Televisione
Confessioni e supercazzole: da stasera alle 21 Antonella Grippo riporta Perfidia su LaC
Politici in ginocchio, domande impertinenti e giudizi spietati: ecco il menù della nuova stagione di Perfidia, dove nulla è sacro e tutto è spettacolo.
Caustica, ironica, divertita e divertente. Capace di affrontare qualsiasi tema con l’incoscienza sbarazzina di chi ammaestra telecamere e luci della ribalta con la leggerezza di una domatrice di leoni. Torna in tv, a partire da stasera alle 21 su LaC, Perfidia, il talk show più blasfemo, ironico e irrituale della televisione italiana. E come di consueto, al timone del naviglio infernale di Carontiana memoria che sfida le tempeste del mare magnum della tv, c’è sempre lei, Antonella Grippo, biondo nocchiero (o nocchiera?) di un piccolo vascello pirata – pardon, un talk show – che vale la pena di guardare almeno una volta nella vita. Noi di LaCityMag, che adoriamo chi sa fare un cocktail inebriante di ironia e intelligenza, l’abbiamo intervistata per voi. E le sue risposte sono da leggere gustandone il linguaggio, la vis caustica e, a tratti, autoironica.
Perfidia regala una lettura della vita in chiave insolita e, per dirla all’inglese, un po’ spicy. Perché questa scelta?
In realtà io porto in scena la mia visione del mondo, della vita, il mio sguardo verso l’orizzonte. Questa mia creatura televisiva, dagli esordi a oggi, ha cambiato parole e stilemi sottraendosi anche al gioco di qualsivoglia stereotipo. Posso dire che Perfidia è selvaggia e pigra, che si lascia spesso contaminare dall’alchimia teatrale e lirica. Che è sempre stata risolutamente anarchica. Scorre così, come la vita, profonda e lieve, insonne e pigra, ritmica e malinconica. Beffarda, antipatica e popolare al tempo stesso.
Rigorosa e dura come i quattro quarti dello spartito musicale degli AC/DC, che da sempre rappresenta la sigla del mio show. Ma allo stesso tempo è lieve e tenera. Posso dire che spesso questa mia trasmissione sfugge persino al canovaccio che vorrei cucirle addosso, si ribella alla prigionia della scrittura, della sceneggiatura, che viene scientificamente disattesa. Forse è proprio per questo che io la amo molto. Le riconosco una sua insolente innocenza.
Come convinci i tuoi intervistati a raccontarti i loro peccati?
Li convinco dicendo che il “confessore” non sarò io, ma che dovranno vedersela con Sua Santità El Diablo – che in realtà è il mio doppio – in modo che, in qualche misura, si presentino all’inginocchiatoio con maggiore tranquillità. Dico loro anche che, quando si tratterà di emettere una sorta di giudizio, sicuramente si farà sempre ricorso alle indulgenze plenarie.
C’è qualcuno che ti ha lasciato a bocca aperta?
No, devo dire che nessuno mi ha veramente sorpreso. Nessuno mi ha lasciato a bocca aperta perché mentono tutti con rara imperizia. Mentono in modo assolutamente non scientifico e sparano bugie davvero senza criterio. Il tutto senza una vera capacità di infinocchiarti, perché sono così scontati… Ti faccio un esempio: quando io chiedo se abbiano mai fornicato, la maggior parte di loro, non conoscendo il senso del verbo “fornicare”, si guarda intorno disorientata e tace.
Chi è stato il più interessante?
Non ho memoria di particolari guizzi, devo dire che sono stati tutti nella media. Matteo Salvini, però, è stato l’unico che si è sottoposto alla tortura della liturgia blasfema dell’inginocchiatoio senza protestare e senza addurre motivazioni che gli impedissero di confessarsi. Era il 2019 e fu un momento indimenticabile: Salvini elaborò appositamente per Perfidia una tesi originale sul “celodurismo” leghista… che ora non c’è più!
