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«L’intelligenza artificiale può progettare un’arma bioterroristica»: l’allarme di Bill Gates tra paura, lavoro che scompare e un futuro inquietante

Il fondatore di Microsoft lancia un monito inquietante: l’IA potrebbe essere usata da gruppi non governativi per creare nuovi agenti patogeni. Ma il rischio non è solo sanitario.

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    L’intelligenza artificiale non è più una promessa, né un’ipotesi futuristica buona per i convegni. È una realtà che corre più veloce della capacità umana di comprenderla, e soprattutto di controllarla. A dirlo non è un tecnofobo né un complottista da social network, ma uno degli uomini che più di tutti ha contribuito a costruire il mondo digitale in cui viviamo: Bill Gates.

    Nel suo ultimo intervento pubblicato su Gates Notes, il fondatore di Microsoft sceglie parole pesanti, volutamente allarmanti. E lo fa partendo da una lezione che, secondo lui, non abbiamo imparato: la pandemia di Covid. «Se ci fossimo preparati adeguatamente, la quantità di sofferenza umana sarebbe stata drasticamente inferiore», scrive. Ma subito dopo sposta l’asticella ancora più in alto, o meglio, ancora più in profondità. Perché oggi, avverte Gates, il pericolo maggiore non è una nuova pandemia naturale. È qualcosa di peggio.

    Secondo il co-fondatore di Microsoft, il rischio reale è che «un gruppo non governativo utilizzi strumenti di intelligenza artificiale open source per progettare un’arma bioterroristica». Non si parla di fantascienza, ma di possibilità concrete. Di software già disponibili. Di modelli già esistenti. Di capacità di calcolo che, se usate con intenti criminali, potrebbero generare nuovi agenti patogeni in grado di causare danni su scala globale.

    Gates non è solo in questa valutazione. Lo scorso anno, un gruppo di esperti guidato dalla Nuclear Threat Initiative e dalla Munich Security Conference ha messo nero su bianco un timore simile: l’uso combinato di strumenti biologici e intelligenza artificiale potrebbe portare alla creazione di agenti patogeni con rischi di livello pandemico. In altre parole, la tecnologia che oggi promette cure personalizzate e diagnosi rapide potrebbe domani essere sfruttata per l’esatto opposto. Non per salvare vite, ma per toglierle.

    È un punto che spaventa proprio perché non arriva da chi l’IA la demonizza a prescindere. Bill Gates è da anni uno dei più convinti sostenitori dell’innovazione tecnologica. È attivo in iniziative filantropiche, in progetti sanitari globali, in programmi di sviluppo. E proprio per questo il suo allarme pesa di più. Non è un rifiuto della tecnologia, è un avvertimento sul suo lato oscuro. Quello che preferiamo non guardare finché non è troppo tardi.

    Ma il bioterrorismo è solo una delle due grandi ombre che, secondo Gates, incombono sul prossimo decennio. L’altra riguarda qualcosa di ancora più vicino alla vita quotidiana di milioni di persone: il lavoro. «Le due grandi sfide del prossimo decennio sono l’uso dell’IA da parte di malintenzionati e le ricadute sul mercato del lavoro», scrive. «Entrambi rappresentano rischi reali da considerare».

    Qui il discorso diventa ancora più scomodo. Perché Gates non si limita a dire che l’intelligenza artificiale cambierà il lavoro. Dice apertamente che lo sostituirà. Nella maggior parte delle attività. Un’affermazione che, letta da un miliardario che ha costruito il suo impero proprio sull’automazione e sul software, suona quasi come una sentenza. «Dobbiamo abituarci a tali cambiamenti», afferma. Come se fosse una questione di adattamento psicologico, più che di sopravvivenza economica.

    Secondo Gates, il 2026 sarà l’anno chiave. Un periodo di transizione in cui l’umanità dovrebbe “prepararsi” a un mondo in cui l’IA svolgerà gran parte delle funzioni oggi affidate agli esseri umani. Riduzione della settimana lavorativa, ridefinizione delle professioni, persino la scelta consapevole di non usare l’intelligenza artificiale in alcuni ambiti. Tutto viene presentato come un processo razionale, quasi ordinato. Ma la realtà, per milioni di lavoratori, rischia di essere molto meno elegante.

    Perché mentre si parla di futuro, di adattamento e di nuove opportunità, resta una domanda sospesa nell’aria: chi paga il prezzo di questa transizione? Chi perde il lavoro mentre altri ottimizzano i profitti? Chi resta indietro mentre l’IA corre avanti? Gates invita a “prepararsi”, ma non spiega davvero come. Né soprattutto come dirlo a chi si troverà improvvisamente inutile in un sistema che non ha più bisogno delle sue competenze.

