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Salute

Giappone: scoperto un farmaco per la ricrescita dei denti

Un’innovazione nella medicina dentale: la scoperta giapponese che potrebbe rivoluzionare il futuro dei trattamenti odontoiatrici

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    Un team di scienziati giapponesi ha sviluppato un farmaco rivoluzionario che potrebbe permettere la ricrescita dei denti persi. Questa scoperta promette di cambiare radicalmente l’approccio ai trattamenti dentali, offrendo una soluzione naturale a chi ha perso i denti a causa di malattie o incidenti. Attualmente in fase di sperimentazione clinica, il farmaco sfrutta le cellule staminali per stimolare la formazione di nuovi denti.

    Dettagli e prospettive del farmaco innovativo

    Il farmaco agisce attivando le cellule staminali presenti nella polpa dentale, favorendo la crescita di nuovi denti naturali. Questa scoperta potrebbe superare le attuali tecniche di impianto dentale, riducendo la necessità di protesi e offrendo una soluzione meno invasiva e più efficace per i pazienti. I risultati preliminari dei test clinici sono promettenti, e se continueranno a essere positivi, il farmaco potrebbe essere disponibile sul mercato entro pochi anni.

    Implicazioni e futuro della ricerca

    Questa innovazione rappresenta un passo avanti significativo nella ricerca medica e potrebbe migliorare notevolmente la qualità della vita di milioni di persone affette da edentulia. Il Giappone si conferma leader nelle innovazioni scientifiche e mediche, aprendo nuove prospettive nel campo della rigenerazione tissutale. I ricercatori sono fiduciosi che il farmaco non solo rivoluzionerà la medicina dentale, ma aprirà la strada a ulteriori scoperte nel trattamento delle patologie odontoiatriche.

    Con un continuo impegno nella ricerca e nello sviluppo, questa scoperta potrebbe rappresentare una svolta epocale, ridando fiducia e speranza a chi ha perso i denti, migliorando la loro salute e benessere complessivo.

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      Salute

      Centrifughe fatte in casa: quando sono un alleato per la salute e quando è meglio fare attenzione

      Tra benefici nutrizionali, falsi miti detox e possibili controindicazioni, ecco cosa sapere prima di trasformare la centrifuga in un’abitudine quotidiana.

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      centrifughe

        Colorate, veloci da preparare e apparentemente salutari: le centrifughe fatte in casa sono entrate stabilmente nelle cucine di molti italiani. Spesso associate a regimi detox o a diete “light”, vengono consumate come sostituti di pasti o come integratori naturali di vitamine. Ma sono davvero sempre benefiche? La risposta, come spesso accade quando si parla di alimentazione, è più articolata.

        Dal punto di vista nutrizionale, una centrifuga di frutta e verdura fresca può rappresentare un buon modo per aumentare l’apporto di micronutrienti, in particolare vitamine idrosolubili come la vitamina C e alcuni antiossidanti presenti negli ortaggi. Bere una centrifuga può essere utile per chi fatica a consumare le classiche cinque porzioni giornaliere di frutta e verdura raccomandate dalle linee guida nutrizionali.

        Tuttavia, il processo di centrifugazione separa il succo dalla polpa, eliminando gran parte delle fibre. Ed è proprio questo uno dei punti critici. Le fibre alimentari rallentano l’assorbimento degli zuccheri, favoriscono il senso di sazietà e contribuiscono al buon funzionamento dell’intestino. Senza fibre, anche una bevanda naturale può provocare un rapido innalzamento della glicemia, soprattutto se preparata prevalentemente con frutta.

        Per questo motivo, le centrifughe possono non essere indicate per chi soffre di diabete, insulino-resistenza o sindrome metabolica, se consumate con frequenza o in grandi quantità. Anche chi ha problemi gastrointestinali, come colon irritabile o gastrite, dovrebbe prestare attenzione: l’elevata concentrazione di zuccheri e acidi può peggiorare i sintomi.

        Un altro aspetto spesso sottovalutato riguarda l’idea di “detox”. Il nostro organismo possiede già sistemi efficienti di depurazione, affidati principalmente a fegato e reni. Nessuna centrifuga, per quanto ricca di ingredienti naturali, può “disintossicare” il corpo in senso medico. Inserirle in una dieta equilibrata può essere positivo, ma affidare loro proprietà miracolose è fuorviante.

