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Cronaca

Corona come Willy il Coyote ci ricasca ancora: ora rischia tre anni di carcere

Secondo il provvedimento, Corona non avrebbe rispettato l’ordinanza del 26 gennaio 2026 che gli vieta di pubblicare contenuti su Alfonso Signorini. Il giudice Roberto Pertile parla di condotta reiterata e trasmette gli atti al pubblico ministero: la violazione potrebbe costare fino a tre anni.

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    Il giudice non usa toni enfatici. Non ne ha bisogno. Le parole sono fredde, chirurgiche, e proprio per questo pesano come una sentenza anticipata. Fabrizio Corona, scrive il Tribunale civile di Milano, non solo non ha rispettato il divieto di pubblicare contenuti su Alfonso Signorini, ma «giunge persino a compiacersi del proprio illecito rifiuto». È questa frase, più di tutte, a segnare il punto di non ritorno. Non l’ennesima provocazione social, non la sfida mediatica, ma la constatazione che la violazione è consapevole, reiterata, ostentata.

    Per questo il giudice Roberto Pertile ha deciso di fare un passo ulteriore: denunciare Corona al pubblico ministero per la violazione dell’articolo 388 del codice penale, la norma che punisce la mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice. Una fattispecie che può costare fino a tre anni di carcere. Non una sanzione simbolica, ma una porta che si apre di nuovo sul penale. E per Corona, quella porta è una soglia che conosce fin troppo bene. Si è già fatto tra una cosa e l’altra sette anni di carcere, ne è uscito. E ora rischia di tornarci di nuovo.

    Il provvedimento arriva dopo le nuove segnalazioni di Alfonso Signorini, che ha denunciato come l’ex fotografo continui a produrre e diffondere contenuti che lo riguardano, in aperta violazione del divieto imposto dal tribunale. Una sfida che non è rimasta confinata ai social, ma che è stata letta dal giudice come un rifiuto deliberato dell’autorità giudiziaria. Non un errore. Non una leggerezza. Una scelta.

    Nel testo dell’ordinanza, Pertile chiarisce anche un altro punto decisivo: in forza dell’ordinanza del 26 gennaio 2026 e dell’applicazione del Regolamento Ue 2022/2065, Signorini ha piena facoltà di rivolgersi direttamente alle piattaforme per ottenere la rimozione dei contenuti. Il tribunale, insomma, non solo ribadisce il divieto, ma rafforza gli strumenti per farlo rispettare, riservandosi ogni ulteriore valutazione nel giudizio di merito.

    Per Corona, la strada si fa improvvisamente più stretta. E non è la prima volta. C’è un filo rosso che attraversa tutta la sua parabola pubblica e giudiziaria: la convinzione di essere sempre un passo avanti alla legge, di poterla piegare, aggirare, sfidare contando sull’eco mediatica. È un meccanismo che funziona per un po’. Poi smette di funzionare. Sempre nello stesso modo.

    Negli ultimi anni Corona ha costruito un personaggio che vive di rottura continua: con i giudici, con i giornalisti, con le istituzioni, con le regole stesse del discorso pubblico. Il divieto su Signorini è diventato l’ennesimo limite da superare, trasformato in contenuto, in badge di ribellione, in prova di forza. Ma il problema dei limiti è che, prima o poi, si smette di far finta che non esistano.

    Ed è qui che il paragone viene quasi naturale. Corona somiglia sempre di più a Willy il Coyote, il personaggio dei cartoni che corre a tutta velocità convinto che la gravità sia un’opinione. Supera il bordo del precipizio, resta sospeso per un istante, guarda in basso e poi cade. Ogni volta. Cambiano i razzi Acme, cambiano i travestimenti, ma il finale è sempre lo stesso. La fisica non si negozia.

    Nel caso di Corona, la fisica si chiama diritto penale. E non prevede gag, né risate registrate. La differenza tra il personaggio animato e quello reale è che, qui, la caduta non si risolve con una nuvola di polvere e un ritorno alla scena successiva. Si risolve con un fascicolo, un pm, un’aula di tribunale.

