Sport
Perché la Ferrari è bianca e blu al Gran Premio di Miami: il look inedito che accende la Formula 1
In occasione del GP di Miami, la Ferrari rompe con la tradizione e si presenta in pista con una livrea divisa a metà: davanti Rosso Ferrari, dietro blu e bianco. Non è la prima volta che Maranello sperimenta nuovi colori, ma mai così vistosamente. Una scelta che mescola spettacolo, strategia e un pizzico di nostalgia.
Il Gran Premio di Miami non è solo una tappa del mondiale: è una sfilata, uno show, una celebrazione della Formula 1 in versione americana. E per l’occasione, la Ferrari ha deciso di vestirsi a festa. Ma non con il consueto Rosso Corsa: stavolta sulla SF-25 brillano il bianco e l’azzurro, in una livrea tanto scenografica quanto inedita, che ha già fatto discutere i puristi.



Il frontale resta fedele al DNA della Scuderia, ma la parte posteriore sfuma nel blu e nel bianco, colori che celebrano la partnership con HP, sponsor che festeggia proprio a Miami il suo primo anniversario con Maranello. A presentare la nuova veste, Charles Leclerc, Lewis Hamilton e il Team Principal Fred Vasseur, svelando l’auto in mezzo a una folla festante. Sul telo che la copriva, i messaggi dei tifosi, scritti nell’ambito dell’iniziativa Messages of Forza, quasi a voler caricare di emozione un gesto altamente simbolico.
Ma la Ferrari che cambia colore non è una novità assoluta. Già un anno fa, sempre a Miami, il Cavallino aveva giocato con l’azzurro — nelle sue due sfumature ufficiali: La Plata, più chiaro, e Dino, più intenso — tingendo non solo la monoposto ma anche le tute dei piloti. Un colore che fa parte della tradizione della scuderia, anche se di solito resta in secondo piano dietro al rosso iconico.
E poi c’è il giallo. Il Giallo Modena, tanto caro a Enzo Ferrari, che rimanda alle radici emiliane del marchio e che ogni tanto riappare, soprattutto al GP di Monza, come già accaduto nel 2022 e nel 2023. Non è solo estetica: è un omaggio alla storia. Lo stesso vale per il Rosso Amaranto, scelto nel 2020 per celebrare le 1000 gare in Formula 1 al Mugello, una tonalità che rievocava le prime corse degli anni ’50.
A Las Vegas, nel 2023, la Ferrari aveva scelto una livrea che mescolava rosso e bianco, richiamando gli anni ’70 e ’80 — decenni d’oro per la scuderia negli Stati Uniti. Stavolta, però, a Miami, il salto è più audace: la divisione visiva tra le due metà della vettura è netta, quasi grafica, e si impone sullo sfondo di un evento che è già di per sé una festa dello sfarzo.
Dietro alla scelta, ovviamente, c’è anche la strategia. In un mondo dove immagine, marketing e performance convivono sempre più strettamente, una Ferrari diversa serve a ribadire una presenza forte, a colpire l’occhio e a far parlare. E se Miami è la vetrina perfetta per farlo, perché non sfruttarla fino in fondo?
Ora resta da vedere se questo nuovo look porterà anche fortuna. Perché va bene il colore, va bene lo spettacolo, ma alla fine quello che conta — in pista e fuori — è sempre e solo una cosa: la vittoria. E lì, come sempre, a parlare dovrà essere il cronometro.
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Sport
Il Cio punisce la memoria: Heraskevych fuori dai Giochi per un casco che ricorda 24 atleti uccisi nella guerra in Ucraina
Uno schiaffo in faccia all’Ucraina e alla memoria delle sue vittime: squalificato Heraskevych per il casco tributo ai 24 atleti uccisi, il Cio invoca la neutralità e scatena l’indignazione del mondo intero.
Alle Olimpiadi si celebra la pace, si parla di tregua, si firma il muro simbolico contro le guerre. Poi, però, succede che un atleta venga escluso per aver ricordato i morti del proprio Paese. È accaduto a Vladyslav Heraskevych, campione ucraino di skeleton, portabandiera alla cerimonia inaugurale delle Olimpiadi Invernali Milano-Cortina 2026. Il suo gesto? Presentarsi al via con un casco che rende omaggio ai 24 atleti ucraini uccisi dall’inizio dell’aggressione russa nel 2022.
Non uno slogan politico, non un appello elettorale, non una provocazione ideologica. Un tributo. Ventiquattro nomi. Ventiquattro vite spezzate. Il Comitato Olimpico Internazionale ha ritenuto che quel casco violasse la famosa Regola 50, quella che vieta manifestazioni “politiche, religiose o razziali” sui campi di gara. Ha proposto un compromesso: una fascia nera al braccio. Heraskevych ha rifiutato. Ha sostenuto di non aver fatto propaganda, ma memoria. Ha tenuto il punto. È stato squalificato.
