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Calcio

Georgina Rodriguez a Venezia senza l’anello da 3 milioni di Cristiano Ronaldo: al suo posto un gioiello da sogno

La sposa di Cristiano Ronaldo si è presentata sul red carpet senza il preziosissimo anello di fidanzamento ricevuto dal campione. Nessun mistero sentimentale, però: a rubargli il posto è stata una spettacolare creazione Chopard tempestata di diamanti.

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    Un anello da circa 3 milioni di dollari non è esattamente il genere di accessorio che passa inosservato. A maggior ragione quando a regalarlo è stato Cristiano Ronaldo e a portarlo al dito è Georgina Rodriguez. Così, quando la modella e influencer è apparsa sul red carpet della Mostra del Cinema di Venezia senza il preziosissimo simbolo del fidanzamento con CR7, qualcuno se n’è accorto immediatamente.

    Niente diamante regalato dal fuoriclasse portoghese. Al suo posto, sulla mano di Georgina brillava un altro anello decisamente difficile da ignorare: una spettacolare creazione Chopard, tempestata di diamanti.

    Abbastanza per scatenare domande e curiosità. Che fine ha fatto l’anello di Cristiano? E soprattutto: perché Georgina ha deciso di non indossarlo proprio durante una delle sue apparizioni pubbliche più fotografate?

    La spiegazione, in realtà, porta molto più verso l’alta gioielleria che verso il gossip sentimentale.

    Georgina Rodriguez senza l’anello di Cristiano Ronaldo

    Georgina ha ormai trasformato i red carpet internazionali nel suo habitat naturale e Venezia non ha fatto eccezione. Look curatissimo, abito da diva, make-up impeccabile e una cascata di gioielli capaci di attirare i flash.

    A colpire è stato però soprattutto ciò che mancava.

    Al dito non c’era il gigantesco anello di fidanzamento ricevuto da Cristiano Ronaldo prima delle nozze e il cui valore è stato stimato da alcuni esperti in una cifra vicina ai 3 milioni di dollari.

    Una pietra di quelle dimensioni è diventata inevitabilmente uno dei gioielli più riconoscibili della collezione di Georgina. Vederla senza ha quindi acceso immediatamente la curiosità.

    A prendere il suo posto è stato un anello Chopard di alta gioielleria, caratterizzato da diamanti di grande caratura e scelto per completare il look veneziano.

    Perché Georgina non aveva l’anello da 3 milioni

    Dietro la sostituzione non sembrerebbe esserci alcun messaggio nascosto rivolto a Cristiano Ronaldo.

    Sui grandi red carpet internazionali è infatti abituale che attrici, modelle e celebrity indossino gioielli messi a disposizione dalle maison con cui collaborano. Venezia è una delle vetrine mondiali più importanti per la moda e l’alta gioielleria e ogni dettaglio indossato dalle star viene fotografato, analizzato e rilanciato sui social.

    Chopard è da anni uno dei nomi più legati ai grandi appuntamenti cinematografici e le sue creazioni accompagnano regolarmente le star sui tappeti rossi.

    Georgina avrebbe quindi semplicemente lasciato a casa, o comunque fuori dal red carpet, il preziosissimo anello per dare spazio alla creazione scelta per l’evento.

    Altro che messaggio in codice sulla relazione: una questione di look, partnership e alta gioielleria.

    L’anello regalato da Ronaldo dopo nove anni d’amore

    Il gioiello assente a Venezia ha però una storia decisamente più personale. Dopo quasi nove anni insieme, nell’agosto 2025 Georgina Rodriguez aveva annunciato sui social il fidanzamento ufficiale con Cristiano Ronaldo mostrando proprio l’enorme anello ricevuto dal calciatore. Una promessa confermata dalle nozze blindate di poche settimane fa.

    «Sì, lo voglio. In questa e in tutte le mie vite», aveva scritto mostrando la mano appoggiata su quella di Ronaldo.

    Una fotografia che aveva fatto immediatamente il giro del mondo, anche per le dimensioni impressionanti della pietra. Le valutazioni circolate successivamente avevano collocato il prezzo del gioiello nell’ordine di diversi milioni di dollari, anche se una cifra ufficiale non è mai stata comunicata dalla coppia.

