Calcio
Elkann, la Juventus, Tether e la trattativa che tutti smentiscono, ma che c’è
Exor respinge l’offerta di Tether e chiude la porta: “La Juventus non è in vendita”. Ma nel sottotesto la frase pesa in modo diverso: non è un no ideologico, è un no economico. Traduzione brutalmente semplice: non si vende a quelle condizioni. Se il prezzo sale davvero dove la proprietà ritiene corretto, il discorso può cambiare.
Il calcio è l’unico settore dove una frase può essere vera e, nello stesso istante, diventare un’operazione di marketing. “La Juventus non è in vendita”, fa sapere Exor dopo la bufera scatenata dall’offerta di Tether. Detto così sembra una porta sbattuta in faccia, un rifiuto definitivo, una scelta identitaria: noi siamo noi e non si discute. Peccato che, quando entri nel mondo delle holding, dei bilanci e delle valutazioni, quella frase spesso ha un asterisco invisibile: “non è in vendita… a quel prezzo”.
È questa la chiave che cambia la lettura di tutto. John Elkann non scherza, fa sul serio: quando dice no, in quel momento è no. Ma chi vive di numeri sa anche un’altra cosa, più banale e più feroce: non esistono asset “invendibili”, esistono asset “sottovalutati”. E se la proposta si adegua alle richieste del venditore, il venditore vende. Eccome se vende. Non per capriccio, non per tradimento della storia, ma perché è così che funziona il capitalismo che ha costruito anche i simboli.
Il punto di partenza è l’offerta attribuita a Tether, colosso delle criptovalute, già azionista di minoranza della Juventus con una quota indicata nell’11%. Un dettaglio che pesa perché non parliamo di un curioso che bussa alla porta: parliamo di qualcuno che è già dentro il recinto e che prova a spostare il baricentro. La proposta, per come è stata raccontata, è in contanti e supera il miliardo di euro per acquisire il controllo del club, valorizzando le azioni a un prezzo superiore a quello di mercato. A corredo, il solito pacchetto di buone intenzioni: investimento nel progetto sportivo e infrastrutturale, rilancio, ritorno ai vertici europei. Tutto molto pulito, tutto molto ambizioso, tutto molto “da comunicato”.
La risposta di Exor arriva rapida e gelida: nessuna apertura, nessuna trattativa, nessun tavolo. “La Juventus non è in vendita”. Fine. Ma è proprio quel “fine” che non torna, perché la storia non finisce mai quando sul tavolo ci sono cifre a nove zeri. La storia semmai si sposta di stanza: dalla stanza delle dichiarazioni alla stanza delle valutazioni. Ed è lì che il no si trasforma in una domanda: “quanto vale davvero la Juventus per chi la controlla?”.
Qui entra in scena l’argomento che circola da settimane negli ambienti finanziari: il valore “reale” del club sarebbe ben superiore alla cifra proposta. Si parla di una soglia che supera i 2 miliardi di euro. È una stima, non un cartellino del prezzo appeso allo spogliatoio. Ma è anche il modo più semplice per spiegare perché un’offerta da oltre un miliardo può essere considerata “importante” e, allo stesso tempo, insufficiente. Perché guardare solo la capitalizzazione di Borsa è un esercizio da spettatori, mentre chi decide guarda l’intero ecosistema.
E la Juventus, nel racconto della proprietà, non è “solo” una squadra. È un contenitore di asset e di ricavi potenziali, un sistema che va ben oltre l’umore della domenica e la classifica. C’è lo stadio di proprietà, l’Allianz Stadium, uno dei pochi impianti moderni in Italia, e il tema stadio non è estetica: è flusso di cassa, è biglietteria, è eventi, è naming rights, è un patrimonio che in un Paese di cattedrali incompiute vale oro. Ci sono strutture che ruotano attorno al club e ne rafforzano l’autonomia: il Training Center, l’hotel, il medical. Tutto ciò che trasforma una società calcistica in una piattaforma, e una piattaforma in un investimento appetibile.
Dentro questa fotografia, l’offerta di Tether appare per quello che è: un tentativo di comprare il controllo facendo leva su un prezzo “più alto del mercato”, ma non abbastanza alto da essere “più alto della proprietà”. E qui sta il cuore del discorso. Quando Exor dice che la proposta non è coerente con il valore complessivo del club, sta dicendo esattamente questo: la cifra proposta non riconosce la Juventus come la vede Exor. Non tanto “non riconosce la storia”, quanto “non riconosce il multiplo”.