Chi ti ha raccontato il peccato più grande?
Matteo Renzi, direi. Interrogato a proposito dei suoi peccati, ha dichiarato pubblicamente di avere particolare consuetudine con l’arroganza. Dopodiché, alla domanda successiva relativa all’impiego dell’Istituto della confessione, ha sostenuto che in realtà il pentimento – essendo una abitudine tipica dei cattolici e relativa soprattutto all’attività spirituale – non può essere reso in politica. Essendo una sorta di risarcimento per i peccati commessi, è una cosa che si riferisce alla dimensione spirituale e, in politica, ha scarsa efficacia!
Se tu dovessi fare una classifica dei peccati capitali, quale metteresti come più comune?
Direi l’invidia. Perché pur vivendo in clandestinità e abitando gli anfratti del sottosuolo dell’anima, è un demone di rango. Non ha grandi capacità di affabulazione, né si lascia preludere da minacce. Di rado intrattiene consuetudine con le parole, anzi. Spesso le sgozza perché non tramino contro il buio silente in cui il mostro dimora. Questo è un vizio capitale che si muove guardingo, in cattività, dietro mimiche e pallori difficili da scovare. Del resto è il sentimento meno scenico… Tra i vizi capitali è quello più perfido, direi, e più incline alla mimesi.
Hai intervistato tutti i grandi politici italiani, che idea ti sei fatta della politica oggi?
Se penso ai giganti della politica della Prima Repubblica, rischio di lasciarmi attraversare da un languido sentimento di nostalgia. Mi riferisco al tratto decisionista di Bettino Craxi, che a Sigonella diede un calcio nel sedere agli americani. Come dimenticare poi “l’equidistanza attiva” di Aldo Moro rispetto al conflitto arabo-israeliano dell’epoca. Oggi, invece, il Paese sconta una sorta di “sindrome da ballatoio”. In politica estera, siamo in balia del provincialismo, del contenzioso condominiale. Manca la visione.
Avrai comunque una tua idea sul panorama politico italiano…
La politica ha smarrito la sua identità già dall’inizio degli anni ’90, all’epoca di Tangentopoli, quando il primato della politica migrò verso altri poteri. Quello della magistratura, quello dell’editoria o dell’alta finanza. Da allora l’attore giudiziario, i pubblici ministeri in particolare, ha spesso travalicato i confini e il perimetro di sua pertinenza. Ecco, la politica ancora oggi è sotto scopa rispetto alla magistratura. Continua per alcuni versi a coltivare una sorta di atteggiamento di sudditanza, di timore. Ed è necessario che si torni alla tripartizione dei poteri originale. La cosa più triste, poi, è che ad essere sotto scopa è gran parte della sinistra italiana.
Una delle tue interviste storiche è quella a Silvio Berlusconi. Ce la racconti?
Lo intervistai nel 2014, ad Arcore. L’intervista doveva durare dieci minuti, poi è durata circa un’ora. Si è rivelata una fantastica ricognizione storica e antropologica delle vicende di Forza Italia. Ma voglio raccontare un aneddoto molto divertente: ai tempi Silvio Berlusconi era ad Arcore perché affidato ai servizi sociali dopo la nota condanna. Da tutta Italia arrivarono giornalisti per intervistarlo. A fine giornata eravamo rimaste in due, io e un’altra collega del Friuli Venezia Giulia.
Quando entrai nello studio, Berlusconi, che aveva la lista di tutti i giornalisti che doveva incontrare, mi guardò e disse: “Finalmente è arrivata la nostra giornalista del Friuli”. Insomma, fu mandato fuori pista dalla mia statura, dai capelli biondi, dagli occhi chiari… Gli risposi di botto: “Presidente, non sono del Friuli Venezia Giulia, sono calabro-campana. E lei deve rivedere l’antropologia femminile meridionale, perché non siamo tutti con il velo in testa e con i baffi!”. La cosa più divertente era che la collega del Friuli, al contrario, aveva tutt’altri colori e fisicità e quindi, secondo Silvio, poteva rientrare molto più di me nell’antropologia meridionale. Dopodiché ho avuto l’impressione di un uomo diretto, spontaneo, empatico, immediato e senza particolari filtri.