    La storia è già stata scritta altre volte. Ogni volta Corona ha creduto di poter forzare il sistema fino all’ultimo centimetro, convinto che la sua esposizione lo rendesse intoccabile. Ogni volta, la realtà ha presentato il conto. Oggi il rischio è che quel copione si ripeta senza neppure più l’alibi dell’ingenuità o della provocazione artistica. Perché quando un giudice scrive che l’imputato si compiace della violazione, il terreno sotto i piedi comincia a sgretolarsi.

    Il caso Signorini, a questo punto, è quasi un dettaglio. Il nodo vero è un altro: il rapporto patologico con l’idea stessa di obbedienza a un ordine legittimo. La trasformazione della sanzione in medaglia. L’illusione che ogni richiamo possa essere ribaltato in consenso. È una strategia che funziona finché resta confinata al piano mediatico. Ma quando entra in collisione con un provvedimento giudiziario, smette di essere storytelling e diventa responsabilità penale.

    Il giudice ha tracciato una linea. Corona ha scelto di ignorarla. Ora quella scelta esce dal recinto del rumore e finisce dove il rumore non serve a nulla. Come Willy il Coyote, che per un attimo resta sospeso nel vuoto convinto di poter correre ancora. Poi guarda giù. E capisce, sempre troppo tardi, che la gravità esiste.

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      Mondo

      Pizza con l’ananas? Lo chef italiano si rifiuta di prepararla e viene licenziato in Australia: fa ricorso, ma la battaglia finisce male

      Davide Tamburella, cuoco italiano a Brisbane, considera l’ananas sulla pizza un insulto alla propria cultura e si ribella alle richieste del ristorante. Il licenziamento finisce davanti alla giustizia australiana, ma dietro la disputa gastronomica emergono anche altri problemi sul lavoro.

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      Davide Tamburella, cuoco italiano a Brisbane, considera l'ananas sulla pizza un insulto alla propria cultura e si ribella alle richieste del ristorante. Il licenziamento finisce davanti alla giustizia australiana, ma dietro la disputa gastronomica emergono anche altri problemi sul lavoro.

        Per un italiano, mettere l’ananas sulla pizza può sembrare un sacrilegio. Per Davide Tamburella, chef italiano emigrato in Australia, è diventata addirittura una questione di principio per la quale ha perso il lavoro. Il cuoco si è rifiutato di preparare una pizza con prosciutto e ananas nel ristorante La Costa di Brisbane, sostenendo che quel condimento rappresentasse un’offesa alla cultura gastronomica italiana. La direzione non ha gradito e lo ha licenziato. Lui ha fatto ricorso, ma la battaglia giudiziaria non è andata come sperava.

        La pizza hawaiana scatena la guerra in cucina

        Tutto nasce dalla richiesta di preparare una pizza con prosciutto e ananas per gli ospiti di un evento. Tamburella si oppone, spiegando che le direttive dei superiori «non devono essere seguite quando risultano offensive per la sua cultura». Una posizione tutt’altro che improvvisata: nell’arco di quattro anni lo chef aveva già contestato per tre volte l’utilizzo dell’ananas sulla pizza, arrivando persino a chiedere al datore di lavoro di informarsi su quanto gli italiani considerassero importante evitare quell’abbinamento.

        Il paradosso è che la battaglia si svolge proprio nel Queensland, cuore della produzione australiana di ananas, dove il frutto è talmente popolare da vantare persino un monumento alto sedici metri, il celebre Big Pineapple della Sunshine Coast.

        Il licenziamento e gli altri problemi con la direzione

        La disputa gastronomica, però, rappresenta soltanto una parte della vicenda. La direzione del ristorante aveva contestato a Tamburella anche il linguaggio volgare, lo stile comunicativo e un atteggiamento di crescente frustrazione sul posto di lavoro.

