Beauty
Gua Sha e roller di giada: la bellezza che scivola tra mito e scienza
Dalla medicina tradizionale cinese ai social network, il Gua Sha e le pietre di giada sono diventati simbolo di una bellezza consapevole. Gli esperti spiegano come usarli e quali benefici reali apportano alla pelle.
Una mano che scivola lungo il viso, una pietra levigata che riflette la luce, la pelle che sembra rilassarsi all’istante. È l’immagine che ha reso il Gua Sha e i roller di giada protagonisti della cosmetica contemporanea. Una tendenza nata online, capace di trasformare un antico gesto rituale in una routine quotidiana di bellezza e benessere. Ma quanto c’è di reale dietro la promessa di una pelle più tonica e luminosa?
Dalle origini orientali al bagno di popolarità occidentale
Il termine Gua Sha deriva dal cinese: “gua” significa “raschiare” e “sha” si riferisce agli arrossamenti che compaiono dopo la frizione. Nella medicina tradizionale, questa tecnica veniva utilizzata per stimolare la circolazione sanguigna ed energetica, alleviare dolori muscolari e favorire l’eliminazione delle tossine.
Oggi la pratica si è addolcita: gli strumenti in legno o in osso sono stati sostituiti da eleganti pietre levigate di giada, quarzo rosa, ametista o ossidiana, utilizzate con movimenti delicati per massaggiare il viso. Al loro fianco, i roller, rulli a doppia testina che aiutano a stendere sieri e creme favorendone l’assorbimento.
“Il principio non è diverso da quello di un massaggio linfodrenante manuale”, spiega la dermatologa Francesca Neri, specialista in medicina estetica a Milano. “La stimolazione meccanica migliora il microcircolo e può ridurre temporaneamente gonfiore e ritenzione, ma non può sostituire trattamenti medici o anti-age”.
Cosa dice la scienza
Una ricerca pubblicata sul Journal of Clinical Medicine (2017) ha dimostrato che la stimolazione cutanea simile a quella del Gua Sha aumenta la microcircolazione locale fino al 400% per alcuni minuti, con effetti positivi sul drenaggio e sulla sensazione di rilassamento. Tuttavia, gli esperti concordano: i risultati sono temporanei e legati alla costanza d’uso.
Non esistono prove che il Gua Sha “ringiovanisca” la pelle o stimoli la produzione di collagene, ma può contribuire al benessere cutaneo grazie al miglioramento della circolazione e al rilascio delle tensioni muscolari del viso, spesso collegate a stress e posture scorrette.
Il valore del gesto e della materia
Al di là della scienza, la scelta della pietra ha un valore anche simbolico. Secondo la consulente olistica Alessia Rosati, “la giada è associata all’armonia interiore e alla serenità, il quarzo rosa all’amore e alla dolcezza, l’ametista alla consapevolezza e l’ossidiana al radicamento”.
Rosati sottolinea che il vero beneficio risiede nella ritualità del gesto: “Lavare il viso, applicare un olio naturale e passare lentamente la pietra lungo le linee del volto aiuta a riconnettersi con sé stessi. È un momento di ascolto e calma, un piccolo spazio di consapevolezza nella routine quotidiana”.
In effetti, diversi studi di psicologia del benessere confermano che le pratiche di auto-cura regolare, come il massaggio facciale, possono ridurre i livelli di stress percepito, migliorando la percezione di sé e la qualità del sonno.
Come praticare il Gua Sha a casa
Per chi desidera provare, bastano pochi accorgimenti:
- Detergere bene il viso e applicare un olio vegetale (come jojoba o rosa mosqueta) per facilitare lo scorrimento.
- Eseguire movimenti lenti e direzionati verso l’alto, seguendo le linee del viso: dal mento verso le orecchie, dalle guance verso le tempie e dalla fronte verso l’attaccatura dei capelli.