    Il paradosso è tutto qui. L’intelligenza artificiale viene descritta come uno strumento potentissimo, capace di migliorare la vita umana, ma allo stesso tempo come una forza che può destabilizzare società intere. Può curare, ma può anche uccidere. Può creare ricchezza, ma può anche distruggere lavoro. Può rendere il mondo più efficiente, ma anche più diseguale. E in mezzo, come spesso accade, c’è una governance che arriva sempre dopo.

    Quando Gates parla di “consapevolezza del modo in cui questa tecnologia viene sviluppata, controllata e implementata”, il sottotesto è evidente: oggi quella consapevolezza non c’è. O è insufficiente. L’IA cresce in un vuoto normativo, spinta da interessi economici enormi e da una competizione globale che non ammette rallentamenti. Fermarsi a riflettere, in questo scenario, sembra quasi un lusso.

    Eppure il messaggio di Gates, al netto delle polemiche e delle inevitabili accuse di ipocrisia, è chiaro: non possiamo permetterci di arrivare impreparati un’altra volta. Non su una pandemia. Non su una crisi occupazionale di massa. Non su un uso criminale della tecnologia che noi stessi abbiamo messo in circolazione.

    Il problema è che l’allarme, per essere utile, dovrebbe tradursi in azioni concrete. Regole, controlli, investimenti pubblici, protezioni sociali. Altrimenti resta un monito pronunciato dall’alto, da chi il futuro lo può osservare con una tranquillità che altri non hanno. L’intelligenza artificiale, dice Gates, cambierà tutto. La vera domanda è se saremo pronti a gestire il cambiamento o se, ancora una volta, ci limiteremo a subirlo. Quando sarà già troppo tardi.

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      Tech

      Smart home, la casa intelligente che non dorme mai: i vantaggi della domotica e i rischi di affidarsi troppo alla tecnologia

      La smart home non è più un lusso da visionari, ma una realtà accessibile. Parla con noi, si adatta alle abitudini, regola la luce, la musica, la temperatura. Eppure, tra comfort e controllo, resta una domanda sospesa: fino a che punto la tecnologia può anticipare i nostri desideri senza sostituirli?

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        Non serve più chiedere di accendere la luce. In una smart home, basta entrare in casa perché l’illuminazione si attivi, il termostato raggiunga la temperatura desiderata e la musica preferita cominci a suonare. Quello che sembrava uno scenario da film di fantascienza è diventato una possibilità concreta grazie alla diffusione della domotica.

        Termostati intelligenti, serrature connesse, assistenti vocali e lampadine Wi-Fi stanno cambiando il rapporto tra le persone e gli spazi domestici. La casa non è più soltanto un luogo da abitare, ma un ambiente capace di rispondere a comandi, programmi e abitudini quotidiane.

        Smart home: come funziona una casa intelligente

        Il principio della smart home è collegare diversi dispositivi attraverso una rete domestica, permettendo loro di comunicare e svolgere determinate operazioni automaticamente.

        Un sensore di movimento può accendere le luci quando qualcuno entra in una stanza, mentre un termostato programmabile può ridurre il riscaldamento durante le ore di assenza. Le tapparelle motorizzate possono seguire orari prestabiliti e gli elettrodomestici più evoluti consentono di controllare alcune funzioni attraverso lo smartphone.

        Non tutte queste tecnologie richiedono un assistente vocale: molte funzionano mediante applicazioni, sensori e automazioni impostate direttamente dall’utente.

        Domotica e risparmio energetico: quali sono i vantaggi

        Uno degli aspetti più interessanti della casa intelligente riguarda la gestione dei consumi. Termostati, prese connesse e sistemi di illuminazione possono contribuire a ridurre gli sprechi, soprattutto quando vengono programmati correttamente.

        Anche la sicurezza domestica può beneficiare della tecnologia, attraverso sensori per porte e finestre, rilevatori di perdite d’acqua e videocamere controllabili a distanza.

        Il risparmio, tuttavia, non è automatico: dipende dalle caratteristiche dell’abitazione, dai dispositivi installati e dal modo in cui vengono utilizzati.

        Smart home e privacy: quanto sanno di noi gli assistenti vocali?

        La comodità della domotica comporta anche nuove responsabilità. Alcuni dispositivi raccolgono informazioni sulle abitudini domestiche, sugli orari di utilizzo e sulle preferenze degli utenti.

        Gli assistenti vocali, inoltre, utilizzano microfoni per riconoscere i comandi. Le modalità di trattamento delle registrazioni variano secondo il produttore e le impostazioni selezionate.

