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Televisione

“Gomorra – Le origini” riapre il passato di Secondigliano: Marco D’Amore riaccende la serie

Dodici anni dopo l’esordio di “Gomorra – la serie”, Sky torna alle radici con “Gomorra – Le origini”. Quattro episodi sono supervisionati e diretti da Marco D’Amore, gli ultimi due da Francesco Ghiaccio. Scrivono Fasoli, Ravagli e Saviano. L’ambientazione è la Secondigliano della seconda metà degli anni ’70: contrabbando, eroina, boss in formazione, e una Napoli che fa paura e malinconia insieme.

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    A dodici anni di distanza dall’esordio di “Gomorra – la serie” su Sky, il franchise torna a fare quello che gli riesce meglio: ripartire da Napoli, prima ancora che Napoli diventasse mito pop globale. “Gomorra – Le origini” arriva dal 9 gennaio su Sky e gioca una carta che è insieme nostalgia e scommessa: andare ancora più indietro, fino alla Secondigliano della seconda metà degli anni ’70. Non è solo prequel, è un tuffo in un tempo in cui la televisione trasmette “Discoring”, si prepara al colore, e intanto la strada prepara altro: contrabbando, violenza, povertà, e l’arrivo dell’eroina come una bomba lenta.

    La sesta e ultima puntata, giustamente dedicata a James Senese, chiude con quella frase cantata che è già un manifesto: «Io songo nato accà e accà voglio resta’… chi se ne fotte de st’Ammerica». Ed è anche la sintesi più onesta di una serie che non sogna la fuga, non fa la cartolina e non chiede scusa per il suo marchio di fabbrica: qui si resta dentro, fino in fondo.

    All’operazione c’è Marco D’Amore, che supervisiona e dirige quattro puntate su sei. Le ultime due sono firmate da Francesco Ghiaccio. In scrittura ci sono Leonardo Fasoli, Maddalena Ravagli e Roberto Saviano. La squadra tecnica riprende il DNA delle grandi stagioni: fotografia di Roberto Omodei Zorini, montaggio di Patrizio Morone. Cambia la firma musicale: non più Mokadelic, ma Pasquale Catalano, con quella sensibilità cresciuta dentro la Renaissance del giovane cinema napoletano.

    Secondigliano ’77: prima di tutto, prima di tutti

    L’inizio è secco: «Nel 1977 Pietro Savastano ha solo 16 anni…». Azz, verrebbe da dire davvero. Perché questo è il racconto della nascita del “Re di Secondigliano”, quando ancora è un ragazzino che guarda i grandi e capisce che l’unico modo per non essere schiacciato è diventare più duro dell’asfalto. Il giovane Pietro è interpretato dal quasi inedito Luca Lubrano, mentre Donna Imma, l’amore che conosciamo già come destino, qui ha il volto di Tullia Venezia.

    Intorno a lui si muovono figure che odorano di formazione e tragedia. C’è Angelo ’a sirena (Francesco Pellegrino), piccolo boss e modello da imitare: Pietro lo guarda come si guarda un idolo e gli dice: «Il sogno mio è di essere come voi, senza padroni». E poi c’è il livello superiore del potere, quello torvo, già sedimentato, incarnato da Don Antonio (Ciro Capano), con quella credibilità “antica” da cinema di contrabbandieri e una presenza che basta da sola a far capire chi comanda davvero. «Secondigliano è ’na periferia di quest’impero che è Napoli e qua comannammo noi», dice. E tu spettatore gli credi.

    In questo mondo si intravede anche la sagoma di Don Raffaele Cutolo, detto ’O Paesano, interpretato da Flavio Furno: un mischione di pazzia e megalomania che promette «un nuovo umanesimo» e prepara lo scontro che, per definizione, non può essere pulito.

    Il marchio Gomorra e la nostalgia nera

    “Gomorra – Le origini” si porta addosso il peso e il privilegio del brand. Il brand è brand, non scherziamo: certi meccanismi li riconosci al primo stacco, certe inquadrature ti dicono subito “sei qui”. Ma il salto temporale cambia la temperatura emotiva. Rispetto alle vecchie stagioni, soprattutto le prime, qui circola più tristezza nelle facce dei ragazzi. Più fatalismo. Più consapevolezza di essere burattini dentro un gioco più grande e più pericoloso.