La presidente del Cio, Kirsty Coventry, è salita fino alla partenza per incontrarlo. È apparsa commossa, con le lacrime agli occhi. “Il suo è un messaggio di memoria e nessuno è in disaccordo”, ha detto. Eppure la decisione non è cambiata. Il Cio ha parlato di esclusione presa “con rammarico”.
Rammarico che non restituisce una gara olimpica. Rammarico che non cancella l’impressione di un regolamento applicato con rigidità chirurgica quando si tratta dell’Ucraina, e con elasticità sorprendente in altre circostanze.
Il presidente ucraino Volodymyr Zelenskyy ha attaccato duramente: “Lo sport non significa indifferenza e il movimento olimpico dovrebbe contribuire a fermare le guerre non assecondare l’aggressore. Purtroppo la decisione del Comitato Olimpico Internazionale di squalificare Vladyslav Heraskevych parla di altro. Questo non è certo in linea con i principi base delle Olimpiadi che si basano sulla giustizia e sul sostegno alla pace”.
Parole pesanti. Parole che rimbalzano dentro un movimento olimpico che rivendica neutralità, ma che finisce per sembrare distante dalla realtà. Il Cio ha ricordato che nel mondo esistono 130 conflitti e che non è possibile rappresentarli tutti ai Giochi. Heraskevych ha replicato senza mezzi termini: “Nessun conflitto è paragonabile al numero di vittime e alla distruzione che hanno sofferto gli ucraini. Questo è superficiale e rozzo da parte del Cio”.
Lui ha scritto su X: “È il prezzo della nostra dignità”. Ha parlato di vuoto. Ha invitato le televisioni a trasmettere almeno il suo ultimo allenamento “solo per onorare gli atleti ritratti con questo casco”. Ha aggiunto: “Credo di non aver violato alcuna regola. Vedo grandi incongruenze nelle decisioni, nella formulazione, nelle conferenze stampa del Cio, credo che il problema più grande sia proprio l’incoerenza. Credo fermamente nell’Isbf e il Cio sa che non sto violando alcuna regola. Di certo non avrò il mio momento a queste Olimpiadi, nonostante abbiamo ottenuto ottimi risultati nelle prove di allenamento. Credo davvero che avrei potuto essere tra i medagliati, ma non potrò gareggiare”.
Il ministro dello sport ucraino Matvii Bidnyi ha parlato di decisione “gravemente sbagliata” e di “doppi standard”. Il ricorso al Tas è annunciato. Resta una domanda che pesa più del cronometro: davvero la memoria dei morti è propaganda? Davvero ricordare 24 atleti uccisi equivale a violare lo spirito olimpico? Le Olimpiadi sono nate per sospendere le guerre, non per sospendere la coscienza. E se lo sport pretende di essere un terreno neutro, allora deve dimostrare che la neutralità non coincide con il silenzio selettivo. Heraskevych non correrà. I suoi Giochi sono finiti prima ancora di iniziare. Ma l’eco di quel casco, con i suoi ventiquattro nomi, continuerà a correre ben oltre la pista di ghiaccio.
Sport
Dalle medaglie ai cuori infranti: le Olimpiadi diventano Uomini e Donne tra confessioni e casting per San Valentino
La slittinista americana Sophia Kirkby si autoproclama “la scapola più ambita” dei Giochi di Milano-Cortina, apre le candidature sui social e riceve oltre 600 messaggi. Due finalisti per un cappuccino il 14 febbraio, tra atleti e tifosi in fibrillazione. E le Olimpiadi, per un attimo, sembrano diventare un reality sentimentale.
Siamo alle Olimpiadi o a Uomini e Donne? La domanda rimbalza tra Cortina e i social network da quando la slittinista americana Sophia Kirkby ha deciso che, oltre a inseguire millesimi sul ghiaccio, era arrivato il momento di inseguire anche qualcosa di più caldo: un appuntamento per San Valentino.
Ventiquattro anni, curriculum rispettabile – tre medaglie ai Mondiali, tra cui un argento nella gara a squadre e due bronzi nel doppio – e un debutto olimpico nel doppio femminile insieme a Chevonne Forgan. Ma a far parlare non è stata una curva perfetta o un tempo da podio. È stato un post. Uno di quelli che partono come un gioco e finiscono per diventare un fenomeno virale.
