Spettacolo
Terzo pancione per Rihanna al Met Gala, l’amica Shakira aveva comunque spoilerato in anticipo
Rihanna è incinta per la terza volta: il suo pancione in mostra sul red carpet del Met Gala 2025. La popstar ha ufficializzato la gravidanza sfoggiando un look mozzafiato. A$AP Rocky assente al suo fianco, ma presente all’evento come co-chair. Shakira spoilera la notizia in diretta.
Rihanna ha sorpreso tutti rivelando pubblicamente la sua terza gravidanza sul prestigioso red carpet del Met Gala 2025. La cantante, 37 anni, ha sfilato con eleganza e sicurezza, mettendo in bella mostra il pancione sotto un abito sensuale e sofisticato che ha immediatamente catturato l’attenzione di fotografi e fan. Proprio come accaduto per la sua seconda gravidanza – annunciata in modo spettacolare sul palco del Super Bowl nel 2023 – anche questa volta Rihanna ha scelto un evento iconico per condividere la lieta notizia.
Un red carpet senza A$AP Rocky al fianco
Molti si sono chiesti perché A$AP Rocky, compagno di Rihanna e padre dei suoi figli, non fosse al suo fianco durante la passerella. In realtà il rapper era già presente all’evento, arrivato ore prima per ricoprire il ruolo di co-chair della serata. La coppia, comunque, ha vissuto la serata da protagonisti, seppur separatamente durante le apparizioni ufficiali.
Un look che infiamma i social
Non solo la notizia della gravidanza ha fatto il giro del mondo in poche ore, ma anche il look scelto da Rihanna è diventato virale. L’artista ha optato per uno stile audace, esaltando le sue forme e confermando ancora una volta il suo status di icona di moda. Sui social si è scatenato un vero e proprio tripudio di commenti e condivisioni, con milioni di utenti che celebravano il suo ritorno sul red carpet in dolce attesa.
Shakira spoilera la gravidanza in diretta TV
Un momento imprevisto ha reso la serata ancora più memorabile: Shakira, intervistata dalla NBC News prima dell’arrivo di Rihanna, ha inavvertitamente spoilerato la gravidanza dell’amica. Convinta che la notizia fosse già di dominio pubblico, ha espresso la sua emozione in diretta, salvo poi rendersi conto dell’errore e reagire con una esilarante espressione di sorpresa e imbarazzo. Un siparietto che ha fatto subito il giro del web.



Rihanna si conferma ancora una volta regina di stile e strategia mediatica. Con il suo terzo pancione in bella vista al Met Gala, ha saputo trasformare un momento personale in un’icona pubblica, consolidando il suo legame con fan e media. E se il red carpet è stato il palcoscenico dell’annuncio, il web è già il luogo dove la notizia continua a vivere e a emozionare.
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Musica
Queen, torna al cinema il concerto proibito di Budapest: Freddie Mercury sfidò la Cortina di ferro, senza sapere che era l’ultimo tour
Dal 7 all’11 ottobre arriva nelle sale «Queen Budapest», restaurato da Peter Jackson: il film dello storico concerto del 27 luglio 1986 davanti a 80mila persone. Fu la prima grande band rock occidentale a suonare in uno stadio oltre la Cortina di ferro e una delle ultime occasioni per vedere Mercury dal vivo: meno di un anno dopo avrebbe scoperto di essere positivo all’Hiv.
Freddie Mercury prende il microfono davanti a 80mila persone, ma per una volta non attacca Bohemian Rhapsody, We Are the Champions o uno degli inni che hanno trasformato i Queen nella più grande macchina da concerto degli anni Ottanta. Guarda quel pubblico che per anni aveva potuto ascoltare la sua musica soprattutto attraverso dischi difficili da trovare e cassette copiate di nascosto, poi annuncia: «Questa è una canzone speciale dei Queen per voi».
E comincia a cantare in ungherese.
