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Calcio

Terremoto Inter: possibile il deferimento. Arbitropoli cambia rotta e i nerazzurri rischiano di pagare un prezzo altissimo

Se dall’indagine dovessero emergere responsabilità dirette della società, il Codice di giustizia sportiva prevede sanzioni pesantissime. Dagli scenari più lievi fino all’ipotesi estrema della retrocessione: ecco cosa rischia davvero l’Inter.

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    Il punto di svolta non è la richiesta degli atti da parte della Procura federale.Quello rappresenta un passaggio quasi automatico. La vera notizia è un’altra: l’inchiesta della Procura di Milano avrebbe cambiato radicalmente prospettiva. Dalle presunte pressioni sul sistema delle designazioni arbitrali si è arrivati all’ipotesi di frode sportiva in concorso con esponenti della società Inter. È questo il salto che trasforma una delicata vicenda giudiziaria in un potenziale terremoto sportivo.

    L’ipotesi investigativa, naturalmente, dovrà superare il vaglio della magistratura. Ma sul piano della giustizia sportiva il semplice cambio di contestazione modifica gli scenari. Perché, se gli atti dovessero dimostrare un coinvolgimento diretto di dirigenti con poteri di rappresentanza del club, la Procura federale potrebbe contestare l’illecito sportivo previsto dall’articolo 30 del Codice di giustizia sportiva, la norma più severa dell’intero ordinamento calcistico.

    Le quattro partite finite sotto accusa

    Gli investigatori hanno concentrato l’attenzione su quattro gare considerate strategiche.

    La prima è Bologna-Inter del 20 aprile 2025, per la designazione dell’arbitro Andrea Colombo.

    La seconda è Inter-Milan, semifinale di ritorno di Coppa Italia del 23 aprile 2025, nella quale gli inquirenti stanno ricostruendo le dinamiche che avrebbero riguardato Daniele Doveri.

    Sotto la lente è finita anche Udinese-Inter, con approfondimenti che interessano il funzionamento della sala VAR.

    Infine c’è Torino-Inter del 26 aprile 2026, partita nella quale gli investigatori stanno verificando i contatti che avrebbero preceduto la designazione di Maurizio Mariani e il presunto assenso del club nerazzurro.

    Al centro dell’indagine ci sono anche i rapporti tra l’ex designatore Gianluca Rocchi e il referee manager dell’Inter Giorgio Schenone, ascoltato come persona informata sui fatti. Proprio dall’analisi di telefonate, incontri e messaggi gli inquirenti stanno cercando di capire se quei contatti rappresentassero semplici interlocuzioni oppure un sistema organizzato capace di orientare le designazioni arbitrali.

    Perché il cambio dell’accusa cambia tutto

    Finché l’indagine riguardava esclusivamente presunte pressioni o rapporti impropri con il mondo arbitrale, il procedimento appariva confinato soprattutto sul piano penale.

    L’ipotesi di frode sportiva in concorso, invece, apre inevitabilmente la porta alla giustizia federale.

    La Procura Figc guidata da Giuseppe Chinè ha già acquisito gli atti dell’inchiesta milanese. Sarà ora necessario stabilire se il materiale raccolto giustifichi l’apertura di un procedimento disciplinare e, soprattutto, quale tipo di responsabilità possa essere contestata all’Inter.

    Ed è qui che il destino del club potrebbe prendere direzioni completamente diverse.

    Gli scenari: dalla multa alla Serie B

    Lo scenario meno grave riguarda la cosiddetta responsabilità oggettiva oppure una violazione dell’articolo 4 del Codice di giustizia sportiva, quello che impone ai tesserati i principi di lealtà, correttezza e probità.Se gli eventuali comportamenti dovessero essere attribuiti esclusivamente a figure prive di poteri di rappresentanza, come dirigenti tecnici o funzionari, senza un coinvolgimento della governance, l’Inter potrebbe andare incontro a una pesante ammenda e, nell’ipotesi più severa, a una penalizzazione limitata.

    Completamente diverso sarebbe invece il quadro se la Procura federale ritenesse dimostrato il coinvolgimento di dirigenti che rappresentano la società.

    In quel caso entrerebbe in gioco l’articolo 30 del Codice di giustizia sportiva, dedicato all’illecito sportivo. È la norma che punisce qualsiasi comportamento diretto ad alterare lo svolgimento o il risultato di una competizione.

