Benessere
Domare la fame nervosa: 6 strategie smart per vincere!
Provare fame è un segnale fisiologico naturale del corpo umano. Ma se questo bisogno persistesse in modo eccessivo, potrebbe indicare che stiamo attraversando un periodo di stress, o che la nostra alimentazione non è equilibrata.
La fame nervosa è quella sensazione di desiderio irrefrenabile di mangiare, spesso scatenata da emozioni negative come lo stress, l’ansia o la noia. È diversa dalla fame fisiologica, che è il modo naturale del corpo di segnalare la necessità di nutrirsi. Affrontare la fame nervosa può essere una sfida, ma con le giuste strategie è possibile vincere questa battaglia e ristabilire un rapporto sano con il cibo.
Affrontare questo disturbo e risolverlo richiede impegno, pazienza e auto-compassione. Con la consapevolezza delle proprie emozioni, il sostegno di chi ti circonda e l’adozione di abitudini alimentari e stili di vita sani, è possibile superare questa sfida e ristabilire un rapporto equilibrato con il cibo. Ricorda che sei più forte di quanto pensi e che meriti di vivere una vita sana e felice.
Come si capisce se abbiamo la fame nervosa
La fame nervosa è un fenomeno complesso che coinvolge sia fattori emotivi sia fisici. Le persone spesso ricorrono al cibo come mezzo per gestire lo stress o per trovare conforto nelle situazioni difficili. Ma questo comportamento può diventare dannoso se porta a eccessi alimentari non controllati o a scelte alimentari poco salutari.
Pratica il mindful eating
Il primo passo per affrontare la fame nervosa è capire quali situazioni o emozioni la scatenano. Tenere un diario alimentare e annotare quando si prova fame nervosa può aiutare a individuare i pattern e le cause sottostanti.
Il mindful eating, o “mangiare consapevolmente”, è un approccio al cibo che si concentra sull’essere presenti e consapevoli quando si mangia e cosa si mangia. Invece di mangiare in modo automatico o distratto, il mindful eating incoraggia le persone a prestare attenzione a ciò che mangiano, ai segnali di fame e sazietà del proprio corpo e alle sensazioni fisiche e emotive associate al cibo.
Sviluppa nuove abitudini
Trova modi alternativi per gestire lo stress o l’ansia senza ricorrere al cibo. Attività come lo yoga, la meditazione, l’esercizio fisico o la lettura possono aiutare a distrarre la mente e a ridurre la voglia di mangiare emotivamente.
Mangia consapevolmente
Mangia gustando ogni boccone e ascoltando i segnali di sazietà del tuo corpo. Questo può aiutarti a ridurre il desiderio di mangiare in modo compulsivo anche se non hai più fame.
Fai scorte di snack salutari
Assicurati di avere a disposizione cibi nutrienti e salutari quando ti colpisce la fame nervosa. Frutta, verdura, noci e semi sono ottime opzioni per placare la fame e fornire al corpo nutrienti essenziali.
Chiedi supporto
Parla con un amico, un familiare o un professionista della salute mentale se stai lottando contro la fame nervosa. Ricevere sostegno e comprensione può aiutarti a superare le sfide e a sviluppare strategie efficaci.
Sii gentile con te stesso
Accetta che avrai alti e bassi nel tuo percorso per affrontare la fame nervosa. Sii gentile con te stesso e ricorda che ogni piccolo passo avanti è un successo da celebrare.
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Benessere
Mangiare tardi la sera fa davvero ingrassare? La risposta della scienza smonta uno dei miti più diffusi sulle diete
La scienza chiarisce che non esiste un orario “proibito” per mangiare, ma cenare troppo tardi può influenzare metabolismo, sonno e controllo delle calorie.
Mangiare tardi la sera fa ingrassare davvero oppure è uno dei grandi miti moderni delle diete? La domanda torna ciclicamente ogni volta che qualcuno addenta una pizza davanti alla televisione dopo le dieci di sera sentendosi immediatamente osservato dal fantasma del nutrizionista. Eppure la risposta della scienza è molto meno drastica di quanto internet racconti da anni. Perché il problema non è semplicemente l’orologio, ma il modo in cui il corpo gestisce energia, sonno e alimentazione nel corso della giornata.
Durante la sera il metabolismo rallenta ma non si spegne
È vero che nelle ore serali il metabolismo tende naturalmente a rallentare. Il corpo si prepara gradualmente al riposo e il consumo energetico diminuisce rispetto alle ore diurne. Questo significa che abbuffarsi poco prima di andare a dormire può favorire un accumulo energetico maggiore, soprattutto nelle persone sedentarie o in chi tende già a consumare più calorie del necessario. Ma attenzione: rallentare non significa bloccare completamente il metabolismo. Il corpo continua comunque a lavorare anche durante il sonno, consumando energia per mantenere attive le funzioni vitali.