Chi ti piacerebbe intervistare e non sei mai riuscita a raggiungere?
Sicuramente Vladimir Putin, per dragare la palude della sua psiche particolarmente interessante. Dico chi non vorrei mai intervistare, al contrario. Anche se dubito che ne avrei mai la possibilità: Bergoglio, il Papa… Spesso dispensa a piene mani luoghi comuni e non dice mai nulla di sacrilego, impegnato com’è nel cimentarsi in un’evangelizzazione caramellosa. Ecco, Bergoglio è una sorta di “banalino di coda”. Che non intervisterei mai.
Chi ti sei pentita di aver intervistato?
Non lo posso dire, altrimenti poi non torna più a Perfidia. E siccome è un esponente del PD, vorrei tornare a intervistarlo, anche se ogni volta faccio una fatica… Con quelli così non si cava un ragno dal buco. Niente nomi, quindi, dico solo che è uno politicamente moscetto. Non intervisterei più neanche molte donne del panorama politico italiano… Non le trovo interessanti. Continuano a reiterare la solita storia della corporazione delle donne, la sorellanza, la solidarietà in nome della “patonza”. Io non solidarizzo. E ti dico che sono davvero pochissime le donne interessanti della politica che mi è capitato di intervistare. Perché sotto sotto c’è sempre il romanzetto di Liala…
A chi faresti altre domande se potessi riaverlo davanti?
Gianfranco Fini! Ci sono dei nodi irrisolti nella sua storia politica, nella sua vicenda umana. E perché ebbi modo di intervistarlo tantissimo tempo fa, all’epoca della svolta di Fiuggi. Vorrei capire di più di lui, perché lo giudico un politico dall’identità composita e dalle innumerevoli contraddizioni.
Il più divertente? Il più noioso? Il più bello? Il più antipatico?
Il più divertente, devo dire, Calenda. A tratti sembra antipatico, invece non lo è. Bertinotti anche, è molto spiritoso. Il più figo è sempre lui, Pier Ferdinando Casini, l’a priori democristiano per antonomasia. Il più noioso è sempre quello del PD politicamente moscetto di cui sopra. Il più antipatico? No, devo dire che particolarmente antipatici non ne ho intercettato. Forse una signora della Lega… però anche qui niente nomi, altrimenti poi si offende e non torna più. E a me serve come l’aria avere qualcuno della Lega che faccia spettacolo.
Cosa troveremo nella nuova stagione di Perfidia?
Come di consueto, impiegheremo tutto il registro della contaminazione dei generi. Da noi si passa da Gigi D’Alessio e Tiziano Ferro all’esplorazione dei Testi Sacri, dall’economia politica alla letteratura. Insomma, dalla cultura popolare stricto sensu a quella più aristocratica. Perfidia è una sorta di latitudine in cui c’è il diritto di cittadinanza per qualunque accento, artistico e non. Quest’anno, per esempio, ho pensato di inaugurare l’X Factor della politica e anche una sorta di Temptation Island.
Ci sono tre rubrichette. Una l’abbiamo già inaugurata la scorsa edizione, si chiama Sputanellum Quiz, ma non ti posso dire di più altrimenti i miei ospiti poi si organizzano. L’altra è la lavagnetta. Poi c’è Supercazzole e affini, in cui riproporremo al pubblico le esternazioni più improbabili dei politici italiani, avendo cura di sottolinearne anche eventuali errori grammaticali o sintattici. Quindi molta musica, molto ritmo, domande incalzanti come al solito. E soprattutto il solito vizio antico di Perfidia, che consiste nell’accogliere tutte le espressioni dello spettacolo, in modo che la politica sia confezionata come un messaggio lieve, ma al tempo stesso profondissimo.
