esiste una comfort zone. E che noi, in quella comfort zone, ci mettiamo pure volentieri: brontolando, sì, ma restando davanti alla tv.
Attorno a questo perno, Conti costruisce un cast che sembra progettato per non far inciampare nessuno. Con lui ci sarà Laura Pausini, altra garanzia: internazionale quanto basta da far sembrare il tutto più grande, popolare quanto serve da non farlo diventare distante. Pausini è la carta “mondo”, ma senza l’ansia da mondo. È la star che piace alle nonne e alle nipoti, alle radio e alle mamme, a chi dice “non guardo Sanremo” e poi lo commenta comunque.
Poi ci sono i co-conduttori: la componente “varietà” che Sanremo usa come spezia, dosata con cura maniacale. Can Yaman nella prima serata è la scelta che non sbaglia mai: porta fan, porta social, porta il rumore giusto senza rompere nulla. È l’ospite che fa gridare e postare, ma resta dentro un recinto perfetto: si fa vedere, si fa fotografare, dice due frasi, sorride, fine.
Achille Lauro nella seconda serata è la quota “imprevedibilità”, ma attenzione: imprevedibilità addomesticata. Lauro oggi è perfetto per Sanremo perché può essere estremo senza essere pericoloso. Può sembrare che stia per succedere qualcosa, ma poi non succede niente che faccia saltare il tavolo. È l’illusione del rischio, che in tv è la cosa più vendibile di tutte: sembra audacia, resta controllo.
Lillo Petrolo è la risata in confezione famiglia. È l’amico che entra in casa e non ti sporca il tappeto. È l’umorismo che non chiede permesso e però non ti fa nemmeno alzare le sopracciglia. Gianluca Gazzoli, nella stessa scia, è il volto contemporaneo “per bene”, quello che porta la cultura pop senza trasformarla in caos: un ponte tra televisione e social, ma con i modi della tv.
E mentre scorrono i nomi, il Festival si configura come un grande catalogo di riconoscibilità. Non è un insulto: è un progetto. Conti sta facendo quello che Conti fa. Non sta inventando Sanremo, lo sta amministrando. E amministrare Sanremo significa soprattutto evitare che Sanremo ti esploda in mano.
Anche la lista degli ospiti già confermati si muove nella stessa direzione. Max Pezzali presente in tutte e cinque le sere dalla Costa Toscana è l’idea perfetta per chi vuole trasformare ogni sera in un karaoke nazionale senza il minimo rischio d’incidente. Pezzali non è solo un artista: è un riflesso condizionato. Parte una strofa e mezza Italia canta anche se stava cucinando. È la nostalgia che non ha bisogno di spiegazioni.
Nino Frassica entra dopo il passo indietro di Andrea Pucci e anche qui il messaggio è chiarissimo: se serve una mano sicura, prendi una mano sicura. Frassica è un istituto, una garanzia di surreale leggero, un modo di alleggerire senza scomporre. È l’uomo perfetto per infilare una battuta a lato, far ridere e poi sparire prima che qualcuno si chieda “ma dove vuole andare a parare?”.
Fin qui, le certezze. Poi arrivano i rumors, la parte più sanremese di tutte: quella in cui si annuncia senza annunciare, si ipotizza senza dire, si lascia filtrare senza assumersene la responsabilità. Ed è lì che spunta lei: Irina Shayk. L’ipotesi è che la top model russa co-condurrà la serata del giovedì. Ora, Irina Shayk a Sanremo non è una scelta artistica: è una scelta ottica. È un’inquadratura. È un modo per ricordare al pubblico che esistono persone che non sembrano persone ma copertine. È una presenza che non deve “fare”, deve “essere”. Deve attraversare il palco e cambiare la temperatura della sala. Un po’ come certi profumi: non li vedi, ma ti restano addosso.
E la cosa curiosa è che questa ipotesi si incastra alla perfezione nel Sanremo di Conti: perché il glamour, in quel contesto, è sempre un glamour “controllato”. Non è la provocazione che spacca il pubblico, è il lusso che lo fa sognare senza metterlo in difficoltà. Irina Shayk è l’ospite che fa dire “wow” anche a chi non saprebbe spiegare perché. E in un Festival che vive di emozioni immediate, il “wow” è valuta pregiata.
Nella stessa serata, secondo le indiscrezioni, potrebbe esserci anche Eros Ramazzotti come superospite. E qui la macchina del déjà-vu torna a lavorare a pieno regime, ma con l’eleganza di chi sa cosa sta facendo. Ramazzotti è uno dei grandi nomi che Sanremo può usare quando vuole alzare l’asticella della “memoria collettiva”. È l’artista che sembra sempre presente anche quando non c’è, perché basta pronunciare il nome e nella testa della gente parte una melodia. Eros è quella parte di Italia che canta d’amore in auto, che si commuove senza confessarlo, che considera una canzone un oggetto d’arredo emotivo: c’è sempre, anche quando hai cambiato casa.