    Le sanzioni previste sono le più dure dell’intero sistema federale: penalizzazione di punti, da applicare nel campionato in corso o in quello successivo; revoca di eventuali titoli sportivi ottenuti grazie ai fatti contestati; fino ad arrivare, nei casi ritenuti di eccezionale gravità, alla retrocessione all’ultimo posto del campionato, con conseguente discesa in Serie B.

    È lo stesso impianto sanzionatorio che rese possibile, vent’anni fa, la vicenda di Calciopoli.

    La partita decisiva si gioca negli uffici della Figc

    Prima ancora di un eventuale processo sportivo, però, esiste un passaggio decisivo: il deferimento.

    Sarà la Procura federale a stabilire se gli elementi raccolti dalla magistratura ordinaria abbiano consistenza sufficiente per contestare formalmente una violazione del Codice di giustizia sportiva.Da quella scelta dipenderà l’apertura del procedimento davanti al Tribunale federale nazionale.

    Per questo motivo le prossime settimane potrebbero rivelarsi decisive. L’inchiesta penale dovrà accertare se il presunto sistema sia realmente esistito. La Procura federale dovrà invece stabilire se quei fatti abbiano inciso sulla regolarità delle competizioni.

    È da questo doppio binario che passa il futuro dell’Inter. Se le accuse dovessero trovare conferma, il club nerazzurro potrebbe affrontare il procedimento sportivo più delicato dai tempi di Calciopoli. Se invece gli elementi raccolti non dovessero superare il vaglio degli inquirenti, l’intera vicenda potrebbe ridimensionarsi fino a escludere le conseguenze più pesanti. È su questo crinale che si giocherà una delle pagine più delicate del calcio italiano degli ultimi anni.

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      Calcio

      Gattuso e la malattia che combatte da 15 anni: «Prendo cortisone ogni giorno, mi costa. C’è chi resta a letto per mesi»

      «Ho smesso di giocare per questo. La malattia l’ho accettata, ci lavoro, ma prendere cortisone tutti i giorni non è facile». E racconta perché ha eliminato completamente l’alcol

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      Gattuso

        Gennaro Gattuso parla senza filtri della malattia autoimmune con cui combatte da anni e racconta per la prima volta fino a che punto abbia condizionato la sua vita. Una battaglia quotidiana che lo accompagna da circa quindici anni e che lo costringe ad assumere cortisone ogni giorno. L’allenatore ha raccontato la sua esperienza durante un intervento al Festival dello Sport di Trento, spiegando anche come abbia imparato a convivere con la miastenia oculare.

        «Ho smesso di giocare per la malattia autoimmune che ho preso. Ed è da quindici anni che prendo il cortisone», ha spiegato Gattuso. Una confessione che restituisce una dimensione molto diversa dell’uomo che il pubblico ha conosciuto prima come centrocampista e poi come allenatore, sempre associato all’immagine del combattente capace di non arrendersi davanti a nulla.

        «C’è gente che con la mia malattia resta a letto per mesi»

        Gattuso non nasconde la serietà della patologia e soprattutto evita di presentare la propria esperienza come qualcosa di eccezionale. Al contrario, ricorda che esistono pazienti costretti ad affrontare conseguenze molto più pesanti.

        «In tutti questi anni ho detto che c’è gente che con la mia malattia sta a letto quattro o cinque mesi perché non riesce a muoversi. La malattia l’ho accettata, ci lavoro. Ma mi costa, perché prendere il cortisone tutti i giorni non è facile».

        Parole che raccontano una convivenza lunga e complessa con la patologia. Gattuso aveva già parlato pubblicamente dei problemi agli occhi che in alcuni periodi lo avevano costretto anche a comparire in panchina con una benda, ma adesso mette l’accento soprattutto sulla quotidianità della cura.

        Quindici anni di cortisone e la rinuncia all’alcol

        Nel suo racconto c’è anche un’altra scelta legata alla salute e allo stile di vita. «Sono sei o sette anni che non bevo nessun tipo di alcolico», ha spiegato.

        Gattuso affronta la questione con il linguaggio diretto che lo ha sempre caratterizzato, senza nascondere la fatica della terapia ma neppure trasformandola in un motivo per fermarsi. «Si va avanti fino a quando Dio ci dà la forza di continuare», ha concluso.

        Una frase che riassume il modo con cui l’ex centrocampista ha deciso di affrontare una condizione cronica: accettarla, curarsi e continuare a lavorare.

