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Musica

Da Ultimo a Numero Uno: il ragazzo di San Basilio che ha staccato 250 mila biglietti in tre ore

In un’Italia musicale che fatica a riempire gli stadi, con tournée naufragate tra spalti vuoti e conti in rosso, Niccolò Moriconi – in arte Ultimo – firma l’impresa: 250 mila biglietti venduti in tre ore per il maxi-concerto di Tor Vergata del 2026. Da figlio di San Basilio con studi al conservatorio e senza santi in paradiso, a nuovo numero uno della musica pop: il ragazzo schivo e allergico alle luci della tv ha costruito la sua “chiesa” parlando agli ultimi, che oggi diventano una folla oceanica.

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    Il pop italiano sanguina, affonda tra tour cancellati e spalti deserti. Eppure, nel mezzo di un deserto di biglietterie, un ragazzo di 29 anni nato a San Basilio si prende la scena come nessuno prima di lui. Ultimo – all’anagrafe Niccolò Moriconi – ha venduto 250 mila biglietti in tre ore per il “Raduno degli Ultimi”, il concerto che il 4 luglio 2026 trasformerà la spianata di Tor Vergata in un oceano umano. È già un record: supera Vasco Rossi e il suo Modena Park 2017, fermo a 225 mila presenze.

    L’annuncio è arrivato sui social, con la sobrietà di chi non ha mai cercato riflettori inutili: «Il concerto più grande di sempre». E i fan, che lo seguono con una devozione quasi liturgica, hanno risposto trasformando l’evento in un sold out immediato. La scena è paradossale: mentre decine di artisti devono fare i conti con tournée sovradimensionate e buchi economici, l’ex “ultimo della fila” diventa Numero Uno senza neanche dover bussare ai salotti televisivi.

    Ma chi è davvero Ultimo? Figlio di una piccola borghesia romana, musicista cresciuto tra conservatorio e tentativi andati a vuoto nei talent show, il ragazzo dal carattere chiuso ha trasformato la sua normalità in un marchio vincente. Nessuna esposizione mediatica, poche interviste, zero personaggio: la sua forza è l’anti-star, l’amico del “parchetto di San Basilio” che canta il mal di vivere dei ragazzi comuni. E funziona.

    Le cifre parlano per lui: 1 milione e 750 mila biglietti venduti nella carriera, 84 dischi di platino, 17 d’oro, 3,5 miliardi di streaming su Spotify. Ma la vera consacrazione non è nelle statistiche: è in quella identificazione collettiva che lo ha reso portavoce di chi si sente invisibile, degli “ultimi” che trovano nelle sue ballate – fatte di sofferenza, resilienza e rivincita – uno specchio fedele.

    E così, mentre il pop italiano cerca disperatamente di reinventarsi tra sponsor e coreografie, Ultimo può permettersi di restare ciò che è sempre stato: il ragazzo qualunque che canta a squarciagola la vita che fa male. Nessun effetto speciale, nessuna sovrastruttura. Solo la promessa di un rito collettivo: ci vediamo a Tor Vergata, e sarà la notte in cui l’Ultimo diventa davvero Primo.

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      Musica

      Malgioglio pazzo di Sal Da Vinci: “La canto in spagnolo”. E Ilary lo vuole al matrimonio

      Il successo di Sal Da Vinci travolge tutti: Malgioglio sogna la cover in spagnolo, Ilary Blasi lo vuole al matrimonio e la tv lo manda su due reti insieme.

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        Cristiano Malgioglio si innamora di Sal Da Vinci e lo dice senza giri di parole. Il paroliere ha confessato di voler incidere “Per sempre sì” in versione spagnola, convinto che il brano abbia una forza internazionale.

        «È bellissima», avrebbe detto, lasciando intendere che il progetto non è solo un’idea buttata lì.

        Malgioglio e la cover in spagnolo

        Non è la prima volta che Malgioglio intercetta una canzone e la trasforma. Ma questa volta il bersaglio è preciso: Sal Da Vinci e il suo repertorio, che continua a macinare consensi.

        L’idea di una versione spagnola apre scenari interessanti, soprattutto per un artista abituato a muoversi tra lingue e mercati diversi.

        Ilary Blasi lo vuole al matrimonio

        Nel frattempo, il fenomeno Sal Da Vinci si allarga anche al mondo dello spettacolo. Ilary Blasi avrebbe espresso il desiderio di averlo in concerto al suo prossimo matrimonio.

        Un segnale chiaro di quanto il cantante sia diventato trasversale, capace di entrare nei gusti di pubblici molto diversi.

        Il caso tv: su due reti insieme

        E poi c’è il dato che fa più rumore: Sal Da Vinci in contemporanea su Rai 1 e Canale 5 mentre esegue la stessa canzone, “Rossetto e Caffè”.