Cosa cambia rispetto al passato?
Vorrei rendere ancora più contundente l’arma dell’ironia, che non è mai abbastanza. E soprattutto quella dell’autoironia, perché anch’io mi sottoporrò alla liturgia blasfema dell’inginocchiatoio. Bisogna saper ridere di sé stessi, in fondo sono solo canzonette. E c’è poco da prendersi sul serio. Da tempo ho smesso di voler cambiare il mondo come quando ero una ragazzaccia di Lotta Continua e credevo veramente di poter incidere con la mia generazione in qualche svolta storica. Adesso sono sicuramente più follemente saggia. Vado in tv e faccio la tv, penso e premedito una trasmissione come Perfidia perché alla fine mi diverto. Vorrei sgretolare il totem del giornalismo impegnato, che deve orientare la società, addomesticare le coscienze. Io voglio solo divertirmi e divertire il pubblico senza sentirmi e atteggiarmi come una sorta di sacerdotessa delle anime.
Cosa ti aspetti dal futuro?
Pur essendo una maniacale e meticolosa pianificatrice della mia vita, non riesco a guardare in prospettiva. Spero di riuscire a conservare anche nel futuro l’immagine di quella ragazzina tredicenne a cui il papà ingiungeva la visione, ogni giovedì sera, della tribuna politica. Ricordate le vecchie tv in bianco e nero? Vorrei continuare a essere quella ragazzina curiosa, che non è mai in realtà uscita da quel soggiorno. Quella che all’epoca mi sembrava una costrizione inflittami da mio padre si è rivelata invece il mio gioco preferito.
Vorrei aggiungere un’ultima chiusa per ringraziare la Presidenza nella figura del presidente Domenico Maduli e la Direzione di LaC Network, la dottoressa Maria Grazia Falduto, che mi hanno non solo supportato ma anche lasciata completamente libera di esprimere il mio estro e il mio lavoro nei modi che ho scelto nella più totale autonomia decisionale.
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Televisione
Elisabetta Canalis, la figlia Skyler boccia tutti i suoi corteggiatori: «Non ne fa passare uno. È il giudice supremo»
A 11 anni Skyler Eva sembra avere già le idee chiarissime sugli uomini che possono avvicinarsi alla mamma. L’ex velina confessa divertita: «È tremenda, non ne fa passare uno». Ma alla fine si fida del suo fiuto: «Ci vede sempre giusto».
Altro che amiche del cuore, sorelle, agenti o consulenti sentimentali. Quando Elisabetta Canalis deve capire se un uomo merita davvero di entrare nella sua vita, in casa c’è qualcuno che sembra avere già assunto il ruolo di giudice supremo: sua figlia Skyler Eva, 11 anni, che a quanto pare sottopone gli aspiranti fidanzati della mamma a una selezione durissima.
A raccontarlo è stata la stessa Canalis, che ha descritto con molta ironia il caratterino della figlia quando si parla della sua vita sentimentale: «Tremenda, non ne fa passare uno. Lei è il giudice supremo, però ci vede sempre giusto».
Una frase che dice parecchio del rapporto tra madre e figlia, ma anche della difficoltà che deve incontrare chiunque provi a conquistare Elisabetta. Perché prima ancora di convincere lei, evidentemente, bisogna superare l’esame di Skyler. E da quanto racconta la mamma, la commissione non concede promozioni facili.
Skyler Eva, 11 anni e già «giudice supremo» degli uomini della mamma
Skyler Eva è nata nel 2015 dal matrimonio tra Elisabetta Canalis e il chirurgo americano Brian Perri. Dopo la separazione dei genitori, la bambina è rimasta naturalmente al centro della vita dell’ex velina, che negli anni ha spesso mostrato sui social il loro rapporto fatto di complicità, viaggi, sport e quotidianità.
