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La calza della Befana è più cara: il cacao vola sui mercati e il cioccolato rincara del 9,1%, l’allarme del Codacons sui consumii
Il Codacons segnala rincari medi del 9,1% per i prodotti a base di cioccolato rispetto allo scorso anno. Alla base, l’impennata senza precedenti del prezzo del cacao e l’aumento dei costi lungo tutta la filiera. Il rischio: trasformare un prodotto popolare in una spesa sempre meno accessibile.
Quella in arrivo con la Befana rischia di essere una calza decisamente più salata per gli italiani. A lanciare l’allarme è il Codacons, che segnala un aumento sensibile dei prezzi dei prodotti a base di cioccolato, con un rincaro medio del 9,1% rispetto allo scorso anno. Un dato che pesa direttamente su uno dei simboli più amati dell’Epifania, soprattutto per le famiglie con bambini.
Secondo l’associazione, il motivo principale va cercato nei mercati internazionali delle materie prime. «Alla base degli aumenti c’è l’impennata senza precedenti del prezzo del cacao, materia prima essenziale per la produzione della cioccolata», spiega il Codacons. Un trend che, almeno per ora, non mostra segnali di inversione e che si sta trasferendo rapidamente dai listini all’ingrosso agli scaffali dei negozi.
Il cacao al centro della tempesta
Il cacao, ingrediente chiave per dolci, snack e prodotti tipici della calza della Befana, è diventato sempre più caro. Le quotazioni internazionali hanno raggiunto livelli record, spingendo verso l’alto i costi di produzione. A questo si sommano, sottolinea l’associazione, i rincari di altre componenti fondamentali della filiera, dall’energia ai trasporti, fino al packaging.
Il risultato è un effetto domino che colpisce il consumatore finale. Anche prodotti considerati tradizionali e “alla portata di tutti” registrano aumenti che, messi insieme, incidono in modo concreto sulla spesa complessiva. Per chi riempie la calza con cioccolatini, barrette e dolciumi assortiti, la differenza rispetto allo scorso anno non passa inosservata.
Una tradizione sempre più costosa
Il Codacons parla apertamente di un rischio strutturale. «La corsa dei prezzi del cacao sta trasformando un prodotto tradizionale e popolare in una spesa sempre meno accessibile», avverte l’associazione. Il timore è che, se questa dinamica dovesse continuare, la cioccolata possa diventare progressivamente un bene di lusso, almeno per alcune fasce di reddito.
Un cambiamento che avrebbe un impatto diretto sulle abitudini di consumo delle famiglie italiane. La calza della Befana, da sempre simbolo di semplicità e piccoli piaceri, rischia di essere ridimensionata o ripensata, con una maggiore attenzione ai prezzi e alle quantità.
Effetti sui consumi e scelte obbligate
In questo contesto, molti consumatori potrebbero orientarsi verso prodotti alternativi o ridurre la presenza di cioccolato nelle calze, privilegiando dolci meno costosi o gadget non alimentari. Una scelta dettata più dalla necessità che dalla volontà, in un periodo in cui il carovita continua a erodere il potere d’acquisto.
Il Codacons invita a non sottovalutare il segnale che arriva da questi aumenti stagionali. La Befana, con la sua calza, diventa così una cartina di tornasole di dinamiche economiche più ampie, che partono dai mercati globali e finiscono per incidere sulle tradizioni quotidiane.
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Epstein, l’orrore non finisce: il New Mexico indaga su presunti corpi sepolti nel ranch e spunta una mail segreta mai resa pubblica
Secondo quanto riportato da Reuters, il Dipartimento di Giustizia del New Mexico sta verificando un’accusa secondo cui Jeffrey Epstein avrebbe ordinato la sepoltura di due ragazze straniere nei pressi del suo Zorro Ranch, a sud di Santa Fe. Le autorità hanno chiesto al Dipartimento di Giustizia degli Stati Uniti la versione integrale di un’e-mail del 2019 che conterrebbe l’accusa. L’Fbi non commenta, Washington tace. Si riapre uno dei capitoli più oscuri del caso.
Il nome di Jeffrey Epstein continua a riemergere come un’onda lunga che non si placa. A distanza di anni dalla sua morte in carcere nel 2019, una nuova accusa rischia di riaprire un fronte già carico di ombre. Lo Stato americano del New Mexico ha avviato un’indagine su una segnalazione secondo cui il finanziere avrebbe ordinato la sepoltura dei corpi di due ragazze straniere nei pressi del suo remoto ranch. La notizia, riportata da diversi media internazionali tra cui Reuters, ha immediatamente riacceso l’attenzione sullo Zorro Ranch, la vasta proprietà situata circa 48 chilometri a sud di Santa Fe.
Le autorità del New Mexico chiedono di avere a disposizione la versione non censurata di una mail. Il documento, nella versione finora disponibile, risulta parzialmente oscurato. Per questo lo Stato ha chiesto l’accesso integrale al testo, ritenuto potenzialmente decisivo per verificare la fondatezza della segnalazione.