        Ci sono però situazioni in cui le centrifughe possono rivelarsi utili. Possono essere una buona soluzione per reintegrare liquidi e sali minerali dopo un’attività fisica moderata, oppure per stimolare l’appetito in persone anziane o convalescenti, purché non sostituiscano pasti completi. L’ideale è privilegiare le verdure, limitare la frutta più zuccherina e consumarle subito dopo la preparazione, per evitare la perdita di vitamine sensibili all’ossidazione.

        In conclusione, la centrifuga fatta in casa non è né un toccasana universale né un alimento da demonizzare. Può far bene se inserita con criterio in uno stile alimentare vario ed equilibrato. Come sempre, la differenza la fanno le quantità, la frequenza e le esigenze individuali: trasformarla in un’abitudine consapevole è il vero segreto per trarne beneficio senza rischi.

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          Salute

          Shock anafilattico: riconoscerlo in tempo può salvare una vita

          L’anafilassi non è un’allergia comune: è una corsa contro il tempo che richiede sangue freddo, prontezza e conoscenza delle manovre di primo soccorso.

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          Shock anafilattico

            Una puntura d’insetto, una nocciolina, un farmaco. Bastano pochi secondi per scatenare una reazione allergica violenta, chiamata shock anafilattico, che può mettere in pericolo la vita.
            Secondo il Ministero della Salute, i casi di anafilassi sono in aumento, soprattutto tra i giovani e chi soffre di allergie alimentari. Ogni anno, in Italia, si registrano migliaia di accessi al pronto soccorso per reazioni di questo tipo.

            Cos’è lo shock anafilattico

            Lo shock anafilattico è la forma più grave di reazione allergica sistemica. Si verifica quando il sistema immunitario reagisce in modo eccessivo a una sostanza normalmente innocua – come un alimento, un farmaco o il veleno di un insetto – rilasciando una grande quantità di istamina e altre sostanze infiammatorie.
            Questo provoca una vasodilatazione improvvisa e una caduta della pressione sanguigna, associata a difficoltà respiratorie, gonfiore e alterazione dello stato di coscienza. Se non trattato immediatamente, può portare alla perdita di conoscenza e al blocco cardiaco.

            Come riconoscerlo

            I sintomi compaiono quasi sempre entro pochi minuti dal contatto con l’allergene. I segnali da non ignorare includono:

            • Orticaria diffusa, arrossamento o prurito intenso;
            • Gonfiore di labbra, lingua o gola (angioedema);
            • Voce rauca, tosse secca o respiro sibilante;
            • Sensazione di svenimento o confusione;
            • Battito accelerato, pallore e sudorazione fredda.

            In alcuni casi, i sintomi gastrointestinali (nausea, crampi, vomito) possono essere i primi campanelli d’allarme. Se compaiono due o più di questi segni, bisogna agire subito: ogni minuto conta.

            Cosa fare nell’emergenza

            La prima cosa da fare è chiamare immediatamente il 118 (o 112), specificando che si sospetta uno shock anafilattico.
            Se la persona ha con sé un autoiniettore di adrenalina (come EpiPen o Jext), va usato senza esitazione: si applica sulla parte esterna della coscia, anche sopra i vestiti. L’adrenalina è il farmaco salvavita che contrasta gli effetti dell’istamina e ripristina la pressione sanguigna e la respirazione.

            Dopo l’iniezione, la persona deve essere sdraiata con le gambe sollevate, a meno che non abbia difficoltà respiratorie: in quel caso, è meglio tenerla semi seduta per facilitare il respiro. Se il paziente perde conoscenza ma respira, va messo in posizione laterale di sicurezza.

            Mai somministrare cibo o bevande e non tentare di “aspettare che passi”: l’anafilassi può peggiorare rapidamente anche dopo un apparente miglioramento.

            La prevenzione è la prima cura

            Chi ha già avuto una reazione allergica grave deve consultare un allergologo per identificare con precisione la sostanza responsabile e valutare la prescrizione di adrenalina autoiniettabile. Portarla sempre con sé – a scuola, in viaggio, al lavoro – può fare la differenza tra la vita e la morte.