        Per proteggere la privacy è importante controllare le autorizzazioni, aggiornare regolarmente i dispositivi, utilizzare password robuste e verificare quali informazioni vengono condivise con i servizi online.

        Quando la tecnologia diventa un’abitudine difficile da abbandonare

        Una casa capace di anticipare ogni esigenza può rendere più semplice la quotidianità, ma anche creare una crescente dipendenza dai sistemi automatici.

        Se un dispositivo smette di funzionare o la connessione internet viene interrotta, alcune funzioni potrebbero non essere disponibili. Per questo è utile scegliere apparecchi che mantengano anche controlli manuali.

        La vera evoluzione della smart home non consiste nell’eliminare ogni gesto umano, ma nel lasciare alle persone la possibilità di decidere quando e come utilizzare l’automazione.

        Una casa intelligente dovrebbe essere soprattutto una casa più comoda, efficiente e sicura, nella quale la tecnologia rimane uno strumento al servizio di chi la abita.

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          Tech

          Occhiali smart e privacy a rischio: come i nuovi dispositivi identificano i passanti a loro insaputa scatenando i primi divieti

          Un caso emblematico arriva dalla Norvegia, dove due studenti dell’Università di Harvard hanno dimostrato come sia possibile combinare la microcamera integrata negli occhiali con software di riconoscimento facciale per risalire istantaneamente all’identità e ai dati personali dei passanti a loro insaputa.

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          Occhiali smart e privacy a rischio: come i nuovi dispositivi identificano i passanti a loro insaputa scatenando i primi divieti

            La tecnologia indossabile sta attraversando una fase di rapida evoluzione, ma con la diffusione degli occhiali smart si moltiplicano i dubbi legati alla sicurezza e alla tutela della vita privata. A differenza degli smartphone, che richiedono un gesto esplicito per scattare una fotografia o avviare una registrazione video, i visori di nuova generazione consentono di catturare immagini in modo estremamente discreto. Questa caratteristica ha fatto scattare un campanello d’allarme tra gli esperti di privacy e le autorità di controllo.

            L’assenza di un segnale visivo inequivocabile rende spesso impossibile per chi sta intorno rendersi conto di essere ripreso.

            L’esperimento sui dati personali e il riconoscimento facciale

            A dimostrare i rischi concreti legati a questi dispositivi è stato un esperimento condotto da due studenti dell’Università di Harvard, la cui eco ha raggiunto rapidamente l’Europa e la Norvegia. I giovani hanno modificato un paio di occhiali smart collegandoli a un programma di riconoscimento facciale basato sull’intelligenza artificiale e a banche dati pubbliche.

            Inquadrando semplicemente il volto dei passanti per strada, il sistema è stato in grado di restituire in tempo reale nomi, indirizzi di residenza, numeri di telefono e persino legami di parentela delle persone incrociate casualmente. L’allarme principale riguarda la facilità con cui chiunque può essere identificato e tracciato senza alcun consenso.

            Le prime reazioni a Londra e i divieti nei luoghi pubblici

            Le ripercussioni di queste vulnerabilità non si sono fatte attendere e hanno spinto diverse attività commerciali e istituzioni a correre ai ripari. A Londra, capitale da sempre attentissima al tema delle tecnologie d’avanguardia, diversi gestori di pub, teatri, club privati e palestre hanno deciso di vietare l’ingresso a chi indossa gli occhiali smart.

            La decisione nasce dalla volontà di garantire ai clienti uno spazio sicuro, al riparo da registrazioni non autorizzate e da possibili violazioni della riservatezza durante i momenti di svago o di vita quotidiana.

            La sfida per i legislatori tra innovazione e tutela del cittadino

            L’emergere di questi divieti evidenzia un vuoto normativo che i Paesi europei si trovano ora a dovere colmare con urgenza. Se da un lato i produttori difendono i propri articoli definendoli strumenti di assistenza e intrattenimento, dall’altro la facilità con cui possono trasformarsi in strumenti di sorveglianza di massa pone interrogativi etici non più rinviabili.

            Tracciare un confine netto tra il diritto all’innovazione e la protezione della sfera personale rappresenta la sfida principale per i legislatori nei prossimi anni.

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              Tech

              LaCity vola insieme a LaC Network: 4 milioni di lettori e crescita del 55%. Ad agosto il nostro gruppo corre mentre gli altri frenano

              I dati Comscore premiano LaC Network, di cui LaCity è parte integrante: 4 milioni di visitatori unici e un balzo del 55% in un solo mese. Ancora più forte la crescita dei siti proprietari, +57%, mentre diminuisce il peso dei social nell’informazione italiana.