È il 27 luglio 1986, allo stadio Népstadion di Budapest. Mercury interpreta Tavaszi szél vizet áraszt, una delle più celebri canzoni popolari ungheresi. Per non sbagliare si è scritto le parole sul palmo della mano e ogni tanto abbassa gli occhi per leggerle. Il pubblico impazzisce.
Quarant’anni dopo, quelle immagini tornano sul grande schermo. Dal 7 all’11 ottobre arriva nei cinema Queen Budapest, nuova versione restaurata del film realizzato durante quella giornata irripetibile. Dietro il recupero c’è Peter Jackson, che restituisce nuova vita alle immagini e al suono dello storico concerto e aggiunge materiale con Brian May, Roger Taylor e John Deacon.
Ma quello di Budapest non è semplicemente un grande concerto dei Queen recuperato dagli archivi. È una fotografia di un mondo che stava per scomparire e, senza che nessuno potesse ancora saperlo, anche uno degli ultimi capitoli della vita sul palco di Freddie Mercury.
Ottantamila persone dall’altra parte della Cortina di ferro
Nel 1986 il Muro di Berlino è ancora in piedi e l’Europa resta divisa in due. Nell’Ungheria socialista la musica occidentale riesce a circolare, ma il rock rimane un fenomeno sorvegliato e la disponibilità dei dischi dipende anche dal controllo statale. I Queen, però, sono già arrivati da tempo nelle case dei ragazzi.
Le cassette vengono duplicate, scambiate e passate di mano in mano. La musica riesce a oltrepassare una frontiera che le persone possono attraversare con molta più difficoltà.
Quando si apre la possibilità di organizzare il concerto, accade qualcosa che fino a pochi anni prima sarebbe sembrato quasi impossibile. Una delle più grandi rock band occidentali entra nell’orbita sovietica per esibirsi davanti a decine di migliaia di persone.
Allo stadio arrivano in circa 80mila. Moltissimi altri restano fuori e cercano comunque di ascoltare.
Gino Castaldo ha raccontato come quel concerto assumesse un significato che andava molto oltre la musica: in un mondo diviso tra Est e Ovest, il rock diventava una freccia capace di attraversare la barriera. E il pubblico ungherese non stava semplicemente assistendo allo spettacolo della band più famosa del momento. Per qualche ora partecipava a un rito collettivo di libertà.
Freddie Mercury al massimo della sua potenza
Le immagini restaurate mostrano un Mercury nel pieno della maturità artistica. Ha 39 anni e sul palco sembra non avere limiti. È teatrale, provocatorio, elegante e volutamente eccessivo. Riesce a governare uno stadio con un gesto delle mani e trasforma decine di migliaia di persone in un unico gigantesco coro.
Indossa il celebre completo bianco con dettagli rossi, corre da una parte all’altra del palco e gioca continuamente con il pubblico. Quello che oggi appare quasi naturale, perché conosciamo a memoria le immagini di Freddie a Wembley e al Live Aid, davanti a quel pubblico assume un significato differente.
Per molti spettatori ungheresi vedere realmente i Queen era stato fino a poco tempo prima quasi inconcepibile.
Brian May lo ha ricordato parlando proprio di Budapest: sapeva che persino ascoltare le cassette della band poteva essere difficile per una parte di quel pubblico, mentre assistere a un loro concerto sembrava qualcosa di irrealizzabile. Per il chitarrista, riuscire a superare quelle barriere rappresentò una svolta, e quella sensazione si percepiva chiaramente nello stadio.
Mercury sembra avvertirla. E quando canta in ungherese Tavaszi szél vizet áraszt, non sta soltanto cercando un facile applauso: offre al pubblico qualcosa che appartiene alla sua cultura e lo trasforma per qualche minuto in una canzone dei Queen.
Nessuno sapeva che quello sarebbe stato l’ultimo tour
È questo il particolare che oggi rende le immagini ancora più potenti. Il Magic Tour sarebbe stato l’ultimo tour dei Queen con Freddie Mercury.
Dopo Budapest restavano soltanto cinque concerti. L’ultima esibizione della band con Freddie si sarebbe tenuta il 9 agosto 1986 a Knebworth Park, in Inghilterra. Nessuno, quella sera, immaginava che non ci sarebbe stato un altro tour.