    D’Amore, che quegli anni non li ha vissuti per ragioni anagrafiche ma li ha ben presenti come immaginario, deve fare un lavoro di equilibrio: far ripartire la macchina senza sembrare una fotocopia. E ci riesce quando lascia che la serie respiri di dettagli: la Napoli “prima di Maradona”, sei anni prima; i motoscafi del traffico di sigarette come nei film di Mario Merola e Ciro Ippolito; la città che si depila le ascelle e ride dell’idea: «È il progresso!». La nostalgia, qui, non è zucchero: è nera.

    E poi c’è la musica, che non è tappeto ma sangue. Senese, “Napoli centrale”, “Malasorte vattenne”: scelte che non servono a fare l’effetto playlist, ma a dichiarare un’appartenenza.

    Gli attori, la “verità” e quel dettaglio degli spaghetti

    La serie funziona quando crede a se stessa. È il primo regolamento non scritto di “Gomorra”: se non ci credi, lo spettatore ti smonta. Qui, invece, ci credono tutti, con devozione assoluta. Anche i volti meno noti, anche i giovani da lanciare, anche le figure laterali che ti restano addosso per un dettaglio. Il piccolo Fucariello interpretato da Antonio Incalza ha qualcosa di dickensiano davvero, e certe scene – le palle ’e riso, certe battute pronunciate con teatralità («Napoli è una sola. Intera, o è tutti quanti noi o non è niente») – reggono perché sono dette come si dicono le cose in un mondo che non fa sconti.

    E sì, c’è quella cosa che sembra un’ossessione ma è una firma: quando Don Antonio mangia gli spaghetti, tu spettatore gli credi. È reale. In nessun’altra serie al mondo vedi un gesto così quotidiano diventare così definitivo: non è folklore, è potere che si manifesta anche nel modo in cui si mastica.

    “Gomorra – Le origini” non è fresca come la prima “Gomorra” – sarebbe impossibile, dopo decine e decine di puntate e un immaginario ormai sedimentato – ma ha un merito che vale: non si vergogna di essere “Gomorra” e, allo stesso tempo, prova a portarti in un passato più sporco e più povero, dove la periferia è davvero periferia e l’impero, anche quando sembra lontano, decide tutto.

    E poi, a chiudere, resta Senese. «Io songo nato accà e accà voglio resta’… chi se ne fotte de st’Ammerica». Non è un colpo di scena: è una condanna, una scelta, un’identità. E se la serie ti prende, è perché quel verso non suona come una battuta finale. Suona come una porta che si chiude.

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      Televisione

      Paolo Belli resta a Ballando con le Stelle dopo l’incidente mortale: Milly Carlucci lo conferma nel cast dello show di Rai 1

      Paolo Belli sarebbe stato riconfermato a Ballando con le Stelle nonostante l’indagine per omicidio stradale aperta dopo l’incidente del 13 luglio nel quale ha perso la vita Alessandro Magnani, 41 anni. La produzione avrebbe scelto di restargli accanto.

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        Paolo Belli resta a Ballando con le Stelle. Salvo eventuali sviluppi giudiziari che dovessero modificare la situazione, il cantante dovrebbe essere regolarmente al suo posto nella prossima edizione dello show condotto da Milly Carlucci. La decisione arriva dopo il drammatico incidente stradale del 13 luglio nelle campagne di Cognento di Campagnola Emilia, nel quale ha perso la vita Alessandro Magnani, 41 anni.

        Belli è stato iscritto dalla Procura di Reggio Emilia nel registro degli indagati per omicidio stradale. L’iscrizione costituisce un atto nell’ambito dell’inchiesta e non equivale naturalmente all’accertamento di una responsabilità, mentre le indagini sulla dinamica dell’incidente sono ancora in corso.

        Paolo Belli confermato a Ballando con le Stelle

        A riportare la decisione è Dagospia, secondo cui Milly Carlucci e il gruppo di lavoro di Ballando con le Stelle avrebbero deciso di confermare Paolo Belli nel ruolo che ricopre praticamente dalla nascita del programma.

        Una scelta che, secondo la ricostruzione, nasce anche dalla volontà di non lasciare solo un amico e collega in un momento particolarmente difficile. Resta naturalmente la condizione legata agli eventuali sviluppi dell’inchiesta: allo stato attuale, però, non sarebbero previsti cambiamenti nella presenza di Belli nel programma.