Cenare troppo tardi può influenzare digestione e qualità del sonno
Il problema principale, secondo molti specialisti, riguarda soprattutto gli effetti indiretti dei pasti serali abbondanti. Mangiare molto tardi può infatti provocare digestione lenta, reflusso gastrico, sonno disturbato e una fastidiosa sensazione di pesantezza. Non solo. Chi cena a notte inoltrata tende spesso a scegliere alimenti più calorici, zuccheri, snack industriali o alcolici, trasformando il “piccolo spuntino” in una bomba calorica difficilissima da gestire. E il giorno dopo il corpo può rispondere con fame irregolare, stanchezza e ulteriore desiderio di cibi poco equilibrati.
Gli esperti spiegano perché non esiste un orario “magico”
Gli studi più recenti sottolineano però un punto fondamentale: non esiste un orario preciso oltre il quale il corpo inizi automaticamente a ingrassare. Il fattore decisivo resta quasi sempre il bilancio calorico complessivo, insieme alla qualità della dieta, all’attività fisica, alla qualità del sonno e alla regolarità alimentare. Per questo molti nutrizionisti consigliano semplicemente di cenare almeno due ore prima di dormire, preferire pasti leggeri ed evitare snack continui durante la notte. Più che guardare ossessivamente l’orologio, insomma, sarebbe molto più utile guardare cosa finisce davvero nel piatto.
Benessere
Giovani e salute mentale: ansia e depressione in crescita, la diagnosi precoce può fare la differenza
Tra pandemia, crisi economiche e pressione sociale, le nuove generazioni affrontano livelli record di disagio psicologico. Gli esperti chiedono più prevenzione, interventi rapidi e un cambio di mentalità nel sistema sanitario.
Un’emergenza silenziosa
La salute mentale è diventata una delle sfide più urgenti del nostro tempo. Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, oltre un miliardo di persone nel mondo vive con un disturbo mentale, e una su tre non riceve alcun tipo di cura. L’ansia e la depressione, in particolare, rappresentano ormai la seconda causa di disabilità di lungo termine, con costi altissimi per individui, famiglie e società.
A destare maggiore preoccupazione sono i giovani: uno studio pubblicato su European Psychiatry rivela che il 74% dei disturbi mentali insorge entro i 24 anni, rendendo cruciale la diagnosi precoce. L’adolescenza, infatti, è il periodo in cui si manifestano i primi segnali di disagio psicologico: ansia generalizzata, disturbi dell’umore, comportamenti autolesivi o difficoltà relazionali.
Italia, un Paese in affanno
Il rapporto OCSE Promoting Good Mental Health in Children and Young Adults stima che oltre 700.000 giovani italiani convivano con problemi di salute mentale, con ansia e depressione ai primi posti. In Europa, circa 11,2 milioni di bambini e adolescenti tra 10 e 19 anni (pari al 13% della popolazione giovanile) soffrono di un disturbo psichico.
La pandemia da COVID-19 ha peggiorato il quadro: secondo l’OMS, i casi di ansia e depressione sono aumentati del 25% tra il 2020 e il 2022, con un impatto maggiore sulle ragazze e sui giovani adulti. L’isolamento, la didattica a distanza e la precarietà del futuro hanno lasciato cicatrici profonde.
Fattori di rischio e nuove vulnerabilità
“Stiamo vivendo una tempesta perfetta di fattori stressanti — acuti e cronici — che colpiscono soprattutto i più giovani”, spiega Andrea Fiorillo, presidente della Società Italiana di Psichiatria Sociale. “Pandemia, crisi economiche, guerre e cambiamenti climatici si sommano alla perdita di reti di protezione come famiglia e scuola”.
A tutto ciò si aggiunge l’impatto dei social network e del confronto costante con modelli irrealistici di successo e felicità, che alimentano ansia da prestazione e bassa autostima. Secondo recenti indagini, un adolescente su tre mostra segni di “dipendenza da connessione”, e uno su cinque dichiara di sentirsi “sopraffatto” dalla pressione digitale.
Diagnosi precoce e prevenzione
“La diagnosi precoce è fondamentale — sottolinea Bernardo Dell’Osso, docente di Psichiatria all’Università Statale di Milano — perché molti disturbi iniziano già in età scolare. A 5-6 anni possono comparire i primi segnali di ADHD o autismo, mentre tra i 13 e i 17 anni si manifestano sintomi legati ad ansia, depressione o abuso di sostanze”.
Il problema, tuttavia, è intercettare questi segnali in tempo. Spesso sono genitori, insegnanti o psicologi scolastici i primi a notare un disagio, ma la mancanza di servizi territoriali e liste d’attesa troppo lunghe rendono difficile un intervento tempestivo.
Una questione di equità
Il divario nell’accesso alle cure resta profondo. Secondo Francesco Longo, docente di Public Management alla Bocconi, “le disuguaglianze territoriali e socioeconomiche determinano chi riesce ad accedere ai servizi e chi no. Serve un sistema che accompagni le persone nel tempo, non solo un intervento d’urgenza”.
Il tema è stato al centro dell’incontro “Brain Health Inequalities” a Milano: gli esperti chiedono una rete di servizi più capillare, programmi di prevenzione nelle scuole e un maggiore coinvolgimento delle famiglie.
