Cronaca
Corona sogna il modello Beppe Grillo: la lettura di Selvaggia Lucarelli sul populismo del gossip e la voglia di entrare in politica
Selvaggia Lucarelli legge la “guerra” di Fabrizio Corona contro Meta e YouTube come una costruzione scientifica: la censura come carburante, il “popolo” come platea, le discoteche come piazze. Non un incidente, ma un metodo. E se l’obiettivo fosse la politica, il modello è già scritto: il Grillo pre-2013, solo che al posto della casta ci sono i vip e al posto dei comizi c’è TikTok
Il punto non è se Meta o YouTube abbiano torto o ragione quando chiudono un account, oscurano un video, fanno valere un regolamento. Il punto, oggi, è che quelle decisioni sono diventate materiale narrativo. Benzina. Un palcoscenico secondario dove la storia principale è sempre la stessa: “mi vogliono zittire”. E, come scrive Selvaggia Lucarelli, Fabrizio Corona da giorni usa “le decisioni di Meta e YouTube” per “dare l’immagine di sé come quella di un martire del sistema, colpito dai poteri forti perché lui dice alla gente la verità”.
È una frase che suona enorme, volutamente enorme, perché dentro ci sta già la postura politica. Il martire non discute nel merito: chi lo critica è complice del sistema. Chi lo contraddice è al soldo di qualcuno. Chi lo smentisce “non vuole che la gente sappia”. Peccato, osserva Lucarelli, che nessuno riesca a capire quali sarebbero queste “grandi verità sui massimi sistemi” di cui Corona si farebbe portatore: “il presunto orientamento sessuale altrui? I tradimenti di un attore? Le corna di Fedez? I messaggi a sfondo sessuale tra persone consenzienti?”. La lista ha il tono di una domanda retorica, ma è anche la radiografia di un salto di qualità: il gossip non è più gossip, diventa una “missione”, un servizio al popolo, una giustizia parallela travestita da coraggio.
Qui entra il presupposto che tu mi chiedi di mettere in chiaro fin dall’inizio: Corona punta a diventare il nuovo Grillo. Non nel senso della satira, ma del meccanismo. La trasformazione dell’intrattenimento in consenso. La costruzione del nemico, la convocazione del pubblico, la promessa – anche solo implicita – di “mettere mano” alle istituzioni. Lucarelli lo dice senza giri: “è evidente che questo rivolgersi continuamente al popolo vada da qualche parte”. E aggiunge un dettaglio rivelatore: Corona “gira le discoteche urlando che i poteri forti vogliono zittirlo”. Non più piazze, non più teatri, non più comizi. Discoteche. Il populismo nel formato perfetto per l’epoca: luci stroboscopiche, palco, clip, cellulari alzati, rimbalzo su TikTok. La politica dei meme, con la colonna sonora.
In questo schema, la vittimizzazione non è un effetto collaterale: è il prodotto. E infatti, quando Corona esce dal tribunale, secondo Lucarelli, non cerca di abbassare i toni: “Esce dal tribunale insultando o sbeffeggiando giudici e avvocati, affermando che ‘io tra tutte le interazioni ho 70 milioni e se mi chiudono, i 70 milioni che fanno? Ragionate che il mio è più di un partito politico. Poi, magari, faccio una lista civica nel 2027 e magari vinco le elezioni e comincio a comandare tutti anche la magistratura’”.
È un virgolettato che, preso così, sembra una sparata. Ma dentro ha già tutti i tasselli della narrazione: la forza dei numeri come legittimazione, la piattaforma come “partito”, l’idea di candidatura indiretta, il miraggio del comando sulle istituzioni, perfino la magistratura. Lucarelli ci appoggia sopra una chiosa tagliente: “Per la cronaca, in Italia non ci sono neppure 70 milioni di perone, ma vabbè”. È sarcasmo, ma è anche un modo per dire: la logica non conta, conta l’effetto.
E quando il salto simbolico deve diventare epocale, Corona alza ancora la posta: “Ha detto anche: ‘Questo che sta accadendo a me è uguale all’editto bulgaro!’”. Qui il parallelo non è casuale: se ti racconti come un censurato, devi evocare la censura “vera”, quella storica, quella che fa scattare l’istinto di difesa anche in chi non ti sopporta. L’obiettivo non è convincere gli esperti: è radunare gli arrabbiati.
