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Speciale Sanremo 2026

L’inclusione e il femminismo ai tempi di Sanremo: quanta strada c’è ancora da fare…

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    Se c’è un evento che ogni anno riesce a trasformare la retorica in coreografia, quello è Sanremo. Il Festival della canzone non è solo musica, lustrini e share televisivo: è un laboratorio sociologico in prima serata. E, puntuale come la pubblicità del materasso, arrivano anche le sue “tasse morali”.

    Festival e disabilità: inclusione o passerella emotiva?

    A Sanremo si paga una prima tassa: quella dell’inclusione messa in vetrina. Si invitano ragazzi “speciali”, possibilmente sorridenti, meglio ancora se con la maglietta “Io sono come te”, così il pubblico si commuove, l’applauso parte automatico e l’algoritmo della bontà collettiva risulta ampiamente soddisfatto. Peccato che l’inclusione vera sia un’altra cosa. Non certo il momento strappalacrime piazzato tra un monologo e una standing ovation. Non è la clip edificante utile a ripulire la coscienza nazionale per tre minuti di share. Ma Sanremo funziona così: impacchetta tutto, anche la disabilità, in formato prime time. Parole chiave: inclusione, disabilità, spettacolarizzazione. E hashtag pronti.

    Donne a Sanremo: dal “passo indietro” al passo sul posto

    L’altra tassa, quella eterna, è il capitolo donne. Tutto esplose quando Amadeus inciampò nel celebre “passo indietro” riferito a Francesca Sofia Novello: «Apprezzo la capacità di stare accanto a un grande uomo, stando un passo indietro…». Sipario. Social in fiamme. Editoriali indignati. Meme come se piovesse.

    Da quel momento, via le vallette esplicite, dentro quelle mascherate senza maschera: la nuova specie protetta della “co-conduttrice parlante”, autonoma ma non troppo, emancipata ma con moderazione, brillante ma sempre entro i confini del copione.

    Quote rosa a Sanremo: numeri che parlano (poco)

    Anche quest’anno la musica è donna, ma non troppo. Solo 10 artiste su 30 in gara. Una percentuale che fa discutere, indignare, riflettere — e poi ricominciare da capo l’anno dopo. Nel frattempo, tra le “Tagliatelle di nonna Pina” e un fiore del FantaSanremo che nessuno ha ancora capito davvero come funzioni, parte il monologo pedagogico: “Se una donna dice no è no”. Buttato lì, come il prezzemolo. Importante? Certo. Approfondito? Meno.

    Ci riempiamo sempre la bocca con termini come “incisività”, “parità” e “rispetto” ma, a conti fatti, il percorso verso un mondo più equo è lunghissima, forse interminabile.

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      Speciale Sanremo 2026

      Morgan “si sfila” da Sanremo, Chiello lo smentisce: “Non c’era alchimia, ho deciso io”. E lui replica: “Non volevo oscurarlo”

      Doveva essere un duetto (annunciato) su “Mi sono innamorato di te” di Tenco, ma Morgan all’Ariston non si è visto. Il cantautore sostiene di essersi fatto da parte per non “oscurare” Chiello e di aver lavorato “da dietro le quinte” con un contributo tecnico. In conferenza stampa, però, Chiello racconta un’altra storia: “Non ci siamo trovati”, “ho deciso di non portarlo”. E sulla polemica: “Sembra la fidanzata che dice ‘ti ho lasciato io’”.

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        Sanremo è anche questo: le canzoni durano tre minuti, le versioni dei fatti molto di più. E quando in mezzo c’è Morgan, il sottotesto diventa subito testo. Il caso è quello della serata delle cover, quando avrebbe dovuto esibirsi con Chiello in “Mi sono innamorato di te” di Luigi Tenco. Il risultato, invece, è stato un palco senza Morgan e un piccolo giallo mediatico che, come spesso succede, si è risolto in una frase: “È stata una mia scelta”. Solo che a pronunciarla, in modi e tempi diversi, sono stati in due.

        Morgan, lo scorso 21 febbraio, aveva spiegato la sua assenza dall’Ariston con una dichiarazione che suona da professionista che sceglie il basso profilo: “La mia partecipazione come ospite di Chiello al prossimo Festival di Sanremo non sarà sul palco, ma da dietro le quinte. Il mio contributo sarà tecnico”. Un modo elegante per dire: ci sono, ma non mi vedete. E già qui, in filigrana, si sente il tema vero: l’equilibrio dei riflettori.