        Cos’è la miastenia oculare

        La miastenia oculare è una forma di miastenia gravis, patologia autoimmune che interferisce con la corretta comunicazione tra nervi e muscoli. Quando la malattia interessa prevalentemente i muscoli oculari può provocare debolezza e affaticamento, con sintomi caratteristici come l’abbassamento di una o entrambe le palpebre e la visione doppia.

        La gravità e l’evoluzione possono variare da persona a persona e la gestione della malattia richiede una valutazione specialistica. Nel caso di Gattuso, è stato lui stesso a spiegare di seguire da quindici anni una terapia a base di cortisone.

        Dietro l’immagine di Ringhio, insomma, c’è da molto tempo anche una battaglia meno visibile. Gattuso non la nasconde e non cerca scorciatoie nel raccontarla: «La malattia l’ho accettata». Ma subito dopo aggiunge le parole che spiegano meglio di tutte quanto possa pesare: «Mi costa».

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          Calcio

          Totti, la scoperta choc sul figlio Cristian: «Un’occlusione nell’acquedotto di Silvio». Perché ha lasciato il calcio

          Tutto scoperto quasi per caso durante una Tac: «C’era un’occlusione, non passava tutto il liquido al cervello». Poi la rabbia per gli attacchi ricevuti da Cristian quando era ancora adolescente

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            Cristian Totti ha smesso di giocare a calcio. A quasi 21 anni, dopo aver provato a costruirsi una carriera arrivando anche in Serie D con l’Olbia, il primogenito di Francesco Totti ha deciso di fermarsi. Dietro quella scelta, però, c’è una storia molto più complessa del peso di un cognome impossibile da ignorare. A raccontarla è stato proprio l’ex capitano della Roma, che ha rivelato anche un problema di salute scoperto quasi casualmente durante alcuni accertamenti.

            «Ha avuto un problema alla testa», ha raccontato Totti. Tutto sarebbe emerso quando Cristian si è sottoposto a una Tac per una questione legata al naso. L’esame ha mostrato qualcosa che nessuno si aspettava: «Hanno trovato un’occlusione nell’acquedotto di Silvio. Mo’, non è che faccio il medico, te lo dico così come me l’hanno spiegato: non passava tutto il liquido al cervello».

            Cristian Totti e quei mal di testa fin da bambino

            La scoperta avrebbe dato anche una possibile spiegazione a un problema che accompagnava Cristian da molto tempo. Totti ha infatti raccontato che il figlio soffriva di frequenti mal di testa già da bambino, senza che inizialmente la famiglia pensasse a qualcosa di particolare.

            «Fin da piccolo aveva frequenti mal di testa», ha ricordato l’ex numero 10 giallorosso. Cristian era però un bambino molto attivo e proprio per questo quei disturbi venivano ricondotti alla stanchezza: «Era sempre in movimento, nessuno si era mai preoccupato. Sarà un po’ stanco, pensavamo».

            La scoperta è arrivata soltanto successivamente, attraverso quell’esame effettuato per tutt’altra ragione. Totti non entra nei dettagli clinici e precisa lui stesso di limitarsi a riferire ciò che gli è stato spiegato dai medici, ma il racconto apre per la prima volta uno squarcio su un aspetto molto privato della vita del figlio.

            «Voleva fare il tennista e io ero strafelice»

            Il calcio, paradossalmente, non era stato neppure il primo sogno sportivo di Cristian. Da ragazzo voleva dedicarsi al tennis e Francesco Totti non aveva nascosto la propria soddisfazione: «Voleva fare il tennista e io ero strafelice».

            Poi qualcosa è cambiato. Cristian ha scelto proprio lo sport nel quale suo padre era diventato una leggenda e gli ha comunicato la decisione senza troppi giri di parole: «Pa’, voglio diventare calciatore».

            Totti sapeva perfettamente che cosa avrebbe significato per lui entrare in campo portandosi sulle spalle quel cognome, ma non ha provato a fermarlo. Gli ha chiesto soltanto di affrontare il calcio seriamente: «Fa’ lo sport che ti piace, non potevo dirgli altro. L’importante è che lo fai con la testa giusta, con dedizione, con voglia, con rispetto».

            Cristian ha così cominciato il proprio percorso, passando anche dalle giovanili della Roma e provando successivamente altre esperienze fino all’Olbia. Inevitabilmente, però, ogni partita e ogni scelta sono state accompagnate dal confronto con il padre.

