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Speciale Sanremo 2026

Olly scalda l’Ariston, Pausini inciampa, Sal Da Vinci sorprende: Sanremo 2026 parte tra nostalgia e maratona

Da “Balorda Nostalgia” al ricordo di Pippo Baudo, dal bacio tra i due Sandokan al colpo partenopeo di Sal Da Vinci: Conti tiene il ritmo, ma la maratona lascia aperta la domanda. Questo Festival troverà lo sprint finale?

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    di Lorenza Sebastiani

    La prima puntata parte con un colpo al cuore e un colpo alla memoria. È Olly ad aprire le danze, e lo fa con “Balorda Nostalgia”, il brano che lo scorso anno ha conquistato tutto e tutti. In sala stampa si canta, e quando cantano i giornalisti significa che qualcosa è entrato sotto pelle. È un inizio che sa di celebrazione e di passaggio di testimone: il Festival che guarda al presente senza dimenticare il passato.

    Poi si entra nel vivo della gara dei Big. La prima a rompere il ghiaccio è Ditonellapiaga: proposta interessante, identità chiara, una cifra dance che disturba quanto basta per farsi notare. Peccato che sui social il mantra sia già partito: “Non si capiscono le parole”. È il destino di chi osa giocare con suoni e produzione. Eppure è passata. Con lei, Arisa, con un brano dal tono quasi disneyano, Fulminacci, orgoglioso rappresentante della scena indie romana con un pezzo che ha il sapore di una passeggiata al Testaccio, Serena Brancale, che firma il momento più autenticamente commovente della serata con un omaggio alla madre scomparsa nel 2020, e il duo Fedez & Masini, autori e interpreti di “Male necessario”, cucito addosso al passato del rapper, con Masini a mettere la firma vocale e interpretativa. Sono loro cinque a passare il turno.

    Nel mezzo, un ricordo che pesa come un macigno: il primo Festival senza Pippo Baudo. Il suo nome aleggia tra le poltrone dell’Ariston, come un fantasma gentile. E poi c’è Lei. Laura Pausini. Visibilmente emozionata, scende le scale accolta da un affetto quasi protettivo del teatro. In sala stampa, nei giorni precedenti, si era parlato di haters e del suo rapporto complicato con una parte del pubblico italiano. Nessuno è profeta in patria, si dice. Ma l’abbraccio dell’Ariston racconta un’altra storia. La sua perla? Dimentica un biglietto mentre deve recitare una filastrocca in turco con Can Yaman. Un inciampo tenero, che la rende ancora più umana. Promossa a pieni voti: preparata, naturale, bellissima.

    Carlo Conti guida la macchina con l’aria di chi sta giocando una partita di calcetto tra amici. Rilassato, concreto, quasi chirurgico. Poco varietà? Sì, ma è la struttura della prima puntata a imporre il ritmo. Trenta canzoni non sono una passeggiata. Si corre, e Conti parte addirittura con tre minuti di anticipo sulla scaletta, riuscendo a mantenerli per gran parte della serata. È un Festival che bada alla sostanza, forse a scapito del guizzo.

    Tra le sorprese, Can Yaman: parla italiano meglio di molti artisti in gara e tenta persino di far cantare la Pausini in turco. Disinvolto, leggero, perfettamente a suo agio. Poi il gesto simbolico: bacia la mano a Kabir Bedi, il Sandokan originale. Un passaggio di testimone pop, che funziona più di tante gag scritte a tavolino.

    Il momento più potente? Gianna Pratesi, 105 anni, che ricorda di aver votato per la Repubblica nel 1946, a 26 anni. Racconta di avere una famiglia di sinistra. Per un attimo Conti sembra disorientato. Poi il Festival riparte, come sempre: tradizione e innovazione che si alternano senza mai fondersi davvero.