    Ronaldo e Georgina stanno insieme dal 2016 e hanno costruito negli anni una delle famiglie più osservate dello showbiz internazionale. Le nozze hanno trasformato quello spettacolare diamante nel simbolo della nuova fase della loro relazione.

    Georgina, tra diamanti e look da milioni di euro

    Del resto, quando si parla di Georgina Rodriguez, i gioielli sono ormai parte dello spettacolo.

    La modella possiede una collezione impressionante e nelle sue apparizioni pubbliche non sono mancati diamanti, collier, bracciali e orologi dal valore da capogiro. Anche per questo la sua mano sinistra è diventata, dopo il fidanzamento con Ronaldo, uno dei dettagli più osservati dai fotografi.

    A Venezia, per una sera, il diamante di CR7 ha dovuto cedere il centro della scena.

    E il sostituto non è stato esattamente discreto: un anello Chopard ricoperto di diamanti, perfettamente in linea con uno dei red carpet più glamour del mondo.

    L’anello da 3 milioni può aspettare. Quando sei Georgina Rodriguez, evidentemente, persino lasciare a casa un diamante gigantesco significa semplicemente indossarne un altro.

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      Calcio

      Gattuso e la malattia che combatte da 15 anni: «Prendo cortisone ogni giorno, mi costa. C’è chi resta a letto per mesi»

      «Ho smesso di giocare per questo. La malattia l’ho accettata, ci lavoro, ma prendere cortisone tutti i giorni non è facile». E racconta perché ha eliminato completamente l’alcol

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      Gattuso

        Gennaro Gattuso parla senza filtri della malattia autoimmune con cui combatte da anni e racconta per la prima volta fino a che punto abbia condizionato la sua vita. Una battaglia quotidiana che lo accompagna da circa quindici anni e che lo costringe ad assumere cortisone ogni giorno. L’allenatore ha raccontato la sua esperienza durante un intervento al Festival dello Sport di Trento, spiegando anche come abbia imparato a convivere con la miastenia oculare.

        «Ho smesso di giocare per la malattia autoimmune che ho preso. Ed è da quindici anni che prendo il cortisone», ha spiegato Gattuso. Una confessione che restituisce una dimensione molto diversa dell’uomo che il pubblico ha conosciuto prima come centrocampista e poi come allenatore, sempre associato all’immagine del combattente capace di non arrendersi davanti a nulla.

        «C’è gente che con la mia malattia resta a letto per mesi»

        Gattuso non nasconde la serietà della patologia e soprattutto evita di presentare la propria esperienza come qualcosa di eccezionale. Al contrario, ricorda che esistono pazienti costretti ad affrontare conseguenze molto più pesanti.

        «In tutti questi anni ho detto che c’è gente che con la mia malattia sta a letto quattro o cinque mesi perché non riesce a muoversi. La malattia l’ho accettata, ci lavoro. Ma mi costa, perché prendere il cortisone tutti i giorni non è facile».

        Parole che raccontano una convivenza lunga e complessa con la patologia. Gattuso aveva già parlato pubblicamente dei problemi agli occhi che in alcuni periodi lo avevano costretto anche a comparire in panchina con una benda, ma adesso mette l’accento soprattutto sulla quotidianità della cura.

        Quindici anni di cortisone e la rinuncia all’alcol

        Nel suo racconto c’è anche un’altra scelta legata alla salute e allo stile di vita. «Sono sei o sette anni che non bevo nessun tipo di alcolico», ha spiegato.

        Gattuso affronta la questione con il linguaggio diretto che lo ha sempre caratterizzato, senza nascondere la fatica della terapia ma neppure trasformandola in un motivo per fermarsi. «Si va avanti fino a quando Dio ci dà la forza di continuare», ha concluso.

        Una frase che riassume il modo con cui l’ex centrocampista ha deciso di affrontare una condizione cronica: accettarla, curarsi e continuare a lavorare.

        Cos’è la miastenia oculare

        La miastenia oculare è una forma di miastenia gravis, patologia autoimmune che interferisce con la corretta comunicazione tra nervi e muscoli. Quando la malattia interessa prevalentemente i muscoli oculari può provocare debolezza e affaticamento, con sintomi caratteristici come l’abbassamento di una o entrambe le palpebre e la visione doppia.