Adesso scopriamo che Skyler esercita anche una certa influenza sulle questioni di cuore della mamma.
Canalis non sembra viverla come un’invasione di campo, anzi. Quando dice che la figlia «ci vede sempre giusto», le riconosce evidentemente un istinto che considera affidabile. E questo rende ancora più complicata la vita degli eventuali corteggiatori: una cosa è conquistare una delle donne più desiderate della televisione italiana, un’altra è convincere contemporaneamente una undicenne che, a quanto pare, ha già sviluppato un radar piuttosto sensibile.
Per conquistare Elisabetta bisogna prima superare l’esame della figlia
La confessione aggiunge un dettaglio molto privato alla vita sentimentale di Canalis, che dopo la fine del matrimonio con Perri ha continuato a suscitare inevitabilmente curiosità su amori, frequentazioni e nuovi compagni.
Ma la vera notizia, almeno a sentire Elisabetta, è che nessun uomo entra facilmente nel suo mondo. Skyler osserva, valuta e apparentemente boccia con una certa frequenza.
«Non ne fa passare uno», dice sua madre. E quell’«uno» sembra quasi suggerire una lunga fila di candidati rimandati a casa prima di raggiungere la finale.
Naturalmente Canalis scherza e non racconta quali siano i criteri utilizzati dalla figlia per distribuire le sue implacabili bocciature. Simpatia? Sensazioni? Gelosia nei confronti della mamma? Oppure quel sesto senso dei bambini che talvolta riesce a cogliere immediatamente ciò che gli adulti impiegano mesi a vedere?
Elisabetta sembra propendere per l’ultima ipotesi: Skyler ci azzecca.
Il vero problema per i corteggiatori della Canalis? Convincere Skyler
A questo punto, quindi, gli eventuali spasimanti sono avvertiti. Essere affascinanti, simpatici e capaci di conquistare Elisabetta potrebbe non bastare. Il colloquio decisivo si tiene altrove e la persona seduta dall’altra parte del tavolo ha appena undici anni.
Del resto Canalis, diventata famosa giovanissima e vissuta per decenni sotto l’occhio dei fotografi, sembra aver costruito con la figlia un rapporto nel quale il confine tra protezione e complicità è molto forte. E se nella sua vita deve entrare qualcuno destinato inevitabilmente a frequentare anche Skyler, il giudizio della bambina per lei conta.
Forse persino più di quanto vorrebbero i pretendenti.
Perché Elisabetta Canalis potrà anche essere una delle donne più corteggiate d’Italia, ma a casa sua l’ultima parola sembra averla Skyler Eva.
E il verdetto, finora, pare quasi sempre lo stesso: bocciato.
Televisione
Clamoroso a La Ruota della Fortuna: errore tecnico sul tabellone, Gerry Scotti si scusa e la produzione ripete la partita
L’annullamento del match precedente per irregolarità ha completamente stravolto l’esito della gara coronando un nuovo campione.
Una svista tecnica che si è verificata negli appuntamenti precedenti ha costretto la produzione de La Ruota della Fortuna a un passo indietro. Nella puntata andata in onda domenica 27 settembre su Canale 5, Gerry Scotti ha aperto la trasmissione rivolgendo le scuse del programma al pubblico e ai concorrenti per un errore legato al tabellone di gioco. Una dinamica che si era verificata anche lo scorso agosto, quando Lorenzo da Colleferro e Maikol da Villafranca Padovana erano stati richiamati dopo aver già partecipato lo scorso marzo.