“Parteciperò da single alle mie prime Olimpiadi e mi è sembrato divertente mostrare anche come vive un’atleta il lato sentimentale dei Giochi”, ha spiegato Kirkby. E già qui si capisce che la ragazza non è solo veloce in pista, ma anche abilissima a leggere l’aria che tira. Perché se c’è un posto dove adrenalina e romanticismo possono facilmente mescolarsi, quello è il Villaggio Olimpico, specie a due giorni da San Valentino.
La competizione della statunitense termina il 12 febbraio. Due giorni dopo è il 14. La matematica, a volte, è più semplice dello slittino. E così ecco l’idea: perché non approfittarne per “bere un cappuccino con qualcuno”? Non un’uscita clandestina, non un flirt sussurrato nei corridoi del Villaggio, ma una candidatura pubblica, aperta, dichiarata. Con tanto di autodefinizione: “la scapola più ambita” dei Giochi.
Ottimismo? Sicurezza in sé? Marketing personale? Probabilmente un po’ di tutto. Fatto sta che nel giro di poche ore i messaggi sono diventati centinaia. Poi oltre 600. Tra atleti, tifosi, curiosi e – immaginiamo – una discreta percentuale di ingrifati a Cortina pronti a reinventarsi esperti di slittino pur di conquistare un caffè olimpico.
La scena è quasi cinematografica: mentre le atlete studiano la pista Eugenio Monti del Cortina Sliding Center e si giocano una medaglia storica nel debutto del doppio femminile olimpico, sullo sfondo scorre un casting sentimentale degno di un reality show. Non più solo cronometro e traiettorie, ma DM, like, cuoricini e candidature.
Kirkby, però, non si è limitata a raccogliere consensi. Ha fatto una scrematura. Seicento messaggi, due selezionati. Anche esigente, verrebbe da dire. Ma del resto, se devi scegliere un appuntamento sotto i riflettori mondiali, un minimo di selezione è comprensibile. San Valentino, per lei, non sarà una cena a lume di candela in anonimato, ma un evento che metà internet starà monitorando con la stessa attenzione riservata a una finale olimpica.
L’idea non è del tutto nuova. Qualche anno fa, a PyeongChang 2018, Lindsey Vonn aveva chiesto sui social se qualcuno fosse disponibile a passare San Valentino con lei. Ma l’operazione di Kirkby ha un sapore più contemporaneo: meno romanticismo da favola e più ironia social. È un gioco dichiarato, quasi un modo per raccontare le Olimpiadi da una prospettiva meno ingessata.
Perché dietro l’aura sacrale dei Giochi, tra inni, bandiere e medaglie, c’è pur sempre un microcosmo di ragazzi e ragazze poco più che ventenni. Con adrenalina in corpo, sogni, delusioni, e – perché no – voglia di innamorarsi. La differenza è che questa volta qualcuno ha deciso di farlo in diretta.
Il risultato? Il Villaggio Olimpico per un attimo sembra trasformarsi in uno studio televisivo. C’è chi scherza sull’arrivo di Maria De Filippi a Cortina, chi propone tronisti con il casco e chi immagina rose consegnate sul ghiaccio. Intanto, la protagonista sorride e rilancia, senza prendersi troppo sul serio.
C’è anche un altro elemento, meno frivolo di quanto sembri. In un’epoca in cui gli atleti sono brand, influencer, narratori di sé stessi, l’operazione Kirkby è perfettamente dentro il tempo. Mostrare il lato umano, vulnerabile, leggero. Far vedere che dietro la tuta tecnica c’è una ragazza che si definisce single e che non ha paura di dirlo. Anzi, lo usa come leva comunicativa.
E mentre qualcuno storce il naso – “Le Olimpiadi non sono un dating show” – altri fanno notare che nessuna regola vieta un cappuccino. Soprattutto se non interferisce con la gara. Anzi, in un contesto spesso rigidissimo, l’ironia può essere una boccata d’aria.
Resta l’immagine simbolo di questi Giochi: tra discese a 120 all’ora e podi conquistati per millesimi, c’è spazio anche per un cuore che batte fuori pista. E se per un giorno Cortina sembra più un set romantico che un’arena sportiva, forse è solo il segno che lo sport non è mai solo sport.
Il 14 febbraio, mentre qualcuno alzerà una medaglia e qualcun altro un calice, Sophia Kirkby alzerà una tazzina di cappuccino. Con uno dei due prescelti. O forse con entrambi, in appuntamenti separati, come da programma.
Altro che oro, argento e bronzo. Qui la gara è a colpi di DM. E il podio, per una volta, non si misura in millesimi ma in battiti al minuto.
