Società
In Italia il presepe resiste nonostante Babbo Natale e l’albero: la tradizione della Natività tiene il mercato tra nuove abitudini domestiche
La grande fiera internazionale dei prodotti devozionali, in programma a BolognaFiere dal 31 gennaio al 3 febbraio 2026, conferma che il presepe continua a essere il simbolo del Natale per molte famiglie e per chiese e piazze italiane, pur tra trasformazioni e sfide di mercato legate a nuovi materiali, stili e competitori stranieri.
In Italia il mercato dei presepi regge, anche in un contesto natalizio sempre più affollato da altri simboli e rituali. Nonostante la concorrenza crescente di Babbo Natale, delle luci colorate e degli alberi addobbati, la tradizione della Natività mantiene una forte presenza nelle case, nelle chiese e nelle piazze del Paese. È quanto emerge dalle analisi di “Devotio”, la più grande fiera al mondo dedicata ai prodotti devozionali e ai servizi per il settore religioso, che si svolgerà a BolognaFiere dal 31 gennaio al 3 febbraio 2026. La manifestazione, giunta alla quinta edizione, riunirà oltre 200 espositori provenienti dall’Italia e da altri 18 Paesi, tra cui i principali produttori e rivenditori di statuine e presepi, a testimonianza di un settore che continua a essere vivo e riconoscibile.
Secondo gli organizzatori, la tradizione del presepe rimane molto diffusa, anche se si sta trasformando. Nelle case italiane diminuisce la consuetudine di costruire vere e proprie scenografie complete, con grotte, carta roccia, stagnola, muschio e lunghi villaggi animati, per lasciare spesso spazio a versioni più essenziali. In molti casi sopravvive soprattutto il presepe simbolico, composto quasi esclusivamente dalla Sacra Famiglia, con Giuseppe, Maria e il Bambino come fulcro della rappresentazione. Una scelta più semplice, meno impegnativa dal punto di vista del tempo e dello spazio, che però mantiene il significato religioso e culturale della Natività.
«Il simbolo del Natale resta assolutamente il presepe, anche se il mondo della pubblicità da anni spinge soprattutto la figura di Babbo Natale, gli alberi natalizi pieni di addobbi colorati e tanti dolci e regali», sottolinea Valentina Zattini, amministratore delegato di Conference Service, la società che organizza la fiera. Il presepe continua a essere centrale soprattutto negli spazi pubblici e religiosi. «Nelle chiese vengono ancora realizzati grandi presepi con personaggi, luci e meccanismi. La Natività trova spesso spazio anche nelle piazze di molti comuni, ma l’albero rimane comunque più appariscente», aggiunge Zattini, spiegando come la tradizione trovi ancora terreno fertile nella dimensione comunitaria, pur confrontandosi con simboli più immediatamente visibili e mediaticamente forti.
Anche dentro le abitazioni private la consuetudine non è scomparsa, ma ha cambiato volto. «Nelle case degli italiani, la tradizione è ancora forte, nonostante si sia un po’ persa la consuetudine di realizzare insieme – nonni, genitori e bambini – la rappresentazione del Natale, optando spesso per un piccolo presepe simbolico solo con le statuine di San Giuseppe, della Vergine Maria e di Gesù Bambino», spiega ancora Zattini. Una trasformazione che racconta, allo stesso tempo, un cambiamento nei ritmi familiari e un tentativo di mantenere comunque vivo il significato originario della festa.
La produzione dei presepi artigianali italiani resta uno dei punti di forza del settore, forte di una tradizione storica riconosciuta a livello internazionale. I distretti più importanti continuano a essere quelli tradizionali: la Toscana, in particolare l’area di Lucca, specializzata nelle statuine classiche; la Val Gardena, famosa per i presepi in legno anche di grandi dimensioni; Napoli, con gli artigiani di via San Gregorio Armeno, simbolo del presepe tradizionale napoletano; Lecce e la Sicilia, storicamente legate alla lavorazione della cartapesta. Accanto a queste produzioni, negli ultimi anni si sono affermate anche nuove lavorazioni in ceramica, plastica, carta e metallo, capaci di offrire soluzioni più leggere, moderne o accessibili.
I presepi made in Italy sono apprezzati in tutto il mondo per qualità artistica, design e fedeltà alla tradizione, ma il settore non è immune da sfide e competizione. La concorrenza arriva soprattutto da Cina e Sud America, dove i costi produttivi inferiori permettono di proporre sul mercato europeo e globale prodotti a prezzi competitivi. Una dinamica che costringe le aziende italiane a puntare sempre di più sulla qualità, sull’identità artigianale e sul valore culturale dei propri manufatti.
Devotio 2026 sarà anche una vetrina di questa realtà. Oltre ai presepi, la fiera ospiterà migliaia di prodotti devozionali e oggetti per il culto: crocifissi, rosari, immagini sacre, statue, campane, incensi, candele, vetrate, mosaici, calici, pissidi, paramenti liturgici, arredi per le chiese, sistemi audio, soluzioni tecnologiche per la vita pastorale e persino abbigliamento per il clero. Una panoramica ampia su un comparto economico e culturale che continua a essere parte dell’identità religiosa italiana e internazionale.
