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Cronaca

Tre ore sotto interrogatorio, chat al vaglio e accuse respinte: Signorini alza il livello dello scontro contro Corona in Procura

Autosospeso da Mediaset, travolto dalle accuse rilanciate da Corona e finito al centro di un’inchiesta che intreccia tv, social e giustizia, il direttore di Chi sceglie la linea dura: presentarsi, parlare a lungo e inchiodare gli atti ai fatti

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    È salito al quarto piano del Palazzo di giustizia senza telecamere, senza passerelle, ma con la consapevolezza che ogni parola avrebbe avuto un peso specifico enorme. Alfonso Signorini è rimasto per circa tre ore davanti ai magistrati della Procura di Milano, deciso a smontare, punto per punto, l’impianto accusatorio che lo vede indagato per violenza sessuale ed estorsione. Non un passaggio formale, non una comparsata tecnica: un confronto serrato, lungo, destinato a segnare uno spartiacque in una vicenda che da settimane agita il mondo televisivo e politico-mediatico.

    Davanti ai pm Letizia Mannella e Alessandro Gobbis, Signorini ha scelto di parlare. Ha rilasciato dichiarazioni spontanee, ha risposto alle domande di chiarimento, ha ricostruito i rapporti con Antonio Medugno, il modello ed ex concorrente del Grande Fratello Vip che lo ha denunciato. Il messaggio è stato diretto, privo di sfumature: «Non ho commesso nessuna violenza». Una frase che non cerca scorciatoie emotive, ma che punta dritta al cuore del procedimento.

    L’indagine è scattata ufficialmente il 30 dicembre, come atto dovuto dopo la querela di Medugno, assistito dagli avvocati Cristina Morrone e Giuseppe Pipicella. Ma il caso era già esploso prima, trascinato nell’arena pubblica da Fabrizio Corona, che attraverso il format Falsissimo ha parlato di un presunto “sistema” di favori sessuali in cambio di opportunità televisive. Una narrazione incendiaria, che ha trasformato una vicenda giudiziaria ancora tutta da verificare in un processo mediatico a tappe forzate.

    È proprio su questo crinale che Signorini ha impostato la sua difesa. Durante l’audizione ha affrontato anche il tema più scivoloso: le chat. Conversazioni private, diventate pubbliche e ora finite agli atti, che rappresentano uno degli snodi centrali dell’inchiesta. Il fascicolo aperto per revenge porn – in cui Corona è indagato dopo la denuncia del conduttore – ha portato al sequestro di foto, video e messaggi. Materiale che, secondo l’accusa, avrebbe contribuito a far emergere il racconto di Medugno; secondo la difesa, invece, dimostrerebbe l’assenza di coercizione e di abusi di potere.

    Signorini ha parlato di rapporti consensuali, di contatti inseriti in un contesto personale e non professionale, di un confine che – a suo dire – non è mai stato oltrepassato. Ha rivendicato la propria correttezza, la separazione tra vita privata e ruolo pubblico, e ha respinto l’idea di aver mai usato la leva della notorietà o del casting per ottenere favori.

    Intanto il fronte delle accuse potrebbe allargarsi. Nei giorni scorsi Gianluca Costantino, anche lui ex Vip, assistito dall’avvocato Leonardo D’Erasmo, ha fatto sapere di stare valutando una denuncia. Un elemento che la Procura monitora con attenzione, perché potrebbe modificare l’orizzonte dell’indagine e trasformare un caso singolo in qualcosa di più strutturato.

    Medugno, che sarà sentito a breve secondo le procedure del “codice rosso”, ha già messo a verbale una versione opposta. Ha parlato di pressioni, di fiducia mal riposta, di un clima che lo avrebbe portato a normalizzare situazioni oggi considerate inaccettabili. Sarà ora compito degli inquirenti verificare la tenuta di questo racconto alla luce degli elementi tecnici: chat, flussi di comunicazione, riscontri oggettivi.

    Nel frattempo, la scelta di Signorini di autosospendersi da Mediaset, lasciando anche la conduzione del Grande Fratello, pesa come un macigno sul sistema televisivo. Non è una resa, ma un segnale politico e giudiziario insieme: la consapevolezza che la vicenda non può essere archiviata come gossip, né liquidata come una guerra di veline e post social.

    La partita vera, ora, si gioca tutta nelle stanze della Procura. Lì dove le suggestioni devono diventare prove, e le accuse resistere al fuoco incrociato delle verifiche. Signorini ha scelto di metterci la faccia e le parole, prima ancora che i comunicati. È una mossa rischiosa, ma anche l’unica possibile quando il confine tra spettacolo e giustizia si fa così sottile da diventare esplosivo.

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      Cose dell'altro mondo

      Adottano una bambina di 12 anni, ma scoprono che è una donna di 38: per 15 anni avrebbe ingannato famiglie e benefattori

      A Joinville una coppia l’aveva accolta in casa credendo che fosse una dodicenne di nome Gabriele. Un parente si è insospettito e alcune ricerche online hanno fatto emergere la sua vera identità.