Ripensare la salute mentale
La nuova sfida, secondo gli psichiatri, è portare la cura fuori dagli ospedali: nelle scuole, nei luoghi di lavoro, nei centri sportivi e perfino online, attraverso strumenti digitali e intelligenza artificiale. L’obiettivo è normalizzare il linguaggio sulla salute mentale e ridurre lo stigma, ancora troppo diffuso.
“Bisogna insegnare ai giovani che chiedere aiuto non è un segno di debolezza — conclude Fiorillo — ma un atto di coraggio e di consapevolezza. Solo così possiamo sperare di trasformare un disagio diffuso in un’opportunità di crescita collettiva.”
Benessere
Kefir, l’antico elisir del benessere: cosa dice la scienza sulla bevanda fermentata più amata del momento
Dalle montagne del Caucaso alle nostre tavole, il kefir è tornato protagonista delle diete salutiste. Non solo moda: i fermenti vivi che contiene possono davvero migliorare la salute intestinale e il benessere psicofisico.
Dalle origini antiche al successo moderno
Il kefir non è una novità. Questa bevanda fermentata a base di latte affonda le sue radici nelle regioni montuose del Caucaso e del Tibet, dove veniva considerata un dono sacro, capace di garantire longevità e salute.
Oggi, complice l’attenzione crescente verso l’alimentazione “viva”, il kefir è tornato di moda anche in Occidente, dove viene apprezzato per il suo gusto leggermente acidulo e per i numerosi benefici sull’intestino e sul microbiota.
Come spiega il dottor Manuele Biazzo, direttore scientifico del Centro Toscano Microbiota, “il kefir è un alimento probiotico a tutti gli effetti: contiene una comunità di microrganismi vivi che lavorano in simbiosi per migliorare l’equilibrio intestinale e sostenere il sistema immunitario”.
Come nasce il kefir
Il processo di fermentazione del kefir è ciò che lo rende unico.
“Si ottiene inoculando nel latte i cosiddetti granuli di kefir, composti da un insieme di batteri e lieviti in equilibrio tra loro”, spiega Biazzo.
Questa doppia fermentazione – lattica e alcolica – conferisce alla bevanda il suo sapore fresco e leggermente frizzante.
Il kefir può essere preparato anche in casa, ma è fondamentale rispettare la catena del freddo, poiché i fermenti sono organismi vivi. “Il kefir deve essere conservato in frigorifero e consumato fresco – precisa l’esperto – perché la temperatura controllata evita la proliferazione di batteri indesiderati e mantiene attiva la flora benefica.”
Latte o acqua? Le due versioni del kefir
Esistono due principali varianti:
- Kefir di latte, ricco di proteine, calcio e vitamine, ideale per chi non è intollerante al lattosio;
- Kefir d’acqua, fermentato con acqua e zucchero, più leggero e adatto a vegani e intolleranti al lattosio.
Entrambi apportano fermenti vivi che supportano la digestione e contribuiscono alla diversità del microbiota intestinale, considerata oggi un indicatore chiave di salute generale.
I benefici scientificamente riconosciuti
Il kefir è apprezzato non solo per il suo profilo nutrizionale ma anche per i benefici clinicamente documentati.
Tra i principali:
- Migliora la digestione del lattosio: i batteri lattici forniscono gli enzimi necessari (come le beta-galattosidasi) per digerire lo zucchero del latte, rendendolo più tollerabile.
- Regolarizza l’intestino: grazie alla sua azione sul microbiota, può essere utile a chi soffre di stitichezza cronica.
- Supporta le difese immunitarie: diversi studi hanno mostrato che la modulazione del microbiota da parte del kefir può aiutare a contrastare infezioni, inclusa quella da Helicobacter pylori, un batterio associato alla gastrite.
- Effetto antinfiammatorio e psicobiotico: alcuni metaboliti prodotti durante la fermentazione, come l’acido gamma-amminobutirrico (GABA), influenzano l’asse intestino-cervello, con effetti positivi su ansia, umore e stress.
“In sostanza – sottolinea Biazzo – il kefir non agisce solo sul piano digestivo, ma ha un impatto sistemico che coinvolge anche la sfera psicologica e immunitaria.”
Come inserirlo nella dieta quotidiana
Il kefir può essere consumato da solo o integrato in ricette dolci e salate.
Una porzione giornaliera consigliata è di circa 200-250 ml, come indicano diversi studi internazionali.
Si può gustare a colazione con frutta fresca, avena o miele, oppure come base per smoothie, frullati e salse. Anche nelle versioni vegetali o d’acqua, resta un’ottima alternativa agli yogurt industriali.
Le controindicazioni da conoscere
Nonostante i suoi benefici, il kefir non è adatto a tutti.
Essendo un alimento fermentato:
- Può avere un effetto lassativo se consumato in eccesso, soprattutto in chi non soffre di stitichezza.
- È sconsigliato agli allergici alle proteine del latte, che dovrebbero orientarsi sulle versioni vegetali o d’acqua.
- In persone con sistema immunitario compromesso – come pazienti oncologici o con HIV – è bene evitarlo, poiché i ceppi probiotici vivi possono rappresentare un rischio.
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