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Musica

Al Bano se ne frega delle polemiche: «Ho cantato in Israele e lo rifarei. Adesso voglio Gaza, Kiev e pure la Piazza Rossa»

«Sono trent’anni che canto in Israele, solo adesso se ne sono accorti?». Al Bano rivendica la scelta, racconta di aver già cantato per i bambini palestinesi e annuncia di voler andare nella Striscia appena sarà possibile. Poi aggiunge Kiev e conferma il sogno della Piazza Rossa: «Dobbiamo fare guerra alla guerra».

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Al Bano Gaza

    Se qualcuno pensava che le polemiche per il concerto a Tel Aviv avrebbero convinto Al Bano Carrisi a starsene buono per qualche mese a Cellino San Marco, evidentemente conosce poco Al Bano. Il cantante pugliese non soltanto rivendica fino all’ultima nota dello show israeliano del 13 settembre, ma prepara idealmente le valigie per Gaza, Kiev e Mosca, con l’ambizione di trasformare il proprio calendario dei concerti in una specie di personalissima conferenza mondiale per la pace.

    Intervistato dal Corriere della Sera mentre si trova a Corfù, dove canta anche in greco un brano dedicato proprio alla pace, Carrisi torna sulle accuse ricevute dopo l’esibizione in Israele e non nasconde quanto lo abbiano fatto infuriare. «Non capisco tutta questa acredine, questa cattiveria», racconta, ricordando anche gli insulti ricevuti sul web e rivendicando di non avere alcuna intenzione di farsi impartire lezioni sulle proprie convinzioni.

    Poi arriva l’annuncio che probabilmente farà ripartire la discussione da capo: «Non vedo l’ora di poter cantare a Gaza».

    Al Bano dopo Tel Aviv: «Sono trent’anni che canto in Israele»

    La domanda di Carrisi ai suoi detrattori è piuttosto semplice: dove erano tutti fino a oggi? «Io vado a cantare in Israele da ormai quasi trent’anni. Solo adesso si sono accorti che vado là? C’è poi un editto che dice che non bisogna andare a cantare in Israele?».

    Al Bano respinge soprattutto l’equazione tra esibirsi davanti al pubblico israeliano e sostenere le scelte del governo del Paese. Ricorda che non tutti gli israeliani condividono ciò che accade a Gaza e sostiene che smettere di cantare per una popolazione non sia la risposta alla guerra. «Non mi vergogno di aver cantato il 13 settembre in Israele», dice, sottolineando contemporaneamente che israeliani e palestinesi hanno entrambi diritto alla pace.

    Carrisi ricorda inoltre che nell’aprile 2025, durante un pellegrinaggio in Terra Santa, aveva incontrato i francescani della Custodia e cantato a Nazareth, nella Basilica dell’Annunciazione, dedicando la propria presenza anche ai bambini di Gaza. «Dove erano tutti questi odiatori del web quasi due anni fa?», domanda.

    Gaza, Kiev e Mosca: il tour della pace secondo Al Bano

    Se il progetto andasse davvero in porto, il prossimo tour di Al Bano avrebbe una geografia che farebbe venire il mal di testa a qualsiasi tour manager. Prima Gaza, quando «si saranno calmate le acque», poi Kiev e infine, appena le condizioni lo permetteranno, la Piazza Rossa di Mosca.

    Il cantante conferma infatti di essere stato preallertato per la primavera del 2027 per un possibile concerto nella capitale russa e riferisce che, secondo il suo agente, una prospettiva di pace potrebbe arrivare nel giro di mesi. Al Bano precisa comunque di immaginare anche quello come un concerto per la pace.

    Quanto all’Ucraina, Carrisi racconta di aver ospitato profughi ucraini per un anno nella propria casa e aggiunge di non avere alcuna intenzione di trasformare la solidarietà in una medaglia da appuntarsi al petto: «Il mio apporto lo do in silenzio, non mi faccio pubblicità».

    E adesso Al Bano vuole pure il ministero mondiale della Pace

    Nel frattempo Carrisi ha elaborato anche un progetto politico-istituzionale tutto suo: un ministero mondiale della Pace. La domanda che pone è perché tutti i governi abbiano ministeri della Difesa, dell’Agricoltura, della Cultura e del Lavoro mentre nessuno abbia mai pensato di crearne uno dedicato espressamente alla pace.