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        L’avevano accolta in casa convinti di avere davanti una bambina di 12 anni bisognosa di una famiglia. Per 14 mesi l’hanno conosciuta come Gabriele, senza immaginare che dietro quella voce infantile e quell’identità si nascondesse in realtà una donna adulta. La vicenda arriva dal Brasile e ha come protagonista Amanda Maria Souza de Oliveira, accusata di essersi finta per anni una minorenne per conquistare la fiducia di famiglie e benefattori.

        La donna è stata arrestata dalla polizia nella casa della famiglia che l’aveva accolta a Joinville, nello Stato di Santa Catarina. Quando gli agenti si sono presentati alla porta, la madre adottiva avrebbe reagito incredula: «Deve esserci un errore». La risposta dei poliziotti è stata lapidaria: «Amanda, lo show è finito».

        La voce da bambina e la vera identità di Amanda

        A quel punto sarebbe caduto anche uno degli elementi centrali della messinscena. Per oltre un anno Amanda avrebbe modificato la propria voce per sembrare molto più giovane. Davanti agli agenti avrebbe invece parlato con il suo tono naturale chiedendo: «Devo venire con voi?».

        Secondo la ricostruzione, il caso di Joinville non sarebbe stato isolato. Per oltre 15 anni la donna si sarebbe presentata in diverse occasioni come una bambina. Quando qualcuno cominciava a nutrire sospetti sulla sua identità, avrebbe fatto perdere le proprie tracce per ricomparire altrove con una nuova storia.

        Adottano una “bambina”, un parente scopre l’inganno

        A Joinville Amanda era riuscita a conquistare la fiducia di una coppia raccontando di avere un padre violento. Avrebbe anche convinto la famiglia a non formalizzare l’adozione sostenendo che, attraverso i documenti, l’uomo avrebbe potuto rintracciarla.

        Dopo alcuni mesi, però, un parente della coppia ha iniziato a dubitare della storia. Alcune ricerche online hanno permesso di risalire alla vera identità della presunta dodicenne. La famiglia ha quindi allertato la polizia, che è intervenuta nell’abitazione.

        La condanna per frode e falsa identità

        Amanda Maria Souza de Oliveira è stata processata e condannata nello Stato di Santa Catarina, mentre contestazioni per presunte frodi sarebbero emerse anche nello Stato del Paraná. Per la frode la pena indicata è di un anno, sei mesi e dieci giorni di reclusione; per falsa identità, quattro mesi e diciotto giorni.

        La donna ha ammesso di essersi inventata l’identità di una bambina, ma contesta di aver agito per ottenere vantaggi economici. «Ho mentito e ingannato persone, ma non volevo truffare nessuno. C’era un vuoto in me, un bisogno di affetto», ha dichiarato. Anche il suo avvocato Lucio Sousa sostiene che non esistano prove di benefici finanziari ottenuti attraverso l’inganno.

        Nel procedimento i legali hanno chiesto anche una perizia psichiatrica. Secondo la legale Sarita de Paiva, Amanda le avrebbe spiegato che presentandosi come una donna adulta nessuno si sarebbe preoccupato di lei.

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          Cronaca Nera

          Tony Boy arrestato a Milano: droga, una pistola con matricola abrasa e munizioni nell’appartamento del rapper ventiseienne

          Nel locale gli agenti hanno trovato cocaina, hashish, marijuana, una bilancia e una pistola calibro 6.35 con matricola abrasa. Durante i controlli Tony Boy avrebbe avviato anche una diretta sui social.

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            La Polizia ha arrestato a Milano Tony Boy, rapper ventiseienne all’anagrafe Antonio Hueber, con le accuse di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e detenzione di armi clandestine. L’operazione è scattata ieri mattina all’alba e ha portato gli agenti a perquisire un appartamento nella disponibilità dell’artista, seguito da circa un milione di persone su Instagram.

            Secondo la ricostruzione, poco prima i poliziotti avevano notato Tony Boy e un amico sudanese fermi all’interno di un suv e avevano chiesto loro i documenti. I due sarebbero quindi entrati in un appartamento chiudendosi dietro il portone. Solo successivamente sono usciti per recuperare e consegnare i documenti rimasti nel veicolo.

            La cocaina trovata sul sedile del suv

            Nel frattempo erano arrivati sul posto altri equipaggi. Durante il controllo dell’auto, gli agenti hanno trovato sul sedile posteriore un involucro contenente cocaina. Il ritrovamento ha fatto scattare ulteriori accertamenti e la perquisizione è stata estesa all’appartamento nella disponibilità del rapper.

            All’interno gli investigatori hanno sequestrato altra droga: un grammo di marijuana, quattro grammi di cocaina e otto grammi di hashish. Gli agenti hanno trovato anche una bilancia.