Nel copione, l’avvocato ha un ruolo cruciale. E Lucarelli segnala che Ivano Chiesa spinge oltre, trasformando la vicenda in un test collettivo: “Chiesa è arrivato a dire ‘Se deve finire in prigione per ciò che dice, vediamo come reagiranno gli italiani. Non sono più così ingenui come sembrano’”. È un linguaggio da mobilitazione. Una promessa di reazione. Un “non provateci”. E infatti Lucarelli tira la riga sotto la diagnosi: “Ultimamente insomma Corona ha cambiato registro e il motivo è piuttosto chiaro: sta creando un potenziale elettorato usando una nuova forma di populismo digitale sfamato col gossip e lo sputtanamento travestito da nuova giustizia sociale”.
Qui sta la chiave: populismo digitale, non politica tradizionale. Il “contenuto” è diverso, ma la forma è la stessa. Lucarelli lo scrive in modo netto: “Ora punta probabilmente alla politica. Vuole- così pare- creare una lista o un movimento di cui lui sarà l’immagine e l’ideologo. Nella sua testa è il nuovo Grillo, insomma”. E poi mette in fila la struttura replicata: “sta replicando il Grillo pre-2013: vittimismo mediatico, nemico chiaro, popolo convocato online, istituzioni delegittimate, e promessa per ora implicita di ‘entrare e comandare’”. Non è un’impressione: è uno schema.
La differenza, spiega Lucarelli, è che oggi gli strumenti sono più potenti: “oggi Corona ha mezzi digitali più potenti (Grillo non aveva TikTok per fortuna) e una platea 2.0 molto più vasta, nonché molto diversa”. Non “delusi dalla vecchia politica”, ma “giovanissimi cresciuti con la politica dei meme”. E, soprattutto, un target maschile che spesso non si riconosce in partiti e ideologie, ma riconosce benissimo il piacere di vedere qualcuno “sfidare il potere” insultando, umiliando, sputtanando. Perché lo spettacolo è quello: un rituale di degradazione pubblica che viene applaudito come coraggio.
E il dettaglio più inquietante è proprio questo: il format non vive nonostante l’aggressività, vive grazie all’aggressività. “Discoteche che usa non solo per fare cassa (spesso in contanti) ma anche per lanciare messaggi aggressivi e populisti dal palco”, scrive Lucarelli, “ben consapevole che quei ragazzini esaltati lo stanno riprendendo coi cellulari e quei contenuti finiranno su TikTok virilizzando all’infinito la sua immagine”. È propaganda fatta con le clip. È consenso fatto con la viralità.
Le analogie, dice, “non finiscono qui”. Perché nella narrazione c’è anche il doppio binario: l’uomo che urla e l’uomo che istituzionalizza. “L’avvocato Ivano Chiesa è (chiedo scusa a Conte) il suo avvocato Giuseppe Conte. Lui urla, si sporca le mani, aizza le folle, l’avvocato mette un vestito formale al tutto.” Tradotto: Corona fa la piazza, Chiesa fa il comunicato. Corona agita, l’avvocato traduce. È un dispositivo politico travestito da cronaca di tribunale.
E qui arriva il punto che completa il quadro: “Cambia il contenuto (gossip invece di politica), ma non la forma del populismo.” Il vaffa di ieri diventa lo sputtanamento di oggi. La casta diventa Mediaset, un conduttore, una piattaforma. Il cittadino arrabbiato diventa il follower che vuole il sangue. E Lucarelli lo esplicita fino in fondo: “Corona sta facendo tutto quello che è stato bandito negli ultimi anni: bodyshaming, outing, sessismo, hate speech, machismo becero e lo fa nel silenzio generale, nell’assenza totale di riprovazione da parte di collettivi, associazioni, osservatori, giornalisti, attivisti.”
Non c’è, in questa lettura, un eroe che combatte la censura. C’è un professionista del risentimento che usa la parola “censura” come marchio di qualità. E che, come ogni populista, ha bisogno di una cosa sola: un nemico. Se glielo tolgono, lo inventa. Se lo trovano per lui, lo ingrandisce. Perché un martire senza carnefice non vende. E, soprattutto, non raccoglie voti.