    Tra i tradizionalisti brillano Patty Pravo e il super ospite Tiziano Ferro. Medley dei suoi successi, commozione autentica, e una battuta che è già titolo: «Il prossimo anno lo facciamo insieme Sanremo», dice rivolgendosi alla Pausini. Candidatura lanciata. Vedremo se sarà raccolta.

    C’è spazio anche per l’incrocio generazionale: Samurai Jay tra gli innovatori, con un brano che odora già di tormentone estivo. Il cerimoniale resta immutato, ma manca quel passo di varietà che renda la serata memorabile. Domani si capirà meglio la natura di questo Festival. Se la libertà sarà davvero libertà o solo una forma elegante di vacuità.

    La sala stampa applaude poco, ma quando lo fa è per Serena Brancale. E poi per Sal Da Vinci, sorprendentemente. Il pezzo del cantante napoletano, disimpegnato quanto basta per diventare eterno nei matrimoni dei prossimi trecento anni, raccoglie un’ovazione all’Ariston e, cosa più inattesa, anche tra i giornalisti. Con il televoto partenopeo dalla sua parte, potrebbe tentare il colpaccio.

    Unico incidente tecnico: il microfono di Tredici Pietro non parte. Esibizione da rifare. Immaginiamo papà Morandi sul divano di casa in piena apnea. Ma è il male minore.

    Resta una sensazione di fondo: un terzo dei cantanti è praticamente sconosciuto al pubblico più agé e popolare. Il risultato è un Festival a tratti ostico da leggere e un po’ lento da digerire. La prima puntata è sempre una maratona. La vera domanda è se, nelle prossime sere, questa maratona troverà anche uno scatto finale.

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      Speciale Sanremo 2026

      Ma che ce stai a prova’? Carolina Rey punzecchia Can Yaman tra Baglioni e un ruolo in Sandokan

      Can Yaman elogia “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni e Carolina Rey coglie la palla al balzo: “Anche io ascolto Baglioni… c’è un ruolo in Sandokan?”. Tra ironia e flirt televisivo, la sala stampa si scalda.

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        Ma che ce stai a prova’?

        La conferenza stampa del Festival di Sanremo regala spesso più scintille del palco. Stavolta a prendersi la scena è Carolina Rey, conduttrice del PrimaFestival 2026, che non si lascia sfuggire l’assist servito da Can Yaman.

        L’attore turco, arrivato all’Ariston con il suo carico di fascino e curiosità, aveva appena confessato il suo apprezzamento per “Questo piccolo grande amore” di Claudio Baglioni. Una dichiarazione che mescola romanticismo e cultura pop italiana, perfetta per scaldare la platea.

        Carolina non si tira indietro. “Devo dire che Istanbul è bellissima, anche io ascolto Baglioni. E volevo chiedere se c’è un ruolo in Sandokan…”. Detto con sorriso, ma non troppo.

        La sala stampa si infiamma

        Il passaggio è rapido, quasi teatrale. Dall’omaggio musicale alla proposta lavorativa il passo è breve. La sala stampa ride, qualcuno applaude, qualcuno alza lo smartphone. È il momento perfetto da ritagliare per i social.

        Yaman, già protagonista di serie di successo e ora volto di Sandokan, si ritrova al centro di un siparietto che mescola ironia e sottile flirt televisivo. Carolina Rey gioca con il ruolo, si concede una battuta che rompe la formalità e restituisce alla conferenza quel sapore da show nello show.

        Tra Baglioni e Sandokan

        La citazione di “Questo piccolo grande amore” non è casuale. È uno dei brani simbolo della canzone italiana, capace di attraversare generazioni. Sentirlo evocare da un attore turco che ha scelto l’Italia come seconda casa crea un ponte culturale immediato.

        E Carolina lo capisce al volo. Se lui omaggia la musica italiana, lei rilancia sull’immaginario televisivo. Sandokan non è solo una serie, è un simbolo di avventura e seduzione. Chiedere un ruolo è una provocazione leggera, ma efficace.

