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Televisione

Nessuna “Surprise Surprise” per Barbara D’Urso: salta lo show Rai tra tagli, budget e ilpatto di non belligeranza con Mediaset

Lo show Rai prodotto da Fremantle e pensato per Barbara D’Urso, “Surprise Surprise”, non andrà in onda (almeno per ora). La motivazione ufficiale parla di problemi di budget e tagli interni, ma nel retroscena evocato da più ricostruzioni riaffiora anche la logica degli equilibri tra Rai e Mediaset. Intanto i rumor su un ruolo a Sanremo 2026 non trovano conferme e l’attenzione si sposta su altri nomi.

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    Niente colpo di scena, niente “surprise surprise”: il programma Rai che avrebbe dovuto segnare il ritorno di Barbara D’Urso in prima serata, dopo il passaggio da ospite a Ballando con le stelle, scivola fuori dal radar. Secondo la ricostruzione circolata in queste ore, lo show prodotto da Fremantle e destinato a lei sarebbe stato di fatto congelato, rinviato a data da destinarsi. Traduzione televisiva: quando una data non c’è, spesso non arriva neanche.

    L’idea era chiara e anche piuttosto ambiziosa: un “people show” costruito sulla scia di un classico intramontabile come Carramba che sorpresa, con storie, sorprese, incontri, lacrime e abbracci, cioè il territorio naturale dove D’Urso ha sempre saputo dominare scena e ritmo. Un format che, almeno sulla carta, sembrava perfetto per una “seconda vita” nel servizio pubblico, dopo l’uscita improvvisa da Mediaset e un silenzio televisivo che dura dal 2023.

    Il format e il ritorno che sembrava vicino

    Per mesi “Surprise Surprise” è stato raccontato come il ponte: la grande chance Rai, la prima vera conduzione dopo un rientro graduale, un progetto in grado di spostare pubblico e curiosità. Anche perché la presenza di D’Urso a Ballando era stata letta come una prova generale: un ritorno controllato, visibile, ma senza consegnarle ancora le chiavi di un programma.

    Il punto, adesso, è che quel ponte non si costruisce. Non in questa fase, almeno. E la sensazione è che la partita non si giochi soltanto sulla bontà del progetto, ma su un intreccio di fattori che in tv pesano quanto gli ascolti: soldi, palinsesto, equilibri.

    La motivazione ufficiale: tagli e problemi di budget

    La versione “pulita” è semplice e, in tempi di spending review, credibile: in Rai ci sarebbero problemi di budget, tagli e una revisione delle spese che renderebbe difficile mettere in piedi uno show “ricco”, con una produzione costosa e l’inevitabile carico di promozione, ospiti, repertori, trasferte e macchina emotiva.

    È il tipo di spiegazione che funziona perché non accusa nessuno, non apre guerre e si incastra bene nel contesto attuale. Ma proprio perché è “perfetta”, lascia aperta la domanda che in tv è sempre la più interessante: è davvero solo questione di soldi?

    Il retroscena: il patto di non belligeranza e la “figura ingombrante”

    Nel racconto che circola, accanto alla motivazione economica compare un secondo livello: l’idea di un equilibrio non scritto tra Rai e Mediaset, un patto di non belligeranza rinnovato con il “Biscione” che avrebbe un effetto pratico molto chiaro. Ospite sì, presenza sì, partecipazione sì. Conduzione no. Non ancora.

    In questa chiave, Barbara D’Urso diventerebbe una pedina sensibile tra i due poli della tv generalista. Una figura “ingombrante”, non tanto per il talento (che è fuori discussione nel suo genere), quanto per ciò che rappresenta in termini di identità televisiva, storia recente e memoria del pubblico. Dopo oltre dieci anni da colonna del palinsesto Mediaset, spostarla davvero in Rai — con una prima serata tutta sua — sarebbe un gesto che fa rumore. E il rumore, in certi equilibri, è sempre un rischio.

    Sanremo 2026: voci, smentite e un altro nome che avanza

    A complicare tutto ci si è messo anche Sanremo. Il nome di D’Urso è stato accostato al Festival 2026, ma la notizia, per come viene riportata, non trova conferme. E quando Sanremo non conferma, di solito vuol dire che non è nell’aria. Almeno per ora.

    Nel frattempo, si fa strada un’altra ipotesi: Andrea Delogu sempre più vicina al perimetro dell’Ariston, anche per un possibile “effetto traino” legato al mondo Ballando. Sono dinamiche televisive note: Sanremo pesca dove c’è attenzione, freschezza, spendibilità, e soprattutto dove il nome non crea frizioni a monte.

