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Beauty

Capelli tinti, colore sempre acceso: i segreti per farlo durare più a lungo

Dalla scelta dello shampoo alle abitudini quotidiane: come proteggere la tinta e mantenere i capelli luminosi settimana dopo settimana.

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Capelli tinti

    Tingere i capelli è uno dei modi più immediati per cambiare look, coprire i capelli bianchi o semplicemente valorizzare il proprio stile. Ma chiunque abbia provato sa bene che il colore, soprattutto se intenso o artificiale, tende a perdere brillantezza con il passare delle settimane. La buona notizia è che mantenere una tinta viva e luminosa è possibile, a patto di adottare le giuste attenzioni fin dal primo lavaggio.

    Perché il colore sbiadisce

    La colorazione altera la struttura del capello, aprendo le cuticole per permettere ai pigmenti di penetrare. Con il tempo, però, lavaggi frequenti, acqua calda, sole, smog e strumenti a caldo favoriscono la fuoriuscita del colore. I capelli decolorati o molto trattati risultano ancora più vulnerabili, perché la fibra è già indebolita.

    Il primo lavaggio è decisivo

    Gli esperti consigliano di attendere almeno 48 ore dopo la tinta prima di lavare i capelli. Questo permette ai pigmenti di fissarsi meglio all’interno del fusto. Anticipare il lavaggio, soprattutto con acqua calda, rischia di compromettere la durata del colore fin dall’inizio.

    Shampoo e prodotti: scegliere quelli giusti

    Uno degli errori più comuni è continuare a usare shampoo aggressivi. I detergenti specifici per capelli colorati hanno formule più delicate, spesso prive di solfati forti, e aiutano a preservare la tonalità. Anche balsamo e maschere giocano un ruolo fondamentale: nutrire il capello significa sigillare le cuticole, limitando la dispersione del colore.

    Negli ultimi anni si sono diffusi prodotti pigmentati, come maschere ravvivanti o shampoo tonalizzanti, utili soprattutto per biondi freddi, rossi e castani intensi. Non sostituiscono la tinta, ma aiutano a mantenere il colore uniforme tra un appuntamento dal parrucchiere e l’altro.

    Attenzione all’acqua e al calore

    L’acqua troppo calda è nemica dei capelli tinti. Meglio preferire lavaggi tiepidi e, se possibile, un ultimo risciacquo freddo, che aiuta a chiudere le cuticole. Anche phon, piastre e ferri contribuiscono allo sbiadimento: l’uso di un termoprotettore è indispensabile, così come limitare le temperature elevate.

    Sole, mare e piscina: come proteggersi

    Raggi UV, salsedine e cloro accelerano la perdita di colore. In estate, ma non solo, è consigliabile utilizzare spray protettivi con filtri UV e indossare cappelli nelle ore più calde. Dopo il mare o la piscina, risciacquare subito i capelli con acqua dolce riduce i danni.

    Lavaggi meno frequenti e stile di vita

    Lavare i capelli ogni giorno non è sempre necessario e può incidere sulla durata della tinta. Quando possibile, allungare i tempi tra uno shampoo e l’altro aiuta a preservare il colore. Anche l’alimentazione ha un impatto indiretto: una dieta ricca di proteine, vitamine e grassi “buoni” contribuisce alla salute del capello, rendendolo più resistente.

    Quando tornare dal parrucchiere

    Anche con le migliori cure, il colore ha bisogno di essere rinfrescato. I professionisti consigliano piccoli ritocchi periodici o gloss tonalizzanti, meno aggressivi di una nuova colorazione completa, per ravvivare la luminosità senza stressare i capelli.

    In definitiva, un colore acceso non è solo il risultato della tinta, ma di una routine costante fatta di scelte consapevoli. Piccoli gesti quotidiani che, nel tempo, fanno la differenza tra una chioma spenta e un colore che continua a brillare.

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      Beauty

      Gua Sha e roller di giada: la bellezza che scivola tra mito e scienza

      Dalla medicina tradizionale cinese ai social network, il Gua Sha e le pietre di giada sono diventati simbolo di una bellezza consapevole. Gli esperti spiegano come usarli e quali benefici reali apportano alla pelle.