        Poche ore dopo, Morgan è tornato sull’argomento con una story su Instagram, rendendo il ragionamento più esplicito e, soprattutto, più personale. “Per chi non ha capito la decisione di non apparire sul palco: dopo le prove era evidente che non fosse un bene per il ragazzo. Supportare un artista significa valorizzarlo, non oscurarlo. E io non ho necessità di apparire a tutti i costi. Il confronto lo penalizzava, lui stesso è stato il primo ad accorgersene e ha apprezzato il mio gesto”. Traduzione: mi sono fatto da parte per proteggerlo. E, incidentalmente, per dimostrare che posso anche non esserci.

        Fin qui la versione Morgan: paternalistica, razionale, quasi pedagogica. Ma poi arriva Chiello, e la storia cambia tono. In conferenza stampa, l’artista non ne fa un dramma, però smentisce di fatto l’impianto narrativo dell’altro. “Lui è un grande artista, su questo non ci sono dubbi. Solo che abbiamo fatto un po’ di prove e non ci siamo trovati, non si è creata quell’alchimia artistica e quindi ho deciso di non portarlo e non sarà presente”. Qui il punto non è “ti proteggo”, è “non funzionava”. E soprattutto: “ho deciso”.

        A rafforzare la linea, Chiello sposta l’attenzione sull’arrangiamento e su chi lo ha firmato: “L’arrangiamento è stato fatto da Saverio Cigarini, che è una persona molto importante per me e tra l’altro anche un grande artista. Sono sicuro che spaccherà tutto”. Quasi a dire: la cover va avanti lo stesso, e va avanti con persone che sento in sintonia con me.

        Poi arriva la domanda che, in sala stampa, è il colpo di bisturi: “Quindi è stata tua la decisione di rinunciare a lui?”. Chiello risponde senza girarci intorno: “Sì, così ho detto”. Secca, lineare, definitiva. E quando capisce che la cosa rischia di trasformarsi in un derby di ego, prova a chiuderla con una battuta che è anche una stoccata: “Non voglio fare queste polemiche, sembra la fidanzata che dice ‘ti ho lasciato io, non mi hai lasciato tu’. Non mi interessa questa cosa, comunque può dire quello che vuole”.

        Ed è qui che il giallo si chiarisce e si complica insieme. Si chiarisce perché Chiello rivendica la scelta e la colloca in un terreno artistico (“alchimia” mancata), non di opportunità o di immagine. Si complica perché Morgan, invece, l’aveva raccontata come un gesto altruista, quasi cavalleresco (“non volevo oscurarlo”). Due narrazioni incompatibili, entrambe costruite per salvare una cosa diversa: l’una l’idea di tutela, l’altra l’idea di autonomia.

        In mezzo resta la sensazione che a Sanremo, quando salta un duetto, non salta mai solo un duetto. Salta una gerarchia di palco, una misura di protagonismo, un equilibrio tra chi ha un nome che pesa e chi sta costruendo il proprio. Morgan dice: “non ho necessità di apparire a tutti i costi”. Chiello risponde, tra le righe: non ho necessità di farmi apparire accanto a qualcuno per esistere.

        E così la cover di Tenco diventa, senza volerlo, il classico copione sanremese: una canzone d’amore sullo sfondo, e davanti una separazione raccontata da due ex che rivendicano entrambi l’ultima parola. Chiello l’ha messa giù con ironia: “può dire quello che vuole”. Morgan, invece, l’aveva già chiusa a modo suo: “Supportare un artista significa valorizzarlo, non oscurarlo”. In Riviera, a volte, anche l’alchimia è una questione di luce.

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          Speciale Sanremo 2026

          Disordine, famiglia e icone: il Sanremo “domestico” di Michele Bravi

          “La mia chat di famiglia? Si chiama ‘Tutti Bravi con il culo degli altri’”. E la sala stampa esplode in un applauso.