I Queen erano arrivati al culmine della loro forza dal vivo. L’anno precedente avevano dominato il Live Aid con un’esibizione entrata nella storia della musica e nel 1986 riempivano gli stadi europei. Tutto sembrava indicare che quella macchina sarebbe andata avanti ancora per molti anni.
Non accadde.
Meno di un anno dopo, Mercury avrebbe scoperto di essere positivo all’Hiv. La malattia rimase lontana dal pubblico per anni, mentre il cantante continuò a lavorare quasi fino alla fine. Morì il 24 novembre 1991, a 45 anni.
Sapere oggi quello che né lui né quelle 80mila persone potevano sapere trasforma inevitabilmente il film di Budapest. Ogni corsa sul palco, ogni gioco con il pubblico, ogni nota acquistano il peso involontario di un addio che nessuno aveva ancora riconosciuto come tale.
Peter Jackson riporta Freddie sul palco
Il materiale girato a Budapest rappresentava già qualcosa di eccezionale. A documentare il concerto fu il regista ungherese János Zsombolyai, con una produzione particolarmente ambiziosa per l’epoca. Il risultato permise di conservare una delle testimonianze più spettacolari del Magic Tour.
Ora quelle pellicole sono passate attraverso un lavoro di restauro che porta la firma di Peter Jackson, il regista che negli ultimi anni ha dimostrato quanto la tecnologia possa fare per recuperare grandi archivi musicali senza trasformarli in semplici reperti nostalgici.
Il nuovo Queen Budapest punta proprio su questo: non guardare Freddie Mercury come un fantasma del passato, ma restituire la sensazione di trovarsi nuovamente davanti al palco. Immagini e suoni recuperano definizione e potenza, mentre il materiale aggiuntivo con May, Taylor e Deacon permette di rileggere quella giornata attraverso i ricordi dei protagonisti.
E la presenza di John Deacon rende il recupero ancora più prezioso per i fan. Dopo la morte di Mercury, il bassista si è progressivamente ritirato dalla vita pubblica e da decenni conduce un’esistenza lontana dai riflettori.
Dal 7 all’11 ottobre, cinque giorni per rivedere i Queen al cinema
L’operazione avrà una durata limitata: il film sarà nelle sale dal 7 all’11 ottobre. Cinque giorni per rivedere sul grande schermo Brian May, Roger Taylor, John Deacon e soprattutto Freddie Mercury nel momento in cui i Queen sembravano invincibili.
È facile chiamarla nostalgia, ma Budapest racconta qualcosa di più. Racconta un’Europa che aveva ancora frontiere politiche quasi invalicabili, ragazzi che si scambiavano clandestinamente la musica arrivata dall’Occidente e una band capace di attraversare quella divisione con amplificatori, chitarre e canzoni.
Poi c’è Freddie.
Sul palco di Budapest non appare malato, fragile o vicino alla fine. È esattamente il contrario. È gigantesco, sfacciato, padrone assoluto dello stadio e inconsapevole di trovarsi negli ultimi giorni dell’ultimo tour della sua vita.
A un certo punto guarda la mano sulla quale ha scritto quelle strane parole ungheresi e comincia a cantare la canzone che 80mila persone conoscono fin dall’infanzia. Il pubblico la prende e gliela restituisce moltiplicata per migliaia di voci.
Per qualche minuto la Cortina di ferro non esiste più. E forse è proprio per questo che, quarant’anni dopo, vale ancora la pena tornare al cinema per guardare Freddie Mercury abbatterla.
Musica
Aka 7even a processo per «Loca»: il tormentone da triplo platino sarebbe stato copiato. Lema: «Quella canzone era mia»
Luca Marzano dovrà affrontare il giudizio per il brano che contribuì a lanciarlo ad Amici nel 2021. A denunciarlo è Emanuele Bertolucci, in arte Lema, che sostiene di aver scritto anni prima una canzone intitolata «Loka». Una consulenza tecnica avrebbe riscontrato fortissime somiglianze. La difesa dell’artista potrà contestare le accuse durante il processo.
