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Musica

Irama, tra vita e morte: il ritorno più intimo del cantautore con Antologia

A tre anni dall’ultimo album, Irama torna con Antologia della vita e della morte, un viaggio tra ricordi, addii e rinascite. Un disco maturo e profondamente personale che segna una nuova fase della sua carriera, in attesa della grande sfida live a San Siro nel 2026.

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Irama

    Dopo tre anni di silenzio discografico, Irama torna con un progetto che promette di lasciare il segno. Antologia della vita e della morte, in uscita il 17 ottobre 2025 per Warner Music Italy, è molto più di un semplice album: è un racconto esistenziale, un mosaico di emozioni e memorie che si intrecciano come capitoli di una storia personale e universale insieme.

    «Volevo fare un disco che fosse come una casa», spiega il cantautore. «Un luogo dove ogni stanza rappresenta un ricordo, un dolore o un amore che mi ha formato». Così nasce Antologia della vita e della morte, un lavoro che alterna malinconia e speranza, oscurità e luce, in perfetto equilibrio tra introspezione e teatralità musicale.

    Tra addii e rinascite

    Il disco esplora il tema del ricordo e della perdita, ma anche quello della rinascita emotiva. Brani come Senz’anima e Mi mancherai moltissimo affrontano con delicatezza la fragilità degli addii, mentre Arizona (con Achille Lauro) e Ex (in duetto con Elodie) raccontano la fisicità dei sentimenti e la complessità delle relazioni.

    Non manca la collaborazione con Giorgia, che presta la sua voce a Buio, una delle tracce più intense del progetto. «Sono felice di aver condiviso queste canzoni con artisti che stimo e con cui ho un legame vero. Ogni collaborazione è nata in modo naturale, senza calcoli», racconta Irama.

    Un titolo che è un manifesto

    Il titolo Antologia della vita e della morte è arrivato solo alla fine del processo creativo, ma oggi appare come il simbolo perfetto del disco. «È un omaggio a Fabrizio De André e all’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters», spiega l’artista. «Come in quei racconti, anche qui c’è la voce di tante anime che si confrontano con la propria esistenza».

    Il dualismo tra vita e morte, tra bene e male, tra luce e ombra attraversa tutto l’album. «È un equilibrio eterno — racconta — che appartiene a tutte le culture e che mi affascina da sempre. La mia musica cerca di raccontarlo senza paura».

    Una lunga gestazione tra tour e riflessione

    Scritto in gran parte durante il tour successivo a Il giorno in cui ho smesso di pensare (2022), il disco è frutto di un lungo periodo di viaggi, concerti e introspezione. «Sono quasi dieci anni che non mi fermo — confessa Irama — e a volte questo ritmo ti aliena. Ma ho cercato di restare in contatto con la realtà, di vivere esperienze che potessero arricchirmi davvero, non solo artisticamente».

    È un album pensato per il live, con arrangiamenti organici e una forte componente strumentale. «Voglio che le canzoni respirino, che si senta il suono della band, il calore del palco. Ogni brano è nato per essere suonato davanti alle persone».

    Tra mito e realtà: la poesia di “Circo”

    Tra le canzoni più narrative c’è Circo, una favola moderna che racconta la storia di una ballerina cacciata dagli dèi per invidia. «È una metafora dell’utopia della perfezione — spiega —. Spesso guardiamo le vite perfette degli altri senza vedere le loro crepe. È un brano sull’illusione e sulla fragilità umana».

    “Il giorno”: la chiusura come nuovo inizio

    Il disco si conclude con Il giorno, una traccia che affronta temi difficili come l’ansia e gli attacchi di panico, ma con una sonorità luminosa. «Volevo chiudere con una canzone che fosse un respiro, una porta aperta. Dopo il buio, arriva sempre un nuovo giorno».

    Verso San Siro: la consacrazione live

    Il percorso artistico di Irama troverà il suo culmine l’11 giugno 2026, quando il cantautore si esibirà per la prima volta allo Stadio San Siro di Milano. «Sto già lavorando a uno spettacolo che voglio sia indimenticabile. Sul palco saremo in trenta: voglio portare la mia musica alla sua forma più viva e autentica».

    Con Antologia della vita e della morte, Irama compie un passo decisivo nella sua evoluzione artistica. È un disco che abbraccia la vulnerabilità come forza, la memoria come bussola, la musica come spazio sacro di verità.

    «Ho imparato che la perfezione non esiste — conclude —. Ma la sincerità, quella sì, è l’unica forma di perfezione che vale la pena inseguire».