            Totti e la rabbia per le critiche al figlio: «È vergognoso»

            Ed è proprio questo uno degli aspetti che Francesco Totti sembra avere sofferto maggiormente. Essere il figlio di uno dei calciatori italiani più famosi di sempre ha trasformato Cristian in un personaggio pubblico quando era ancora giovanissimo. Prestazioni, forma fisica e possibilità di costruirsi una carriera sono finite ripetutamente sotto osservazione.

            «Crescendo ha conosciuto la cattiveria degli altri», ha spiegato Totti, che non nasconde quanto certi giudizi abbiano fatto male anche a lui. Soprattutto quando il bersaglio era ancora un ragazzino: «Parlar male di un ragazzo di dodici, quindici anni è vergognoso. Mi hanno ferito».

            Parole che mostrano un Francesco Totti molto diverso dal campione abituato a convivere per decenni con critiche, pressioni e aspettative. Quando quelle stesse dinamiche hanno coinvolto suo figlio, la corazza evidentemente non è bastata.

            Cristian lascia il calcio a nemmeno 21 anni

            Oggi Cristian ha deciso di voltare pagina. Il sogno di diventare calciatore professionista si è fermato prima dei 21 anni e il racconto del padre restituisce il peso di un percorso vissuto inevitabilmente sotto una lente d’ingrandimento.

            Prima il desiderio di giocare a tennis, poi la decisione di inseguire il calcio, il confronto continuo con Francesco Totti, le critiche ricevute quando era ancora adolescente e, sullo sfondo, quel problema di salute scoperto attraverso una Tac. Ora per Cristian comincia un’altra fase della vita, lontano almeno per il momento da quel campo sul quale qualsiasi cosa avesse fatto avrebbe inevitabilmente portato con sé una domanda: quanto assomiglia a suo padre?

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              Calcio

              Caso Var, cade tutto su Rocchi: dopo Milano anche la Figc archivia l’inchiesta che aveva terremotato il mondo degli arbitri

              Prima la magistratura ordinaria, adesso quella sportiva: entrambe le indagini sulle presunte irregolarità nella struttura Var finiscono senza conseguenze per l’ex designatore. La Procura generale dello Sport presso il Coni dà il via libera all’archiviazione federale

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                Il caso Var che aveva investito Gianluca Rocchi finisce con una doppia archiviazione. Dopo la Procura di Milano, anche la Procura federale della Figc ha chiuso il procedimento sulle presunte irregolarità nei rapporti interni alla sala Var di Lissone, uno dei luoghi più delicati dell’intero sistema arbitrale italiano.

                Due indagini differenti, condotte dalla magistratura ordinaria e dalla giustizia sportiva, arrivano dunque allo stesso epilogo: nessuna conseguenza per Rocchi. Anche la Procura generale dello Sport presso il Coni ha dato il proprio via libera alla chiusura del fascicolo federale.

                Il caso che aveva acceso i riflettori sulla sala Var

                L’inchiesta federale puntava a verificare eventuali violazioni delle norme sportive nella gestione dei rapporti all’interno della struttura di Lissone, dove gli addetti Var seguono le partite e comunicano con gli arbitri impegnati sul terreno di gioco.

                Proprio la delicatezza di quel meccanismo aveva trasformato rapidamente gli accertamenti in un caso capace di attirare enorme attenzione sul mondo arbitrale. Dopo l’esame degli elementi raccolti, però, la Procura federale ha deciso di non formulare contestazioni nei confronti dell’ex designatore.

                Prima Milano, adesso la Figc: due archiviazioni per Rocchi

                Il fronte sportivo non era l’unico. Sugli stessi fatti aveva aperto un fascicolo anche la Procura di Milano, che aveva svolto accertamenti sulle presunte irregolarità e sui rapporti tra le persone impegnate nella struttura Var.

                Quel procedimento si era già concluso senza conseguenze giudiziarie per Rocchi. Adesso arriva anche la seconda archiviazione, maturata attraverso un percorso autonomo all’interno della giustizia sportiva.

                Cala il sipario sul caso Var

                È proprio la doppia decisione a cambiare definitivamente lo scenario. Il caso aveva sollevato interrogativi sul funzionamento della sala Var e sui rapporti all’interno del settore arbitrale, ma i due distinti filoni non hanno prodotto contestazioni nei confronti di Rocchi.

                Prima Milano, poi la Figc: entrambi i fascicoli sono arrivati al capolinea. Per l’ex designatore si chiude così una vicenda che aveva scosso il mondo degli arbitri e riportato ancora una volta il funzionamento del Var al centro delle polemiche del calcio italiano.

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