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Grande Fratello Vip pronto al ritorno: per Alfonso Signorini è vicinissima la fumata bianca dopo mesi di incertezze in palinsesto
Con la stagione ordinaria in chiusura il 15 dicembre, Mediaset punta sugli show di gennaio e rimanda a marzo 2026 il ritorno del “Grande Fratello Vip”. La conduzione resta saldamente nelle mani di Alfonso Signorini, complice anche lo slittamento dell’Isola dei Famosi anticipato da Davide Maggio. Una decisione che sancisce la rinascita del format dopo mesi di incertezze.
Il semaforo sta finalmente tornando verde. Dopo settimane di voci, ipotesi, slittamenti e incastri di palinsesto, il futuro del Grande Fratello Vip sembra arrivato a un passo dalla fumata bianca. Un sospiro di sollievo per il pubblico del reality più longevo della tv italiana, ma anche per Alfonso Signorini, che potrebbe tornare a occupare la prima serata di Canale 5 con la sua creatura televisiva.
A segnare il ritmo è la versione nip, quella guidata da Simona Ventura, che saluterà il pubblico il 15 dicembre. Da quel momento, per Canale 5 inizierà una fase intermedia: gennaio sarà dedicato agli show, ai varietà e ai programmi-evento, mentre dietro le quinte si definirà la tabella di marcia della nuova edizione vip.
Il puzzle del palinsesto e la spinta decisiva
La vera accelerazione è arrivata grazie allo slittamento dell’Isola dei Famosi, anticipato da Davide Maggio. Con la nave dei naufraghi rimandata, si è aperta una finestra di programmazione di cui il Biscione ha approfittato per riposizionare il suo reality più riconoscibile. Ed è proprio questo incastro ad aver convinto i vertici Mediaset a mettere il timbro definitivo sul ritorno del GF Vip.
Il piano, ormai in via di definizione, prevede un rientro a marzo 2026, subito dopo due colonne portanti della stagione televisiva italiana: il Festival di Sanremo e le Olimpiadi. Una collocazione strategica che permette al programma di respirare e ripartire nel momento più favorevole dell’anno.
Signorini resta al timone
Nessun cambio di conduzione: Alfonso Signorini è confermatissimo. Per Mediaset, il volto del GF Vip resta centrale, una garanzia di continuità in un format che vive sull’equilibrio tra tensioni, confessionali, dinamiche agitate e momenti da soap opera contemporanea. Il suo nome, d’altronde, è sempre stato sinonimo di casa per il pubblico del reality.
E mentre le indiscrezioni sulla possibile nuova squadra di opinionisti iniziano a circolare in rete, l’obiettivo è uno: rilanciare il marchio, mantenendo lo stile che negli anni ha trasformato il GF Vip in una macchina narrativa imprevedibile.
Una nuova fase per il reality di Canale 5
Il pubblico dovrà aspettare qualche mese, ma il ritorno è ormai scritto. Dopo Sanremo, dopo le Olimpiadi, quando la stagione televisiva entrerà nel vivo, il Grande Fratello Vip riaprirà la porta rossa ai personaggi della nuova edizione. E se la fumata bianca arriverà davvero nei prossimi giorni, lo farà con un messaggio chiaro: il reality non è finito, sta solo aspettando il suo momento.
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Elisabetta Gregoraci “educational”: “Sentirsi distanti da un figlio adolescente capita a tutte le mamme”
Nessuna lezione dall’alto, solo condivisione ed empatia. Elisabetta Gregoraci usa i social per raccontare un lato intimo della maternità e normalizzare i dubbi di chi cresce un figlio adolescente.
Un messaggio semplice, ma capace di parlare a molte madri. Elisabetta Gregoraci ha risposto sui social a una follower che le chiedeva se, nonostante l’immagine di grande complicità con il figlio, le capitasse mai di sentirsi distante da lui.
La domanda di una mamma (e di molte altre)
“Vi vedo così uniti… ti capita mai di sentirti distante da tuo figlio adolescente?”, ha scritto una follower, intercettando un sentimento comune a tanti genitori che osservano i propri figli crescere e cambiare improvvisamente.
Una domanda diretta, senza filtri, che ha trovato una risposta altrettanto onesta.
“Capita a tutte, è una fase particolare”
La Gregoraci non ha cercato scorciatoie rassicuranti: “Capita anche a me, certo… come capita a tutte le mamme di un adolescente!”, ha scritto. Una frase che sposta il racconto dalla perfezione social alla realtà quotidiana, fatta di silenzi, distanze emotive e tentativi continui di comprensione.
Nessuno ci insegna a essere genitori
Il cuore della risposta sta nella riflessione finale: “Alla fine nessuno ci insegna a essere genitori e questa fase è davvero particolare”. Un messaggio che normalizza l’incertezza, toglie peso al senso di colpa e restituisce dignità ai dubbi di chi cresce un figlio senza manuali d’istruzione.