        Tra gli episodi emersi durante il procedimento figura anche un momento di rabbia nel quale lo chef aveva colpito un corrimano metallico, fratturandosi alcune ossa della mano destra. Il licenziamento è arrivato dopo un incontro con i responsabili del locale, durante il quale erano state sollevate diverse contestazioni.

        L’amministratore delegato Elliot Ingram ha sintetizzato la posizione dell’azienda con una frase eloquente: «Dietro questa storia c’è molto più di un semplice condimento per la pizza».

        Il ricorso respinto e il sogno australiano complicato

        Tamburella ha portato il caso davanti alla Fair Work Commission, l’organismo australiano competente nelle controversie sul lavoro, sostenendo di aver subito un licenziamento ingiusto. La commissione ha riconosciuto che il rifiuto dell’ananas nasceva dalle sue convinzioni culturali, ma ha respinto il ricorso perché presentato oltre i termini previsti. Nessuna decisione, dunque, sulla legittimità sostanziale del licenziamento.

        Le conseguenze hanno riguardato anche il progetto di vita dello chef, che sperava di ottenere la residenza permanente grazie alla sponsorizzazione del visto da parte del ristorante. Dopo il licenziamento, l’azienda ha interrotto la procedura.

        Tamburella ha comunque trovato un altro impiego a Brisbane, dove continua a dedicarsi alla cucina. E c’è un particolare che sembra scritto apposta per questa storia: nel menu del nuovo ristorante l’ananas non compare. Almeno per il momento, la pizza italiana è salva.

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          Politica

          Il Congresso passa ai Democratici e il patrimonio di Elon Musk crolla sui mercati: l’impatto del voto di midterm sui giganti del tech

          All’indomani delle elezioni di midterm del 2026, che hanno visto la conquista del Congresso da parte del Partito Democratico, i mercati finanziari hanno registrato scossoni immediati sugli asset dei grandi magnati americani.

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          Il Congresso passa ai Democratici e il patrimonio di Elon Musk crolla sui mercati: l'impatto del voto di midterm sui giganti del tech

            L’affermazione del Partito Democratico alla Camera e al Senato in occasione delle elezioni di metà mandato ha scatenato un’immediata reazione di assestamento sulle piazze finanziarie internazionali, colpendo direttamente le fortune personali di Elon Musk. La perdita di quota delle forze repubblicane nel nuovo assetto parlamentare di Washington ha generato vendite consistenti sui titoli societari riconducibili al fondatore di Tesla, determinando un brusco ridimensionamento del suo valore patrimoniale complessivo nelle ore successive al conteggio dei voti. Il verdetto delle urne ha ridefinito rapidamente le aspettative degli operatori economici sul clima regolatorio dei prossimi anni.

            La reazione di Wall Street e la flessione dei titoli tecnologici

            La contrazione del capitale del magnate sudafricano riflette il repentino cambio di umore degli investitori sulle prospettive delle aziende ad alta intensità d’innovazione. Le azioni del comparto automobilistico elettrico e della tecnologia spaziale hanno accusato il colpo sul listino americano, risentendo del clima di incertezza che accompagna tradizionalmente i passaggi di consegne legislative nel Paese. La flessione delle quotazioni ha ridotto in modo tangibile la stima netta degli asset del miliardario, evidenziando la forte sensibilità del valore di mercato delle sue imprese rispetto alle dinamiche di potere della capitale.

            Le sfide normative con la nuova maggioranza parlamentare

            A pesare sul sentiment dei mercati è soprattutto l’attesa per la linea di governo che la nuova maggioranza democratica al Congresso intende adottare sui temi chiave dell’economia digitale. Gli analisti di settore evidenziano il timore di un inasprimento dei controlli e di revisioni sulle politiche di incentivo statale nel campo della mobilità sostenibile e dell’esplorazione aerospaziale. L’interruzione della continuità politica finora favorevole ai gruppi guidati da Musk spinge gli azionisti a ricalibrare le valutazioni sui rischi e sulle proiezioni di profitto a medio e lungo termine.