        Il Festival che vive di incastri

        Sanremo non è fatto solo di canzoni, ma di incastri imprevisti. Una dichiarazione romantica, una battuta pronta, uno scambio di sguardi: bastano pochi secondi per costruire un titolo.

        Carolina Rey dimostra di sapere stare nel gioco. Non resta spettatrice, ma entra in scena. Can Yaman sorride, la sala stampa si diverte, il PrimaFestival si guadagna il suo momento virale.

        E alla fine la domanda resta sospesa, tra ironia e fantasia: in fondo, un piccolo ruolo in Sandokan, perché no? A Sanremo, del resto, tutto può succedere.

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          Barcolla ma non molla, Elettra Lamborghini inciampa sul green carpet e rilancia con autoironia

          Momento di imprevisto per Elettra Lamborghini sul green carpet del Festival: un inciampo che rischia di trasformarsi in caduta. Lei sorride e commenta “Barcollo ma non mollo”. E la passerella diventa show prima ancora di salire sul palco.

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            Barcolla ma non molla.

            Sul green carpet del Festival di Sanremo basta un attimo per passare dall’ingresso trionfale al rischio figuraccia. Elettra Lamborghini lo sa bene: un passo incerto, un tacco traditore, un equilibrio che vacilla. Per qualche secondo il pubblico trattiene il fiato. Poi lei si ricompone, sorride e trasforma l’inciampo in battuta: “Barcollo ma non mollo”.

            È il pregio dell’autoironia, qualità non scontata quando si è sotto i riflettori e ogni movimento finisce in slow motion sui social.

            Voilà, omaggio alla Carrà

            Elettra è in gara con “Voilà”, brano che vuole essere un omaggio a Raffaella Carrà. Un riferimento pesante, quasi ingombrante, perché evocare la Carrà significa chiamare in causa un’icona pop capace di unire generazioni e continenti.

            La scelta non è casuale. Elettra ha costruito la propria immagine su energia, fisicità, ritmo e una presenza scenica che non chiede permesso. Le sue “ciapett twerkanti”, come ama ironizzare lei stessa, sono diventate marchio di fabbrica. Ma dietro la provocazione c’è anche la consapevolezza di muoversi in una tradizione di showgirl che hanno fatto del corpo uno strumento di spettacolo.

            L’inciampo che diventa show

            Sul green carpet l’imprevisto è sempre dietro l’angolo. Abiti scenografici, tacchi vertiginosi, luci, fotografi che urlano il nome. È un teatro nel teatro.

            L’inciampo di Elettra dura pochi secondi, ma basta per accendere commenti e meme. La differenza la fa la reazione: niente panico, niente sguardo perso. Solo una frase pronta, quasi preparata per l’occasione. “Barcollo ma non mollo” diventa subito hashtag, slogan, didascalia perfetta.

            È il segno di un’artista che conosce le regole del gioco mediatico. Se cadi, rialzati in fretta. Se barcolli, trasformalo in coreografia.

            Tra glamour e leggerezza

            Il green carpet è anticamera del palco. Un luogo dove si misura la temperatura del personaggio prima ancora della canzone. Elettra gioca con il glamour, con l’eccesso, con l’ironia. Non si prende troppo sul serio, e forse è proprio questo il suo scudo migliore.

            “Voilà” dovrà parlare per lei nella gara. Ma l’episodio sul tappeto verde racconta un’altra storia: quella di una cantante che, anche quando rischia di scivolare, riesce a restare in equilibrio mediatico.

            Barcolla, sì. Ma non molla. E in un Festival dove tutto viene amplificato, anche un inciampo può diventare parte dello spettacolo.