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Cronaca
Leonardo Maria Del Vecchio e Sara Soldati, tregua per la figlia: sette giorni ciascuno e visite libere fino al 16 settembre
La figlia resterà nella residenza di famiglia, mentre i genitori si alterneranno ogni sette giorni e potranno farle visita liberamente. Del Vecchio: «È l’accordo tanto odiato, ma il meglio per lei». Soldati: «Siamo in pace».
Leonardo Maria Del Vecchio e Sara Soldati depongono le armi, almeno fino al 16 settembre. Dopo settimane di accuse, ricorsi d’urgenza e una bambina contesa persino a bordo di uno yacht, l’imprenditore e l’ex compagna hanno raggiunto un accordo temporaneo sull’affidamento della figlia durante le vacanze estive.
La piccola rimarrà in una residenza di famiglia e i genitori si alterneranno accanto a lei: sette giorni con il padre e sette con la madre. Entrambi potranno inoltre farle visita liberamente anche durante il periodo assegnato all’altro. Una soluzione che riporta la coppia al precedente equilibrio e congela lo scontro fino alla prossima udienza davanti al giudice della Sezione famiglia.
«Si ritorna all’accordo tanto odiato, ma è il meglio per mia figlia», ha dichiarato Del Vecchio all’uscita dal tribunale. Soddisfatta anche Sara Soldati: «Sono contenta. Siamo in pace fino alla fine delle vacanze».
Leonardo Maria Del Vecchio e Sara Soldati, l’accordo sulla figlia
L’intesa resterà valida fino al 16 settembre, quando i due ex compagni torneranno davanti al giudice per discutere un assetto più stabile. Nel frattempo, la bambina non dovrà spostarsi continuamente da una casa all’altra: saranno il padre e la madre ad alternarsi nella stessa residenza.
La possibilità delle visite libere dovrebbe inoltre permettere a entrambi di mantenere un rapporto quotidiano con la figlia, evitando separazioni troppo rigide. Almeno sulla carta, dunque, la pace estiva sostituisce la guerra giudiziaria che aveva trasformato luglio in un susseguirsi di denunce, provvedimenti e dichiarazioni contrapposte.
L’ufficio stampa dell’imprenditore ha interpretato la decisione come una conferma della sua affidabilità: «Alla luce dell’assetto stabilito dal giudice, tali rappresentazioni risultano oggi smentite nei fatti dalla decisione assunta, che riconosce a Del Vecchio il suo ruolo genitoriale nella quotidianità della figlia».
Dalla denuncia per lo yacht all’affidamento temporaneo
Lo scontro era esploso a metà luglio, quando Sara Soldati aveva denunciato Leonardo Maria Del Vecchio accusandolo di averle sottratto la bambina. Secondo il racconto della modella, l’imprenditore le avrebbe impedito di salire sullo yacht dove la figlia trascorreva le vacanze con la famiglia paterna.
I legali di Soldati avevano quindi presentato un ricorso d’urgenza. Il giudice aveva disposto l’affidamento esclusivo e temporaneo alla madre e, il 28 luglio, Del Vecchio aveva consegnato la bambina all’ex compagna a Porto Cervo.
Quel provvedimento scadeva il 10 agosto. La nuova udienza doveva quindi stabilire come organizzare il resto dell’estate e valutare le richieste di entrambi i genitori. Il tribunale ha scelto una soluzione condivisa, molto vicina alla scrittura privata sottoscritta dalla coppia prima che i rapporti precipitassero.
Mădălina Ghenea testimone in tribunale
La mattinata aveva assunto inevitabilmente i contorni di un piccolo evento mondano. Sara Soldati è arrivata accompagnata dall’avvocata Anna Maria Bernardini de Pace; Del Vecchio si è presentato con i legali Domenico Aiello e Daniela Missaglia. Prima di entrare, l’imprenditore si era limitato a una frase: «Credo molto nella giustizia».
A sorprendere i presenti è stato però l’arrivo di Mădălina Ghenea. L’attrice ha confermato di essere stata convocata come testimone di Del Vecchio, aggiungendo un altro nome celebre a una vicenda familiare già seguita come una saga estiva.
