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Benessere

L’anablefobia: la paura di guardare in alto!

Hai mai provato a guardare il cielo stellato in una notte limpida, solo per sentire un’improvvisa ondata di panico? Se l’idea di alzare lo sguardo ti fa venire le vertigini, potresti soffrire di anablefobia.

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    In un mondo in cui il cielo dovrebbe essere il limite, per alcune persone alzare lo sguardo verso l’alto è sinonimo di paura intensa e irrazionale. Questo disturbo, noto come anablefobia, può ostacolare significativamente la vita di chi ne è affetto, limitando le possibilità di esplorare il mondo circostante e interagire con l’ambiente in modo pieno e gratificante.

    L’anablefobia non è semplicemente una timidezza o un’ansia legata all’altezza, ma piuttosto un disturbo che porta chi ne è colpito a provare una paura estrema e persistente nel guardare in alto, spesso accompagnata da sintomi fisici come sudorazione, tremori, palpitazioni e sensazione di svenimento.

    Questo timore può essere scatenato da varie situazioni, come trovarsi in un edificio alto, guardare un palazzo imponente o semplicemente osservare il cielo aperto.

    Le origini di questa fobia possono essere molteplici e complesse. Alcune persone possono aver vissuto esperienze traumatiche legate all’altezza o all’essere esposte a grandi spazi aperti, mentre altre potrebbero avere una predisposizione genetica a sviluppare ansia o fobie specifiche. Inoltre, l’anablefobia può essere alimentata da fattori culturali o sociali, come la percezione negativa dell’altezza o la diffusione di storie di incidenti tragici.

    Le strategie che possono aiutare a gestire l’anablefobia
    La pratica della mindfulness e delle tecniche di rilassamento possono aiutare a ridurre lo stress e l’ansia legati alla paura di guardare in alto. Inoltre, il sostegno sociale e l’empatia da parte degli amici e della famiglia possono essere fondamentali nel processo di guarigione, offrendo conforto e incoraggiamento durante i momenti di difficoltà.

    Accettare che la paura possa essere presente, ma non dominante, è un passo importante verso il recupero e il benessere emotivo. Per coloro che vivono con l’anablefobia, il cammino verso il superamento può essere difficile, ma non impossibile.

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      La “celiachia immaginaria”: perché sempre più persone si inventano un’intolleranza che non hanno

      Mentre la celiachia è una malattia autoimmune seria e diagnosticabile solo tramite esami specifici, aumentano i casi di chi si dichiara intollerante al glutine senza basi cliniche. Un comportamento che rivela fragilità, pressioni sociali e desiderio di distinguersi.

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      celiachia

        Negli ultimi anni la celiachia è diventata uno dei temi più discussi in campo alimentare. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, si tratta di una malattia autoimmune che colpisce circa l’1% della popolazione e che richiede diagnosi accurate, come analisi del sangue e biopsia intestinale. Eppure, parallelamente ai dati scientifici, cresce un fenomeno molto diverso: quello delle persone che si definiscono “celiache” o “intolleranti al glutine” senza alcuna conferma medica.

        Non si parla qui della sensibilità al glutine non celiaca, una condizione studiata e riconosciuta, che però necessita comunque di valutazioni cliniche. Il fenomeno riguarda invece chi decide autonomamente di eliminare il glutine per sentirsi “più sano”, diverso o semplicemente in controllo della propria vita.

        La domanda sorge spontanea: cosa porta qualcuno a inventarsi un’intolleranza che non ha?

        Il ruolo delle mode alimentari e dei social

        Negli ultimi anni la dieta “gluten free” è stata spesso presentata come sinonimo di benessere generale, nonostante non ci siano prove scientifiche che eliminarlo faccia bene a chi non è celiaco. Influencer, celebrità e guru del wellness hanno contribuito alla diffusione dell’idea che togliere il glutine migliori energia, umore e forma fisica.

        Questo ha portato molte persone a identificarsi in un’etichetta che dà l’impressione di seguire uno stile di vita più “puro” e controllato. Ma senza evidenze cliniche, questa scelta rischia di diventare solo un gesto simbolico.

        Il bisogno di “non essere come gli altri”

        C’è un aspetto più profondo che gli psicologi riconoscono da tempo: il desiderio di differenziarsi. In un contesto in cui tutto sembra omologato, dichiararsi portatori di un’intolleranza — reale o presunta — può diventare un modo per sentirsi speciali.

        Non è un caso che molte persone raccontino con orgoglio la propria alimentazione “speciale”, quasi fosse una parte identitaria. Il problema nasce quando questa narrazione sostituisce la realtà medica, riducendo una patologia seria a una scelta estetica.

        Ansie corporee e ipocondria moderna

        La falsa celiachia è anche figlia della società iperconnessa, dove ogni sintomo viene immediatamente cercato online. Un leggero gonfiore addominale o una giornata di stanchezza bastano per convincersi di avere un’intolleranza. L’autodiagnosi, però, può peggiorare lo stato emotivo: ci si convince di essere fragili, di dover eliminare alimenti, di essere “diversi”, finendo in una spirale di restrizioni inutili.