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          Disordine, famiglia e icone: il Sanremo "domestico" di Michele Bravi

            Entra in sala stampa con il piglio di chi si sente a casa, ma non manca di lanciare una frecciatina ai giornalisti reduci dalle fatiche del giovedì: «Siete decimati! Eppure lunedì non sapevate nemmeno dove sedervi», esordisce Michele Bravi con un sorriso sornione. È il venerdì dei duetti, la serata più attesa, e Bravi la vive con la serenità di chi ha trasformato il Festival in una “reunion” di affetti e stima artistica.

            Il “Battesimo di fuoco” con Fiorella e Ornella

            Il cuore del suo Sanremo 2026 batte per due icone della musica italiana: Fiorella Mannoia e Ornella Vanoni. Il legame con la Mannoia affonda le radici nell’infanzia a Perugia: «Ero piccolo, andai a un suo concerto con mamma. Mentre cantava Lunaspina, rimasi folgorato. Dissi: “Mamma, io voglio saper fare quella cosa lì”». Oggi quel cerchio si chiude in un manifesto di malinconia e rassegnazione. Stasera insieme interpreteranno Domani è un altro giorno di Ornella Vanoni.

            E su Carlo Conti? Bravi conferma l’aura di imperturbabilità del conduttore: «È talmente rilassato che fa quasi impressione. Sto cercando gossip ovunque, ma pare non succeda nulla di scandaloso. Mancano due serate, c’è ancora speranza!».

            Tra dischi di Battisti e “antitetanica”

            Tra una domanda e l’altra, emerge il lato più intimo e disordinato dell’artista. Interpellato sul caos domestico citato nei suoi testi, Michele confessa: «A casa mia vige il caos. Mia madre dice che servirebbe l’antitetanica per entrare. Sono uno di quei paraculi che dicono di trovare l’ordine nel proprio disordine, ma la verità è che i miei amici con disturbi ossessivo-compulsivi vengono a trovarmi solo per sistemarmi la casa». Niente lacrime cinematografiche sul divano con maglioni di lana, dunque, ma una realtà molto più “miserabile” e autentica.

            L’impegno oltre il palco

            Non solo musica, però. Bravi ha parlato con trasporto del suo legame con il San Gerardo di Monza e il progetto di recupero psicologico per giovani pazienti oncologici. «Vengo da una famiglia di medici, mio padre è oncologo. Ho visto realtà dove, quando c’è la salute, c’è tutto. Questi ragazzi affrontano la malattia con un cinismo sanissimo che ti insegna a ridimensionare ogni problema».

            L’artista ha poi accennato ai prossimi appuntamenti: Commedia Musicale Tour, che lo porterà ad esibirsi il 22 maggio all’Auditorium Fondazione Cariplo di Milano e il 24 maggio al Teatro Olimpico di Roma. Sottolineando la collaborazione con Ilenia Pastorelli («Ha una visione artistica fuori dal comune, trasforma le canzoni in cortometraggi») e il suo legame con le radici umbre, citando l’influenza delle opere di Alberto Burri.

            L’eredità di Umberto Bindi

            Infine, un pensiero alla comunità LGBTQIA+ e al ruolo di “portavoce”: «Sono cresciuto in una famiglia che mi ha insegnato la libertà. Se oggi posso espormi e cantare ciò che voglio, lo devo anche a chi è venuto prima di me. Penso a Umberto Bindi, che fu cacciato dalle scene solo perché portava un anello al mignolo. Se il mio messaggio può aiutare qualcuno, lo faccio con orgoglio».

            Prima di congedarsi, la rivelazione definitiva sul sostegno dei suoi cari, che stanno arrivando a Sanremo in queste ore. Alla domanda sul nome della chat di famiglia, Michele non ha dubbi: «Si chiama: Tutti Bravi con il culo degli altri». Sipario, risate e un lungo applauso.

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              Speciale Sanremo 2026

              Sanremo 2026, rumori di corridoio e scintille dietro le quinte: feste, frecciate e icone pop nell’edizione più chiacchierata dell’Ariston

              Dal mistero dei vicini rumorosi alle frecciate su Can Yaman, dall’exploit di Sal Da Vinci alla consacrazione pop delle nuove icone queer: Sanremo vive di canzoni ma sopravvive grazie ai retroscena. E quest’anno, più che mai, il gossip corre veloce tra camerini, social e corridoi dell’Ariston.