    Il programma economico è altrettanto ambizioso: riconvertire le industrie belliche e far produrre loro «giocattoli veri, non bombe» e biciclette per i poveri.

    A 83 anni, insomma, Al Bano non sembra intenzionato né a moderarsi né a chiedere il permesso prima di salire su un palco. Ha cantato in Israele, vuole cantare per i palestinesi a Gaza, sogna Kiev e tiene ancora aperta la porta della Piazza Rossa.

    E ai «leoni della tastiera», come li chiama lui, manda sostanzialmente un messaggio: potete continuare a litigare, tanto Al Bano continua a cantare.

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      Musica

      Ed Sheeran travolto dal caso Macklemore: perde oltre 200mila follower e gli artisti mollano il tour. Poi dona 2 milioni a Gaza

      Il cantante britannico finisce nella bufera dopo l’allontanamento di Macklemore, che aveva gridato «Free Palestine» sul palco. Gli altri artisti abbandonano la tournée e una parte dei fan protesta. Sheeran risponde con una maxi donazione umanitaria.

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      Ed Sheeran travolto dal caso Macklemore

        Da popstar capace di mettere d’accordo praticamente tutti a protagonista involontario di uno degli scontri più feroci dell’industria musicale americana. Ed Sheeran sta pagando un prezzo pesantissimo per il caso Macklemore, escluso dalle successive date del Loop Tour dopo le sue dichiarazioni pro Palestina durante i concerti al MetLife Stadium del New Jersey. Nel giro di pochi giorni gli altri artisti hanno abbandonato la tournée e il cantante britannico avrebbe perso oltre 200mila follower su Instagram.

        Il caso è esploso quando Macklemore, durante il proprio set, ha pronunciato «Free Palestine» e proposto Hind’s Hall, il suo brano di protesta dedicato alla causa palestinese. Secondo il rapper, Sheeran gli avrebbe riferito delle pressioni esercitate da alcuni proprietari degli stadi, a partire da Robert Kraft, proprietario del Gillette Stadium, fino all’ultimatum: con Macklemore ancora nel tour, alcuni impianti non avrebbero ospitato gli spettacoli. Sheeran ha invece precisato che la decisione di escludere il rapper venne presa dal promoter Messina Touring Group.

        Dopo Macklemore il tour di Ed Sheeran perde tutti i pezzi

        La spiegazione non ha fermato la rivolta. Finneas, Aaron Rowe e Lukas Graham hanno rinunciato alle rispettive partecipazioni, mentre i Beoga, gruppo irlandese che accompagnava Sheeran durante parte dei suoi concerti, hanno deciso a loro volta di lasciare la tournée.

        Una fuga che ha trasformato rapidamente il caso Macklemore in un problema molto più grande. Tanto che per il concerto di Philadelphia del 19 settembre l’organizzazione ha dovuto modificare l’orario d’inizio dopo essere rimasta senza gli artisti che avrebbero dovuto aprire lo spettacolo.

        Sheeran ha difeso la propria scelta di tenere la politica lontana dai concerti e ha spiegato di avere opinioni personali sul conflitto, ma di non voler trasformare i suoi spettacoli in manifestazioni politiche. Ha inoltre detto di rispettare la posizione di Macklemore, sostenendo però che possano esistere approcci differenti verso lo stesso obiettivo della pace.

        Macklemore dona un milione, Sheeran rilancia con due

        Macklemore ha quindi annunciato che devolverà un milione di dollari, corrispondente ai guadagni netti ottenuti dal tour, a sei organizzazioni impegnate nell’assistenza alla popolazione palestinese. Il rapper ha invitato pubblicamente Robert Kraft a fare altrettanto.

        A quel punto è arrivata la risposta che nessuno si aspettava.

        Sheeran aveva già chiesto a Kraft di accompagnarlo in una donazione da due milioni di dollari ciascuno destinata agli aiuti umanitari per Gaza. Kraft ha accettato: quattro milioni complessivi tra il cantante e il miliardario americano.

        Un gesto enorme, che però non chiude automaticamente la polemica perché la contestazione contro Sheeran riguarda soprattutto ciò che è accaduto a Macklemore e il tema della libertà degli artisti di prendere posizione durante un concerto.

        Da cantante apolitico al centro di una guerra politica

        È questo il paradosso più clamoroso dell’intera vicenda. Ed Sheeran ha costruito per anni una figura pubblica sostanzialmente lontana dalle battaglie politiche e adesso si ritrova nel mezzo di una delle più divisive.