Calcio
Conte fuori di sé al Maradona: “Valla a vedere, testa di ca**o”. Napoli eliminato dal Como ai rigori, ora la FIGC apre un’inchiesta
Il Napoli esce dalla Coppa Italia dopo i rigori contro il Como, ma il dopo-partita è dominato dalle polemiche arbitrali: nel bordocampo diffuso da Mediaset si sentono insulti e proteste di Antonio Conte verso Manganiello e il quarto uomo Ayroldi. L’episodio chiave è il contatto Ramon-Hojlund. La Procura FIGC apre un’inchiesta.
Il Napoli è fuori dalla Coppa Italia dopo la sconfitta contro il Como al Maradona, maturata ai calci di rigore e costata l’eliminazione ai quarti. Ma il risultato, in poche ore, è diventato quasi un dettaglio: a prendersi la scena è stata la rabbia di Antonio Conte, finita nero su bianco – e soprattutto nero su audio – grazie al bordocampo pubblicato online da Mediaset, che ha trasmesso la partita su Italia 1.
La gara, già segnata da tensione e nervi corti, ha trascinato con sé una coda di polemiche per alcune decisioni del direttore di gara Gianluca Manganiello. Nel mirino, in particolare, un episodio nel finale del primo tempo: il contatto tra il difensore del Como Jacopo Ramon e l’attaccante del Napoli Rasmus Hojlund, situazione che avrebbe potuto portare a un rigore per i partenopei e, secondo le proteste azzurre, anche a un provvedimento disciplinare.
Qui la partita cambia temperatura. Conte vede l’azione, non accetta l’immediata lettura dell’arbitro e comincia a protestare in modo sempre più acceso. Nelle immagini e nell’audio diffusi da Mediaset si sente il tecnico esplodere: “Ma almeno vai a vedere, testa di ca**o”, urla mentre Manganiello valuta il da farsi.
Il contatto Ramon-Hojlund e il nodo del VAR
La sequenza contestata, per Conte, è chiara: l’episodio avviene fuori dall’area del Como, ma la lamentela nasce da quello che viene percepito come un immobilismo iniziale dell’arbitro, con la decisione di riguardare al monitor arrivata solo in un secondo momento. “Non l’ha dato”, si lamenta Conte. E da lì la frustrazione diventa un’accusa al meccanismo, non solo al singolo fischio.
Dopo l’insulto rivolto a Manganiello, Conte si sposta sul quarto uomo Ayroldi e insiste con un ragionamento che, nella sua testa, è persino “logico” dentro la furia: “Almeno la va a vedere, poi se non c’è non è rosso. Ma che ca**o, al VAR questo qui lo controlla e poi chiama”. Quindi torna a chiamare l’arbitro quasi a distanza ravvicinata: “Manganiello! A due metri stanno!”. Alla fine non viene assegnato il rigore e Ramon non riceve nemmeno un cartellino: l’episodio resta lì, come una pietra nella scarpa, e nelle ore successive diventa benzina per discussioni e ricostruzioni.
La sfuriata in panchina e la scia di polemiche
Il punto, però, non è solo l’azione. È il linguaggio, l’escalation, la forma della protesta. Conte non si limita al classico “non è fallo” o “valla a vedere”: la frase “testa di ca**o” pesa e inevitabilmente apre un fronte disciplinare, perché arriva in un contesto ufficiale, in campo, davanti alle telecamere. E quando certe parole finiscono in un audio pubblico, smettono di essere sfogo e diventano fatto.
A rendere tutto più delicato è la cornice emotiva: il Napoli perde ai rigori ed esce dalla competizione, un’eliminazione che amplifica ogni dettaglio e rende ogni episodio arbitrale un detonatore. La partita, insomma, non finisce al triplice fischio: continua nella pancia del tifo, nei commenti, e adesso negli uffici federali.
Le parole nel post gara e l’inchiesta della Procura FIGC
Nel post gara Conte ha provato a spostare il discorso su un piano più generale, senza arretrare sul giudizio: “Non andiamo a parlare sempre di discorsi arbitrali perché in ogni partita c’è sempre qualcuno che si lamenta. Sicuramente non è una buona stagione per gli arbitri e il VAR, mi auguro che possano trovare qualcosa per migliorare la situazione perché si lamentano tutti. Come noi miglioriamo le nostre squadre, anche Rocchi deve migliorare i suoi arbitri e il VAR. Ci sono troppe lamentele, non va bene per il calcio”.
Nel frattempo, viene riportato che la Procura FIGC ha aperto un’inchiesta. Tradotto: si entra nel terreno delle possibili sanzioni, con l’ipotesi di una giornata di squalifica per il tecnico, evitabile qualora si arrivasse a un patteggiamento con sanzione pecuniaria. E così Napoli-Como, partita chiusa ai rigori, rischia di restare in memoria soprattutto per quello scambio a bordocampo e per una domanda che, in Serie A, sta diventando una condanna ricorrente: chi controlla davvero il controllo?
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