        La gravità e l’evoluzione possono variare da persona a persona e la gestione della malattia richiede una valutazione specialistica. Nel caso di Gattuso, è stato lui stesso a spiegare di seguire da quindici anni una terapia a base di cortisone.

        Dietro l’immagine di Ringhio, insomma, c’è da molto tempo anche una battaglia meno visibile. Gattuso non la nasconde e non cerca scorciatoie nel raccontarla: «La malattia l’ho accettata». Ma subito dopo aggiunge le parole che spiegano meglio di tutte quanto possa pesare: «Mi costa».

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          Calcio

          Totti, la scoperta choc sul figlio Cristian: «Un’occlusione nell’acquedotto di Silvio». Perché ha lasciato il calcio

          Tutto scoperto quasi per caso durante una Tac: «C’era un’occlusione, non passava tutto il liquido al cervello». Poi la rabbia per gli attacchi ricevuti da Cristian quando era ancora adolescente

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            Cristian Totti ha smesso di giocare a calcio. A quasi 21 anni, dopo aver provato a costruirsi una carriera arrivando anche in Serie D con l’Olbia, il primogenito di Francesco Totti ha deciso di fermarsi. Dietro quella scelta, però, c’è una storia molto più complessa del peso di un cognome impossibile da ignorare. A raccontarla è stato proprio l’ex capitano della Roma, che ha rivelato anche un problema di salute scoperto quasi casualmente durante alcuni accertamenti.

            «Ha avuto un problema alla testa», ha raccontato Totti. Tutto sarebbe emerso quando Cristian si è sottoposto a una Tac per una questione legata al naso. L’esame ha mostrato qualcosa che nessuno si aspettava: «Hanno trovato un’occlusione nell’acquedotto di Silvio. Mo’, non è che faccio il medico, te lo dico così come me l’hanno spiegato: non passava tutto il liquido al cervello».

            Cristian Totti e quei mal di testa fin da bambino

            La scoperta avrebbe dato anche una possibile spiegazione a un problema che accompagnava Cristian da molto tempo. Totti ha infatti raccontato che il figlio soffriva di frequenti mal di testa già da bambino, senza che inizialmente la famiglia pensasse a qualcosa di particolare.

            «Fin da piccolo aveva frequenti mal di testa», ha ricordato l’ex numero 10 giallorosso. Cristian era però un bambino molto attivo e proprio per questo quei disturbi venivano ricondotti alla stanchezza: «Era sempre in movimento, nessuno si era mai preoccupato. Sarà un po’ stanco, pensavamo».

            La scoperta è arrivata soltanto successivamente, attraverso quell’esame effettuato per tutt’altra ragione. Totti non entra nei dettagli clinici e precisa lui stesso di limitarsi a riferire ciò che gli è stato spiegato dai medici, ma il racconto apre per la prima volta uno squarcio su un aspetto molto privato della vita del figlio.

            «Voleva fare il tennista e io ero strafelice»

            Il calcio, paradossalmente, non era stato neppure il primo sogno sportivo di Cristian. Da ragazzo voleva dedicarsi al tennis e Francesco Totti non aveva nascosto la propria soddisfazione: «Voleva fare il tennista e io ero strafelice».

            Poi qualcosa è cambiato. Cristian ha scelto proprio lo sport nel quale suo padre era diventato una leggenda e gli ha comunicato la decisione senza troppi giri di parole: «Pa’, voglio diventare calciatore».

            Totti sapeva perfettamente che cosa avrebbe significato per lui entrare in campo portandosi sulle spalle quel cognome, ma non ha provato a fermarlo. Gli ha chiesto soltanto di affrontare il calcio seriamente: «Fa’ lo sport che ti piace, non potevo dirgli altro. L’importante è che lo fai con la testa giusta, con dedizione, con voglia, con rispetto».

            Cristian ha così cominciato il proprio percorso, passando anche dalle giovanili della Roma e provando successivamente altre esperienze fino all’Olbia. Inevitabilmente, però, ogni partita e ogni scelta sono state accompagnate dal confronto con il padre.

            Totti e la rabbia per le critiche al figlio: «È vergognoso»

            Ed è proprio questo uno degli aspetti che Francesco Totti sembra avere sofferto maggiormente. Essere il figlio di uno dei calciatori italiani più famosi di sempre ha trasformato Cristian in un personaggio pubblico quando era ancora giovanissimo. Prestazioni, forma fisica e possibilità di costruirsi una carriera sono finite ripetutamente sotto osservazione.