        La sua scelta di non schierarsi apertamente, invece di tenerlo fuori dallo scontro, lo ha trascinato ancora più dentro. Una parte del pubblico gli rimprovera di non aver difeso Macklemore, mentre Sheeran sostiene di non aver deciso personalmente la sua esclusione e rivendica il diritto di mantenere i propri concerti lontani dalla politica.

        Intanto il Loop Tour continua, ma dopo l’uscita di Macklemore, Finneas, Lukas Graham, Aaron Rowe e Beoga, la tournée che doveva celebrare uno degli artisti più popolari del pianeta si è trasformata in qualcosa che Sheeran probabilmente non aveva mai immaginato: un gigantesco caso politico internazionale. E questa volta nemmeno una donazione da due milioni di dollari sembra sufficiente a spegnere l’incendio.

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          Musica

          Cremonini si dà al gossip e diventa Diletta Leotta: «Ho la coscienza sporca, volevo fare la popstar ma sono lei»

          Il cantautore bolognese gioca con verità, bugie, giornali e social, poi piazza la citazione che nessuno si aspettava: «Volevo fare la popstar, ma sono Diletta Leotta». E avverte chi cerca riferimenti alla sua vita privata: alla fine i paparazzi «hanno ragione su di me».

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            Cesare Cremonini si è svegliato rock, con una chitarra sporca in mano, i paparazzi alle calcagna e Diletta Leotta dentro una canzone. Venerdì 18 settembre è uscito «Paparazzi», nuovo singolo che anticipa l’album Amateur, previsto per il 23 ottobre, e basta qualche secondo per capire che il cantautore bolognese ha deciso di cambiare parecchie cose.

            Dopo aver annunciato una pausa dagli stadi, dai record e dalla corsa ai grandi numeri, Cremonini ha messo mano anche al suono. Il brano parte con pochi secondi di synth, ma quasi immediatamente arriva una chitarra ruvida, sporca e nervosa che prende possesso della canzone e porta Cesare in territori decisamente meno levigati rispetto a quelli frequentati negli ultimi anni.

            E siccome il titolo è «Paparazzi», naturalmente dentro ci finisce anche il gossip.

            Cremonini tira in ballo Diletta Leotta

            Il bersaglio della canzone è quel gigantesco frullatore contemporaneo nel quale finiscono informazione, social, indiscrezioni, verità e balle, fino al punto in cui diventa difficile capire dove termini una cosa e cominci l’altra. Cremonini lo sintetizza con una domanda piuttosto esplicita, «Come si fa a chiudervi la bocca?», ma affronta il tema più con ironia che con rabbia.

            Poi arriva la frase destinata inevitabilmente a diventare quella più citata del pezzo: «Ho la coscienza sporca, volevo fare la popstar, ma sono Diletta Leotta».

            Che cosa c’entri esattamente Diletta con tutto questo è quasi secondario: nella canzone diventa il simbolo perfetto di quella terra di confine dove spettacolo, celebrità, social e gossip si mescolano fino a diventare indistinguibili. E Cremonini sembra divertirsi parecchio a mettersi volontariamente dentro lo stesso tritacarne.

            «Tu credi ai paparazzi e a me non parli più»

            Naturalmente, quando un cantante scrive una canzone intitolata Paparazzi e infila nel testo frasi come «Tu credi ai paparazzi e a me non parli più», la caccia ai riferimenti sentimentali parte prima ancora che finisca il ritornello.

            Cremonini sembra saperlo benissimo e invece di scappare dal gioco ci entra direttamente, fino alla resa ironica finale: i paparazzi, canta, «hanno ragione su di me». Verità, invenzione e racconto pubblico finiscono così per sovrapporsi, esattamente come accade ogni giorno quando la vita privata di un personaggio famoso diventa materiale da social, giornali e siti.

            Cesare Cremonini cambia suono: arriva «Amateur»

            La sorpresa più grossa di Paparazzi, però, è musicale. Cremonini ha scelto un suono molto più ruvido e diretto, dominato da una chitarra quasi garage che lui stesso ha accostato all’energia degli esordi e all’idea di una giovane band sbucata dalla periferia londinese.

            Non manca neppure il sax, diventato negli ultimi tempi una delle sue passioni sonore, mentre nel video compare insieme a lui il misterioso personaggio con un teschio dorato al posto della testa, già scelto per la copertina di Amateur. Un’immagine ispirata al cortocircuito fra lusso e morte rappresentato dal celebre teschio di Damien Hirst e che dovrebbe simboleggiare proprio la volontà di spogliare il pop dal superfluo.