Il Dipartimento di Giustizia federale, riferisce Reuters, non ha risposto immediatamente alla richiesta di commento. L’FBI, da parte sua, ha rifiutato di commentare. Un silenzio che non equivale a conferma, ma che contribuisce ad alimentare interrogativi in un caso già segnato da lacune, omissioni e zone grigie.
L’indagine statale si inserisce in un contesto più ampio. Epstein avrebbe abusato sessualmente di ragazze e donne all’interno dello Zorro Ranch per oltre due decenni. Non si tratta solo di verificare un singolo episodio, ma di ricostruire l’intero perimetro di ciò che sarebbe accaduto nella tenuta.
Lo Zorro Ranch è uno dei luoghi simbolo della rete costruita dal finanziere: una proprietà isolata, lontana dai centri abitati, protetta da sistemi di sicurezza e circondata da vasti terreni. Negli anni, diverse testimoni hanno indicato il ranch come teatro di incontri e soggiorni che avrebbero coinvolto giovani donne e minorenni. Finora, tuttavia, nessuna indagine pubblica aveva approfondito in modo organico quanto sarebbe accaduto in quella specifica località del New Mexico.
Il nuovo filone nasce da una comunicazione del 2019. Non è ancora chiaro chi abbia redatto o ricevuto l’e-mail al centro della richiesta, né in quale contesto sia stata inviata. Proprio per questo l’accesso alla versione integrale del documento rappresenta il primo passo per comprendere se si tratti di un’accusa circostanziata, supportata da elementi verificabili, oppure di una segnalazione rimasta priva di riscontri.
La morte di Epstein in una cella del Metropolitan Correctional Center di New York, ufficialmente classificata come suicidio, aveva lasciato aperte molte domande. Negli anni successivi, procedimenti civili e inchieste giornalistiche hanno continuato a ricostruire la rete di relazioni del finanziere, che comprendeva personalità di rilievo in ambito politico, economico e culturale. L’eventuale conferma di fatti così gravi come la sepoltura di corpi nel ranch segnerebbe un salto ulteriore nella gravità delle accuse.
Per ora, però, le autorità parlano di un’indagine preliminare. Non risultano, allo stato, esumazioni o perquisizioni pubblicamente annunciate nell’area del ranch. Il primo obiettivo è ottenere la documentazione completa e verificare se l’e-mail del 2019 contenga dettagli operativi, indicazioni di luogo, nomi o altri elementi utili a un riscontro concreto.
Il caso Epstein ha dimostrato negli anni quanto sia difficile separare fatti accertati, testimonianze, ipotesi e ricostruzioni parziali. Proprio per questo l’iniziativa del New Mexico viene letta come un tentativo di riportare il dibattito su un terreno istituzionale, fatto di atti formali e richieste documentali. Solo l’analisi delle carte e, se necessario, accertamenti sul campo potranno stabilire se dietro l’accusa vi siano elementi sostanziali o se si tratti dell’ennesima voce in una vicenda che continua a generare sospetti.
Resta il dato politico e simbolico: a distanza di anni, lo Stato torna a interrogarsi su ciò che potrebbe essere accaduto in uno dei luoghi più controversi legati a Jeffrey Epstein. E finché non verrà chiarito cosa contenga davvero quella mail del 2019, lo Zorro Ranch continuerà a essere non solo una proprietà isolata nel deserto del New Mexico, ma un punto interrogativo aperto nella storia giudiziaria americana.
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Antonella Elia, la lingua più veloce del telecomando: da “sparisci domani” ad Achille Lauro alla nuova gaffe su Sanremo e Laura Pausini
Elia ricorda la lite “selvaggia” con Achille Lauro dopo una prova in cui, dice, avrebbe colpito Jill Cooper. Oggi si corregge: “È diventato una star hollywoodiana”. Ma nel commentare l’ipotesi duetto a Sanremo con Laura Pausini, torna a pungere.
Se Antonella Elia entra in una stanza, non serve l’audio: lo capisci dal volume. E quando ripercorre le sue vecchie litigate televisive, non lo fa per nostalgia, lo fa come se stesse ancora sul set. A La volta buona oggi ha rimesso sul tavolo uno dei momenti più citati di Pechino Express: lo scontro con Achille Lauro, la frase diventata meme e una rivalutazione tardiva che suona come un’autodenuncia con risata incorporata.
All’epoca, dopo una sfida, Elia gli urlò senza mezze misure: «Hai colpito la faccia! E non sto urlando per fare tv. Io faccio televisione da 30 anni e tu sei nato ieri e forse sparisci domani!». Oggi, col senno di poi e con Lauro trasformato in un personaggio pop ormai stabile, Antonella la mette giù così: «Ho litigato selvaggiamente con lui perché aveva dato un cosone in faccia alla mia amica Jill Cooper… Mamma mia, non ci ho azzeccato per nulla, è diventato una star hollywoodiana, mio Dio che gaffe che ho fatto».
Il litigio “selvaggio” e la frase che non muore mai
Elia racconta la scena come un referto emotivo: lei convinta di difendere l’amica, lui dall’altra parte, la tensione a mille e quella frase che – detta in tv – resta appiccicata addosso a chi la pronuncia. Il punto non è solo l’insulto (“sparisci domani”), ma la certezza con cui lo dice: la classica sentenza definitiva che la televisione, beffarda, si diverte poi a smentire.
