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Storie vere

Stipendi da fame in Italia: il giovane talento chef fugge all’estero per realizzare i propri sogni

Niccolò Candian, 22 anni, lascia l’Italia per diventare chef a Miami: una scelta obbligata a causa di salari troppo bassi nel settore della ristorazione. Un problema che pesa su un’intera generazione.

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    La storia di Niccolò Candian, giovane talento chef di 22 anni originario di Peschiera Borromeo (Milano), è l’emblema di un problema che affligge molti giovani italiani. Ovvero stipendi troppo bassi e scarse opportunità di crescita professionale. Dopo essersi formato in diversi ristoranti italiani e francesi, Niccolò ha deciso di trasferirsi a Miami negli Stati Uniti per proseguire la sua carriera. «In Italia si fa fatica come giovane chef, perché si richiede un’esperienza di anni. Secondo me non è questo che conta, ma la qualità del lavoro e la passione che ci metti», racconta. Negli Stati Uniti ha trovato un ambiente più dinamico e attento al valore dei giovani professionisti, dove la fiducia e la meritocrazia sono pilastri fondamentali.

    Il destino di una generazione di ragazzi in gamba

    Niccolò sottolinea come gli stipendi in Italia nel settore della ristorazione siano talmente bassi da impedire a un giovane di 22-23 anni di vivere autonomamente, nonostante ruoli di responsabilità. «Lo stipendio è talmente basso che non riesce ad affrontare tutte le spese», denuncia, evidenziando una realtà che spinge molti altri talenti di ogni settore a cercare fortuna altrove. Il suo sogno è quello di aprire uno o più ristoranti, ma ritiene impossibile realizzarlo in Italia a causa delle condizioni economiche sfavorevoli.

    In Italia i salari sono troppo bassi… il talento è sprecato

    Questa situazione non riguarda solo la ristorazione, ma anche altri settori dove i giovani faticano a emergere e a ottenere retribuzioni dignitose. Rispetto ad altri Paesi europei e agli Stati Uniti, l’Italia offre salari significativamente più bassi, soprattutto nei settori creativi e professionali. In molte nazioni europee, i giovani lavoratori ricevono stipendi adeguati che permettono loro di costruirsi un futuro indipendente, mentre in Italia spesso devono affrontare precarietà lavorativa e stipendi insufficienti.

    Emigrazione: un fenomeno che impoverisce il Paese

    L’esperienza di Niccolò è solo una delle tante storie di giovani italiani costretti a emigrare per inseguire le proprie aspirazioni. Un fenomeno che impoverisce il Paese, privandolo di menti brillanti e talenti che potrebbero contribuire alla crescita economica e culturale. Per invertire questa tendenza, è necessario un cambiamento profondo nelle politiche del lavoro, investendo nei giovani e offrendo loro opportunità reali di crescita e stipendi adeguati. Niccolò porterà le sue nuove esperienze culinarie dall’Australia alla Francia. Un triste e ben noto monito per il nostro Paese che senza un serio intervento sul tema delle retribuzioni, continuerà a perdere la migliore gioventù.

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      Una coppia alla ricerca della felicità: cambia vita su una piccola isola del Tamigi

      Dalla metropoli alla natura: la scelta coraggiosa di una giovane coppia che lascia Londra a causa del caro affitto e va a vivere su isola del Tamigi.

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        Sacha Pritchard, 25 anni, e il suo compagno Matt King, 28 anni, hanno deciso di abbandonare la frenesia e i costi proibitivi della vita a Londra per trasferirsi su una piccola isola nascosta nel fiume Tamigi. Dopo anni passati a pagare affitti esorbitanti per minuscoli appartamenti condivisi con altre persone, questa giovane coppia ha trovato una soluzione decisamente fuori dagli schemi.