Questa volta, tuttavia, dall’aula non è uscito un nuovo capitolo della guerra, ma una tregua. Del Vecchio e Soldati concordano almeno su un punto: dopo settimane di tensioni pubbliche, la priorità deve tornare a essere la serenità della loro bambina.
Cronaca
Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo si sposano: la promessa d’amore nata durante la lunga battaglia di giustizia per il fratello Stefano
Un legame profondo nato nei momenti più bui della ricerca della verità sulla morte di Stefano Cucchi. La senatrice e l’avvocato che ne ha difeso la memoria in aula hanno deciso di coronare la loro relazione con il matrimonio, trasformando il dolore in una storia di riscatto.
Una storia di giustizia, resistenza e vicinanza umana che si trasforma in una promessa di vita per il futuro. Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo hanno deciso di sposarsi. La notizia dell’imminente matrimonio tra la senatrice dell’Alleanza Verdi e Sinistra e lo storico avvocato del foro di Ferrara segna un capitolo luminoso all’interno di un percorso personale e pubblico durato oltre un decennio e vissuto sempre sotto i riflettori della cronaca nazionale.
Dalle aule giudiziarie a un legame indissolubile
Il loro primo incontro risale ai giorni successivi alla tragica scomparsa di Stefano Cucchi, il geometra romano di 31 anni deceduto nel potenziale isolamento della custodia cautelare nell’ottobre del 2009. In quel momento di smarrimento e dolore, la famiglia Cucchi scelse di affidarsi proprio a Fabio Anselmo, legale già noto per essersi occupato di complessi casi di cronaca legati ai diritti umani e alle morti in custodia, come quello di Federico Aldrovandi.
La complessa e strenua battaglia giudiziaria condotta per accertare le responsabilità sulla morte di Stefano ha visto Ilaria Cucchi e Fabio Anselmo camminare fianco a fianco per anni. Tra perizie, udienze, ribaltamenti nei vari gradi di giudizio e un’enorme pressione mediatica, la collaborazione professionale si è progressivamente trasformata in un affetto profondo e in una solida relazione sentimentale.
Una presenza reciproca nei momenti più complessi
Nel corso del tempo, la coppia non ha condiviso soltanto l’impegno per l’ottenimento della verità sul caso di Stefano — culminato con le condanne definitive per omicidio preterintenzionale —, ma ha continuato a sostenersi a vicenda anche nelle rispettive traiettorie personali e pubbliche.
Anselmo ha infatti accompagnato Ilaria Cucchi nella sua decisione di intraprendere l’impegno politico in Parlamento per la tutela dei diritti civili. Allo stesso modo, la senatrice è rimasta sempre al fianco del legale durante la sua candidatura a sindaco di Ferrara nelle elezioni amministrative, testimoniando un’intesa fondata sulla condivisione di valori e battaglie comuni.
La decisione del matrimonio e la nuova fase di vita
A distanza di anni dal loro primo incontro in uno dei momenti più drammatici per la famiglia Cucchi, la decisione di convolare a nozze rappresenta la naturale evoluzione di un percorso di vita condiviso. Un’unione nata dentro le aule di giustizia e cresciuta al riparo dai clamori, che si consolida oggi come simbolo di rinascita, affetto e speranza per il futuro.
Cronaca Nera
Liam Payne, le ultime ore prima della morte: «Cinque grammi di cocaina per fumare crack». Whisky, escort e il mistero del balcone
Le richieste di cocaina, cinque bottiglie di whisky, le chat allarmate del personale e le immagini delle telecamere: nuovi documenti raccontano la spirale che travolse Liam Payne. Il padre Geoff esclude il suicidio, mentre gli investigatori valutano l’ipotesi di una caduta accidentale durante un tentativo di calarsi dal balcone.
Le ultime ore di Liam Payne raccontano una discesa sempre più rapida dentro una spirale di alcol, droghe e comportamenti fuori controllo. L’ex cantante dei One Direction morì il 16 ottobre 2024, a 31 anni, dopo essere precipitato dal balcone al terzo piano dell’hotel CasaSur di Buenos Aires. Ora circa tremila documenti ufficiali dell’inchiesta, ottenuti dal Daily Mail, insieme alle testimonianze delle due escort incontrate poco prima della tragedia, aggiungono nuovi particolari alla ricostruzione.