- Ripetere per 5-10 minuti al giorno, evitando eccessiva pressione.
- Pulire la pietra dopo ogni utilizzo con acqua tiepida e sapone neutro.
Il massaggio, se eseguito con costanza, può ridurre la tensione mandibolare, favorire il rilassamento e donare un aspetto più disteso e luminoso al viso.
Tra rituale e consapevolezza
Il successo del Gua Sha, dei roller e delle pietre di giada non è solo estetico, ma culturale. In un mondo sempre più veloce e digitale, queste pratiche restituiscono il tempo del contatto e la cura di sé come gesto lento.
“Nel movimento della pietra sulla pelle”, conclude Rosati, “non c’è solo un’azione meccanica, ma la possibilità di fermarsi e respirare. È un invito a prendersi del tempo, ad ascoltare il corpo e a ricordare che la bellezza nasce anche dalla calma”.
Forse è proprio qui che risiede il fascino intramontabile di queste antiche pietre: nel gesto che unisce mente e corpo, scienza e ritualità. Un equilibrio delicato, che trasforma la cura del viso in un piccolo atto di benessere quotidiano.
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Benessere
Donne, sonno e multitasking: un’equazione difficile. Perché il riposo femminile è più fragile
La perdita di sonno REM e la predisposizione all’ansia complicano il riposo femminile, rendendo cruciale un’attenzione medica specifica. Gli ormoni e gli impegni quotidiani i principali “ladri di sonno”.
Le giornate infinite fatte di multitasking, carico emotivo e mentale, spesso portano le donne a un punto di esaurimento tale che, una volta a letto, non riescono a riposare. Negli ultimi anni, l’attenzione scientifica sul sonno ha iniziato a considerare in modo più preciso le differenze di genere, dimostrando che uomini e donne non solo dormono in modi differenti, ma subiscono anche conseguenze diverse quando il riposo viene interrotto o ridotto. Fattori biologici, ormonali e sociali si intrecciano in un quadro complesso.
A fare chiarezza su queste dinamiche è il professor Luigi Ferini Strambi, direttore del Centro di Medicina del Sonno dell’IRCCS Ospedale San Raffaele Turro di Milano.
Perché le donne hanno bisogno di dormire di più
Mentre i dati epidemiologici mostrano che, in media, gli uomini tendono a dormire di più, emergono differenze nelle fasi del sonno che rendono il riposo femminile più delicato. “Un dato rilevante è che le donne, andando avanti con gli anni, perdono di più il sonno REM, mentre gli uomini perdono spesso il sonno profondo”, spiega Ferini Strambi. La fase REM è fondamentale per la rielaborazione delle emozioni e la gestione delle esperienze negative. Una sua riduzione nelle donne potrebbe portare a una “più difficile regolazione emozionale”, aumentandone la vulnerabilità agli effetti emotivi della stanchezza.
Gli ostacoli al riposo: ansia, ormoni e multitasking
Il riposo femminile è frequentemente compromesso da un mix di fattori. A livello quotidiano, l’esposizione a una maggiore quantità di impegni, sia lavorativi che domestici, riduce il tempo effettivo dedicato al sonno. “Le donne sono molto spesso più impegnate degli uomini”, osserva il neurologo.
A questo si aggiunge una maggiore predisposizione ai disturbi d’ansia e ai sintomi depressivi, che influenzano direttamente la capacità di addormentarsi o mantenere il sonno. L’insonnia è infatti più comune tra le donne: l’80% delle donne depresse soffre di insonnia.
Un ruolo cruciale è giocato anche dalla vita ormonale. Durante la menopausa, in particolare, circa il 70% delle donne sperimenta problemi di sonno, legati alle fluttuazioni ormonali e a una maggiore frammentazione del riposo. Con la perdita della protezione ormonale aumentano anche disturbi come il russare e le apnee notturne, che dopo i cinquant’anni diventano quasi frequenti quanto negli uomini.