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                Il Festival lo guardi in tv, ma lo capisci solo nei corridoi. È lì che nasce il vero racconto sanremese, quello fatto di battute sfuggite, sguardi rubati e piccole rivalità raccontate a mezza voce. Quest’anno il dietro le quinte sembra una serie tv a episodi, ognuno con il proprio colpo di scena e con un unico filo conduttore: il rumore. Quello della musica, certo, ma soprattutto quello delle chiacchiere.

                I primi a far parlare di sé sono stati Maria Antonietta e Colombre. Sul palco hanno portato un synth pop ironico, leggero, pieno di ritmo, ma a quanto pare il vero concerto sarebbe continuato anche dopo lo show. Le voci corrono più veloci dei comunicati ufficiali e i vicini di stanza avrebbero sentito parecchio movimento. Nulla di confermato, ovviamente, ma a Sanremo basta un sussurro per trasformarsi in leggenda urbana. Intanto Elettra Lamborghini, sui social, si lamenta dei rumori notturni e subito parte il gioco dei collegamenti: parlava di loro? Pare proprio di no. La colpa sarebbe di una festa nel palazzo di fronte, una di quelle notti infinite che mandano in tilt chi sogna un “uomo vero, un bandolero” e invece si ritrova a fissare il soffitto.

                Il capitolo più frizzante, però, arriva con Andrea Delogu che davanti a Can Yaman non trattiene il commento: “Ha il petto sudato e la faccia mat, devono mettere meno cipria o abbassare il riscaldamento”. Apriti cielo. I social si dividono immediatamente tra sostenitori e difensori dell’attore turco. Una fan particolarmente agguerrita ribatte che l’invidia sarebbe una brutta bestia, invitando a fare la stessa strada di Can prima di parlare. La risposta diventa assist perfetto per Johnny Palomba che affonda il colpo con ironia: “La strada doveva essere in salita e sotto al sole. Se no, non si spiega”. A Sanremo le canzoni durano tre minuti, le battute invece restano appese per giorni.

                Tra le sorprese più nazionalpopolari spicca Sal Da Vinci. Il pubblico lo acclama, l’Ariston si alza in piedi e “Rossetto e Caffè” diventa un piccolo momento collettivo. Dietro le quinte, l’incontro con Patty Pravo aggiunge pepe alla serata. Per mesi qualcuno aveva insinuato che il brano ricordasse troppo “Pensiero Stupendo”. Lei, icona intoccabile, arriva e con una sola risposta manda tutti in silenzio. Alla domanda su chi possa raccoglierne l’eredità, Patty taglia corto: “Non ne vedo…”. Fine discussione. Applausi e qualche sorriso imbarazzato.

                Il Festival vive anche di nostalgia e di ritorni inattesi. Alba Parietti si riprende la sua poltrona all’Ariston con la naturalezza di chi non ha mai davvero lasciato la scena. Durante il mini-show di Tiziano Ferro arriva persino un invito al ballo, momento perfetto per diventare virale, peccato che la regia non se ne accorga. Uno di quei piccoli incidenti televisivi che a Sanremo fanno quasi più rumore della musica.

                E poi ci sono le nuove icone, quelle che non hanno bisogno di spiegazioni. L’esibizione di Elettra Lamborghini — abito trasparente e slip invisibile recuperato all’ultimo — insieme a quella di Ditonellapiaga, trasformata in una principessa manga, manda in visibilio il pubblico più pop e trasversale. Qualcuno le ha già ribattezzate le regine dei “duomosessuali”, categoria ormai fissa nel folklore sanremese, metà ironia e metà identità culturale. A completare il quadro arriva Raffaella Longobardi, inviata diventata ormai figura cult: quando appare sul red carpet viene applaudita come una star vera, segno che a Sanremo il confine tra giornalista e personaggio è sempre più sottile.

                Il bello del Festival è che ogni anno cambia tutto e allo stesso tempo resta identico. Le canzoni vanno e vengono, ma il vero spettacolo è questo intreccio continuo di storie che nascono tra camerini e hotel, tra una prova audio e un post pubblicato a notte fonda. E così, mentre il palco continua a illuminarsi, fuori scena cresce il racconto parallelo fatto di rumori, frecciate, revival e piccoli momenti che diventano virali nel giro di un attimo.

                Perché Sanremo, alla fine, è come una festa condominiale dove tutti sentono tutto, nessuno ammette niente e il giorno dopo se ne parla ovunque.

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