            Tony Boy arrestato, trovata anche una pistola con matricola abrasa

            La perquisizione ha portato alla scoperta anche di una pistola calibro 6.35 con matricola abrasa, elemento che ha aggravato la posizione del ventiseienne. Insieme all’arma, la Polizia ha sequestrato un caricatore contenente sette cartucce e altre 41 munizioni di diverso calibro.

            Tony Boy è stato quindi arrestato con le accuse di detenzione di sostanze stupefacenti ai fini di spaccio e detenzione di armi clandestine. Durante le operazioni di Polizia, secondo quanto ricostruito, il rapper avrebbe inoltre avviato una diretta sui propri profili social.

            Le altre denunce e la posizione dell’amico

            Per Tony Boy è scattata anche una denuncia per resistenza a pubblico ufficiale, trattamento illecito dei dati e ricettazione. L’amico sudanese che si trovava con lui è invece indagato per resistenza a pubblico ufficiale.

            L’indagine dovrà ora chiarire la provenienza della pistola con matricola abrasa e delle munizioni sequestrate, oltre agli altri aspetti emersi durante la perquisizione.

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              Mondo

              Donald Trump e il mistero di Natalie Harp: spuntano le lettere intime dell’assistente, «Sei tutto ciò che conta per me, non voglio deluderti»

              «Per me conti solo tu», avrebbe scritto Natalie Harp a Trump nel 2023. Lo scrittore Michael Wolff sostiene di aver ricevuto gli appunti da fonti interne alla campagna, mentre la Casa Bianca difende l’assistente e respinge le insinuazioni.

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                C’è un nuovo mistero intorno a Donald Trump e questa volta nasce da alcune lettere dai toni decisamente intimi attribuite a Natalie Harp, 35 anni, assistente esecutiva e da tempo una delle collaboratrici più vicine al presidente americano. A pubblicarne le scansioni è stato il Daily Beast: i testi risalirebbero al 2023 e sarebbero stati scritti durante o subito dopo un viaggio di Trump nei suoi campi da golf in Scozia e Irlanda.

                Le parole attribuite ad Harp sono destinate ad alimentare il gossip, ma da sole non provano l’esistenza di una relazione sentimentale. «Sei tutto ciò che conta per me, non voglio deluderti», scrive in uno dei passaggi. In un altro: «Per me conti solo tu». Frasi che raccontano almeno una fortissima devozione personale e professionale nei confronti di Trump.

                Le lettere di Natalie Harp a Donald Trump

                A ottenere il materiale sarebbe stato lo scrittore Michael Wolff, che sostiene di averlo ricevuto da fonti interne alla campagna elettorale preoccupate per la vicinanza tra Trump e la collaboratrice. In una delle lettere Harp rimpiange i tempi nei quali i due «parlavamo di tutto e di niente» e aggiunge: «Non dovremmo parlare sempre di lavoro!!».

                C’è poi un passaggio nel quale confessa di invidiare alcune colleghe «il cui unico lavoro è parlare con te e apparire belle. Voglio quel lavoro!!».

                Il tono è personale, ma il salto dalle lettere all’ipotesi di una relazione resta al momento privo di elementi concreti. Proprio per questo il caso si muove sul confine tra rapporti di potere, fedeltà professionale e gossip.

                Chi è la «stampante umana» di Trump

                Natalie Harp è diventata una presenza costante al fianco del presidente. All’interno dello staff si è guadagnata il soprannome di «stampante umana» perché avrebbe il compito di stampare con un dispositivo portatile messaggi e contenuti destinati a Trump, compresi quelli legati a Truth Social.

                Secondo i retroscena pubblicati sulla vicenda, la collaboratrice avrebbe così conquistato un accesso particolarmente diretto al presidente e un ruolo che andrebbe ben oltre quello suggerito dalla semplice qualifica di assistente esecutiva.

                La devozione avrebbe anche una storia personale alle spalle: secondo quanto riferito dal fratello, Harp attribuirebbe a Trump un ruolo decisivo nella possibilità di accedere a cure sperimentali durante la sua battaglia contro un tumore alle ossa.

                La Casa Bianca difende Harp, Melania torna accanto a Trump

                La Casa Bianca ha respinto le insinuazioni. Il portavoce Davis Ingle ha definito Harp «una delle assistenti più leali della squadra del presidente», attribuendo le polemiche al trattamento riservato dai media all’amministrazione Trump.

                Nelle stesse ore Melania Trump è riapparsa pubblicamente mano nella mano con il marito durante un’iniziativa benefica, scherzando davanti alle telecamere: «Ho sentito che vi sono mancata. Eccomi qua».

                Natalie Harp, intanto, è stata fotografata mentre saliva sull’elicottero presidenziale insieme a Trump durante un viaggio in South Carolina. Le lettere esistono e il loro tono è evidentemente confidenziale. Che dietro quelle parole ci sia qualcosa di più, invece, resta per ora soltanto un’ipotesi.

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