Ventuno milioni di visualizzazioni su YouTube, oltre 53 milioni di ascolti su Spotify, un triplo disco di platino e soprattutto la canzone che nel 2021 contribuì a trasformare Aka 7even, all’anagrafe Luca Marzano, da concorrente di Amici in uno dei giovani cantanti italiani più popolari. Cinque anni dopo, Loca porta però il suo interprete davanti a un giudice. Il gup ha disposto il processo per il 26enne, accusato di essersi esibito pubblicamente con un brano che avrebbe presentato come proprio ma che, secondo l’accusa, sarebbe stato composto in precedenza da un altro cantautore.
L’uomo che rivendica la paternità della canzone si chiama Emanuele Bertolucci, in arte Lema, ha trent’anni ed è originario di Venaria, nel Torinese. La sua versione parte da molto lontano e contiene una coincidenza destinata inevitabilmente a far discutere: anche lui, prima di Aka 7even, aveva sostenuto i provini di Amici.
Lema sostiene che la sua canzone si chiamasse Loka, con la «k», e che fosse già stata composta prima dell’esplosione del successo di Marzano. Quando nel 2021 avrebbe ascoltato in televisione Loca, sarebbe rimasto sconvolto: secondo la sua denuncia, il pezzo sarebbe stato sostanzialmente il suo, con alcune strofe cambiate e una sola lettera modificata nel titolo.
Ora sarà un processo a stabilire se le accuse abbiano fondamento.
Lema ascolta «Loca» ad Amici e resta sotto choc
La storia raccontata da Bertolucci comincia nel 2018, quando firma un contratto di produzione artistica. L’anno successivo partecipa alle selezioni di Amici: supera il primo provino, viene richiamato per il secondo e arriva fino alla fase finale di una settimana negli studi televisivi di Roma. Non entra però nel programma e, soprattutto, durante quelle selezioni non canta Loka.
Passano quasi due anni. Il 24 aprile 2021 Lema guarda Amici e sul palco vede Aka 7even eseguire Loca davanti a milioni di telespettatori. È la canzone che diventerà uno dei suoi maggiori successi.
Secondo il racconto consegnato agli investigatori, Bertolucci avrebbe riconosciuto immediatamente il proprio brano. Non una semplice somiglianza o una melodia vagamente familiare: Lema sostiene che Loca corrispondesse sostanzialmente alla sua Loka.
A quel punto contatta la Siae e chiede spiegazioni anche al suo ex produttore. Le risposte ricevute non lo convincono. Bertolucci sostiene che, pochi giorni dopo l’esibizione televisiva, gli sarebbe stato assicurato che i suoi diritti d’autore sarebbero comunque stati riconosciuti. Secondo la sua versione, questo non sarebbe mai accaduto.
Alla fine decide di denunciare.
La consulenza tecnica e le somiglianze tra «Loka» e «Loca»
È qui che la vicenda smette di essere soltanto una disputa tra musicisti e diventa un’inchiesta giudiziaria. La Procura di Roma avvia gli accertamenti e dispone anche una consulenza tecnica sui due brani.
Secondo quanto emerge dagli atti riportati, l’analisi avrebbe riscontrato una sostanziale corrispondenza tra la precedente Loka di Lema e Loca, pubblicata e portata al successo da Aka 7even. È uno degli elementi sui quali l’accusa ha costruito la propria tesi e che ha contribuito ad arrivare alla decisione del gup di mandare Marzano a processo.
Questo passaggio non equivale naturalmente a una condanna. Il rinvio a giudizio apre il processo, nel quale Aka 7even avrà la possibilità di contestare le accuse, produrre le proprie prove e confrontarsi con gli elementi raccolti dalla Procura.
L’accusa formulata nei suoi confronti riguarda l’essersi esibito senza averne diritto durante l’edizione 2020-2021 di Amici, cantando Loca e presentandola come propria, mentre il brano sarebbe stato precedentemente composto ed eseguito da Bertolucci con il titolo Loka.