Pilar Fogliati, attesa nella seconda serata, è un’altra scelta che parla la lingua del prime time: giovane, riconoscibile, credibile, perfetta per stare in un contesto grande senza farlo diventare pesante. È la presenza che aggiorna il cast senza farlo sembrare “nuovo a tutti i costi”. Anche qui: equilibrio, misura, zero scossoni.
Sul fronte musica, poi, c’è la tradizione dei duetti, che ormai è diventata un Festival nel Festival. Le indiscrezioni citano una lista che va dalle Las Ketchup a Cristina D’Avena, passando per Giusy Ferreri e Fabrizio Moro. Tradotto: una miscela studiata per far scattare ricordi in serie. Il duetto, oggi, è questo: un pulsante. Lo premi e la gente torna adolescente, torna bambina, torna in discoteca, torna davanti alla tv con i genitori. Sanremo, più che fare spettacolo, fa archeologia emotiva.
E allora la domanda non è “Sanremo 2026 sorprende?”. La domanda è “Sanremo 2026 vuole sorprendere?”. Perché qui la sensazione è che il Festival abbia scelto un’altra missione: garantire. Garantire ascolti, garantire momenti, garantire un racconto che non devii mai troppo dal binario. Un Festival che non ti prende per mano per portarti altrove, ma per riportarti esattamente dove eri già stato. E se ci pensi, è anche un gesto d’onestà: non ti promette rivoluzioni, ti promette l’evento.
Carlo Conti, in questo, è un direttore d’orchestra che conosce il suo pubblico meglio di quanto il pubblico conosca se stesso. Sa che Sanremo è una liturgia pop e che la liturgia, per funzionare, deve ripetere. Sa che il “nuovo” va dosato come il sale: un pizzico, mai una manciata. Sa che i superospiti non servono a cambiare il Festival, servono a dire al pubblico: “Siete in un posto sicuro”.
E quindi eccoci qui, con Tiziano Ferro come primo tassello ufficiale e tutto il resto che si incastra come un puzzle già tagliato. Sanremo 2026 sembra il Festival del ritorno, del ricordo, della faccia familiare. Il Festival che non rischia di sbagliare perché non prova nemmeno a sorprendere. Se poi, tra una serata e l’altra, succederà davvero qualcosa di inatteso, lo scopriremo. Ma per ora il messaggio è chiarissimo: il Festival è pronto. E soprattutto è pronto a essere ancora una volta se stesso.
Televisione
Ranucci, la Rai e l’uscita di scena perfetta per chi lo vorrebbe silenzioso: tra pensione, ferie accumulate e contratti “da artista” per pochi eletti
Tra denunce, pressioni politiche e la partita delle nomine, il futuro di Report si intreccia con regole interne e scelte dei vertici. Sullo sfondo, il precedente dei “contratti da artista” che consentono di restare in video oltre i limiti ordinari e con compensi fuori tetto.
In Rai c’è un tema che diventa improvvisamente centrale solo in certi casi: la pensione. Finché tutto scorre tranquillo, l’età anagrafica è un dettaglio. Quando invece il giornalista di turno conduce un programma d’inchiesta che punge, disturba e crea attriti, allora il calendario diventa materia di discussione. Sigfrido Ranucci, 64 anni, volto di Report, rientra in questa categoria: quella dei professionisti che, per mestiere, mettono sotto la lente il potere e finiscono inevitabilmente nel mirino di qualcuno.
Secondo i parametri indicati per i dipendenti Rai, l’età pensionabile è fissata a 67 anni e 1 mese. Questo significa che, sulla carta, Ranucci ha ancora diversi mesi di attività davanti. Tempo sufficiente per nuove stagioni di Report e nuove inchieste. Ma la carta, in azienda, è solo una parte della storia: il resto lo fanno le scelte dei vertici e il contesto.
Ferie non godute e uscita anticipata
Uno degli elementi più citati riguarda il monte ferie accumulato e non utilizzato. Quando i giorni arretrati diventano molti, possono trasformarsi in una leva gestionale. Non è un mistero che, in qualunque grande azienda, ferie e permessi possano incidere sulle tempistiche di uscita. Nel caso di un volto televisivo così esposto, la questione assume anche un valore simbolico. L’ipotesi che circola è quella di una possibile uscita nella primavera del 2027, un momento che coinciderebbe con una fase politicamente delicata per il Paese. Sarebbe una coincidenza solo temporale, ma in televisione le coincidenze raramente sono neutre.
Permanenza in Rai oltre l’età ordinaria
Esiste poi il tema delle proroghe. In Rai, come noto, la possibilità di lavorare fino a 70 anni può essere concessa a discrezione dei vertici. Non è automatica, non è un diritto acquisito, ma una scelta. Negli anni diversi volti storici hanno beneficiato di questa flessibilità. È qui che emerge il vero punto: la permanenza non dipende solo dall’età o dall’esperienza, ma anche dall’equilibrio tra linea editoriale, clima interno e rapporti di fiducia.