Consigli per migliorare la qualità del sonno
Il professor Ferini Strambi sottolinea l’importanza di non considerare i disturbi del sonno come una condizione normale o inevitabile. “La donna deve sempre parlarne con il proprio medico di famiglia”, afferma, evidenziando come spesso questi problemi non vengano nemmeno menzionati durante le visite.
La consapevolezza dell’impatto del sonno sul benessere emotivo, metabolico e cognitivo è il primo passo. Un dialogo costante con i professionisti della salute e, se necessario, il ricorso a centri specializzati, possono migliorare sensibilmente la qualità della vita, soprattutto in fasi delicate come la menopausa.
Salute
Formicolio alle dita della mano: cause, segnali da monitorare e possibili rimedi
Dalla semplice compressione dei nervi alle neuropatie: quando il “pizzicore” è passeggero e quando, invece, è il caso di rivolgersi a un medico.
Il formicolio alle dita della mano è un sintomo molto diffuso, spesso innocuo ma talvolta spia di condizioni che meritano attenzione. La sensazione, descritta come un “addormentamento” o come piccoli aghi che pungono la pelle, può comparire all’improvviso o svilupparsi gradualmente. Capire perché accade è fondamentale per scegliere il trattamento più adatto.
Tra le cause più frequenti c’è la compressione temporanea dei nervi. Ad esempio quando si dorme con il braccio in una posizione scomoda o si mantiene a lungo una postura rigida davanti al computer. In questi casi il fastidio tende a scomparire in pochi minuti o dopo qualche semplice movimento.
Più complesso, invece, il caso del sindrome del tunnel carpale, una condizione dovuta alla compressione del nervo mediano all’altezza del polso. Questo disturbo è spesso associato a movimenti ripetitivi della mano e può causare formicolio, perdita di sensibilità e talvolta dolore, soprattutto durante la notte. Anche problemi cervicali, come un’ernia del disco o un’infiammazione dei muscoli del collo, possono provocare sensazioni di intorpidimento che si irradiano fino alle dita.
Non va trascurata la possibilità che il formicolio sia legato a disturbi sistemici, tra cui diabete, carenze vitaminiche — in particolare della vitamina B12. O patologie che coinvolgono il sistema nervoso periferico. In questi casi il sintomo tende a essere più persistente e può riguardare entrambe le mani.
I rimedi dipendono dalla causa. Per i casi più semplici, come la pressione prolungata, può essere sufficiente cambiare posizione, fare brevi pause durante le attività manuali o eseguire esercizi di stretching per mano, polso e avambraccio. Nel tunnel carpale possono essere utili tutori notturni o terapie fisioterapiche mirate. Mentre nei disturbi cervicali lavorare sulla postura e rafforzare la muscolatura del collo è spesso efficace.
Quando il formicolio diventa ricorrente, si accompagna a perdita di forza, dolore crescente o difficoltà nei movimenti fini, è consigliabile consultare un medico. Una valutazione specialistica può includere esami neurologici o test diagnostici, utili a stabilire un percorso di cura più preciso.
Il formicolio alle dita, insomma, non va allarmisticamente interpretato come segnale di una malattia grave, ma non dovrebbe neppure essere ignorato se persiste. Ascoltare il proprio corpo e intervenire sui fattori di rischio, come postura e sovraccarico, resta la strategia più efficace per mantenere in salute mani e polsi.
Salute
Antidepressivi: perché smettere all’improvviso può far stare male — e quando assumerli a lungo è giusto
Gli esperti spiegano che non sempre serve prenderli “a vita”, ma in alcuni casi il trattamento prolungato è la scelta più sicura per evitare ricadute.
Smettere di colpo un antidepressivo può far sentire improvvisamente peggio. Mal di testa, tremori, sbalzi d’umore, insonnia, ansia o una sensazione di “testa ovattata”: sono alcuni dei sintomi più frequenti che possono comparire quando si interrompe bruscamente la terapia.