        L’incidente e l’indagine per omicidio stradale

        L’incidente è avvenuto lo scorso 13 luglio nelle campagne di Cognento di Campagnola Emilia. Belli si trovava in bicicletta quando si è verificato lo scontro nel quale ha perso la vita Alessandro Magnani, 41 anni, che si trovava sulla strada per ragioni di lavoro.

        La Procura di Reggio Emilia ha aperto un fascicolo e iscritto il cantante nel registro degli indagati per omicidio stradale. Saranno gli accertamenti degli inquirenti a ricostruire esattamente quanto accaduto e a stabilire eventuali responsabilità. Fino alla conclusione degli accertamenti vale, come per ogni indagato, la presunzione di innocenza.

        Proprio l’inchiesta aveva inevitabilmente sollevato interrogativi sulla partecipazione di Belli alla prossima stagione di Ballando con le Stelle. La risposta della produzione, almeno per ora, sarebbe arrivata: il cantante resta nella squadra.

        Da Francesca Fialdini a Beppe Convertini, le ipotesi per il ruolo

        Nella passata edizione la situazione era stata differente perché Belli aveva lasciato temporaneamente la sua abituale postazione per partecipare allo show nelle vesti di concorrente. In sala delle stelle aveva così trovato spazio Massimiliano Rosolino.

        Nelle ultime settimane erano circolate diverse indiscrezioni su un possibile avvicendamento anche per la nuova stagione. Tra i nomi emersi quello di Francesca Fialdini, mentre secondo Dagospia anche Beppe Convertini avrebbe puntato alla possibilità di entrare nello show.

        La scelta della produzione avrebbe però chiuso, almeno per il momento, la partita: Paolo Belli dovrebbe tornare accanto a Milly Carlucci, mantenendo il ruolo di direttore d’orchestra e presenza storica di Ballando con le Stelle, programma al quale è legato fin dalla prima edizione.

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          Televisione

          Mario Giordano furioso con Mediaset: Fuori dal Coro riparte il 27 settembre, quasi un mese dopo gli altri talk di Rete

          Fuori dal Coro tornerà il 27 settembre, settimane dopo gli altri programmi d’informazione Mediaset. Una decisione che Mario Giordano avrebbe preso malissimo. Nessun complotto dietro il rinvio: il motivo sarebbe molto più prosaico, il programma costa più degli altri.

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            Mario Giordano resta a Rete 4, ma non avrebbe affatto gradito il calendario deciso da Mediaset per Fuori dal Coro. Dopo settimane di indiscrezioni che avevano ipotizzato per il programma persino un cambio di rete, il talk è rimasto al suo posto, conquistando però una nuova collocazione: la domenica sera.

            Pericolo scampato, dunque? Non proprio. Secondo quanto riportato da Dagospia, a mandare su tutte le furie il giornalista sarebbe stata la decisione di posticipare il ritorno di Fuori dal Coro fino al 27 settembre, quando buona parte della concorrenza interna avrà già ricominciato a macinare puntate da settimane.

            Fuori dal Coro torna il 27 settembre

            La nuova stagione televisiva di Rete 4 partirà infatti molto prima del programma di Giordano. Quarto Grado tornerà circa un mese prima, mentre gli altri talk della rete riaccenderanno le telecamere nei primi giorni di settembre.

            Fuori dal Coro dovrà invece aspettare fino a domenica 27 settembre. Una differenza non trascurabile per un programma d’attualità che vive inevitabilmente anche della capacità di intercettare immediatamente i temi politici, economici e sociali dell’autunno.

            Secondo l’indiscrezione, Giordano avrebbe preso molto male la decisione, soprattutto per il confronto con i colleghi della stessa rete che potranno cominciare la stagione con diverse settimane di anticipo.

            Mario Giordano resta su Rete 4 e passa alla domenica

            Nei mesi scorsi intorno al futuro di Fuori dal Coro erano circolate ipotesi decisamente più drastiche. Si era parlato di un cambio di serata, poi addirittura della possibilità di trasferire il programma su un’altra rete del gruppo.