L’errore sul tabellone e il discorso del conduttore in apertura
Al centro dello studio, a contendersi il titolo insieme alla campionessa in carica Arianna di Brugherio, si sono presentati due volti già noti agli spettatori: Andrea, originario di Missilmeri, e Marco, di Roma. I due erano stati protagonisti di una partita disputata la settimana precedente. A seguito di verifiche interne, la redazione ha tuttavia riscontrato un’imprecisione regolamentare e di gestione del tabellone, decidendo così di invalidare l’esito di quel match e di richiamare i concorrenti per una nuova opportunità.
“Hanno giocato con noi la settimana scorsa. Per una nostra imprecisione, quindi per un nostro errore sul tabellone, abbiamo rilevato noi questa volta un’irregolarità nel gioco”, ha spiegato il conduttore in apertura, ribadendo le scuse ufficiali della rete prima di dare il via alla gara.
La nuova sfida e il trionfo finale di Andrea di Missilmeri
La seconda possibilità concessa dalla produzione ha ridisegnato gli equilibri della competizione. La sfida si è protratta fino alle battute finali, decisa soltanto nel corso dell’Ultimo Round incentrato sul tema dell'”Economia antica”. Al termine dei passaggi decisivi, la vittoria è andata proprio ad Andrea di Missilmeri, che ha chiuso la partita con un montepremi complessivo di 17.900 euro, subentrando ufficialmente come nuovo campione del programma.
La trasparenza del programma di fronte agli imprevisti
Il richiamo in studio di concorrenti già visti in precedenza evidenzia l’attenzione della produzione verso il rispetto del regolamento. La gestione tempestiva delle imperfezioni tecniche garantisce l’equità del gioco e tutela i partecipanti di fronte a imprevisti legati ai meccanismi del tabellone.
Televisione
Alessandro Sortino lascia Le Iene: «Non sono più capace». Brugnaro quasi pianse davanti a me e capii che qualcosa era cambiato
Dopo il ritorno nel programma che lo aveva reso famoso, il giornalista ha deciso di andarsene definitivamente: «Quell’atteggiamento insolente di un tempo non ce l’ho più». La svolta durante un servizio con Luigi Brugnaro, poi l’addio a Davide Parenti e il viaggio sulle tracce di San Francesco.
Per anni il suo mestiere è stato andare incontro al potente di turno con microfono, telecamera e domande dalle quali diventava difficile scappare. Poi un giorno Alessandro Sortino si è trovato davanti Luigi Brugnaro, allora sindaco di Venezia, ed è accaduto qualcosa che probabilmente la Iena di vent’anni prima non avrebbe mai immaginato: l’uomo che doveva incalzare sembrava sul punto di piangere e lui, anziché approfittarne giornalisticamente, si è sentito a disagio.
È uno degli episodi con cui Sortino spiega una decisione molto più radicale di un semplice cambio di programma: ha lasciato Le Iene perché non si sentiva più capace di fare la Iena.
Non perché avesse dimenticato il mestiere e neppure perché fossero venute meno le occasioni. A essere cambiato, racconta, era proprio il suo modo di guardare le persone che aveva davanti.
«Non sono bravo. Perché devo costringere Davide Parenti a infinite discussioni quando sono io che non sono capace? Ho liberato Davide da questa pesantezza. Lui è il mio padre televisivo, ci siamo riabbracciati. Ma io sentivo di non essere più capace».
L’incontro con Brugnaro e quella domanda che Sortino non riusciva più a fare come prima
Sortino era stato uno dei volti storici del programma dal 2000 al 2008, prima di proseguire altrove il proprio percorso come giornalista, autore, inviato e reporter. Due anni fa aveva deciso di tornare, ma il secondo matrimonio con Le Iene ha finito per mostrargli quanto fosse cambiato rispetto al ragazzo che aveva indossato per la prima volta giacca nera, camicia bianca e cravatta.
Il momento decisivo lo racconta lo stesso Alessandro Sortino.
«Stavo andando a intervistare l’allora sindaco di Venezia, Brugnaro, inquisito. Era a Mestre e stava accendendo l’albero di Natale quando io gli sono andato incontro agguerrito. Si è quasi messo a piangere e io mi sono sentito in difficoltà. Quell’atteggiamento insolente di un tempo non ce l’avevo più».