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      Musica

      Mel C sposa Chris Dingwall: nozze romantiche in Cumbria, le Spice Girls presenti e l’abito firmato Victoria Beckham

      Cerimonia intima in una tenuta sul lago, dopo il rito civile in Australia. Accanto a Mel C c’erano Emma Bunton, Geri Halliwell Horner e Mel B. Assente Victoria Beckham, ma presente con un gesto speciale: ha firmato l’abito della sposa.

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        Melanie Chisholm non aveva mai immaginato davvero il giorno del suo matrimonio. Per anni la carriera, i tour, la musica e una vita sempre in movimento avevano lasciato poco spazio a quel tipo di sogno. Poi è arrivato Chris Dingwall e la prospettiva è cambiata.

        Mel C, la Sporty Spice delle Spice Girls, ha sposato il modello australiano con una cerimonia romantica e riservata celebrata nel weekend in Cumbria, nel nord-ovest dell’Inghilterra, in una tenuta affacciata sul lago. Prima della festa inglese, la coppia aveva già celebrato un rito civile in Australia, terra natale dello sposo.

        La notizia è arrivata quasi a sorpresa: Mel C e Dingwall non avevano mai annunciato pubblicamente il fidanzamento, pur vivendo da tempo una relazione stabile.

        La proposta a Maiorca e l’amore nato su Raya

        La proposta era arrivata un anno fa, durante una vacanza a Maiorca. La cantante ha raccontato una serata iniziata in modo elegante, con una lunga cena in hotel, menu degustazione e vini abbinati. «Eravamo in uno splendido hotel e avevamo scelto il menu degustazione con l’abbinamento dei vini, così la cena sembrava non finire mai. Perfino lo staff ci diceva: “Ci siete quasi!”».

        Il momento decisivo è arrivato al rientro in suite. «Era piena di candele. Era bellissimo, solo noi due. Lui non riusciva a credere che fossi davvero sorpresa, ma lo ero eccome».

        La storia tra Mel C e Chris Dingwall era iniziata nel novembre 2023 su Raya, la piattaforma di incontri frequentata anche da volti dello spettacolo. Il primo appuntamento si era svolto in Australia e, da allora, i due hanno costruito un rapporto sempre più solido.

        Per la cantante, il punto decisivo è stato l’equilibrio portato da Chris nella sua vita e in quella della figlia Scarlet Starr, nata nel 2009 dalla relazione con Thomas Starr. «È stata un’aggiunta meravigliosa alla mia vita e a quella di mia figlia. Noi due eravamo una squadra molto affiatata e per chiunque fosse entrato nel nostro mondo non sarebbe stato semplice. Lui, invece, si è inserito perfettamente. È un equilibrio bellissimo».

        Le Spice Girls accanto alla sposa

        Alla cerimonia inglese non poteva mancare la famiglia pop di Mel C. Accanto a lei c’erano Emma Bunton, Geri Halliwell Horner e Melanie Brown, pronte a festeggiare il nuovo capitolo della vita dell’amica.

        Assente Victoria Beckham, trattenuta a New York per assistere alla finale della Coppa del Mondo di calcio insieme al marito David Beckham. Un’assenza logistica, non certo affettiva, visto che proprio Victoria ha avuto un ruolo centrale in uno dei dettagli più importanti del matrimonio.

        È stata infatti lei a realizzare l’abito da sposa indossato da Mel C per la cerimonia in Cumbria. Un gesto ancora più significativo perché, pochi giorni prima, la cantante aveva avuto un imprevisto con il vestito scelto per il rito civile in Australia.

        Victoria ha raccontato che Mel C le aveva ordinato un abito, ma che non le calzava alla perfezione e non c’era più tempo per modificarlo prima della partenza. «Per fortuna avevo esattamente quel modello nel mio guardaroba e gliel’ho prestato».

        L’abito di Victoria e il matrimonio che Mel C non immaginava

        Quel vestito è diventato così il suo something borrowed, il tradizionale “qualcosa di prestato” portafortuna per la sposa. Un dettaglio che ha commosso Mel C e ha reso ancora più personale il legame con Victoria Beckham.

        «È stato molto speciale», ha spiegato la cantante. «Adoro gli abiti di Victoria. Hanno una semplicità che li rende incredibilmente femminili e mi rappresentano perfettamente».