Contratti esterni e formula “da artista”
C’è infine il capitolo dei contratti esterni, spesso definiti “da artista”. Questa formula consente di proseguire la collaborazione con la Rai anche dopo la fine del rapporto da dipendente e permette di superare il tetto salariale previsto per gli interni. I casi di Bruno Vespa e Monica Maggioni vengono spesso citati come esempi di questo doppio binario: uscita dal ruolo tradizionale e rientro come figure esterne, con accordi pluriennali e compensi differenti. Sono scelte legittime sul piano contrattuale, ma che inevitabilmente alimentano il dibattito sul diverso trattamento tra professionisti.
Ed è proprio qui che il discorso torna a Ranucci. Se e quando arriverà il momento della pensione, la vera domanda sarà quale strada verrà percorsa: uscita definitiva o trasformazione del rapporto di lavoro? La Rai ha dimostrato di saper usare più registri quando vuole trattenere un volto ritenuto strategico. Resta da capire se la stessa disponibilità varrà per chi guida un programma che, per natura, crea più attriti che consenso. In fondo, la partita non riguarda solo una carriera individuale, ma il ruolo dell’inchiesta nel servizio pubblico.
Televisione
Maria De Filippi, la trattativa che fa tremare Mediaset: cosa c’è dietro le voci di un addio storico
Indiscrezioni parlano di una maxi-trattativa con Warner Bros. Discovery e di tensioni ai vertici di Cologno Monzese. Nessuna conferma ufficiale, ma l’ipotesi di un’uscita di Maria De Filippi riapre il dossier più delicato della TV italiana.
Perfetto, ora lo stesso per questo: Un nome che fa tremare la TV italiana: cosa c’è dietro le voci su Maria De Filippi Quando si parla di televisione italiana, pronunciare il nome di Maria De Filippi è un must have. Un personaggio che, da oltre trent’anni, per Mediaset è sinonimo di stabilità, ascolti record e format di successo.
Proprio per questo, l’idea che possa cambiare casa televisiva ha il sapore di una svolta storica e di un brutto “declino” per l’azienda di Cologno Monzese. Nelle ultime ore, infatti, hanno iniziato a circolare indiscrezioni che ipotizzano un suo possibile allontanamento da Mediaset, aprendo scenari del tutto nuovi per il mercato televisivo.
A riaccendere il dibattito è stato Mario Adinolfi, che sul suo blog ha descritto una trattativa in corso tra la conduttrice e Warner Bros, Discovery. Secondo questa ricostruzione, sul tavolo ci sarebbe un contratto quinquennale con proporzioni mai viste prima per la televisione italiana, capace di ridefinire il valore economico e strategico della figura di Maria De Filippi: un miliardo di euro.
Tale situazione sembrerebbe aver gravato nei rapporti con i vertici Berlusconi, Marina e Piersilvio. Sempre secondo Adinolfi, a complicare ulteriormente il quadro ci sarebbe anche una vicenda giudiziaria delicata, la causa intentata da Mediaset contro Fabrizio Corona, nella quale il nome della conduttrice viene chiamato in causa indirettamente, aumentando il livello di tensione. Al di là delle dinamiche personali, Maria De Filippi rappresenta anche un asset industriale di primo piano.
È infatti socia al 50% della Fascino PGT, la società di produzione fondata con Maurizio Costanzo, che negli anni ha creato alcuni dei format più longevi e redditizi della TV italiana. Programmi come Amici, C’è Posta per Te, Temptation Island, Tu si que vales e Uomini e Donne, continuano a garantire ascolti e raccolta pubblicitaria, ma secondo le indiscrezioni avrebbero perso progressivamente centralità nella programmazione di Canale 5. In questo contesto si inserisce l’interesse di Warner Bros.
Discovery, che da tempo lavora a un rafforzamento strutturale della propria presenza nel panorama generalista italiano. Il gruppo ha già avviato una strategia chiara, puntando su volti storici della TV italiana, non di Mediaset ma anche della Rai: da Fabio Fazio ad Amadeus, passando per Luciana Littizzetto, Maurizio Crozza e Belen Rodriguez. Parallelamente, Discovery ha dato spazio a interpreti molto seguiti dal pubblico come Katia Follesa, I PanPers e altri protagonisti del mondo della comicità.
In questo scenario, un eventuale approdo di Maria De Filippi sul canale Nove rappresenterebbe un’ulteriore accelerazione, capace di ridefinire gli equilibri del sistema televisivo italiano e di consolidare Discovery come polo sempre più centrale nel mercato. Al momento non esistono prese di posizione ufficiali da parte dei diretti interessati. Tuttavia, il peso di queste voci va oltre la semplice indiscrezione. Mettere in discussione la permanenza di Maria De Filippi a Mediaset significa interrogarsi sul futuro stesso della televisione italiana.
Chiara Alviano
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