Un intervento breve, ma efficace, che trasforma un contenuto social in un momento di condivisione reale, lontano dai cliché della maternità perfetta e molto più vicino alla vita vera.
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Quella “Bambola” rifiutata da tutti e poi diventata eterna: oggi Madonna la canta per Dolce & Gabbana
“La bambola” è una di quelle canzoni che sembrano nate già famose. In realtà, all’inizio fu respinta a più riprese: Little Tony raccontò di averla rifiutata, i Rokes temevano gli sfottò sui capelli lunghi, Caterina Caselli non ne era convinta e persino Patty Pravo provò a opporsi a un verso diventato poi inconfondibile. Oggi quel brano torna a rimbalzare nell’immaginario: Madonna lo reinterpreta per una campagna pubblicitaria di Dolce & Gabbana, riportando il 1968 nel 2026.
Ci sono canzoni che sembrano avere il destino cucito addosso: arrivano, esplodono, restano. E poi ce ne sono altre che, prima di diventare immortali, fanno un giro lunghissimo nel cestino delle occasioni mancate. “La bambola” appartiene alla seconda categoria. Nel 1968, quando Franco Migliacci era già un nome gigantesco della musica italiana, quel testo scritto su musica di Bruno Zambrini e Ruggero Cini non convinceva praticamente nessuno. Una di quelle cose che, a sentirle oggi, sembrano impossibili: com’è che un brano così, destinato a entrare nella memoria collettiva, veniva considerato quasi “inadatto”?
Eppure la storia è proprio questa. È il paradosso perfetto del pop: un rifiuto dietro l’altro, finché la canzone non trova la voce giusta e, all’improvviso, smette di chiedere permesso a chiunque.
Quando un brano “non piace” a nessuno
Little Tony lo raccontò chiaramente in un servizio del 1998, in quel Tg2 Dossier dedicato alle “Canzoni segrete”: lui quella canzone l’aveva rifiutata. Non per capriccio, ma perché non la sentiva sua. Un gesto che oggi suona quasi irreale, visto quello che “La bambola” sarebbe diventata dopo. Ma in quegli anni, quando l’immagine contava quanto la voce, scegliere o scartare un brano era anche una questione di identità: cosa ti rappresenta davvero, cosa ti inchioda, cosa ti fa perdere credibilità.
E non era il solo. La canzone girava negli uffici e negli studi come un pacco che nessuno voleva aprire fino in fondo. Un testo “forte”, troppo assertivo, troppo marcato, con quella dinamica di potere e seduzione che oggi definiremmo spudoratamente pop, ma che allora poteva sembrare una trappola per chi doveva difendere un’immagine precisa.
I Rokes e la paura dello sfottò
Tra i rifiuti più interessanti c’è quello dei Rokes. Johnny Charlton, all’epoca chitarrista del gruppo, spiegava che la musica funzionava eccome, ma quel testo era un problema. Loro, quattro ragazzi inglesi trapiantati in Italia, erano già nel mirino per i capelli lunghi: battute, prese in giro, il classico interrogatorio tossico “siete maschi o femmine?”. In quel clima, cantare “La bambola” avrebbe potuto trasformarsi in benzina sul fuoco.
Non è un dettaglio da poco: ti fa capire quanto l’Italia di fine anni Sessanta fosse ancora rigidissima sul piano dei ruoli e delle apparenze. E quanto un brano che oggi consideriamo semplicemente un classico pop, allora potesse essere percepito come una mina sul terreno dell’immagine pubblica. I Rokes, paradossalmente, incroceranno Migliacci più avanti, e finiranno a Sanremo con “Ma che freddo fa” (destino beffardo), brano che però verrà ricordato soprattutto nella versione di Nada. Un’altra lezione: la canzone giusta non basta, serve l’interprete giusto.
Patty Pravo, il verso “imposto” e l’eternità
A rendere davvero leggendaria la vicenda è il fatto che anche Caterina Caselli non fosse convinta e che persino Patty Pravo, alla fine, provò a opporsi a un punto chiave del testo. Quel “mi fai girar” che i dirigenti imposero e che poi sarebbe diventato una specie di timbro, una firma sonora, un ritornello mentale per generazioni di ascoltatori. È il tipo di dettaglio che racconta quanto il pop sia fatto di collisioni: artista contro etichetta, gusto contro strategia, istinto contro mercato.
Poi succede la magia. Patty Pravo incide “La bambola” e il brano si trasforma in una fotografia definitiva: un vinile da Hit Parade, un pezzo che non invecchia, un’icona che resta lì come un santino laico della storia pop italiana. La canzone smette di essere un rischio e diventa un’identità. Quella sì, indiscutibile.