La parte più interessante, e anche più spigolosa, è che questo non smentisce affatto il concetto identitario. La Juventus, per la famiglia Agnelli-Elkann, è davvero un simbolo, un pezzo di storia industriale e sportiva. Ma i simboli, quando sono dentro un perimetro societario, si amministrano come asset. E un asset si tiene finché conviene, finché serve, finché protegge valore e reputazione. Poi, se arriva un’offerta che non è “speculativa” ma semplicemente più alta, la narrativa può essere riscritta in un minuto: non la vendiamo, la valorizziamo; non usciamo, apriamo a un partner; non cediamo, consolidiamo. Il vocabolario del potere è pieno di sinonimi eleganti per dire la stessa cosa.
Nel frattempo, lo scenario ha un altro elemento che rende la vicenda meno romantica e più concreta: l’offerta arriva in un momento in cui la Juventus, per come viene percepita sul mercato, è un club che ha attraversato anni di turbolenze, sportive e non solo. Questo può abbassare l’appetito di chi vende oppure, paradossalmente, aumentare l’appetito di chi compra: perché un grande marchio “ferito” è spesso il migliore affare, se hai capitale e pazienza. Il punto è sempre lo stesso: quanto credi di poterlo far rendere.
E allora la frase “non è in vendita” torna a essere quello che spesso è nella finanza: una posizione negoziale. Un cartello esposto per alzare l’asticella. Perché se davvero la valutazione interna supera i 2 miliardi, un’offerta da poco più di un miliardo non è un’offerta: è un invito a sedersi e, se vuoi essere ascoltato, devi cambiare tono. È qui che la chiave che mi hai dato diventa centrale: Elkann non sta dicendo che non venderà mai, sta dicendo che non venderà a quel prezzo. E se il prezzo si adegua, la porta può riaprirsi. Magari non domani, magari non con lo stesso attore, magari con un’architettura diversa. Ma riaprirsi.
Tether, dal canto suo, ha già fatto la mossa più importante: ha messo il tema al centro della discussione pubblica. Ha trasformato una voce da corridoio in un fatto da prima pagina. E nel calcio moderno, dove la reputazione è un acceleratore di valore, anche questo è un investimento: far sapere che ci sei, che hai liquidità, che sei disposto a pagare, che non ti spaventa il confronto con un cognome che in Italia pesa come un titolo. Se poi la trattativa non parte, la pressione resta. E la pressione, prima o poi, chiede una risposta più articolata di un “no” secco.
Per ora Exor tiene la linea: niente vendita, niente tavoli, Juventus come progetto di lungo periodo. È una linea coerente e anche furba, perché lascia tutto com’è e alza il prezzo senza dirlo. Ma nel sottotesto, quello che davvero conta, la partita è già definita: non è una questione di principio, è una questione di valutazione. E quando il tema è la valutazione, il finale non lo decide la storia, lo decide la cifra.
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Calcio
Alisha Lehmann sbotta contro gli hater: “Non faccio TikTok, voglio solo essere la migliore” e lascia Como
Alisha Lehmann si racconta alla BBC Sport e risponde alle accuse: tra social e calcio, chiarisce la sua scelta di lasciare Como e rilanciarsi in Inghilterra
Alisha Lehmann non ci sta più a farsi raccontare dagli altri. E lo dice senza filtri, mettendo fine a quell’immagine patinata che spesso le viene cucita addosso. In un’intervista a BBC Sport, la calciatrice del Como Women ha deciso di rispondere agli hater e di chiarire una volta per tutte cosa c’è dietro le sue scelte.
“Non vivo per i social”
“La gente non vede il lavoro che faccio. Non torno a casa a fare TikTok”. Parole nette, che smontano uno dei cliché più diffusi sul suo conto. Per molti è prima un volto social e poi una calciatrice, ma lei ribalta la prospettiva: il campo viene prima di tutto. Gli allenamenti, i sacrifici, la disciplina. Tutto ciò che non finisce nei video da pochi secondi.
La scelta di lasciare Como
Poi arriva la parte più diretta, quella che riguarda il suo futuro. “Dopo un mese mi sono resa conto che non mi piaceva restare a Como e volevo tornare in Inghilterra”. Nessun giro di parole, nessuna diplomazia. Una decisione maturata in fretta, ma evidentemente lucida. Perché dietro c’è anche una questione di ambiente, di stimoli, di sensazioni personali.
“L’Inghilterra è casa mia”
“Adoro stare qui, il calcio è migliore e l’Inghilterra mi sembra casa”. È qui che il discorso si chiude, con una dichiarazione che pesa più di qualsiasi polemica. Non è solo una scelta tecnica, è una questione di appartenenza. E soprattutto di ambizione: “Voglio diventare la miglior giocatrice possibile”.
Un messaggio chiaro, che va oltre il gossip e i commenti social. Alisha Lehmann si riprende la scena, ma lo fa a modo suo: parlando di calcio, non di filtri.