        Per Mel C, che in passato non si era mai vista davvero all’altare, il matrimonio con Chris Dingwall è stato un punto di svolta inatteso. «Non ero una di quelle ragazze che sognavano il proprio abito da sposa. Sono sempre stata concentrata sulla carriera e perfino le relazioni passavano spesso in secondo piano. A un certo punto della mia vita avevo pensato che il matrimonio non avrebbe mai fatto parte della mia storia».

        Alla fine, invece, è arrivato un sì lontano dagli eccessi, costruito su misura per la coppia: «Rilassato, romantico e chic». Esattamente il tipo di festa che Mel C desiderava, anche quando ancora non sapeva di desiderarla.

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          Musica

          Edoardo Bennato sfida il Circo Massimo alla vigilia degli 80 anni: «Non sono rimbambito, il mio è il concerto migliore»

          Bennato promette un live rivolto ai giovani, critica impresari e discografia e difende il diritto degli artisti ad affrontare temi importanti nelle canzoni: «Non sono sceso a patti con nessuno. Sono rimasto diverso».

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            «Questo è il concerto migliore in Italia». Edoardo Bennato arriva al Circo Massimo alla vigilia degli 80 anni con l’energia provocatoria del ragazzo di Bagnoli che imbracciava la chitarra, suonava il kazoo e non faceva sconti a nessuno. Il compleanno arriverà giovedì, ma l’età sembra soltanto offrirgli un’altra occasione per rovesciare le convenzioni: «Non sono rimbambito».

            Lo spettacolo in programma questa sera si intitola Quando sarò grande, una dichiarazione d’intenti per un artista che non vuole diventare un monumento. «Al massimo, al museo, ci vanno le mie opere», scherza nell’intervista concessa a Repubblica, presentando un concerto costruito come un vero spettacolo, lontano dalle logiche che a suo giudizio dominano oggi la musica italiana.

            «Non sono sotto lo scacco di impresari e mangiafuoco»

            Bennato non usa mezze parole per descrivere ciò che porterà sul palco: «Suvvia, alla mia età la modestia è una quisquilia. Sarà uno spettacolo vero, in cui facciamo arte e suoniamo canzoni su temi urgenti, ma sempre con spirito propositivo. Perché bisogna costruire, non distruggere. Non sono sotto lo scacco di impresari e mangiafuoco che si sono presi la musica del nostro Paese: è un live per giovani dai 15 ai 45 anni, più vicino a Pat Metheny che a certe cose che si sentono in Italia».

            Tra gli ospiti ci sarà Leo Gassmann, con il quale canterà Io vorrei che per te, brano ecologista. Tra i colleghi Bennato salva pochi nomi: apprezza i concerti di Zucchero, Jovanotti e Luca Carboni, mentre tra le nuove generazioni indica Lucio Corsi e lo stesso Gassmann.

            Per il cantautore, numeri e record non rappresentano un criterio sufficiente per misurare la qualità artistica. La musica non è una competizione sportiva e il successo, spesso, dipende più dalla promozione che dal valore delle canzoni.

            Il primo disco ignorato e la sfiducia nella discografia

            Bennato racconta di averlo capito nel 1974, quando gli dissero che il suo primo album, Non farti cadere le braccia, non funzionava. Arrivava da nove anni di gavetta e temette che la propria carriera fosse terminata prima ancora di cominciare. Nel disco, però, c’era Un giorno credi, destinata ad accompagnarlo per tutta la vita e presente anche nel concerto romano.

            «Non era la qualità delle canzoni a incidere, ma la promozione che se ne faceva. E loro non me ne facevano. Da lì, sono sempre stato diffidente verso la discografia».

            Si trasferì quindi a Roma e cominciò a esibirsi davanti al bar Vanni, frequentato dai dirigenti Rai. Suonava in strada «come un punk», usando contemporaneamente chitarra, kazoo e tamburello. Alla fine venne notato e iniziò a partecipare ai festival legati all’intellighenzia di sinistra, senza rinunciare a provocare anche quel mondo.

            Il confronto con De Gregori e il ruolo degli artisti

            Della propria identità originaria, Bennato sostiene che sia rimasto tutto. Dopo il successo portò con sé gli amici storici, affidando loro ruoli tecnici e manageriali, fino ad arrivare negli stadi e a San Siro. «Non sono sceso a patti con nessuno. E poi, sono rimasto diverso».

            Il cantautore comprende la disillusione di Francesco De Gregori e la sua minore voglia di scrivere, soprattutto in una società che considera peggiorata: «Ci siamo abbruttiti e instupiditi. Capisco ancora De Gregori, che non ha più voglia di scrivere. Ma io voglio essere propositivo, anche per i nostri figli».