E adesso, nel 2026, il cerchio si chiude con un salto internazionale che è quasi un colpo di teatro: “La bambola” rimbalza di nuovo nell’immaginario e viene reinterpretata da Madonna per una campagna pubblicitaria di Dolce & Gabbana. Non è solo un’operazione nostalgia, e non è neppure soltanto un tributo. È la conferma che certi brani, una volta che hanno trovato la forma perfetta, possono cambiare voce, lingua, epoca, ma restano riconoscibili come un profumo: ne basta un frammento e sei già dentro la scena.
La cosa più ironica, in fondo, è questa: “La bambola” era stata bocciata perché “non andava bene”. Oggi è talmente universale da poter essere riscritta, riusata, rilanciata. E ogni volta suona come se fosse appena uscita.
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Camila Raznovich rompe il silenzio sulle molestie subite da bambina: «Raccontarlo è un atto necessario»
Camila Raznovich torna a parlare apertamente di sesso e corpo con lo spettacolo teatrale Loveline, ma soprattutto sceglie di raccontare una ferita privata rimasta a lungo taciuta. In un’intervista al settimanale F, la conduttrice Rai rivela di aver subìto molestie da bambina. Una presa di parola che assume un valore pubblico: rompere il silenzio per aiutare chi, ancora oggi, non riesce a denunciare.
Camila Raznovich ha scelto di parlare. E non è un dettaglio, né una confessione estemporanea. È una presa di parola consapevole, pubblica, che arriva da una donna adulta, da una professionista affermata, da un volto riconoscibile del servizio pubblico. Ed è proprio questo che rende la sua testimonianza così importante.
La conduttrice di Kilimangiaro è tornata a teatro con Loveline, spettacolo che riprende il titolo del programma cult che conduceva su MTV Italia quasi vent’anni fa, quando parlare di sesso in televisione era ancora una piccola rivoluzione. Ma oggi Loveline non è solo ironia, leggerezza o educazione sentimentale: è anche memoria, corpo, trauma.
In un’intervista rilasciata al settimanale F, Raznovich ha raccontato per la prima volta le molestie subite da bambina. «Un amico di famiglia mi mise le mani nelle mutandine», ha detto. Una frase semplice, diretta, che non cerca attenuanti né drammatizzazioni, ma che restituisce tutta la violenza di un gesto compiuto in un contesto di fiducia.
Parlare quando si può, parlare per chi non riesce
Il valore della testimonianza di Camila Raznovich sta proprio qui: non nel sensazionalismo, ma nel tempismo umano. Racconta oggi, quando ha gli strumenti per farlo, quando può reggere il peso di quelle parole, quando può trasformare un’esperienza privata in un messaggio collettivo.
Perché quando una donna, un personaggio pubblico, racconta una molestia subita nell’infanzia, non lo fa solo per sé. Lo fa anche per tutte quelle persone – donne e uomini – che non hanno mai trovato il coraggio di parlare, di denunciare, di nominare ciò che è accaduto. E che spesso portano quel silenzio addosso per una vita intera.
Raznovich non usa la parola “denuncia” a caso, non costruisce un manifesto. Ma il senso del suo racconto è chiaro: rompere il silenzio è possibile, anche dopo molti anni. E non è mai “troppo tardi” per dare un nome a ciò che è successo.
Dal sesso raccontato al corpo violato
Negli anni Duemila Loveline era uno spazio di libertà. Si parlava di sesso senza moralismi, senza vergogna, senza paternalismi. Oggi quel titolo torna, ma con una consapevolezza diversa. Parlare di sesso significa parlare anche di consenso, di confini, di abusi, di ciò che segna il rapporto con il corpo fin dall’infanzia.
Il teatro diventa il luogo ideale per questo passaggio: più libero della televisione, meno filtrato, più diretto. Non c’è contraddizione tra la Raznovich divulgatrice di viaggi e la Raznovich che racconta una molestia. C’è continuità. È lo stesso sguardo curioso sull’essere umano, solo rivolto verso l’interno.
Una testimonianza che ha un peso pubblico
Non è un caso che queste parole arrivino da una figura che negli anni ha mantenuto un profilo equilibrato, mai sopra le righe, mai scandalistico. Camila Raznovich non è una che usa il dolore come leva mediatica. Proprio per questo la sua scelta pesa di più.
In un Paese in cui le molestie vengono ancora minimizzate, rimosse, archiviate come “episodi”, la sua voce contribuisce a cambiare la percezione collettiva. Non serve gridare, non serve accusare nomi e cognomi: basta raccontare la verità.
E quando la verità viene detta da chi ha visibilità, credibilità e ascolto, diventa uno strumento potentissimo. Per chi ha subito, per chi subisce, per chi ha ancora paura di parlare.
Camila Raznovich non chiede solidarietà. Non chiede indulgenza. Racconta.
Ed è proprio questo, oggi, il gesto più politico e più utile che potesse fare.
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