Quella battuta di Rudy Zerbi durante l’esibizione
A rendere la storia ancora più curiosa c’è un episodio avvenuto proprio durante Amici. Mentre Aka 7even presenta il pezzo, Rudy Zerbi fa un’osservazione destinata oggi a essere riletta sotto una luce completamente diversa.
«Chi è il sarto? Perché è un po’ un collage di tante cose già sentite», commenta Zerbi.
All’epoca si tratta di una normale provocazione all’interno delle dinamiche del talent e nessuno può naturalmente collegarla alla futura denuncia di Lema. La mentore di Aka 7even respinge immediatamente la critica, sostenendo che il ragazzo abbia costruito il pezzo durante la permanenza nella casetta e invitando ad aspettare i risultati commerciali.
I risultati arrivano eccome.
Loca diventa uno dei brani simbolo dell’ascesa di Aka 7even, che raggiunge la finale del programma e costruisce rapidamente una carriera fuori dal talent. La canzone conquista il triplo disco di platino, supera decine di milioni di ascolti sulle piattaforme e diventa uno dei tormentoni del 2021.
Ed è proprio questa enorme fortuna commerciale ad alzare ulteriormente la posta della battaglia.
«Quel pezzo ha lanciato un artista che non l’ha composto»
Gli avvocati di Lema, Luca Calabrò e Stefano Mezzanoglio, non nascondono la soddisfazione per la decisione di arrivare al processo. Secondo i legali, il giudizio potrà restituire al loro assistito non soltanto la verità sulla paternità del brano, ma anche la dignità che ritengono gli sia stata sottratta.
La loro tesi è netta: Loca avrebbe contribuito in maniera decisiva a lanciare un artista che, secondo l’accusa, non avrebbe composto quella canzone.
Accanto alla vicenda penale corre inoltre una battaglia civile, destinata inevitabilmente a concentrarsi anche sulle conseguenze economiche della presunta sottrazione della paternità del pezzo. Con numeri come quelli ottenuti da Loca tra certificazioni, streaming e visualizzazioni, il valore economico potenziale della controversia potrebbe essere significativo.
Lema sostiene di aver scritto complessivamente una ventina di brani e di aver visto improvvisamente un’altra persona conquistare il successo proprio con quella che considera una sua creazione.
Dal successo di Amici al banco degli imputati
Per Aka 7even il processo arriva nel momento in cui il ragazzo uscito da Amici è ormai diventato un artista affermato. Dopo il talent sono arrivati dischi, tournée, milioni di streaming e anche il Festival di Sanremo. Loca rimane uno dei brani maggiormente associati alla sua esplosione.
Proprio per questo il procedimento giudiziario tocca un punto fondamentale della sua storia artistica. Non si discute di un pezzo minore rimasto confinato in un album, ma della canzone che ha accompagnato il momento decisivo della sua affermazione davanti al grande pubblico.
Il rinvio a giudizio, va ribadito, non stabilisce che Aka 7even abbia plagiato Lema. Stabilisce che la contestazione dovrà essere affrontata in un processo, dove accusa e difesa potranno confrontarsi sulle versioni dei protagonisti, sulla storia dei due brani e soprattutto sulle conclusioni delle consulenze musicali.
Cinque anni dopo quella sera del 24 aprile 2021, dunque, Loca torna al centro della scena. Questa volta, però, non ci sono il palco di Amici, milioni di ragazzi davanti alla televisione e un disco di platino da conquistare. Ci sono due canzoni, Loka e Loca, che secondo l’accusa sarebbero praticamente la stessa cosa, e due artisti che ne rivendicano una storia completamente diversa.
A decidere chi abbia ragione non sarà più una giuria televisiva. Sarà un tribunale.
Cinema
Halle Berry, l’accusa choc dell’ex marito: «Ha messo le mani al collo di nostro figlio e lo ha soffocato». Lei contrattacca
Olivier Martinez chiede l’affidamento esclusivo del dodicenne e ottiene un ordine restrittivo temporaneo contro l’attrice premio Oscar. Secondo il suo racconto, durante una lite Berry avrebbe afferrato Maceo per il collo urlandogli: «Chi comanda adesso?». La difesa respinge tutto e ribalta le accuse sull’ex marito: «Ricostruzione infondata e deliberatamente fuorviante».