Calcio
CR7 e Georgina, cena da 18 milioni: tra Bugatti, diamanti e orologi da capogiro il lusso diventa spettacolo
Tra sospetti, accuse e tensione alle stelle, Dario Cassini parla di pillole sparite e punta il dito contro Antonella Elia. Lei respinge tutto e lo attacca duramente, mentre nella Casa cresce il dubbio su cosa sia davvero successo
Quando Cristiano Ronaldo e Georgina Rodriguez escono a cena, non è mai una semplice serata. È un evento, una dichiarazione, un’esibizione di potere economico che sfiora il surreale. Stavolta, però, i numeri superano anche gli standard a cui hanno abituato il pubblico: il valore complessivo tra auto, gioielli e accessori sfiora i 18 milioni di euro.


Una Bugatti che vale una fortuna
Il pezzo più vistoso? La Bugatti Centodieci, un gioiello su quattro ruote dal valore di oltre 11 milioni e mezzo di euro. Non un’auto, ma un simbolo. Linee aggressive, produzione limitatissima, prezzo da collezionisti. E naturalmente, parcheggiata come se fosse la cosa più normale del mondo.
Diamanti e orologi da capogiro
A brillare non è solo l’auto. Georgina sfoggia un anello di fidanzamento da oltre 5 milioni di euro, una cifra che da sola basterebbe a raccontare la portata del lusso. A completare il quadro ci sono gli orologi: un Patek Philippe 5719/10G da circa 640 mila euro e un modello femminile 7118/1450R da quasi 400 mila. Dettagli? No, veri e propri status symbol.
Il lusso come linguaggio
In questo mondo, il lusso non è un contorno, è il messaggio. Ogni scelta, ogni accessorio, ogni dettaglio racconta una storia precisa: quella di chi può permettersi tutto e sceglie di mostrarlo senza filtri. CR7 e Georgina non si limitano a vivere nel lusso, lo trasformano in narrazione, in spettacolo continuo.
E così, anche una cena diventa qualcosa di più. Non solo un momento privato, ma un palcoscenico globale dove il valore non si misura in emozioni, ma in milioni.
Calcio
Reginaldo svela tutto su Elisabetta Canalis: “Allora ci penso io”, il retroscena bollente tra calcio, vip e serate milanesi
Reginaldo rompe il silenzio sulla relazione con Elisabetta Canalis: “Era lei che voleva conoscermi”. Dal ruolo di Bernardo Corradi alla serata decisiva a Milano, emerge un retroscena che riaccende il gossip.
Certe storie sembrano uscite da un copione già scritto, e invece nascono tra spogliatoi, telefonate mai fatte e serate improvvisate. Reginaldo, ex attaccante brasiliano passato per la Serie A, riapre un capitolo che aveva fatto impazzire il gossip: la relazione con Elisabetta Canalis. E lo fa senza filtri, raccontando un retroscena che oggi suona ancora più sorprendente.
“Era lei che voleva conoscermi”
Ospite del podcast Pro Football, Reginaldo ribalta la prospettiva di una storia che all’epoca aveva riempito i rotocalchi. “Per tre mesi lei voleva conoscermi, ma io non sapevo nulla”, racconta. Il motivo? Di mezzo c’era Bernardo Corradi, compagno di squadra al Parma e, a quanto pare, intermediario poco collaborativo. “Mi diceva sempre che c’era una sua amica famosissima che voleva conoscermi, ma non mi diceva chi fosse”. Un gioco di attesa che si trascina per settimane, tra curiosità e frustrazione.
La serata decisiva e quel “ci penso io”
Il momento chiave arriva il 30 marzo 2008, durante il compleanno di Corradi organizzato in un locale brasiliano a Milano. Reginaldo arriva tardi, dopo un’altra serata, e si trova davanti una scena che cambia tutto: Corradi, Elena Santarelli e, accanto a un posto vuoto, Elisabetta Canalis. “Quando Bernardo mi ha detto ‘è lei’, ho risposto: ‘Allora ci penso io’”. Da lì parte tutto. Una birra, qualche parola, il numero di telefono e un appuntamento già fissato per pochi giorni dopo.
Sette mesi tra Parma e vita da copertina
Il resto è una storia che, almeno per un periodo, ha fatto invidiare mezzo Paese. “Siamo stati insieme sette mesi, viveva anche con me a Parma”, racconta Reginaldo. Una relazione intensa, nata velocemente e vissuta sotto i riflettori, tra calcio e spettacolo. Lui giovane promessa del pallone, lei già all’apice della popolarità televisiva. Un incastro perfetto per il gossip, che infatti non si fece attendere.
Oggi, a distanza di anni, il racconto assume un sapore diverso. Più leggero, più ironico, ma anche più umano. Perché dietro le copertine e i titoli, restano sempre le stesse dinamiche: incontri, coincidenze, qualcuno che fa da tramite e qualcun altro che, a un certo punto, decide di non aspettare più. “Allora ci penso io”. E il resto viene da sé.
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