    Il silenzio di Carmelita e la linea del “profilo basso”

    In tutto questo, Barbara D’Urso non risponde. Niente interviste, niente stoccate, niente contro-narrazioni. Silenzio. Che può essere strategia, stanchezza o semplice scelta di non alimentare un racconto già pieno di voci. Nella lunga assenza televisiva, la conduttrice si è dedicata anche al teatro e non è escluso che torni a concentrarsi su quella dimensione, mentre la televisione resta una porta socchiusa, non spalancata.

    Il dato politico-mediatico, però, resta: il suo “rientro” continua a essere raccontato più come una trattativa che come un progetto editoriale. E quando un ritorno diventa un braccio di ferro, la timeline la decide quasi sempre il palazzo, non il pubblico.

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      Televisione

      Milly Carlucci resuscita Canzonissima: ritorno kolossal su Rai1 tra fantasmi ingombranti e caccia ai cantanti

      Milly Carlucci prepara il ritorno di Canzonissima su Rai1 e inizia il corteggiamento ai cantanti. Un’operazione ambiziosa che riporta in vita un titolo storico andato in onda dal 1956 al 1975, guidato da giganti come Mina, Sandra Mondaini, Raimondo Vianello, le gemelle Kessler, Corrado, Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Loretta Goggi e Mike Bongiorno. Un confronto che fa tremare i polsi.

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        Milly Carlucci non sceglie mai la strada facile. Stavolta punta direttamente al mito: Canzonissima. Il titolo che, solo a pronunciarlo, sa di bianco e nero, di sabati sera incollati al televisore, di varietà costruiti come cattedrali dell’intrattenimento. In primavera la conduttrice tornerà su Rai1 in prima serata con una nuova versione dello storico programma e ha già iniziato a corteggiare alcuni cantanti per costruire il cast.

        Missione? Ambiziosa è dir poco. Perché Canzonissima non è un format qualsiasi da riesumare con un restyling grafico. È un monumento della televisione italiana, andato in onda dal 1956 al 1975, guidato da autentici mostri sacri. Nomi che oggi sembrano appartenere a un pantheon più che a un palinsesto.

        Un’eredità che pesa come un’enciclopedia

        A condurlo sono stati Mina, Sandra Mondaini, Raimondo Vianello, le gemelle Alice ed Ellen Kessler, Corrado, Raffaella Carrà, Pippo Baudo, Loretta Goggi, Mike Bongiorno. Basta l’elenco per capire il livello dell’asticella. Non semplici presentatori, ma icone popolari, volti che hanno definito l’identità della tv pubblica.

        Rimettere in piedi un titolo così significa accettare il confronto con quell’epoca dorata. Non si tratta solo di nostalgia: è una questione di linguaggio, di ritmo, di carisma. Il pubblico di oggi è più frammentato, più distratto, più esigente. E il sabato sera non è più l’altare unico dell’intrattenimento.

        Milly e la sfida del varietà “grande”

        Milly Carlucci, però, di grandi sfide se ne intende. Da anni presidia la prima serata con Ballando con le stelle, dimostrando di saper maneggiare cast corali, dirette lunghe e tensioni da show live. Canzonissima potrebbe essere il suo colpo più audace: un ritorno al varietà puro, con la musica al centro e un impianto spettacolare che richiami la tradizione ma parli al presente.

        Il nodo cruciale sarà il cast. La caccia ai cantanti è già partita, perché senza nomi forti e riconoscibili il titolo rischia di restare un guscio vuoto. Servono voci capaci di riempire lo studio e, soprattutto, di attirare un pubblico trasversale. Non basta l’effetto vintage: serve sostanza.

        Nostalgia o rilancio del servizio pubblico?

        Il ritorno di Canzonissima può essere letto in due modi. Come un’operazione nostalgia, un tuffo nel passato per rassicurare il pubblico più fedele. Oppure come un tentativo di rilanciare il grande varietà di prima serata, quello che unisce musica, intrattenimento e spettacolo in un unico contenitore.

        La differenza la farà l’impianto editoriale: sarà un omaggio rispettoso o una reinvenzione coraggiosa? Milly Carlucci si gioca una partita pesante. Perché quando riporti in vita un titolo così, non basta la scenografia. Devi reggere lo sguardo dei giganti che l’hanno fatto prima di te.

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          Televisione

          Mondiali nel mirino di Dazn: dopo le ATP Finals a Mediaset, la tv pubblica rischia un’altra ferita sui diritti

          Dopo le ATP Finals finite a Mediaset, Dazn valuta l’acquisto di alcuni match dei Mondiali. In caso di qualificazione, l’Italia resterebbe alla tv pubblica. Sarebbe la seconda volta dopo Russia 2018 che una privata entra sulla Coppa del Mondo.