        Una situazione rarissima, che racconta meglio di qualsiasi numero il momento che sta vivendo. Quando un artista riesce a essere ovunque, nello stesso momento, significa che ha centrato qualcosa di molto più grande di una semplice hit.

        E infatti il nome di Sal Da Vinci continua a girare, tra tv, social e nuovi progetti. Con Malgioglio pronto a rilanciare ancora di più.

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          Musica

          Valerio Scanu scambiato per Marco Carta al supermercato: “Attenti alle magliette”. E lui sbotta

          Valerio Scanu fermato da un equivoco imbarazzante: scambiato per Marco Carta e accusato indirettamente di furto, risponde davanti a tutti.

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            Una scena da film, ma accade davvero. Valerio Scanu è in fila alla cassa di un supermercato romano quando sente una frase che lo lascia di stucco.

            «Ma è il cantante? Bisogna far attenzione alle magliette», dice il responsabile parlando con una collega. Parole che Scanu ascolta chiaramente, senza possibilità di equivoco.

            Lo scambio clamoroso

            Il riferimento è immediato e pesante. Il cantante capisce subito cosa stanno insinuando e decide di intervenire senza aspettare oltre.

            «Stai facendo per caso riferimento al furto di magliette alla Rinascente?», chiede direttamente al dipendente. La risposta è sì.

            Ma il problema è un altro: non era lui.

            La risposta di Scanu

            Scanu chiarisce subito la situazione, mettendo fine all’equivoco. «Non sono io la persona in questione», spiega, sottolineando l’errore.

            E aggiunge un dettaglio fondamentale: «Ma anche se fossi stato, la persona è stata assolta per non aver commesso il reato».

            Una precisazione che chiude il cerchio e riporta la vicenda alla realtà dei fatti.

            L’equivoco con Marco Carta

            Alla base di tutto c’è uno scambio di persona. Il riferimento, infatti, era a Marco Carta, coinvolto in passato in un caso poi conclusosi con un’assoluzione.

            Un errore che però dimostra quanto certi episodi restino nell’immaginario collettivo, anche quando la giustizia ha già detto la sua.

            Per Scanu, una situazione imbarazzante trasformata in un chiarimento pubblico. Ma anche l’ennesima dimostrazione di quanto, a volte, basti poco per finire nel posto sbagliato al momento sbagliato.

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              Musica

              “Olè Olè Fk Trump”: dal Super Bowl a Minneapolis, il rock si ribella e la protesta viaggia con Springsteen in tour per tutta l’America

              Da Bruce Springsteen a Bad Bunny, fino al coro generato dall’IA: la musica torna in piazza contro Donald Trump.

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                C’è un coro che nelle ultime settimane ha attraversato le piazze americane con la forza delle cose semplici e difficili da fermare: “Olè Olè F**k Trump”. Non nasce in uno studio di registrazione, non porta la firma di una rockstar, non ha un’etichetta alle spalle. Secondo quanto circola, sarebbe stato generato da un programma di intelligenza artificiale. Eppure è diventato la colonna sonora più cantata nelle manifestazioni contro l’amministrazione di Donald Trump e contro l’ICE, l’agenzia federale per l’immigrazione.

                Il paradosso è evidente: mentre la politica accusa Hollywood, il mondo dello spettacolo e le élite culturali, il dissenso si organizza anche grazie a un algoritmo. Ma l’IA, in questo caso, è solo l’innesco. Il cuore della protesta è tornato a battere nella musica dal vivo, nei concerti, nei grandi eventi mediatici.

                Il primo segnale forte è arrivato dal luogo meno “militante” possibile: il Super Bowl di Santa Clara. L’halftime show di Bad Bunny è stato uno spartiacque. Quasi tutto in spagnolo, con richiami espliciti alla cultura portoricana, alle radici latinoamericane, a un’identità plurale. Nel finale, il cantante ha pronunciato “God Bless America”, ma ha allargato il concetto “alle Americhe”, elencando Paesi dall’Argentina al Canada mentre sul palco scorrevano le bandiere. Il messaggio era chiaro: l’America non coincide con gli Stati Uniti.

                La reazione di Trump, affidata a Truth, è stata immediata e durissima. Ha definito la performance “assolutamente terribile” e ha sostenuto che “nessuno capisce” cosa dica l’artista. Ma proprio quell’attacco ha amplificato il gesto. In un evento seguito da milioni di spettatori, la musica è tornata a essere linguaggio politico. Non uno slogan gridato, ma una scelta culturale.