            Alla fine Giordano rimarrà su Rete 4, ma dovrà affrontare la sfida della domenica sera. Una collocazione tutt’altro che secondaria, nella quale il programma proverà a conservare il proprio pubblico dopo anni trascorsi in un’altra serata della settimana.

            La conferma potrebbe quindi essere letta come una buona notizia. Il problema, almeno dal punto di vista del conduttore, sarebbe proprio quel 27 settembre cerchiato sul calendario.

            Nessun complotto: Fuori dal Coro costa più degli altri talk

            E naturalmente, quando si parla di Mario Giordano, il rischio che qualcuno intraveda dietro ogni decisione aziendale una trama oscura è sempre dietro l’angolo. Questa volta, però, la spiegazione sarebbe molto meno avventurosa: i soldi.

            Secondo quanto riferito da Dagospia, la scelta di Mediaset sarebbe infatti legata ai maggiori costi di produzione di Fuori dal Coro rispetto agli altri talk. Far partire il programma alcune settimane più tardi consentirebbe quindi di contenere il numero complessivo delle puntate e, di conseguenza, la spesa della stagione.

            Niente epurazioni, nessun trasloco punitivo e nessun misterioso nemico nascosto nei corridoi di Cologno Monzese. Semplicemente, Fuori dal Coro costerebbe più dei suoi vicini di palinsesto. Una spiegazione molto meno affascinante di un complotto, ma decisamente più comprensibile per chi deve far quadrare i conti.

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              Televisione

              Domenica In riparte il 27 settembre con Mara Venier: Enzo Miccio giudice dei look, lascia Magnanensi e arriva Giovanni Benincasa

              Mara Venier tornerà alla guida di Domenica In dal 27 settembre. Enzo Miccio avrà uno spazio finale dedicato ai look, mentre Stefano Magnanensi lascia la trasmissione per scelta personale. Tra gli autori spunta Giovanni Benincasa.

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                Domenica In tornerà il prossimo 27 settembre e al centro della scena ci sarà ancora una volta Mara Venier. La nuova edizione dello storico programma domenicale di Rai 1 comincia intanto a definire cast, spazi e squadra autorale, con alcune conferme e un’uscita importante.

                Come già anticipato, Teo Mammucari non farà parte della prossima edizione, mentre restano al fianco della conduttrice Tommaso Cerno ed Enzo Miccio. Proprio quest’ultimo avrà un ruolo più definito all’interno della trasmissione, con uno spazio dedicato alla moda e ai look.

                Enzo Miccio giudicherà i look a Domenica In

                Per Enzo Miccio è previsto un appuntamento nel blocco conclusivo della trasmissione. Una finestra di circa dieci minuti nella quale l’esperto di stile passerà in rassegna look da promuovere e bocciare, portando nel contenitore domenicale uno spazio più leggero dedicato a moda, costume ed eleganza.

                Confermato anche Tommaso Cerno, mentre l’assenza di Mammucari modifica ulteriormente l’assetto immaginato per la nuova stagione. Mara Venier resterà naturalmente il perno del programma, chiamato ancora una volta a mescolare interviste, spettacolo e attualità nel pomeriggio di Rai 1.

                Stefano Magnanensi lascia il programma

                Tra le novità c’è anche l’uscita del direttore d’orchestra Stefano Magnanensi. Una separazione che, secondo le indiscrezioni, non nasconderebbe tensioni o dissapori con la produzione.

                Magnanensi avrebbe infatti deciso personalmente di lasciare Domenica In, chiudendo la propria esperienza nel programma per una scelta professionale. Un dettaglio non secondario, soprattutto dopo le indiscrezioni che inevitabilmente accompagnano ogni cambiamento nelle squadre dei programmi più importanti della Rai.

                Giovanni Benincasa entra tra gli autori

                Movimenti anche dietro le quinte. Nella squadra degli autori figura Angelo Mellone, direttore dell’Intrattenimento Daytime Rai, ma soprattutto compare il nome di Giovanni Benincasa, attualmente impegnato con Estate in Diretta.

                Un innesto di peso nella macchina autorale della trasmissione, mentre prende forma la nuova stagione. Domenica In ripartirà quindi il 27 settembre con Mara Venier ancora saldamente al comando, ma con una squadra parzialmente rinnovata e un equilibrio diverso rispetto all’ultima edizione.

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