Una guerra familiare già durissima si trasforma in qualcosa di molto più grave. Olivier Martinez accusa l’ex moglie Halle Berry di avere aggredito fisicamente il loro figlio Maceo, 12 anni, arrivando a mettergli entrambe le mani intorno al collo e a soffocarlo durante una lite. L’attrice premio Oscar respinge con forza la ricostruzione attraverso la propria avvocata e contrattacca, descrivendo invece l’ex marito come un uomo dal comportamento «imprevedibile, possessivo e violento».
In mezzo c’è un ragazzino e una battaglia giudiziaria che nelle ultime ore ha prodotto conseguenze concrete. Un giudice della contea di Los Angeles ha concesso a Martinez un ordine restrittivo temporaneo nei confronti dell’ex moglie, modificando anche le modalità con le quali Berry potrà vedere Maceo almeno fino alla prossima udienza, fissata per il 16 ottobre.
Il tribunale non ha però accolto tutte le richieste dell’attore francese. Martinez aveva chiesto anche controlli sulla sobrietà dell’ex moglie, ma il giudice ha ritenuto insufficienti le informazioni presentate per giustificare una misura del genere. La battaglia sull’affidamento, dunque, è tutt’altro che conclusa.
L’accusa di Martinez: «Gli ha messo le mani intorno al collo»
Al centro della richiesta presentata da Olivier Martinez c’è quanto sarebbe accaduto sabato 26 settembre nella casa di Halle Berry. Si tratta, è importante sottolinearlo, della ricostruzione fornita dall’ex marito e duramente contestata dalla difesa dell’attrice.
Secondo Martinez, Maceo si trovava nella propria camera e stava giocando con un visore per la realtà virtuale quando la madre sarebbe entrata nella stanza molto arrabbiata. Berry avrebbe insultato il figlio per il modo in cui stava giocando e la discussione sarebbe rapidamente degenerata.
È a questo punto che, sempre secondo quanto Martinez ha dichiarato negli atti, Halle sarebbe saltata addosso al ragazzino, avrebbe iniziato a lottare con lui e gli avrebbe stretto le mani intorno al collo, mentre gli urlava una frase sul proprio predominio.
Maceo sarebbe riuscito a liberarsi e avrebbe quindi telefonato al padre chiedendogli di raggiungerlo e portarlo via. Martinez sostiene inoltre che il figlio gli avrebbe manifestato la volontà di non tornare dalla madre perché traumatizzato da quanto accaduto.
Sono accuse pesantissime, ma restano allo stato attuale accuse contenute negli atti depositati da Martinez, non fatti accertati con una sentenza.
Il messaggio di Halle dopo la lite
Tra gli elementi portati davanti al tribunale ci sarebbe anche un messaggio che Berry avrebbe inviato all’ex marito la mattina successiva all’episodio.
L’attrice avrebbe scritto di sentirsi molto male per quello che era successo la sera precedente e di sapere che anche Maceo si sentiva allo stesso modo. Il significato di quel messaggio rappresenterà inevitabilmente uno degli elementi sui quali le parti potranno confrontarsi: Martinez lo inserisce nella propria ricostruzione, mentre non equivale di per sé a un’ammissione delle specifiche violenze che le vengono contestate.
L’attore sostiene inoltre che quella del 26 settembre non sarebbe stata la prima aggressione. Nella richiesta presentata al giudice parla di altri presunti episodi avvenuti negli anni e accusa Berry anche di comportamenti verbalmente ed emotivamente aggressivi.
La battaglia, però, diventa ancora più feroce quando entra in scena la difesa della star.