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            Un’altra crepa nella fortezza dei diritti sportivi. Dopo essersi fatta soffiare le ATP Finals dal 2026 – finite a Mediaset – la tv pubblica potrebbe dover incassare un nuovo colpo, questa volta ancora più simbolico: la Coppa del Mondo di calcio.

            Secondo le indiscrezioni che circolano negli ambienti televisivi, Dazn avrebbe intenzione di acquistare i diritti di alcune partite dei Mondiali. Non l’intero pacchetto, ma una fetta significativa del torneo. In caso di qualificazione dell’Italia, le partite degli azzurri resterebbero comunque in chiaro sul servizio pubblico. Ma il cosiddetto “monopolio” della trasmissione verrebbe incrinato.

            Dopo le ATP, un altro scivolone

            Il precedente è fresco. Le ATP Finals di Torino, evento di punta del tennis mondiale e trainato dall’effetto Sinner, dal 2026 non saranno più trasmesse dalla tv pubblica. I diritti sono stati acquisiti da Mediaset. Una perdita che pesa, non solo in termini di ascolti ma di posizionamento strategico. Il tennis, oggi, è uno dei motori più forti dello sport italiano. E lasciarlo andare significa cedere terreno su un fronte decisivo.

            Ora il rischio si sposta sul calcio, terreno ancora più sensibile. Perché la Coppa del Mondo non è solo un evento sportivo: è rito collettivo, memoria condivisa, narrazione nazionale.

            Il precedente del 2018

            Non sarebbe una novità assoluta. I Mondiali di Russia 2018 furono trasmessi da Mediaset. In quel caso, però, l’Italia non era qualificata. La tv pubblica non aveva l’esclusiva e il torneo finì interamente su una rete privata. Oggi lo scenario sarebbe diverso: se gli azzurri dovessero qualificarsi, le loro partite resterebbero al servizio pubblico. Ma il resto del palinsesto potrebbe essere spartito.

            Ed è proprio questa eventualità a cambiare l’equilibrio. Non più una Coppa del Mondo tutta in chiaro, tutta sotto un’unica regia editoriale. Ma una frammentazione, figlia di un mercato dei diritti sempre più competitivo e aggressivo.

            Il mercato cambia, il servizio pubblico arretra?

            Dazn, piattaforma ormai radicata nel calcio italiano grazie alla Serie A, punta a rafforzare la propria presenza anche sugli eventi globali. Acquistare alcune partite dei Mondiali significherebbe consolidare il marchio e attrarre nuovi abbonati in un momento in cui la concorrenza è feroce.

            Per la tv pubblica, invece, la questione è più delicata. Ogni diritto perso è una fetta di centralità che si assottiglia. E ogni evento che migra verso il privato alimenta il dibattito su ruolo, risorse e capacità negoziale del servizio pubblico.

            Il calcio resta il cuore pulsante dell’audience italiana. Se davvero Dazn entrerà nella partita mondiale, il segnale sarà chiaro: il monopolio della Coppa del Mondo non è più intoccabile. E dopo il tennis, anche il pallone potrebbe diventare terreno di conquista.

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              Poltronificio Rai: Petrecca “congelato” fino a fine Giochi, poi il domino delle direzioni e la guerra delle poltrone che vale più dei palinsesti

              Dopo la figuraccia della telecronaca, Paolo Petrecca potrebbe essere spostato solo a Olimpiadi invernali concluse: “non si cambia direttore durante i Giochi”, dicono ai vertici, anche se il commento della cerimonia di chiusura sarebbe affidato a un altro giornalista. Intanto si prepara l’effetto domino: a Rai Sport potrebbe arrivare Marco Lollobrigida, resta aperta l’incognita Tg1 con i nomi di Nicola Rao, Tommaso Cerno e Mario Sechi. E in primavera scadono anche altre direzioni, mentre i “veri premi” sarebbero Rai Way, Rai Cinema e Rai Fiction.

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                In Rai la situazione è grave, ma non è seria. E quando l’aria si fa pesante, l’unica cosa che sembra muoversi con una precisione svizzera è il risiko delle poltrone. Altro che palinsesti, ascolti, identità editoriale: qui si ragiona in traslochi, “ricollocazioni” e promozioni con retrogusto di parcheggio.

                Il caso del momento è quello di Paolo Petrecca, direttore di Rai Sport finito al centro delle polemiche dopo la disastrosa telecronaca della cerimonia di apertura. In azienda circolano battute e suggestioni, una su tutte: “Magari lo mandano a Parigi, lì c’è un posto scoperto”. Sorrisi, gomitate, ma il quadro è chiaro: una figura che scotta, e un sistema che non ama bruciare nessuno davvero. Al massimo lo sposta di stanza.