            Il nuovo Cremonini, insomma, vuole meno stadi, meno gigantismo e più chitarre. Ma soprattutto ha capito una cosa fondamentale: se vuoi cantare contro il gossip, tirare dentro Diletta Leotta è un sistema piuttosto efficace per finire immediatamente nel gossip.

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              Musica

              Céline Dion, il ritorno che sembrava impossibile: dopo sei anni riprende il microfono e Parigi piange con lei

              Davanti a 30mila persone Céline Dion si interrompe per l’emozione e racconta il calvario degli ultimi anni: «Il cammino è stato più impervio del previsto, ma io ci credevo». Poi partono My Heart Will Go On e I’m Alive e l’arena esplode.

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                Aveva promesso che sarebbe tornata e alla fine Céline Dion ce l’ha fatta davvero. Dopo oltre sei anni lontana dai concerti e una malattia neurologica che aveva fatto temere che non sarebbe più riuscita a sostenere un intero spettacolo dal vivo, la cantante canadese è tornata sul palco davanti a 30mila persone alla Plenitude Arena di Nanterre, alle porte di Parigi.

                Non una comparsata, non un’apparizione di pochi minuti costruita per tranquillizzare i fan, ma il primo vero concerto della residency parigina che proseguirà fino al 17 ottobre 2026, prima di ripartire nella primavera del 2027. Un ritorno che inevitabilmente si è trasformato in qualcosa di molto più grande di uno show, perché il pubblico che l’aspettava sapeva perfettamente quale strada avesse dovuto percorrere per arrivare fino a quel palco.

                Céline Dion torna dopo sei anni: «Avevo fatto una promessa»

                Vestita di nero e visibilmente emozionata, Céline ha scelto di cominciare proprio con una canzone che sembrava scritta per quella serata: «On ne change pas», «Non si cambia». Poi la voce ha ceduto per qualche istante, ma questa volta non per la malattia. Dion si è fermata davanti alla platea e ha lasciato spazio alle lacrime.

                «Avevo fatto una promessa, che sarei tornata», ha ricordato. Una promessa diventata tutt’altro che scontata dopo la diagnosi, resa pubblica nel 2022, della sindrome della persona rigida, rara patologia neurologica che provoca spasmi e rigidità muscolare e che aveva costretto la cantante ad abbandonare i concerti.

                Il racconto fatto dal palco non ha nascosto quanto sia stato difficile arrivare fino a Parigi: «Devo confessarvi che il cammino è stato più impervio del previsto, la strada più lunga del previsto, con scali non programmati». Dion ha spiegato di essersi aggrappata a quello che ha definito «un debole raggio di luce» e di non aver mai smesso di credere nella possibilità di tornare.

                «Adesso il sole è davanti a me»

                Poi è arrivata la frase che ha fatto definitivamente saltare il tappo dell’emozione: «Io ci credevo. E adesso ecco il sole, il sole è davanti a me. Stasera voglio cantare per voi, cantare per me, cantare la vita».

                Tra il pubblico c’era anche Michelle Obama, ma per una sera persino gli ospiti illustri sono diventati semplici spettatori davanti al ritorno di una delle voci più riconoscibili della musica mondiale.

                Céline ha affrontato anche i pezzi che tutti aspettavano, compresa «My Heart Will Go On», la canzone di Titanic che da quasi trent’anni le resta cucita addosso, e «I’m Alive», titolo che in una serata del genere ha assunto inevitabilmente un significato completamente diverso.

                Da My Heart Will Go On a I’m Alive: Céline mantiene la promessa

                La vera domanda, dopo anni di cure, riabilitazione e apparizioni pubbliche centellinate, era se Céline Dion sarebbe stata davvero in grado di tornare a sostenere un concerto. La risposta è arrivata a Parigi, davanti a 30mila persone, ed è stata quella che i suoi fan aspettavano da sei anni.

                La residency continuerà nelle prossime settimane e rappresenterà inevitabilmente anche una prova fisica importante per un’artista che non ha mai nascosto la gravità della propria condizione. Ma la prima montagna è stata superata.

                «Avevo promesso che sarei tornata», aveva detto Céline. Sabato sera non ha avuto più bisogno di prometterlo: era di nuovo lì.

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