        Sul Tamigi una vita diversa ma appagante

        La loro nuova casa è un bungalow spazioso con una splendida vista sul fiume. Un affitto più ragionevole rispetto agli standard cittadini ha permesso loro di risparmiare l’equivalente di oltre 20.000 euro all’anno rispetto a quanto spendevano nei sette anni precedenti in città. Il costo include anche il trasporto in barca, dato che l’isola non è collegata alla terraferma da alcun ponte. La dipendenza dalla barchetta a motore rappresenta sia una peculiarità affascinante che una sfida logistica. Sacha usa questo mezzo per raggiungere il lavoro, dove presta servizio quattro giorni alla settimana. Tuttavia, quando il motore si è guastato, la coppia è rimasta bloccata sull’isola finché il problema non è stato risolto.

        Una comunità unita

        Sull’isola sul Tamigi vivono circa venti persone, un numero ridotto che ha favorito la nascita di una comunità stretta e solidale. Condividere questo particolare stile di vita ha permesso a Sacha e Matt di sentirsi parte di un gruppo unico, sebbene la vita sociale possa essere limitata. “Se uno di noi ha bisogno di andare sulla terraferma, l’altro deve accompagnarlo,” raccontano. Questo aspetto logistico richiede coordinazione e pazienza, ma per loro ne vale la pena.

        Una scelta di vita che ripaga

        Nonostante le sfide, Sacha ha dichiarato alla BBC Radio London: “Posso dire onestamente che è una delle cose migliori che abbiamo mai fatto, finanziariamente e mentalmente. Solo per essere nella natura ogni singolo giorno, ci godiamo ogni secondo“. La coppia ha mostrato la loro vita quotidiana su TikTok, dove raccontano come questa scelta sia stata liberatoria. La possibilità di vivere circondati dalla natura, lontani dal caos urbano, ha avuto un impatto positivo sulla loro salute mentale e sul loro rapporto.

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          Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

          Tra sicurezza, immagine e polemiche legali, i ristoranti diventano sempre più selettivi. E il confine tra libertà d’impresa e discriminazione resta sottile.

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          Dal “no maranza” ai divieti più bizzarri: quando i ristoranti scelgono chi far entrare

            Ha deciso di tracciare una linea netta, senza mediazioni né mezzi termini. Lo chef palermitano Natale Giunta ha annunciato sui social il divieto assoluto di ingresso ai cosiddetti “maranza” nei suoi locali CitySea, a Palermo. Il video, diventato virale, usa toni duri e un linguaggio diretto: niente tute lucide, occhiali griffati falsi, collane vistose e atteggiamenti intimidatori. «Qui non sei gradito», è il messaggio, accompagnato da un appello ai colleghi perché aderiscano all’iniziativa.

            Intervistato dal Corriere della Sera, Giunta ha spiegato di non voler colpire un’estetica, ma un comportamento ricorrente: gruppi numerosi che entrano nei locali con atteggiamenti aggressivi, spesso sfociati in risse. Un problema che, sottolinea, mette a rischio non solo i clienti e i lavoratori, ma anche la sopravvivenza stessa dell’attività. Il Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza vieta in generale di rifiutare l’accesso al pubblico, ma attribuisce agli esercenti una responsabilità diretta se episodi violenti avvengono dentro o fuori dal locale, con il rischio concreto di sospensioni e chiusure.

            Il caso di Palermo ha riacceso un dibattito che va ben oltre la Sicilia. In Italia e all’estero esistono da tempo ristoranti e locali che applicano divieti considerati “assurdi”, ma perfettamente reali. A Firenze e Venezia, ad esempio, diversi ristoranti hanno imposto il divieto di entrare in infradito o abbigliamento da spiaggia, per tutelare il decoro in aree ad alta pressione turistica. A Milano e Roma non sono rari i locali che vietano l’ingresso ai bambini sotto una certa età, una scelta dichiarata apertamente e motivata con la volontà di offrire un’esperienza “adults only”.