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      Gua Sha e roller di giada

        Una mano che scivola lungo il viso, una pietra levigata che riflette la luce, la pelle che sembra rilassarsi all’istante. È l’immagine che ha reso il Gua Sha e i roller di giada protagonisti della cosmetica contemporanea. Una tendenza nata online, capace di trasformare un antico gesto rituale in una routine quotidiana di bellezza e benessere. Ma quanto c’è di reale dietro la promessa di una pelle più tonica e luminosa?

        Dalle origini orientali al bagno di popolarità occidentale

        Il termine Gua Sha deriva dal cinese: “gua” significa “raschiare” e “sha” si riferisce agli arrossamenti che compaiono dopo la frizione. Nella medicina tradizionale, questa tecnica veniva utilizzata per stimolare la circolazione sanguigna ed energetica, alleviare dolori muscolari e favorire l’eliminazione delle tossine.

        Oggi la pratica si è addolcita: gli strumenti in legno o in osso sono stati sostituiti da eleganti pietre levigate di giada, quarzo rosa, ametista o ossidiana, utilizzate con movimenti delicati per massaggiare il viso. Al loro fianco, i roller, rulli a doppia testina che aiutano a stendere sieri e creme favorendone l’assorbimento.

        “Il principio non è diverso da quello di un massaggio linfodrenante manuale”, spiega la dermatologa Francesca Neri, specialista in medicina estetica a Milano. “La stimolazione meccanica migliora il microcircolo e può ridurre temporaneamente gonfiore e ritenzione, ma non può sostituire trattamenti medici o anti-age”.

        Cosa dice la scienza

        Una ricerca pubblicata sul Journal of Clinical Medicine (2017) ha dimostrato che la stimolazione cutanea simile a quella del Gua Sha aumenta la microcircolazione locale fino al 400% per alcuni minuti, con effetti positivi sul drenaggio e sulla sensazione di rilassamento. Tuttavia, gli esperti concordano: i risultati sono temporanei e legati alla costanza d’uso.

        Non esistono prove che il Gua Sha “ringiovanisca” la pelle o stimoli la produzione di collagene, ma può contribuire al benessere cutaneo grazie al miglioramento della circolazione e al rilascio delle tensioni muscolari del viso, spesso collegate a stress e posture scorrette.

        Il valore del gesto e della materia

        Al di là della scienza, la scelta della pietra ha un valore anche simbolico. Secondo la consulente olistica Alessia Rosati, “la giada è associata all’armonia interiore e alla serenità, il quarzo rosa all’amore e alla dolcezza, l’ametista alla consapevolezza e l’ossidiana al radicamento”.

        Rosati sottolinea che il vero beneficio risiede nella ritualità del gesto: “Lavare il viso, applicare un olio naturale e passare lentamente la pietra lungo le linee del volto aiuta a riconnettersi con sé stessi. È un momento di ascolto e calma, un piccolo spazio di consapevolezza nella routine quotidiana”.

        In effetti, diversi studi di psicologia del benessere confermano che le pratiche di auto-cura regolare, come il massaggio facciale, possono ridurre i livelli di stress percepito, migliorando la percezione di sé e la qualità del sonno.

        Come praticare il Gua Sha a casa

        Per chi desidera provare, bastano pochi accorgimenti:

        1. Detergere bene il viso e applicare un olio vegetale (come jojoba o rosa mosqueta) per facilitare lo scorrimento.
        2. Eseguire movimenti lenti e direzionati verso l’alto, seguendo le linee del viso: dal mento verso le orecchie, dalle guance verso le tempie e dalla fronte verso l’attaccatura dei capelli.
        3. Ripetere per 5-10 minuti al giorno, evitando eccessiva pressione.
        4. Pulire la pietra dopo ogni utilizzo con acqua tiepida e sapone neutro.

        Il massaggio, se eseguito con costanza, può ridurre la tensione mandibolare, favorire il rilassamento e donare un aspetto più disteso e luminoso al viso.

        Tra rituale e consapevolezza

        Il successo del Gua Sha, dei roller e delle pietre di giada non è solo estetico, ma culturale. In un mondo sempre più veloce e digitale, queste pratiche restituiscono il tempo del contatto e la cura di sé come gesto lento.