Una confessione sorprendente proprio perché arriva da chi ha costruito una parte importante della propria carriera sull’intervista d’assalto. Sortino non rinnega quel giornalismo, ma ammette semplicemente di non riuscire più a praticarlo nello stesso modo.
E così, invece di continuare a discutere con Davide Parenti, l’uomo che considera il proprio «padre televisivo», ha preferito fermarsi.
«Mi piace la complessità, non la semplificazione»
Dietro l’addio c’è anche una riflessione sul giornalismo televisivo di oggi. Sortino sente sempre meno sua la necessità di arrivare immediatamente al punto, individuare il colpevole, costruire lo scontro e trasformare una vicenda complessa in pochi minuti di racconto.
«Oggi al giornalista televisivo viene chiesto, sempre di più, di essere efficace, il migliore. Io invece sento di essere un “giornalista-marziano” con uno sguardo decentrato. Mi piace la complessità, non la semplificazione».
Non è dunque soltanto una Iena che appende la divisa al chiodo. È un giornalista che sostiene di non riconoscersi più fino in fondo nel linguaggio che lo aveva reso popolare.
E la nuova destinazione scelta da Sortino non potrebbe apparire più lontana da quella precedente.
Alessandro Sortino dalle Iene a San Francesco
Il giornalista è approdato infatti su Tv2000 con la docuserie “Francesco per davvero. Indagine sul santo di Assisi”, un viaggio nei luoghi attraversati da San Francesco che proseguirà nelle puntate del 3 e 10 ottobre.
La svolta religiosa, in realtà, è meno improvvisa di quanto potrebbe sembrare. Sortino è cattolico da tempo, ma racconta che negli ultimi anni qualcosa dentro di lui ha cominciato a cambiare. Ha studiato Francesco e ha deciso di provare a raccontarlo sottraendolo all’immagine più convenzionale del santo, attraversando Assisi, Gubbio e gli altri luoghi della sua vita.
Tra gli aspetti che più lo hanno colpito c’è quello che definisce il «femminile» presente in Francesco.
«Ho capito che c’è un modo di essere Chiesa al femminile da ascoltare. Il modo di stare insieme delle donne realizza l’aspirazione alla vera fraternità, cosa che gli uomini fissati col potere non riescono a fare», racconta.
Alessandro Sortino si «spoglia» anche della divisa da giornalista d’assalto
Il parallelo con Francesco, alla fine, diventa inevitabilmente personale. Il santo si spogliò dei propri abiti davanti al padre e al vescovo di Assisi; Sortino racconta invece di avere sentito il bisogno di liberarsi simbolicamente della propria «divisa» da giornalista arrembante.
Quella divisa, del resto, gli aveva dato moltissimo. Le Iene hanno segnato la sua carriera e Davide Parenti rimane per lui una figura fondamentale, tanto che l’addio non si è trasformato in una rottura personale: i due, racconta Sortino, si sono riabbracciati.
È cambiato lui.
Forse la frase più interessante dell’intera confessione sta proprio in quel «non sono più capace» che, pronunciato da un professionista con decenni di televisione alle spalle, significa qualcosa di diverso dal non saper più fare il proprio mestiere.
Sortino sa perfettamente come si fa una Iena. Il problema è che non riesce più a essere quella Iena. Non ha più voglia di presentarsi davanti a qualcuno già «agguerrito», come accadde con Brugnaro, e scoprire soltanto dopo chi ha davvero davanti.
Così ha scelto San Francesco, la complessità e un giornalismo che definisce da «marziano». Una strada decisamente diversa da quella percorsa all’inizio della carriera, quando per fare bene quel mestiere bisognava essere una buona Iena. Purché, naturalmente, non si diventasse una Iena buona.
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