            Inoltre, è fondamentale informare familiari, amici e colleghi su dove si trova il dispositivo e come usarlo: in molti casi, l’intervento tempestivo di chi è accanto alla persona colpita è ciò che la salva.

            Un gesto che vale una vita

            Lo shock anafilattico non lascia spazio all’improvvisazione. Conoscere i sintomi e saper agire prontamente è un atto di responsabilità verso se stessi e gli altri. Come ricordano la Croce Rossa Italiana e l’OMS, la prevenzione e la formazione di base nel primo soccorso possono ridurre drasticamente la mortalità.

            In fondo, bastano pochi gesti per fare la differenza: riconoscere, reagire, e non esitare. Perché contro l’anafilassi, il tempo è davvero tutto.

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              Salute

              Bypass senza bisturi: la cardiologia apre una nuova era

              Grazie a una tecnica mini-invasiva basata su cateteri, i medici hanno risolto un’ostruzione coronarica altrimenti fatale, aprendo la strada a nuove possibilità terapeutiche.

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              Bypass senza bisturi: la cardiologia apre una nuova era

                Un intervento che fino a pochi anni fa sarebbe sembrato fantascienza segna ora un passaggio storico nella medicina cardiovascolare. Per la prima volta è stato eseguito un bypass aorto-coronarico senza ricorrere alla tradizionale apertura del torace, evitando sternotomia e chirurgia a cuore aperto. L’operazione, portata a termine con successo negli Stati Uniti, ha permesso di risolvere un’ostruzione potenzialmente letale dell’arteria coronaria sinistra mediante una procedura mini-invasiva.

                A realizzare l’intervento è stata un’équipe congiunta del Centro cardiovascolare e valvolare strutturale dell’Università Emory di Atlanta e del National Heart, Lung and Blood Institute (NIH), in collaborazione con lo St. Francis Hospital and Heart Center di Roslyn. Il gruppo, coordinato dal professor Christopher G. Bruce, ha applicato una tecnica innovativa chiamata VECTOR, acronimo di ventriculo-coronary transcatheter outward navigation and re-entry.

                Il paziente, un uomo di 67 anni con una storia clinica particolarmente complessa, era già stato sottoposto in passato a una sostituzione valvolare aortica transcatetere (TAVR). In rari casi, questa procedura può causare l’ostruzione delle coronarie, soprattutto quando si verifica un accumulo di calcio sulla bioprotesi valvolare. Nel suo caso, la posizione critica della valvola rispetto all’ostio della coronaria sinistra rendeva impossibile qualsiasi intervento chirurgico standard: un’operazione a cuore aperto avrebbe comportato un rischio elevatissimo di arresto del flusso sanguigno.

                Tradizionalmente, il bypass aorto-coronarico viene eseguito tramite sternotomia mediana e può avvalersi o meno della circolazione extracorporea. Tuttavia, le condizioni generali del paziente — tra insufficienza cardiaca, insufficienza renale e precedenti interventi — escludevano del tutto questa possibilità. Da qui la scelta di percorrere una strada alternativa.

                La tecnica VECTOR, già sperimentata in ambito veterinario, consente di raggiungere il cuore attraverso i vasi delle gambe utilizzando cateteri e fili guida. Una volta giunti in sede, gli operatori creano micro-accessi controllati attraverso le pareti cardiache e vascolari per aggirare l’ostruzione e ristabilire un flusso sanguigno efficace, realizzando di fatto un bypass “interno” senza incisioni esterne.

                A sei mesi dall’intervento, il paziente non presenta più segni clinici di ischemia coronarica, confermando il pieno successo della procedura. I dettagli dell’operazione sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Circulation: Cardiovascular Interventions, dove i ricercatori sottolineano come questa strategia possa offrire una nuova speranza a molti pazienti considerati non operabili.

                Pur restando una tecnica complessa e non priva di rischi, VECTOR rappresenta un cambio di paradigma: non sostituirà nell’immediato la chirurgia tradizionale, ma potrebbe diventare un’opzione decisiva per quei casi estremi in cui, finora, le alternative terapeutiche erano semplicemente inesistenti.

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