Accanto alla dimensione commerciale, la manifestazione avrà anche un forte contenuto culturale. È previsto infatti un articolato programma di incontri, curato dal Comitato scientifico della fiera insieme alla Fondazione Centro studi per l’architettura sacra “Cardinale Giacomo Lercaro”, dedicato al tema “Spazio liturgico: luogo della fede, bene culturale”. Tavole rotonde, convegni, workshop, mostre e iniziative diffuse in città affronteranno argomenti che vanno dall’arte sacra all’architettura, dalla liturgia al restauro, fino alla musica liturgica.
Il presepe, dunque, non scompare. Si aggiorna, cambia forma, convive con altri simboli e con logiche di mercato globali, ma resta un elemento forte del Natale italiano, riconoscibile nelle case, nei luoghi di culto e negli spazi pubblici. E mentre il mondo della comunicazione moltiplica immagini, luci e richiami commerciali, la rappresentazione della Natività continua a trovare spazio, sostenuta da una tradizione radicata e da un settore produttivo che, pur tra sfide e trasformazioni, resiste e guarda al futuro.
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Società
La trappola mentale dell’effetto Spotlight: perché siamo convinti che tutti notino i nostri difetti quando in realtà nessuno ci sta guardando
L’ansia di sentirsi costantemente giudicati dagli altri nasce da un bias cognitivo diffuso. Gli studi scientifici dimostrano come il cervello umano sovrastimi l’attenzione altrui sui propri errori, condizionando la vita sociale e la percezione della propria immagine.
L’illusione di riflettori sempre puntati
Entrare in una stanza affollata con un ritardo minimo, commettere una piccola imperfezione nel parlare durante una riunione o indossare un capo con una leggera piega sgradevole scatena spesso un’ondata immediata di imbarazzo. In quei momenti la mente proietta uno scenario ben preciso: uno cono di luce puntato addosso, pronto a mostrare a ogni presente quel singolo difetto o errore. Questa sensazione di essere perennemente al centro dell’attenzione pubblica rappresenta una delle distorsioni cognitive più pervasive della psiche umana. L’ansia sociale che ne deriva non è la conseguenza di una reale severità del mondo esterno, ma il risultato di un meccanismo egocentrico del cervello che tende a prendere la propria prospettiva interna e a proiettarla in modo sproporzionato sulle menti delle persone circostanti.
La dimostrazione scientifica di Gilovich e Savitsky
La codificazione di questa trappola della percezione si deve alle ricerche condotte dagli psicologi Thomas Gilovich e Victoria Medvec della Cornell University insieme a Kenneth Savitsky del Williams College. Attraverso una serie di esperimenti celebri, i ricercatori hanno dimostrato quanto la valutazione dell’attenzione altrui sia palesemente alterata.
“Negli esperimenti chiedevamo ai partecipanti di indossare una maglietta imbarazzante prima di entrare in una stanza piena di sconosciuti”, spiegano i ricercatori nei loro articoli accademici dedicati alla percezione sociale. “Chi indossava il capo era convinto che almeno la metà delle persone presenti avrebbe notato l’immagine bizzarra sulla maglia. La verifica reale ha rivelato che meno del venti per cento dei presenti si era accorto di cosa ci fosse scritto. Questo divario sistematico dimostra l’esistenza dell’effetto Spotlight: sovrastimiamo drammaticamente la misura in cui i nostri errori e il nostro aspetto vengono notati dagli altri”.
Gli studiosi hanno confermato che le persone sono troppo assorbite dai propri pensieri e dai propri difetti per dedicare attenzione ai dettagli marginali di chi le circonda.
Liberarsi dal peso del giudizio immaginario
Comprendere il funzionamento dell’effetto Spotlight permette di disinnescare gran parte dell’ansia da prestazione che condiziona le interazioni quotidiane. Sapere che gli altri applicano a se stessi lo stesso filtro autocentrato riduce drasticamente la paura di sbagliare o di apparire imperfetti. Gli esperti di psicologia cognitiva suggeriscono di allenare la mente al decentramento, spostando la concentrazione dall’analisi paranoica dei propri dettagli all’ascolto dell’ambiente circostante. Riconoscere che l’attenzione altrui nei nostri confronti è fugace ed estremamente ridotta non riduce il nostro valore, ma regala una straordinaria sensazione di libertà, restituendo la giusta dimensione ai piccoli incidenti di percorso della vita di tutti i giorni.
Società
Perché gli incompetenti sono così sicuri di sé e i saggi pieni di dubbi: la trappola della mente che si chiama effetto Dunning-Kruger
L’arroganza dell’ignoranza e l’esitazione dell’esperienza non sono semplici tratti caratteriali. La ricerca scientifica analizza il bias pervasivo che impedisce ai meno esperti di riconoscere i propri limiti, portando gli esperti a sottovalutare la propria preparazione.