        “Nel movimento della pietra sulla pelle”, conclude Rosati, “non c’è solo un’azione meccanica, ma la possibilità di fermarsi e respirare. È un invito a prendersi del tempo, ad ascoltare il corpo e a ricordare che la bellezza nasce anche dalla calma”.

        Forse è proprio qui che risiede il fascino intramontabile di queste antiche pietre: nel gesto che unisce mente e corpo, scienza e ritualità. Un equilibrio delicato, che trasforma la cura del viso in un piccolo atto di benessere quotidiano.

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          Salute

          Piatti in ammollo nel lavandino: un’abitudine comune che può mettere a rischio la salute

          Lasciare stoviglie sporche immerse nell’acqua sembra una soluzione pratica, ma può favorire la proliferazione di batteri e contaminazioni domestiche.

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          Piatti in ammollo

            Lasciare piatti, bicchieri e posate in ammollo nel lavandino è un gesto quotidiano per molte persone: si rimanda il lavaggio, si pensa di ammorbidire lo sporco o semplicemente si aspetta di avere tempo. Tuttavia, quella che appare come una soluzione comoda può trasformarsi in un potenziale rischio per la salute, soprattutto dal punto di vista igienico-sanitario.

            Un ambiente ideale per batteri e muffe

            Il lavandino della cucina è uno dei punti più contaminati della casa. Quando i piatti sporchi restano immersi in acqua tiepida o a temperatura ambiente, si crea un contesto perfetto per la moltiplicazione di batteri, come Escherichia coli, Salmonella e Staphylococcus aureus, spesso presenti nei residui di cibo. L’umidità costante e la presenza di sostanze organiche accelerano la crescita microbica già dopo poche ore.

            Secondo gli esperti di igiene domestica, l’ammollo prolungato non “neutralizza” i germi, ma al contrario li aiuta a diffondersi, formando veri e propri biofilm sulle superfici delle stoviglie, più difficili da eliminare con un semplice risciacquo.

            Il rischio di contaminazione incrociata

            Un altro problema riguarda la contaminazione incrociata. Se nello stesso lavandino finiscono piatti usati per carne cruda, uova o pesce insieme ad altre stoviglie, i microrganismi possono trasferirsi facilmente da un oggetto all’altro. Questo aumenta il rischio che batteri potenzialmente patogeni arrivino su piatti o posate che verranno poi utilizzati per alimenti pronti al consumo.

            Il rischio è ancora maggiore se l’acqua dell’ammollo viene riutilizzata o se le stoviglie non vengono lavate subito con acqua calda e detergente adeguato.

            Cattivi odori, insetti e scarichi ostruiti

            Lasciare piatti sporchi nel lavandino favorisce anche la formazione di cattivi odori, dovuti alla decomposizione dei residui alimentari. Inoltre, l’umidità e il cibo attirano insetti come moscerini e scarafaggi, che possono diventare veicoli di ulteriori contaminazioni.

            Non va poi sottovalutato il rischio per gli scarichi: grassi e residui che si staccano durante l’ammollo possono accumularsi nelle tubature, causando ostruzioni e favorendo la proliferazione di batteri anche all’interno delle canalizzazioni.

            Ammollo sì, ma con criterio

            Gli esperti non demonizzano del tutto l’ammollo, purché sia breve e mirato. Può essere utile per pentole incrostate o teglie molto sporche, ma dovrebbe durare il minimo indispensabile e avvenire preferibilmente con acqua calda e detergente. Subito dopo, è fondamentale procedere al lavaggio accurato e all’asciugatura.

            Per le stoviglie di uso quotidiano, la soluzione migliore resta lavarle subito dopo i pasti, evitando accumuli nel lavandino.

            Una questione di igiene quotidiana

            In cucina, piccoli gesti fanno una grande differenza. Ridurre il tempo in cui i piatti restano sporchi e bagnati aiuta a mantenere un ambiente più sano, limitando la diffusione di germi e proteggendo la salute di tutta la famiglia. A volte, ciò che sembra una scorciatoia domestica può trasformarsi in un’abitudine da rivedere.

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