Halle Berry smentisce tutto: «Accuse infondate e fuorvianti»
La risposta dell’attrice arriva attraverso la sua avvocata Marina Beck ed è durissima. La legale definisce la denuncia «del tutto infondata e deliberatamente fuorviante» e sostiene che esista una quantità consistente di documentazione giudiziaria capace di raccontare una realtà molto diversa da quella descritta da Martinez.
Secondo la difesa di Berry, sarebbe stato proprio l’attore francese a violare ripetutamente disposizioni del tribunale e a interferire con gli interventi terapeutici ed educativi ritenuti necessari per Maceo, comportamenti per i quali, sostiene l’avvocata, Martinez avrebbe già subito conseguenze giudiziarie.
Poi arriva l’attacco personale più duro. La difesa descrive Martinez come una persona con una storia documentata di comportamenti «imprevedibili, possessivi e violenti» e sostiene che Berry sia ormai abituata a questo genere di condotte da parte dell’ex marito.
Due racconti, quindi, che non potrebbero essere più lontani. Martinez presenta Halle come una madre dalla quale il figlio dovrebbe essere protetto; la difesa dell’attrice sostiene invece che l’iniziativa giudiziaria dell’ex marito faccia parte di un conflitto familiare che dura da anni.
Il giudice interviene: cambia temporaneamente l’affidamento
Il tribunale ha intanto deciso di intervenire in attesa di poter esaminare più approfonditamente la vicenda. Il giudice ha concesso l’ordine restrittivo temporaneo chiesto da Martinez e imposto a Berry di mantenere una distanza di circa 90 metri dall’ex marito.
L’attrice potrà comunque continuare a vedere Maceo secondo le modalità stabilite dal tribunale: due giorni durante la settimana e a weekend alterni. Le parti dovranno inoltre partecipare a una mediazione riservata per discutere la questione dell’affidamento.
Martinez punta però molto più in alto: chiede l’affidamento esclusivo del figlio.
Il giudice non ha invece ritenuto sufficienti gli elementi per accogliere la richiesta dell’attore di imporre controlli sull’eventuale consumo di alcol o altre sostanze da parte di Berry. Un particolare importante perché mostra come l’ordine temporaneo non rappresenti un’accettazione automatica di tutte le accuse formulate dall’ex marito.
Da una storia d’amore alla guerra infinita in tribunale
Halle Berry e Olivier Martinez si erano conosciuti sul set di Dark Tide e si erano sposati nel 2013. Nello stesso anno era nato Maceo. Il matrimonio era però durato pochissimo: nel 2015 avevano annunciato la separazione, parlando allora della volontà di andare avanti con «amore e rispetto» e mettendo al primo posto il benessere del figlio.
Le cose sono andate molto diversamente.
Per arrivare alla conclusione definitiva del divorzio sono serviti otto anni, fino al 2023, e i rapporti tra i due ex coniugi hanno continuato a deteriorarsi. Nel 2024 era stata Berry a chiedere l’affidamento esclusivo, accusando Martinez di ostacolare il percorso terapeutico ed educativo del figlio. La coppia aveva anche affrontato un percorso di co-genitorialità imposto dal tribunale nel tentativo di gestire il conflitto.
Adesso la situazione si è completamente ribaltata: è Olivier a chiedere di togliere alla madre l’affidamento condiviso.
Il 16 ottobre la battaglia torna davanti al giudice
La prossima data decisiva sarà il 16 ottobre, quando il tribunale dovrà tornare a esaminare il caso e decidere se confermare, modificare o revocare le misure temporanee.
Fino ad allora rimangono due versioni radicalmente contrapposte e un’accusa che, per la sua gravità, ha inevitabilmente fatto il giro del mondo: una delle attrici più famose di Hollywood accusata dall’ex marito di aver stretto le mani intorno al collo del proprio figlio dodicenne.
Ma proprio la violenza dell’accusa impone di mantenere fermo un punto: la versione di Martinez è contestata integralmente dalla difesa di Halle Berry e non costituisce, allo stato attuale, un accertamento definitivo dei fatti. Sarà il tribunale di Los Angeles a dover stabilire cosa sia realmente accaduto quella sera e, soprattutto, quale soluzione tuteli meglio Maceo.
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