                Petrecca, il “congelamento” fino a fine Olimpiadi

                La linea che filtra dai vertici è una di quelle tipicamente aziendali: non si cambia il direttore durante i Giochi. Traduzione: Petrecca resta dov’è, almeno fino alla fine delle Olimpiadi invernali, poi si vede. Non una difesa, più una sospensione. La punizione, semmai, arriva in forma soft: il commento della cerimonia di chiusura, stando ai retroscena, verrebbe affidato a un altro giornalista. Un segnale plastico: formalmente resti, sostanzialmente ti sfilano il microfono.

                Intanto si ragiona sulla prossima casella: una “ricollocazione” che, nelle migliori tradizioni del servizio pubblico, non è mai un vero arretramento. È un promoveatur ut amoveatur in salsa Viale Mazzini: ti tolgo dal punto caldo e ti metto altrove, così nessuno perde la faccia e tutti salvano la carriera.

                Si fanno ipotesi su un possibile approdo alle relazioni internazionali, dove a breve andrà in pensione Simona Martorelli. Qualcuno, però, fa notare con perfidia che “anche lì ci vogliono capacità particolari”. E il non detto è più tagliente di un editoriale.

                Il domino: Rai Sport e l’ombra della politica

                Se Petrecca si sposta, parte l’effetto domino. E in Rai, quando parte un domino, non riguarda mai solo la prima tessera: trascina correnti, equilibri, promesse e vendette. Per Rai Sport circola un nome: Marco Lollobrigida, indicato come vicino a Fratelli d’Italia. In altre parole, non è solo una scelta professionale: è una casella dentro un mosaico politico-aziendale che non ha mai smesso di funzionare così.

                E in tutto questo, sullo sfondo, c’è Giampaolo Rossi. Secondo la lettura più maliziosa che gira nei corridoi, “tra un disastro e l’altro” l’unica cosa di cui si occupa davvero sarebbe il sistema delle poltrone. È un’accusa pesante, ma è anche il genere di frase che in Rai nasce per diventare proverbio.

                Tg1, la partita vera: Chiocci e i nomi della successione

                Poi c’è la madre di tutte le battaglie: il Tg1. Se Gian Marco Chiocci dovesse davvero fare le valigie, si aprirebbe il campo minato. Perché il telegiornale della rete ammiraglia non è una direzione: è un simbolo, un fortino, un’arma.

                I nomi che circolano per una possibile successione sono quelli già noti agli addetti ai lavori: Nicola Rao dal Gr, Tommaso Cerno e Mario Sechi, se Palazzo Chigi dovesse puntare su una soluzione esterna all’azienda. Sullo sfondo, una Lega “agguerrita” e un clima da condominio dove ogni pianerottolo è un fronte.

                Se davvero si liberasse il Gr, spunta anche l’ipotesi Incoronata Boccia, passata in estate dalla vicedirezione del Tg1 alla direzione dell’ufficio stampa. E intanto c’è chi sognerebbe di mollare una “poltrona bollente” come quella degli Approfondimenti, dove Paolo Corsini si sarebbe trovato a pagare la promozione con un incarico che “regala una pena al giorno”.

                Scadenze di maggio e i “gioielli di famiglia”

                A rendere il quadro ancora più frenetico c’è il calendario: a maggio scadono anche le direzioni di Rai Parlamento, RaiNews e Tg2. Rai Parlamento è un caso delicato, con Giuseppe Carboni e una causa aperta con l’azienda che rende tutto più esplosivo. RaiNews si avvia al cambio per pensionamento del direttore, e la casella viene letta come terreno di spartizione politica.

                Il Tg2, invece, naviga in acque sempre più tempestose: ascolti bassi, clima interno teso, e un direttore – Antonio Preziosi – che secondo alcuni potrebbe finire in una soluzione “stile Petrecca”. Qui l’ipotesi è persino più “romana”: Rai Vaticano, ruolo quasi cucito su misura per chi ha confidenza con le vicende ecclesiastiche. Sposti lui, liberi una plancia, cambi etichetta senza cambiare sostanza.

                Ma – e qui sta il punto – i “veri premi” sarebbero altrove: Rai Way, Rai Cinema e Rai Fiction. Gioielli di famiglia, dove si decide potere e denaro, non solo editoriali. Rai Way è centrale in scenari industriali che tornano ciclicamente a galla, Rai Cinema muove fatturati pesanti e Rai Fiction è una macchina di contenuti e relazioni che vale oro.

                Alla fine la fotografia è questa: mentre la tv pubblica deve gestire errori, polemiche e crisi di reputazione, dentro si discute soprattutto di sedie. Di chi scende, chi sale, chi viene “parcheggiato” con eleganza. E il servizio pubblico, che dovrebbe parlare al Paese, rischia di parlare soprattutto a se stesso.

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