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              Speciale Sanremo 2026

              Sanremo 2026 parte in frenata: 9,6 milioni e 58% di share, tre milioni in meno rispetto al debutto record del 2025

              Il debutto si ferma a 9,6 milioni contro i 12,6 del 2025. Share al 58%, quarto miglior risultato degli ultimi trent’anni. Conti aveva già avvertito: «Non mi esalto e non mi abbatto». Ora la sfida è capire se è un calo fisiologico o un segnale.

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                La prima serata di Sanremo è sempre un referendum, anche quando nessuno lo ammette. E il verdetto, stavolta, è meno euforico del previsto: 9,6 milioni di spettatori e 58% di share. Tre milioni in meno rispetto al 2025, quando il debutto aveva toccato quota 12,6 milioni con un clamoroso 65,3%.

                Il confronto è inevitabile, perché il precedente pesa. Lo scorso anno era il primo Festival del dopo Amadeus ma anche il primo misurato con la “total audience”, che include tv tradizionale e dispositivi collegati in diretta. Il risultato era stato da copertina: 12,6 milioni e share oltre il 65%. Quest’anno, con trenta canzoni in gara, l’esordio da conduttrice di Laura Pausini, il super ospite Tiziano Ferro, la presenza ormai strutturale di Can Yaman e la “carrambata” con Kabir Bedi, l’attesa era altissima. E invece la partenza è stata più sobria.

                Flop? Dipende da dove si guarda. In valore assoluto il calo è evidente: tre milioni di spettatori non sono una limatura statistica, sono un vuoto che si sente. Ma a livello di share il 58% è tutt’altro che disastroso. È il quarto miglior risultato dal 1997. Meglio delle edizioni 2021 (46,6%) e 2022 (54,7%) guidate da Amadeus. E superiore perfino a molte stagioni considerate di grande successo.

                Le uniche prime serate che hanno fatto meglio in termini percentuali restano le ultime tre: 2023 con il 62,5%, 2024 con il 65,1% e 2025 con il 65,3%. E poi bisogna tornare indietro fino al 1997, quando Mike Bongiorno portò a casa il 58,74%. Numeri che ridimensionano la parola “flop” e la trasformano in qualcosa di più complesso: un ridimensionamento, forse, ma non un crollo.

                Il punto è che Sanremo vive di confronti. Con l’anno prima, con il conduttore precedente, con l’epoca d’oro. E Carlo Conti lo sa benissimo. Non a caso aveva messo le mani avanti già in conferenza stampa: «L’altro anno quando sono arrivato ho detto che era impossibile eguagliare certi numeri, invece un po’ il caso, un po’ la fortuna e la bravura mi hanno aiutato. Eppure il giorno dopo non sono entrato in sala stampa camminando a cinque centimetri da terra. Non mi esalto se le cose vanno bene e non mi abbatto se i risultati non sono gli stessi anche perché si tratterebbe di battere me stesso».

                Parole che oggi suonano come una cintura di sicurezza. Perché la prima serata era una maratona: trenta canzoni, un ritmo serrato, meno varietà del solito e più sostanza musicale. Una scelta che può aver reso la serata più compatta, ma anche più impegnativa per il pubblico generalista. In un Festival dove un terzo dei cantanti è quasi sconosciuto alla fascia più adulta, la curva dell’attenzione diventa una variabile delicata.

                C’è poi un fattore strutturale: l’effetto novità si consuma in fretta. Il primo anno post-Amadeus era carico di curiosità, aspettative, timori. Il secondo è più “normale”. E la normalità, in televisione, raramente fa boom.

                Resta la domanda vera: è un calo fisiologico o il segnale di un Festival che deve trovare una nuova scintilla? Il 58% di share dice che il Paese era comunque davanti alla tv. I 9,6 milioni raccontano però una soglia psicologica che si è abbassata.

                Sanremo è una lunga settimana. La prima sera è solo l’inizio, ma l’inizio conta. Ora la partita si gioca sulla tenuta. Perché se è vero che non ci si deve esaltare quando si vola, è altrettanto vero che a Sanremo nessuno si accontenta di planare.

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