        Il rischio concreto: banalizzare una vera malattia

        La comunità dei celiaci segnala da tempo un problema reale: la tendenza a confondere una malattia autoimmune con una moda alimentare rischia di far percepire la celiachia come un capriccio. Nei ristoranti, per esempio, chi afferma di essere “intollerante” senza basi mediche può portare a sottovalutare i protocolli di sicurezza necessari per i celiaci veri, che devono evitare ogni contaminazione.

        Ritrovare equilibrio: il valore della diagnosi

        Gli esperti ricordano che eliminare il glutine senza motivo non solo non fa bene, ma può complicare una diagnosi successiva. L’invito è sempre lo stesso: rivolgersi a un medico, fare gli esami necessari e non affidarsi al fai-da-te.

        E se dietro la finta intolleranza si nasconde un bisogno di attenzione o di controllo, riconoscerlo è già un primo passo per affrontarlo. Non serve un’etichetta alimentare per sentirsi unici: serve ascoltare davvero ciò che il corpo — e la mente — cercano di comunicarci.

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          Dieta vichinga: il ritorno all’alimentazione “ancestrale” che conquista i social e i nutrizionisti

          Tra tendenza virale e approccio scientifico, la “Viking diet” si impone come modello equilibrato e naturale, in contrasto con l’eccesso di cibi ultraprocessati della società moderna. Gli esperti ne apprezzano la varietà e il rispetto per la stagionalità, ma invitano alla moderazione.

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            Il ritorno alle origini

            Negli ultimi anni, complice la crescente consapevolezza sui rischi legati ai cibi ultraprocessati, si è diffuso un rinnovato interesse per le diete ispirate al passato. Sempre più persone cercano un’alimentazione più semplice e genuina, basata su ingredienti locali e poco manipolati.

            C’è chi sceglie di acquistare solo da piccoli produttori e chi, invece, si spinge oltre, abbracciando veri e propri modelli “ancestrali”. In questo panorama si inserisce la dieta vichinga, una versione moderna e bilanciata delle antiche abitudini dei popoli scandinavi.

            Non si tratta solo di moda: dietro questo stile alimentare c’è un crescente interesse scientifico. Secondo gli esperti, il suo equilibrio tra proteine magre, cereali integrali, frutta e pesce la rende una delle diete più complete e sostenibili del momento.

            Cosa mangiavano (davvero) i vichinghi

            Storicamente, l’alimentazione vichinga era molto più varia di quanto si immagini. Gli studi dell’archeologo culinario Daniel Serra, che da oltre vent’anni ricostruisce la cucina nordica altomedievale, rivelano un regime ricco e bilanciato.

            La base era costituita da pesce – soprattutto aringhe, merluzzi, salmoni e halibut –, accompagnato da verdure a radice come rape, carote, porri e cipolle, legumi, frutta selvatica, noci e cereali come orzo, segale e avena. Non mancavano latticini, uova e carne, utilizzata però con parsimonia rispetto alla nostra dieta moderna.

            Gli scavi archeologici hanno confermato questa varietà, restituendo tracce di semi, cereali e utensili per la trasformazione del latte. Serra ha persino ricreato una ricetta tipica dei viaggiatori vichinghi: il Traveller’s Fish Porridge, un porridge salato a base di pesce essiccato, orzo e spezie, simbolo di un modo di nutrirsi pratico, ma sorprendentemente raffinato.

            Perché è tornata di moda

            Oggi la “Viking diet” vive una seconda giovinezza grazie ai social media, dove TikTok e Instagram pullulano di ricette “nordiche”: pane d’avena, zuppe di pesce, verdure fermentate e yogurt artigianale.

            Secondo la dietista americana Lauren Harris-Pincus, “questa dieta si basa su alimenti freschi, stagionali e locali, gli stessi principi che oggi definiscono un’alimentazione sana e sostenibile”. È, di fatto, una versione nordica della dieta mediterranea, con un’enfasi maggiore sul pesce e i cereali integrali.

            In Scandinavia è persino diventata un modello ufficiale di salute pubblica, sostenuto dal Nordic Nutrition Council, che ne promuove la diffusione nelle mense e nelle scuole come alternativa salutare alle diete occidentali ricche di zuccheri e grassi saturi.

            I benefici secondo la scienza

            Le evidenze scientifiche sono incoraggianti. Studi pubblicati su riviste come The American Journal of Clinical Nutrition hanno mostrato che una dieta in stile nordico – ricca di pesce azzurro, fibre, frutti di bosco e cereali integrali – può ridurre i livelli di colesterolo, migliorare la sensibilità all’insulina e abbassare il rischio di malattie cardiovascolari fino al 36%.