Non si tratta di una dipendenza, ma della cosiddetta sindrome da sospensione, un insieme di disturbi fisici e psicologici dovuti alla rapida riduzione della serotonina, il neurotrasmettitore su cui agiscono molti antidepressivi.
Un equilibrio che non si può spegnere da un giorno all’altro
Gli SSRI (inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina), come sertralina, fluoxetina o escitalopram, hanno una funzione di regolazione dell’umore che si stabilizza nel tempo. Secondo l’Istituto Superiore di Sanità, la sospensione improvvisa può alterare questo equilibrio e generare reazioni simili a una ricaduta depressiva, pur non essendolo.
Per questo, ogni interruzione deve essere guidata dal medico, che stabilisce una riduzione graduale delle dosi nell’arco di settimane o mesi.
“La mente e il corpo hanno bisogno di tempo per riadattarsi”, spiega la psichiatra americana Sharon Salz, docente alla Harvard Medical School. “Sospendere troppo in fretta può confondere il paziente, che crede di stare peggiorando, quando in realtà sta solo attraversando una fase di adattamento fisiologico”.
Antidepressivi a vita? Non sempre, ma a volte sì
Una delle domande più frequenti riguarda la durata del trattamento. Gli esperti concordano: non esiste una regola valida per tutti.
Secondo le linee guida dell’American Psychiatric Association e del NHS britannico, dopo un primo episodio di depressione è consigliato continuare la terapia per almeno 6-12 mesi dopo la scomparsa dei sintomi, per consolidare i risultati ed evitare ricadute.
Se però la persona ha avuto più episodi depressivi nel corso della vita, oppure soffre di disturbi d’ansia o dell’umore ricorrenti, il medico può raccomandare un trattamento a lungo termine o addirittura a tempo indefinito. Non per creare dipendenza, ma per stabilizzare l’equilibrio neurochimico e prevenire nuove crisi.
Come spiega il Ministero della Salute, “in molti casi l’uso prolungato degli antidepressivi è sicuro e ben tollerato, purché si mantenga un monitoraggio medico regolare”.
La differenza tra ricaduta e recidiva
Molti pazienti che sospendono la terapia riferiscono di sentirsi “di nuovo depressi” dopo qualche settimana. Ma non sempre si tratta di una vera ricaduta.
Gli psichiatri distinguono tra:
- Sindrome da sospensione, cioè sintomi temporanei causati dall’interruzione del farmaco;
- Ricaduta, ossia il ritorno dei sintomi dello stesso episodio di depressione;
- Recidiva, un nuovo episodio depressivo dopo mesi o anni di benessere.
Capire la differenza è fondamentale per decidere se riprendere il farmaco o intervenire in altro modo, ad esempio con psicoterapia cognitivo-comportamentale, tecniche di rilassamento o modifiche dello stile di vita.
Psicoterapia e supporto: l’altra metà della cura
Gli antidepressivi agiscono sui sintomi, ma non risolvono da soli le cause profonde della sofferenza emotiva. Per questo, la combinazione con un percorso psicologico rimane la strategia più efficace, soprattutto nel medio e lungo termine.
Studi pubblicati su The Lancet Psychiatry mostrano che la terapia cognitivo-comportamentale, associata o successiva al trattamento farmacologico, riduce del 40% il rischio di recidiva rispetto all’uso dei soli farmaci.
Sospendere gli antidepressivi è possibile, ma deve essere un percorso condiviso con lo specialista, non una decisione improvvisata.
In alcuni casi, il trattamento prolungato è la chiave per mantenere il benessere e prevenire nuove crisi; in altri, può essere gradualmente ridotto fino alla sospensione completa.
Come ricordano gli esperti, la vera guarigione non è solo smettere il farmaco, ma ritrovare equilibrio, autonomia e fiducia nel proprio percorso di cura.
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