E infatti la Elia di oggi lo ammette: non ci aveva visto lungo. Lauro non è sparito affatto. Anzi, l’ha presa larga. E lei, con la stessa energia con cui lo aveva liquidato, ora si rimangia la previsione e la trasforma in gag.
La rivalutazione di Achille Lauro: dall’errore al complimento involontario
Quando Elia dice “è diventato una star hollywoodiana”, non sta facendo critica musicale: sta fotografando un dato di percezione. Lauro è uno che ha costruito immaginario, estetica, presenza scenica. Che piaccia o meno, è un personaggio che buca, e in tv conta più di qualsiasi certificazione.
La sua ammissione, però, non è un’abiura completa: è più un “ok, ho fatto una gaffe”. Un modo per restare fedele al personaggio Elia – quello impulsivo, istintivo, assoluto – senza fingere di essere diventata improvvisamente diplomatica.
Sanremo, Laura Pausini e l’altra scivolata in diretta
E infatti la diplomazia dura poco. Perché appena si tocca Sanremo e spunta l’ipotesi di un duetto con Laura Pausini, Antonella inciampa di nuovo, come se fosse irresistibile. La frase esce a raffica: «Canterà a Sanremo con Laura Pausini? Oddio, lui canta, ma non canta come Laura, che è un’ugola d’oro. Quindi vedere questo mix, con uno che canta, ma non è che proprio canta, canta…».
Traduzione: Laura è Laura, punto. Lui “canta”, ma… con quei tre puntini che sono una smorfia. È la classica stilettata che non è un insulto pieno, ma neanche un complimento: è un modo per sminuire con la ripetizione, lasciando il bersaglio appeso tra il serio e il faceto.
E qui il meccanismo è sempre lo stesso: Antonella Elia non argomenta, imprime. Fa frasi che restano, nel bene e nel male. E mentre prova a riparare una gaffe vecchia di anni, ne confeziona un’altra in tempo reale, con la stessa naturalezza con cui altre persone chiedono un caffè.
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La Preside chiude con il 23,7% di share, ma sui social vince A testa alta: due successi diversi a confronto
La Preside conquista la tv generalista e conferma la forza di Ranieri. A testa alta, invece, oltre agli ascolti, esplode sui social tra meme e parodie, diventando un caso pop.
È terminata con un risultato netto e indiscutibile La Preside, che ha chiuso il suo percorso con il 23,7% di share, confermando ancora una volta il forte rapporto tra Luisa Ranieri e il pubblico televisivo. Un successo pieno, lineare, che certifica la solidità di una proposta pensata per il prime time generalista e costruita attorno a una figura autorevole e riconoscibile.




Il dato diventa ancora più interessante se messo a confronto con quello di A testa alta, dove anche Sabrina Ferilli interpreta una preside. Due prodotti simili per ruolo centrale e target, arrivati a risultati di ascolto quasi sovrapponibili. Eppure, a guardarli da vicino, raccontano due storie molto diverse.
Il successo televisivo di Luisa Ranieri
La Preside ha funzionato esattamente dove doveva funzionare: davanti allo schermo. Ascolti solidi, pubblico fedele, nessuna flessione significativa. Ranieri si conferma un volto capace di intercettare un’audience trasversale, che cerca nella fiction rassicurazione, riconoscibilità e un racconto istituzionale forte.
È un successo “classico”, misurabile con i parametri tradizionali della televisione: share, continuità, autorevolezza del prodotto. Ma è anche un successo che resta quasi interamente confinato lì, nello spazio televisivo.
Il caso social di A testa alta
Diverso il percorso di A testa alta. La serie con Sabrina Ferilli non si è limitata a essere vista: è stata commentata, rielaborata, trasformata. Sui social ha generato meme, parodie, clip ricondivise, battute diventate virali. Un fenomeno che va oltre il dato Auditel e che indica un livello di coinvolgimento emotivo e ironico molto più alto.
Ferilli, con il suo registro più diretto e popolare, è diventata materiale narrativo per il web. Non solo personaggio, ma linguaggio. La serie ha trovato una seconda vita digitale, alimentata dal pubblico stesso.
Due modelli di successo che non coincidono
La differenza fondamentale sta tutta qui. La Preside è stata un successo televisivo pieno, ma con scarso riverbero online. A testa alta, invece, ha saputo trasformarsi in evento social, entrando nel circuito della cultura pop contemporanea.
Non è una questione di qualità, ma di modalità di fruizione. Ranieri conquista lo spettatore seduto sul divano. Ferilli conquista anche chi commenta, taglia, ironizza e condivide. Due modi diversi di “vincere”, che oggi non coincidono più necessariamente.
Il confronto mostra come la televisione non sia più un blocco unico: può dominare negli ascolti e restare silenziosa sui social, oppure accendere il web anche senza staccare nettamente la concorrenza. E nel racconto del successo, ormai, entrambe le dimensioni contano.
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