            Lo scenario futuro per gli investimenti dell’imprenditore

            Nonostante la brusca battuta d’arresto registrata all’indomani dello spoglio elettorale, la struttura finanziaria delle imprese di Elon Musk mantiene fondamenta operative ben radicate su scala globale. La capacità di recuperare terreno sui mercati dipenderà in gran parte dalle contromisure strategiche che il gruppo saprà mettere in atto per dialogare con le nuove commissioni parlamentari a Washington. La relazione tra decisioni politiche ed evoluzione del patrimonio dei vertici del settore tecnologico si conferma un elemento centrale per comprendere le future oscillazioni della Borsa statunitense.

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              Cronaca Nera

              Quali scenari si aprono se Alberto Stasi viene assolto: la regola del Codice civile sulla restituzione dei risarcimenti alla famiglia

              Le possibili implicazioni legali di un’ipotetica revisione del processo per l’omicidio di Chiara Poggi sollevano importanti questioni in materia di diritto. Qualora un giudizio di revisione dovesse condurre all’assoluzione di Alberto Stasi, già condannato in via definitiva, la famiglia Poggi sarebbe tenuta a restituire le somme ricevute a titolo di risarcimento danni.

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              Quali scenari si aprono se Alberto Stasi viene assolto: la regola del Codice civile sulla restituzione dei risarcimenti alla famiglia

                L’eventuale riapertura delle garanzie processuali attraverso l’istituto della revisione rappresenta uno dei momenti più complessi del nostro ordinamento giudiziario. Nel caso in cui si giungesse all’assoluzione di Alberto Stasi all’esito di un giudizio straordinario, i genitori e il fratello di Chiara Poggi dovrebbero restituire le somme ricevute a titolo di risarcimento danni. Questa eventualità non deriva da una scelta discrezionale, ma dall’applicazione rigorosa delle norme che regolano il rapporto tra processo penale ed effetti civili.

                Il principio dell’indebito oggettivo e il crollo del titolo giustificativo

                Dal punto di vista strettamente legale, il risarcimento dei danni patiti dalle parti civili si fonda sulla sentenza di condanna penale passata in giudicato, la quale accerta la responsabilità dell’imputato e il suo dovere di ristorare il pregiudizio patito dai familiari della vittima. Se la condanna viene revocata a seguito di un processo di revisione conclusosi con l’assoluzione, il titolo giuridico che legittimava il trasferimento di denaro viene totalmente meno.

                In ambito civilistico si configura la fattispecie dell’indebito oggettivo, disciplinata dall’articolo 2033 del Codice civile: chi ha eseguito un pagamento non dovuto ha diritto di ripetere ciò che ha versato. Di conseguenza, l’ex condannato ha il pieno diritto di chiedere la restituzione di tutte le somme corrisposte, comprese le provvisionali a suo tempo liquidate.

                Le norme del Codice di procedura penale in caso di revoca della condanna

                L’articolo 637 del Codice di procedura penale stabilisce espressamente che la sentenza di assoluzione pronunciata in sede di revisione comporta la revoca della precedente sentenza di condanna. La cancellazione del verdetto di colpevolezza travolge tutti gli effetti penali e le statuizioni civili derivanti dal giudizio originario.

                La legge prevede che la persona prosciolta sia restituita nella situazione antecedente alla condanna. Questo implica che la parte civile che ha incassato risarcimenti economici sulla base di una sentenza spazzata via dal nuovo giudizio si trovi nella condizione giuridica di dover restituire l’intero importo percepito.

                I tempi e le modalità per la richiesta di restituzione delle somme

                La restituzione del risarcimento non avviene in modo automatico al momento della lettura del dispositivo di assoluzione, ma richiede l’attivazione di apposite procedure legali. L’interessato prosciolto può richiedere formalmente la restituzione di quanto versato azionando le vie civili oppure avvalendosi delle disposizioni legate al giudizio di revisione.

                Qualora le parti civili non provvedano spontaneamente alla restituzione di quanto incassato, la persona assolta può avviare un’azione esecutiva per il recupero forzoso del credito, forte della nuova sentenza che ha spazzato via la precedente condanna.

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