            Non condivide però completamente l’idea che gli artisti debbano evitare di esporsi: «Mi dispiace vedere come ormai siamo diventati una sorta di nuova inquisizione, questo sì. Non mi piacciono i comizi, rivendico però l’urgenza di parlare di temi importanti nelle canzoni».

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              Pupo, i 130 milioni persi in una notte al casinò e il debito pagato da Gianni Morandi: «La banca si rivolse a lui»

              Morandi intervenne quando Pupo era sommerso dai debiti provocati dal gioco d’azzardo. Il cantautore toscano restituì il denaro soltanto nel 2008, consegnandogli un assegno da 100 mila euro davanti alle telecamere di Striscia la Notizia.

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                Centotrenta milioni di lire bruciati in una sola notte al casinò di Saint-Vincent e una richiesta d’aiuto rivolta a Gianni Morandi. È uno degli episodi più drammatici nella lunga battaglia di Pupo contro il gioco d’azzardo, che negli anni Ottanta trascinò il cantante in una spirale di debiti e lo costrinse ad affidarsi alla generosità di un amico.

                Enzo Ghinazzi, questo il vero nome dell’artista, aveva già raggiunto il successo con brani diventati popolari in tutta Italia. Dietro l’immagine sorridente e leggera mostrata sul palco, però, viveva una dipendenza capace di divorare in poche ore somme enormi e di compromettere la sua stabilità economica.

                Dopo aver perso 130 milioni di lire in una sera, Pupo si rivolse a Morandi chiedendogli di garantire il finanziamento necessario per coprire il debito. Il cantante bolognese accettò, mettendo la propria firma e assumendosi un rischio che presto si sarebbe trasformato in un problema concreto.

                La firma di Morandi a garanzia del debito di Pupo

                L’intervento di Gianni Morandi permise all’amico di affrontare l’emergenza, ma Pupo non riuscì a rispettare gli impegni presi con la banca. Fu quindi il garante a dover rispondere del denaro che il debitore non aveva restituito.

                «Accadde poi che io non onorai il debito e la banca si rivolse a lui per recuperare i soldi», spiegò successivamente il cantautore toscano, ricostruendo senza attenuanti quanto era accaduto.

                La firma di Morandi non rappresentò soltanto un aiuto economico. In un periodo nel quale il gioco aveva ormai assunto il controllo della vita di Pupo, l’amico scelse di esporsi personalmente per evitare che la situazione precipitasse ulteriormente.

                Quel prestito, tuttavia, rimase aperto per molti anni. Il rapporto tra i due artisti dovette convivere a lungo con un conto ancora da saldare e con il peso di una promessa che Ghinazzi non era stato capace di mantenere.

                Gli anni più difficili della dipendenza dal gioco

                Pupo ha raccontato più volte il proprio passato da giocatore compulsivo, senza nascondere le perdite, i debiti e le conseguenze personali delle sue scelte. La notte di Saint-Vincent resta uno degli episodi più impressionanti proprio per la cifra bruciata in poche ore: 130 milioni di lire.

                Il successo artistico non riusciva a proteggerlo da una dipendenza che lo spingeva a rischiare somme sempre più elevate. Le entrate garantite dalla musica finivano così inghiottite dal gioco, mentre intorno a lui aumentavano debiti e richieste di denaro.

                In quel momento Morandi non si limitò a offrire solidarietà a parole. Mise a disposizione la propria credibilità e diventò garante del finanziamento. Quando Pupo non pagò, la banca si rivolse direttamente a lui per recuperare quanto dovuto.

                L’assegno da 100 mila euro consegnato nel 2008

                Per chiudere definitivamente la vicenda fu necessario attendere il 2008. A distanza di oltre vent’anni, Pupo consegnò a Gianni Morandi un assegno da 100 mila euro davanti alle telecamere di Striscia la Notizia.

                La restituzione pubblica trasformò il pagamento in un gesto simbolico: Ghinazzi riconobbe il debito e mantenne, seppure con enorme ritardo, l’impegno preso con l’amico che lo aveva aiutato durante uno dei periodi più bui della sua vita.

                Morandi aveva anticipato il denaro senza sapere quando e se lo avrebbe recuperato. Pupo, una volta riuscito a risollevarsi, scelse di saldare il conto davanti al pubblico, mettendo fine a una storia iniziata ai tavoli del casinò e rimasta sospesa per decenni.

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