            All’estero il fenomeno è ancora più evidente. A New York e Londra alcuni ristoranti hanno bandito l’uso dei telefoni cellulari a tavola, chiedendo ai clienti di consegnarli all’ingresso per favorire la conversazione. In Francia e in Spagna esistono locali che rifiutano influencer e creator, per evitare richieste di pasti gratuiti in cambio di visibilità. In Giappone, infine, non mancano ristoranti che accettano solo clienti abituali o che parlano la lingua, per garantire il rispetto delle regole della casa.

            Dietro queste scelte, spesso controverse, c’è una trasformazione del ruolo del ristoratore, sempre più stretto tra accoglienza e controllo. Giunta respinge le accuse di discriminazione e parla di tutela collettiva, rivendicando una “sete di giustizia” nata da anni di tensioni e violenze. Il suo gesto divide, ma solleva una domanda centrale: fino a che punto un locale può — o deve — selezionare chi varca la soglia?

            In un’epoca di cronache segnate da risse e aggressioni, il “ristorante non maranza” diventa così il simbolo di un disagio più ampio. Non solo una provocazione social, ma lo specchio di una società che fatica a trovare un equilibrio tra libertà individuale, sicurezza e rispetto degli spazi condivisi.

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              Scuola in rivolta: prete svela ai bambini che Babbo Natale non esiste e scatena il caos natalizio

              Invitato per una lezione sulla Natività, il reverendo Paul Chamberlain ha dichiarato che Babbo Natale non esiste e che i regali sotto l’albero sono opera dei genitori. Genitori furiosi, bambini sconvolti e un Natale compromesso.

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                La magia del Natale si è trasformata in un incubo per i bambini della Lee-on-the-Solent Junior School, una scuola elementare nell’Hampshire, in Inghilterra. Il responsabile? Il reverendo Paul Chamberlain, un prete anglicano invitato dalla scuola per una lezione sulla Natività, che ha finito per svelare ai piccoli alunni che Babbo Natale non esiste.

                La rivelazione che ha sconvolto i bambini
                L’episodio, raccontato dal Times, ha avuto luogo durante un progetto natalizio in classe. Il prete, parlando a un gruppo di bambini di circa 10 anni, ha spiegato la storia della nascita di Gesù, come richiesto dalla scuola. Ma il discorso ha preso una piega inaspettata quando il religioso ha deciso di commentare l’esistenza di Babbo Natale, dichiarando che l’uomo con la barba bianca e vestito di rosso non esiste.

                Come se non bastasse, alle domande dei bambini sui regali sotto l’albero, Chamberlain ha insistito spiegando che sono i genitori a comprarli, aggiungendo che anche i biscotti lasciati per Babbo Natale vengono mangiati da mamma e papà.

                Lacrime e proteste
                Molti bambini sono scoppiati in lacrime, sconvolti dalla rivelazione. “La mia bambina era sconvolta ma, per fortuna, ancora ci crede e pensa che il prete abbia perso la testa”, ha raccontato una madre. Un’altra genitrice, meno fortunata, ha spiegato: “Molti di noi sono stati costretti a confessare tutto ai nostri figli. Ha rovinato la magia del Natale”.

                Le proteste non si sono fatte attendere. Insegnanti e genitori hanno denunciato pubblicamente il comportamento del prete, definendolo “un gesto assolutamente disgustoso”.

                Scuse tardive e critiche dalla diocesi
                Dopo il caos, la scuola si è scusata ufficialmente con i genitori, assicurando che episodi simili non si ripeteranno. Anche la diocesi di Portsmouth, da cui dipende il reverendo, ha condannato il gesto. Un portavoce ha dichiarato: “Paul ha ammesso che si è trattato di un errore di giudizio. Siamo dispiaciuti per le conseguenze delle sue parole”.

                Un Natale difficile da rimediare
                Mentre la scuola cerca di riportare la serenità, i genitori si interrogano su come rimediare ai danni fatti. “Non so come si possa recuperare la magia del Natale per i nostri figli”, ha commentato una madre amareggiata.

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