            «Crescendo ha conosciuto la cattiveria degli altri», ha spiegato Totti, che non nasconde quanto certi giudizi abbiano fatto male anche a lui. Soprattutto quando il bersaglio era ancora un ragazzino: «Parlar male di un ragazzo di dodici, quindici anni è vergognoso. Mi hanno ferito».

            Parole che mostrano un Francesco Totti molto diverso dal campione abituato a convivere per decenni con critiche, pressioni e aspettative. Quando quelle stesse dinamiche hanno coinvolto suo figlio, la corazza evidentemente non è bastata.

            Cristian lascia il calcio a nemmeno 21 anni

            Oggi Cristian ha deciso di voltare pagina. Il sogno di diventare calciatore professionista si è fermato prima dei 21 anni e il racconto del padre restituisce il peso di un percorso vissuto inevitabilmente sotto una lente d’ingrandimento.

            Prima il desiderio di giocare a tennis, poi la decisione di inseguire il calcio, il confronto continuo con Francesco Totti, le critiche ricevute quando era ancora adolescente e, sullo sfondo, quel problema di salute scoperto attraverso una Tac. Ora per Cristian comincia un’altra fase della vita, lontano almeno per il momento da quel campo sul quale qualsiasi cosa avesse fatto avrebbe inevitabilmente portato con sé una domanda: quanto assomiglia a suo padre?

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              Calcio

              Caso Var, cade tutto su Rocchi: dopo Milano anche la Figc archivia l’inchiesta che aveva terremotato il mondo degli arbitri

              Prima la magistratura ordinaria, adesso quella sportiva: entrambe le indagini sulle presunte irregolarità nella struttura Var finiscono senza conseguenze per l’ex designatore. La Procura generale dello Sport presso il Coni dà il via libera all’archiviazione federale

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                Il caso Var che aveva investito Gianluca Rocchi finisce con una doppia archiviazione. Dopo la Procura di Milano, anche la Procura federale della Figc ha chiuso il procedimento sulle presunte irregolarità nei rapporti interni alla sala Var di Lissone, uno dei luoghi più delicati dell’intero sistema arbitrale italiano.

                Due indagini differenti, condotte dalla magistratura ordinaria e dalla giustizia sportiva, arrivano dunque allo stesso epilogo: nessuna conseguenza per Rocchi. Anche la Procura generale dello Sport presso il Coni ha dato il proprio via libera alla chiusura del fascicolo federale.

                Il caso che aveva acceso i riflettori sulla sala Var

                L’inchiesta federale puntava a verificare eventuali violazioni delle norme sportive nella gestione dei rapporti all’interno della struttura di Lissone, dove gli addetti Var seguono le partite e comunicano con gli arbitri impegnati sul terreno di gioco.

                Proprio la delicatezza di quel meccanismo aveva trasformato rapidamente gli accertamenti in un caso capace di attirare enorme attenzione sul mondo arbitrale. Dopo l’esame degli elementi raccolti, però, la Procura federale ha deciso di non formulare contestazioni nei confronti dell’ex designatore.

                Prima Milano, adesso la Figc: due archiviazioni per Rocchi

                Il fronte sportivo non era l’unico. Sugli stessi fatti aveva aperto un fascicolo anche la Procura di Milano, che aveva svolto accertamenti sulle presunte irregolarità e sui rapporti tra le persone impegnate nella struttura Var.

                Quel procedimento si era già concluso senza conseguenze giudiziarie per Rocchi. Adesso arriva anche la seconda archiviazione, maturata attraverso un percorso autonomo all’interno della giustizia sportiva.

                Cala il sipario sul caso Var

                È proprio la doppia decisione a cambiare definitivamente lo scenario. Il caso aveva sollevato interrogativi sul funzionamento della sala Var e sui rapporti all’interno del settore arbitrale, ma i due distinti filoni non hanno prodotto contestazioni nei confronti di Rocchi.

                Prima Milano, poi la Figc: entrambi i fascicoli sono arrivati al capolinea. Per l’ex designatore si chiude così una vicenda che aveva scosso il mondo degli arbitri e riportato ancora una volta il funzionamento del Var al centro delle polemiche del calcio italiano.

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