                Pochi giorni dopo, il 29 gennaio 2026, un’altra icona americana ha deciso di intervenire con gli strumenti che conosce meglio: penna e chitarra. Bruce Springsteen ha scritto, registrato e pubblicato in pochissimo tempo “Streets of Minneapolis”, brano nato dopo le morti di Renee Good e Alex Pretti durante le proteste contro l’ICE in Minnesota. Il titolo richiama volutamente “Streets of Philadelphia”, ma il tono è ancora più diretto. Nel testo, Trump appare come un monarca che invia il proprio esercito personale a reprimere. Nessuna metafora sofisticata, nessuna ambiguità: è una canzone di protesta nel senso più classico del termine.

                Springsteen non si è limitato a pubblicarla. L’ha suonata il giorno dopo a Minneapolis, durante un concerto di beneficenza organizzato da Tom Morello. In poche ore il video ha superato milioni di visualizzazioni. Le interazioni sui social sono diventate parte del racconto: quasi mezzo milione di “mi piace” su Instagram, un ritorno nelle classifiche britanniche a distanza di decenni. Ma al di là dei numeri, conta il gesto: riportare la musica nel dibattito pubblico.

                Il Boss non è nuovo a prese di posizione contro Trump. Già nei mesi scorsi, durante il tour europeo, aveva definito la sua amministrazione “corrotta, incompetente e traditrice”. Ma ora il passo è ulteriore. Non è una frase dal palco: è un progetto strutturato.

                Springsteen ha annunciato un nuovo tour, “Land of Hope and Dreams”, che con la E Street Band lo porterà in giro per gli Stati Uniti per due mesi, con 20 tappe. L’inizio è fissato per il 31 marzo, e non è un dettaglio secondario che la prima data sia proprio Minneapolis. La città simbolo delle proteste contro l’ICE diventa il punto di partenza di un viaggio che attraverserà l’America con una dichiarazione esplicita: “Suoneremo nella vostra città in difesa e onore della democrazia americana, della libertà, della Costituzione e del nostro sacro sogno americano”.

                Nella nota ufficiale, Springsteen ha parlato di un “periodo buio, pericoloso e inquietante”, invitando però a non disperare: “la cavalleria sta arrivando”. È un linguaggio che mescola mito americano e denuncia civile. Il tour non è solo musica, è una narrazione itinerante. Ogni tappa diventa un presidio culturale, un palco da cui rilanciare l’idea di un’America diversa da quella che, secondo lui, si sta affermando.

                Attorno a questa dinamica si muove un intero mondo rock. I Green Day hanno aperto un concerto con un esplicito attacco a Trump. Roger Waters ha proiettato sui maxi-schermi la scritta “Trump is a pig” durante “Pigs (Three Different Ones)”. E poi c’è la lunga lista di artisti che negli anni hanno chiesto di non vedere le proprie canzoni utilizzate nei comizi presidenziali: Rolling Stones, R.E.M., Adele, Neil Young, Rihanna, Elton John, Queen, Guns N’ Roses, tra gli altri. Diffide, comunicati, prese di posizione che raccontano un conflitto simbolico costante.

                La musica è sempre stata un campo di battaglia identitario negli Stati Uniti. Una canzone suonata a un comizio non è solo sottofondo: è un messaggio, un tentativo di appropriarsi di un immaginario. E quando quell’immaginario si ribella, il conflitto diventa pubblico.

                La novità di questa stagione è l’intreccio tra palco e rete. Il coro generato dall’IA circola senza un volto da colpire. I brani di Springsteen e Bad Bunny viaggiano tra streaming, TikTok, Instagram e piazze fisiche. Il dissenso non è più confinato ai circuiti alternativi, ma attraversa eventi mainstream come il Super Bowl o tour che riempiono arene da decine di migliaia di spettatori.

                Gli Stati Uniti restano un Paese attraversato da tensioni profonde su immigrazione, sicurezza, identità nazionale. Non è compito della musica risolverle. Ma può amplificarle, tradurle in emozione collettiva, trasformarle in racconto.

                Forse è questo il punto centrale: dopo anni in cui sembrava ripiegata sul personale, la musica americana è tornata a parlare di società. Lo fa con un halftime show in spagnolo, con un brano scritto in pochi giorni, con un tour che parte da una città ferita. E lo fa anche con un coro nato da un algoritmo, che dimostra come la tecnologia possa diventare cassa di risonanza del dissenso.

                Il 31 marzo, quando la E Street Band salirà sul palco di Minneapolis, non sarà solo l’inizio di un tour. Sarà l’ennesima tappa di un confronto culturale che attraversa gli Stati Uniti. Chitarre contro slogan, cori contro tweet. E una domanda che torna ciclicamente nella storia americana: può una canzone cambiare il clima di un Paese?

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