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                Quattro milioni di lettori e una crescita del 55% in appena un mese. LaCity festeggia insieme a tutta la famiglia di LaC Network un agosto che consegna al gruppo uno dei risultati più importanti dell’anno. I nuovi dati Comscore sull’informazione digitale italiana raccontano infatti una corsa in netta controtendenza rispetto a un mercato che durante l’estate ha rallentato. E premiano una strategia nella quale anche LaCity, con la sua informazione nazionale, il costume, lo spettacolo, la cronaca e i grandi personaggi, rappresenta ormai una delle anime del network.

                Il dato principale parla da solo: LaC Network raggiunge ad agosto 4 milioni di visitatori unici, il 55% in più rispetto a luglio. Ma c’è un secondo numero che rende il risultato ancora più significativo. I siti proprietari crescono addirittura del 57%, proprio nel momento in cui il contributo dei social all’audience delle testate italiane perde terreno. Significa che sempre più persone arrivano direttamente sulle pagine del network per leggere notizie e approfondimenti.

                LaC Network fa +55% mentre il mercato rallenta

                Agosto non è stato un mese semplice per l’editoria digitale. Gli italiani connessi a Internet hanno raggiunto quota 47,4 milioni e il tempo trascorso online è aumentato del 2%. Eppure l’audience media delle prime cento realtà editoriali considerate nella classifica è scesa del 3,6% rispetto a luglio. Soltanto il 45% dei brand presenti nel ranking ha concluso il mese con una crescita.

                LaC Network si è mosso nella direzione opposta. Il +55% dell’audience complessiva rappresenta una delle performance più rilevanti del mese, accompagnata dal +57% delle property proprietarie. Numeri che assumono ancora più peso se confrontati con la frenata generale dell’effetto social.

                Il Social Incremental Reach medio delle realtà che partecipano alla misurazione è infatti sceso al 67%, perdendo dieci punti percentuali rispetto a luglio. Anche la quota media di pubblico raggiunto esclusivamente attraverso i social è diminuita di tre punti, fermandosi al 41%. Un andamento stagionale già osservato in passato, ma che rende ancora più importante la capacità di conquistare lettori direttamente sui propri siti.

                LaCity cresce dentro una famiglia sempre più grande

                È in questa fotografia che si inserisce LaCity, parte del progetto nazionale di LaC Network e testata costruita per raccontare l’attualità con un linguaggio veloce, popolare e contemporaneo. Spettacolo e televisione convivono con cronaca, grandi casi, costume, personaggi, musica e fenomeni sociali. Un’identità diversa dalle altre realtà del gruppo, ma complementare alla loro offerta informativa.

                La forza del network sta proprio nella capacità di mettere insieme pubblici differenti. LaCnews24.it rappresenta il cuore storico dell’informazione del gruppo, mentre le altre testate e i progetti nazionali ampliano progressivamente temi, territori e lettori raggiunti. LaCity partecipa a questa espansione con un pubblico interessato soprattutto alle storie, ai protagonisti e ai fenomeni che dominano l’attualità e l’intrattenimento.

                Il risultato di agosto mostra quanto questa strategia stia allargando il perimetro complessivo. Quattro milioni di visitatori unici non sono soltanto un record numerico: rappresentano una platea che sceglie ogni mese i contenuti prodotti dalle diverse anime di LaC Network.

                Quattro milioni di lettori, ma il dato più importante è un altro

                La classifica Comscore permette anche di leggere il risultato all’interno del panorama nazionale. Ai vertici dell’informazione digitale restano gruppi capaci di raggiungere decine di milioni di persone, mentre altre realtà hanno registrato forti accelerazioni durante agosto. In questo scenario, LaC Network raggiunge quota 4 milioni con un incremento percentuale particolarmente marcato rispetto al mese precedente.

                Ma il +57% registrato dai siti proprietari racconta forse ancora meglio quello che sta accadendo. In una stagione nella quale gli editori devono fare i conti con algoritmi, piattaforme esterne e improvvisi cambiamenti nella distribuzione delle notizie, riuscire ad aumentare il pubblico sulle proprie property significa rafforzare il rapporto diretto con chi legge.

                È la sfida sulla quale continuerà a lavorare anche LaCity: crescere dentro LaC Network mantenendo una propria identità, intercettando nuovi lettori e portandoli ogni giorno all’interno dell’universo editoriale del gruppo.

                Ad agosto il risultato è arrivato con numeri difficili da ignorare: 4 milioni di visitatori unici, +55% di audience complessiva e +57% sui siti proprietari. Mentre una parte del mercato dell’informazione online rallentava, LaC Network correva. E LaCity corre insieme a lui.

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