Il meccanismo invisibile della sovrastima di sé
In qualunque discussione, dalla politica alla scienza fino ai dibattiti da bar, capita quotidianamente di osservare una dinamica bizzarra: le persone meno qualificate manifestano una incrollabile sicurezza nelle proprie opinioni, mentre i veri professionisti tendono a esprimersi con prudenza e sfumature. Questo fenomeno non è una semplice questione di carattere o di maleducazione, ma la manifestazione di un preciso meccanismo della mente umana. La tendenza a valutare le proprie capacità in modo sproporzionato rispetto alla realtà risponde a una falla nei processi metacognitivi, ovvero la capacità di riflettere sul proprio stesso pensiero e di monitorare l’accuratezza delle proprie conoscenze.
La scoperta scientifica di Dunning e Kruger
Lo studio di questa distorsione si deve ai due psicologi sociali David Dunning e Justin Kruger della Cornell University, che nel 1999 hanno codificato formalmente il bias che oggi porta il loro nome. Attraverso una serie di esperimenti volti a testare la logica, la grammatica e l’umorismo dei partecipanti, i ricercatori hanno evidenziato un modello costante e paradossale.
“I soggetti che si collocavano nel quartile più basso nei test sovrastimavano drasticamente le proprie prestazioni, credendo di essere ben al di sopra della media”, spiegano i ricercatori nei loro articoli accademici dedicati ai processi di autovalutazione. “La loro stessa incompetenza li privava della capacità di rendersi conto di quanti errori stessero commettendo. Al contrario, le persone altamente competenti tendevano a sottovalutare la propria superiorità, dando per scontato che i compiti da loro ritenuti facili risultassero ugualmente semplici per chiunque altro”.
L’effetto Dunning-Kruger dimostra quindi che per riconoscere la propria ignoranza in un determinato campo occorre possedere proprio quella competenza necessaria a valutare il campo stesso.
Dal picco dell’ignoranza alla consapevolezza
Il percorso di apprendimento umano tracciato dalla psicologia cognitiva segue una parabola ben precisa. Nella prima fase di approccio a una nuova materia, la scarsità di nozioni crea una falsa sensazione di padronanza, definita informalmente come il picco della presunzione. Man mano che lo studio si approfondisce e la conoscenza aumenta, l’individuo comincia a intravedere l’immensità della materia, crollando nella fase dell’insicurezza. Solo continuando a studiare e ad accumulare esperienza reale si risale verso una sicurezza matura e consapevole. Riconoscere l’esistenza di questo bias rappresentativo aiuta a sviluppare un sano scetticismo verso le proprie certezze immediate, ricordando che il dubbio e la cautela, ben lontani dall’essere segnali di debolezza, costituiscono il vero marchio distintivo dell’intelligenza critica.
Società
Estate e tradimenti, perché aumenta la voglia di nuove emozioni? Cosa succede davvero nella nostra mente
Non è il sole a far nascere un tradimento, ma un insieme di fattori psicologici e sociali che durante l’estate tendono ad amplificarsi. Ecco quali sono e perché la stagione delle vacanze può mettere alla prova anche le coppie più solide.
Ogni estate torna puntuale la convinzione che sia la “stagione dei tradimenti”. Le cronache di gossip sembrano confermarlo e i motori di ricerca registrano un aumento delle domande su crisi di coppia, separazioni e nuove relazioni. Ma è davvero il caldo a cambiare le persone?
Secondo gli psicologi, la risposta è no. L’estate non crea problemi di coppia dal nulla, ma può amplificare desideri, fragilità e bisogni che durante il resto dell’anno rimangono nascosti dalla routine.
Il desiderio di rompere la routine
Per molti mesi l’anno la vita è scandita da orari, lavoro e responsabilità. Le vacanze interrompono questo schema e riportano al centro il tempo libero, la socialità e la ricerca del piacere.
In questo contesto aumenta la disponibilità a sperimentare, a conoscere persone nuove e a vivere situazioni fuori dall’ordinario. Non significa automaticamente cercare un tradimento, ma essere più aperti alle novità.
Più occasioni, meno controllo
L’estate moltiplica le occasioni di incontro: spiagge, concerti, viaggi, aperitivi e feste all’aperto favoriscono nuove conoscenze. Anche l’abbigliamento più leggero e il clima rilassato possono aumentare la percezione dell’attrazione reciproca.
Gli esperti sottolineano però che le opportunità non sono la causa dell’infedeltà. Una relazione stabile e soddisfacente difficilmente entra in crisi soltanto perché cambiano lo scenario o la stagione.
Quando il tradimento è il sintomo di altro
Per molti terapeuti di coppia, il tradimento rappresenta spesso la conseguenza di difficoltà già presenti: problemi di comunicazione, distanza emotiva, bisogno di sentirsi nuovamente desiderati o ricerca di conferme personali.
L’estate può semplicemente offrire il contesto in cui questi bisogni emergono con maggiore forza.
Al contrario, per molte coppie le vacanze rappresentano un’opportunità preziosa per ritrovare tempo da dedicarsi, condividere nuove esperienze e rafforzare il legame. Più che la stagione dei tradimenti, l’estate può diventare quella della riscoperta reciproca.
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