            Come spiega la nutrizionista Karine Patel, “il punto di forza della dieta vichinga è la varietà: i cereali integrali forniscono energia a lento rilascio, il pesce apporta omega-3 benefici per il cuore e il cervello, le verdure di stagione garantiscono fibre e antiossidanti”.

            Inoltre, si tratta di un modello ecologico, basato su prodotti locali e stagionali, che riduce l’impatto ambientale rispetto a un’alimentazione globalizzata e industriale.

            Il parere degli esperti

            Molti nutrizionisti invitano, però, a non idealizzare troppo il passato. “Non serve mangiare come un guerriero norreno per stare bene – precisa Patel –. L’importante è prendere spunto dai principi chiave: semplicità, freschezza e varietà”.

            Anche il fitness coach Tristan Bonner e la personal trainer Chloe Thomas raccontano di aver adottato la dieta vichinga per motivi di salute e performance: “Ci ha aiutato a ridurre gli alimenti processati e a riscoprire la soddisfazione di cucinare piatti genuini”, spiegano.

            Il loro menu tipo prevede piatti come sgombro affumicato con verdure arrosto, pane d’avena fatto in casa, stufato di cervo, bowl di yogurt e frutti di bosco. Un equilibrio perfetto tra nutrienti, gusto e semplicità.

            Una dieta antica, ma moderna

            In definitiva, la dieta vichinga non è un nostalgico ritorno al passato, ma una reinterpretazione attuale di un modello alimentare naturale e sostenibile.

            Come conclude la dietista Patel: “Il segreto non è escludere, ma scegliere con consapevolezza. La dieta vichinga ci ricorda che mangiare bene significa rispettare il corpo e l’ambiente, proprio come facevano i nostri antenati – ma con la consapevolezza scientifica di oggi”.

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              Quel piede che non sta fermo: stress, abitudine o semplice concentrazione?

              Un comportamento molto diffuso viene spesso letto come segnale emotivo nascosto. Psicologi e medici spiegano perché oscillare la gamba non è sempre indice di ansia e quando, invece, può meritare attenzione.

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              piede che non sta fermo

                Capita a molti: seduti alla scrivania, in riunione o mentre si aspetta il treno, la gamba inizia a muoversi da sola, avanti e indietro, in modo ritmico. Un gesto così comune da passare quasi inosservato, ma che spesso suscita curiosità e interpretazioni. È solo un’abitudine nervosa o il corpo sta cercando di dirci qualcosa?

                Secondo gli esperti di psicologia comportamentale, oscillare la gamba rientra tra i cosiddetti comportamenti di fidgeting, movimenti involontari e ripetitivi che aiutano a regolare la tensione interna. Non è un segnale di debolezza, spiegano gli specialisti, ma un meccanismo di autoregolazione del sistema nervoso. Quando ci si trova sotto pressione, annoiati o in attesa di un evento importante, il corpo può cercare una via per scaricare l’energia in eccesso senza interferire con ciò che stiamo facendo.

                Diversi studi, tra cui una revisione pubblicata sul Journal of Physical Activity and Health, indicano che piccoli movimenti ripetitivi possono contribuire a mantenere la concentrazione e ridurre l’irrequietezza, soprattutto in persone che devono restare sedute a lungo. Nei bambini e negli adulti con disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), ad esempio, il fidgeting può facilitare la gestione dell’attenzione senza rappresentare un segnale di disagio emotivo.

                Non sempre, però, il fenomeno ha un significato psicologico. Per molti è semplicemente un’abitudine radicata, spesso familiare, o un gesto automatico legato al consumo di caffeina, alla stanchezza o a lunghi periodi in posizione statica. Muovere la gamba, insomma, non basta per trarre conclusioni sullo stato emotivo di una persona.

                Esiste anche un’altra condizione, meno comune, da distinguere dal comportamento quotidiano: la sindrome delle gambe senza riposo (Restless Legs Syndrome). Si tratta di un disturbo neurologico riconosciuto, caratterizzato da un bisogno incontrollabile di muovere gli arti inferiori, soprattutto la sera e di notte, accompagnato da sensazioni spiacevoli. A differenza del semplice dondolio, interferisce con il sonno e la qualità della vita e richiede una valutazione medica.

                Detto questo, il corpo può davvero inviare segnali utili. Se il movimento compare in periodi di forte pressione, si associa ad altri sintomi — come affaticamento, irritabilità o difficoltà di sonno — può essere un campanello d’allarme per ricordarci che stiamo chiedendo troppo a noi stessi. Gli psicologi suggeriscono di osservare il contesto più che il gesto: fare una pausa, cambiare posizione, respirare profondamente o concedersi momenti di decompressione può essere più efficace del tentativo di controllare il movimento.

                Interpretare il linguaggio del corpo richiede quindi prudenza. Non ogni gamba che ondeggia nasconde un conflitto interiore, così come non ogni gesto automatico è privo di significato. La chiave sta nell’ascolto consapevole — senza allarmismi, ma senza ignorare i segnali che il corpo, a volte, ci invia prima della mente.

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