Le immagini delle telecamere di sicurezza mostrano la popstar mentre vaga per i corridoi in condizioni precarie, siede nella hall accanto alle due donne e riceve numerose bottiglie di whisky in camera. Il padre Geoff Payne non crede però che il figlio volesse morire: «Non ho dubbi che Liam volesse vivere. Non mi passa nemmeno per la testa che volesse farsi del male».
Liam Payne solo in Argentina e l’allarme dei dipendenti
Secondo Geoff Payne, il figlio riusciva a restare lontano dalle sostanze soltanto quando aveva qualcuno accanto. La situazione avrebbe cominciato a precipitare il 14 ottobre, dopo la partenza della fidanzata Kate Cassidy, con la quale aveva trascorso alcuni giorni di vacanza.
Appena arrivato al CasaSur, Payne avrebbe iniziato a ordinare una bottiglia di whisky dopo l’altra e a chiedere al personale di procurargli sostanze stupefacenti. Le chat WhatsApp dei dipendenti mostrano quanto rapidamente lo staff avesse percepito il pericolo. «Questa persona sarà molto complicata durante il soggiorno», scrive la manager Gilda Martin, invitando i colleghi a respingere le richieste con gentilezza per evitare che diventasse ancora più aggressivo.
Quando una dipendente riceve l’incarico di consegnargli cinque bottiglie di whisky, i colleghi le consigliano di farsi accompagnare dalla sicurezza. Non si tratta più soltanto di un ospite capriccioso: all’interno dell’albergo cresce la consapevolezza che la situazione possa degenerare.
La richiesta all’escort: «Cinque grammi per fare crack»
Le nuove carte riportano anche i messaggi inviati da Liam Payne a una delle due escort contattate online. «Dovremmo procurarci della cocaina. Riesci a trovarla? Ci servono cinque grammi così posso fare del crack», le avrebbe scritto prima di mandarle alcune fotografie esplicite.
La donna propone di raggiungerlo insieme a un’altra escort e il cantante offre 5mila dollari per trascorrere la giornata con entrambe. Nel frattempo, Payne scrive all’amico Roger Nores annunciandogli l’intenzione di avere un rapporto sessuale a pagamento.
Nores ha dichiarato agli investigatori di conoscere la dipendenza dell’amico da alcol e droga, ma anche i suoi problemi con il sexting. «Sapevo che era dipendente dal sexting», ha raccontato. Payne gli avrebbe confidato persino il timore di aver inviato inconsapevolmente una fotografia di nudo a una minorenne, senza però assumersi, secondo Nores, alcuna responsabilità.
Quando le due donne arrivano nella camera, rimangono sconvolte dalle condizioni dell’ambiente e del cantante. Payne ordina alcolici per circa 550 dollari ma, al momento di saldare il compenso pattuito, non dispone del contante necessario. Offre loro un Rolex; dopo il rifiuto, scaglia l’orologio contro il muro.
Il divano nella hall e l’ipotesi della caduta accidentale
Le telecamere mostrano successivamente Payne riverso su un divano nella reception. Poco prima delle 17, alcuni dipendenti lo riportano nella sua camera. Alle 17.07, dall’esterno dell’albergo, arriva il rumore della caduta.
Un’altra immagine, registrata alle 3.20 della stessa giornata, potrebbe però fornire un elemento importante per comprendere quanto accadde sul balcone. Il cantante appare all’esterno dell’hotel mentre regge il proprio corpo quasi in orizzontale, aggrappato a un palo con la forza delle braccia, forse mentre aspetta una consegna di droga.
Da quel fotogramma nasce una delle ipotesi esaminate dagli investigatori: Payne potrebbe aver tentato di calarsi dal balcone della camera, convinto di riuscire a sostenere il proprio peso, per poi perdere la presa e precipitare. Si tratta ancora di una ricostruzione investigativa e non di una certezza.
Il padre continua a escludere il gesto volontario. Sotto l’effetto delle sostanze, sostiene, suo figlio «non fosse in controllo di quel che faceva, non fosse Liam». Le nuove carte non chiudono definitivamente il mistero, ma descrivono con crudezza un uomo ormai incapace di governare le proprie azioni nelle ore che precedettero la tragedia.
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